Archivio

settembre 2017 luglio 2017 maggio 2017 marzo 2017 dicembre 2016 ottobre 2016 luglio 2016 maggio 2016 febbraio 2016 gennaio 2016 dicembre 2015 novembre 2015 ottobre 2015 settembre 2015 luglio 2015 aprile 2015 marzo 2015 febbraio 2015 gennaio 2015 dicembre 2014 novembre 2014 ottobre 2014 settembre 2014 agosto 2014 luglio 2014 giugno 2014 aprile 2014 marzo 2014 febbraio 2014 gennaio 2014 dicembre 2013 novembre 2013 ottobre 2013 settembre 2013 agosto 2013 luglio 2013 giugno 2013 maggio 2013 aprile 2013 marzo 2013 febbraio 2013 gennaio 2013 dicembre 2012 novembre 2012 ottobre 2012 settembre 2012 agosto 2012 luglio 2012 giugno 2012 maggio 2012 aprile 2012 marzo 2012 febbraio 2012 gennaio 2012 dicembre 2011 novembre 2011 ottobre 2011 settembre 2011 agosto 2011 giugno 2011 maggio 2011 aprile 2011 marzo 2011 febbraio 2011 gennaio 2011 dicembre 2010 novembre 2010 ottobre 2010 settembre 2010 luglio 2010 giugno 2010 maggio 2010 aprile 2010 marzo 2010 febbraio 2010 gennaio 2010 dicembre 2009 novembre 2009 settembre 2009 luglio 2009 aprile 2009 marzo 2009 febbraio 2009 gennaio 2009 dicembre 2008 novembre 2008 ottobre 2008 settembre 2008 agosto 2008 luglio 2008 giugno 2008 maggio 2008 aprile 2008 marzo 2008 febbraio 2008 gennaio 2008 dicembre 2007 novembre 2007 ottobre 2007 luglio 2007 giugno 2007 maggio 2007 marzo 2007 gennaio 2007 dicembre 2006 novembre 2006 ottobre 2006 settembre 2006 luglio 2006 giugno 2006 maggio 2006 aprile 2006 marzo 2006 febbraio 2006 gennaio 2006 dicembre 2005 novembre 2005 ottobre 2005 settembre 2005 agosto 2005 luglio 2005 giugno 2005 maggio 2005 aprile 2005 marzo 2005 febbraio 2005 gennaio 2005 dicembre 2004 novembre 2004 ottobre 2004 settembre 2004 agosto 2004 luglio 2004 giugno 2004 maggio 2004 aprile 2004 marzo 2004 febbraio 2004 gennaio 2004 dicembre 2003

Post di gennaio

14/01/2015

Je suis Charlie.

Lo slogan è facile ed ha largo seguito con le variazioni je suis juif je suis musulmain je suis Ahmed eccetera. Esaurita la commozione per le vittime e esecrato il crimine, restano sul terreno le ceneri di un breve conflitto che ha messo in ginocchio la Francia e posto l’Europa di fronte a se stessa. Non è la prima volta che riceviamo attentati, non è la prima volta che gli attentatori sono concittadini. Non è la prima volta che ci accorgiamo che il nostro vicino, quella personcina così perbene, ha l’animo oscuro di chi  trama ai nostri danni.  L’Europa si trova nel mezzo di una crisi di identità. Rispondere con fermezza agli attentati significa inasprire le misure di sicurezza, significa indebolire le guarentigie che sono a presidio delle nostre libertà. Rispondiamo agli attentati attentando alle libertà comuni.

Marine Le Pen fa il suo mestiere invocando la pena capitale. Essa dimentica che la pena capitale è stata già comminata agli attentatori, tutti (almeno  quelli noti) uccisi in battaglia e senza l’onore delle armi. A ripercorrere le cronache del caso Moro ritroviamo in anticipo molti elementi del dibattito oggi vivo attorno alla strage di Parigi. Noi italiani possiamo commentare: sappiamo tutto, ci siamo già passati. Eppure non è così.

Il terrorismo islamista reca tra l'altro il marchio della politica estera deficitaria d’Europa e degli errori dell' Occidente. E’ il portato delle esitazioni a darci una politica estera di ampio respiro – di “grande envergure”, per dirla alla francese – senza cadere nel piccolo cabotaggio e nel tirare a fregarsi a vicenda. L’attacco a Qaddafi era esclusivamente diretto a proteggere le popolazioni minacciate di martirio dal regime?  Il post-Qaddafi era stato in qualche modo prefigurato? E Assad figlio era così peggiore del padre da meritare il generale ludibrio e l’attacco alle sue posizioni? Il vuoto apertosi in Iraq nel dopo Saddam, in Siria nel quasi spodestamento di Assad, in Libia nella cacciata di Qaddafi, è frutto dell’immaturità di quei popoli a darsi regimi democratici? O affonda in cause che chiamano in causa anche le nostre valutazioni? Per non parlare poi dell’allontanamento di Mubarak a favore di un potere islamista subito rimpiazzato dal ritorno al passato.

Il rapporto con Israele resta centrale. Alcune vittime dei fatti di Parigi erano ebrei e quattro di loro hanno ricevuto sepoltura a Gerusalemme. Il Primo Ministro invita gli ebrei francesi a “tornare” nella terra di origine. Poniamo il caso che  buona parte della comunità ebraica francese decida di tornare, dove verrebbero sistemate decine se non centinaia di migliaia di persone? Il territorio d’Israele è angusto, bisognerebbe espandersi nel Negev o nelle terre palestinesi, che qualcuno considera terre di nessuno e dunque occupabili per usucapione.
La riflessione sul terrorismo islamista ci spinge a riflettere su quella che genericamente chiamiamo questione mediorientale, ma che tende ad allargare i confini al Golfo e al Maghreb e all’Africa nera musulmana. Una colossale questione mediorientale abbraccia tutto il mondo confinante con l’Europa.

La Francia ha poi un problema specifico: il rapporto irrisolto con l’Algeria. Chiunque abbia vissuto in Francia sa quanto difficile sia la questione algerina che ricade nella politica estera e nella politica interna. Milioni di francesi hanno origini algerine e solo una parte di loro è pienamente integrata. E’ singolare nella sua tragicità che i due attentatori e il poliziotto fossero di origine algerina. Esponenti della stessa comunità schierati su fronti opposti. Non colpisca il paragone. Il primo poliziotto americano a indagare sulla Mano Nera (la mafia dei primordi) fu Giuseppe Joe Petrosino, di chiara origine campana.  

Il romanzo ha una forza evocativa maggiore del saggio. Per tuffarsi nella vicenda algerina basti rileggere Chourmo di Jean-Claude Izzo, anch’egli campano di origine. Marsiglia è la Algeri dell’altro versante del Mediterraneo; al pari di  Algeri  “Marsiglia non è una città per turisti”. O il recente L’arte francese della guerra di Alexis Jenni sui militari francesi impegnati prima in  Indocina e poi in Algeria.

Il rapporto fra Francia e Algeria è in dimensione macro quello che in diversa taglia è il rapporto fra Italia e Libia. Anche in questo caso il romanzo – la Trilogia del male di Roberto Costantini – rende lo scenario più vivido di qualsiasi saggio. Izzo e Costantini e in qualche misura Jenni scrivono noir. Il noir è il fedele scandaglio delle società europee multietniche e dal difficile amalgama culturale.

TAG charlie ue

ARCHIVIATO IN Editoriali

Di Il Cosmopolita il 14/01/2015 alle 17:07 | Non ci sono commenti

08/01/2015


 Je suis CHARLIE



ARCHIVIATO IN Editoriali

Di Il Cosmopolita il 08/01/2015 alle 16:24 | Non ci sono commenti

08/01/2015

Il conflitto permanente.

L’area che va dal Medio Oriente al Golfo è teatro dell’ennesima tensione che a tratti sfocia in guerra aperta. Il filmato delle due cooperanti italiane nelle mani del gruppo Al Nusra porta nelle nostre case le immagini del conflitto. Inutile ora commentare, secondo l’uso della stampa di destra, che le due  inneggiavano alla libertà di quei popoli che ora le tengono prigioniere. Puoi propendere per la parte sbagliata - sbagliata a saperlo per tempo - e pur tuttavia meritare la massima assistenza nella prigionia. Non esiste l’ostaggio che se l’è cercata. Resta il problema della presenza italiana nelle zone di crisi, una presenza che non è fatta solo da militari e pubblici funzionari come quelli del servizio diplomatico, è fatta anche da cooperanti, laici e religiosi, che assecondano in senso lato la politica estera del paese.

Il nostro paese è sordo al dibattito sulla politica estera, salvo animarlo per scosse emotive come negli episodi delle cooperanti e di quello, più lungo e non meno penoso, dei fucilieri di marina. Non si ascolterà una sola voce chiedere  perché il Medio Oriente vive un conflitto permanente dal 1948, che presto rivaleggerà per durata con la guerra dei cento anni dei nostri manuali di storia. Rileggiamo un classico del pensiero moderno per capirne di più.

Nel 1795 Immanuel Kant scrive Per la pace perpetua prendendo spunto dalla Pace di Basilea fra la Francia e la Prussia. Una tregua piuttosto che una pace duratura fra due paesi irrimediabilmente antagonisti. Il concetto di pace perpetua non è nuovo, prima di Kant ne scrivono l’Abate di Saint-Pierre e Jean Jacques Rousseau. Con il suo libretto Kant teorizza il moderno concetto di cosmopolitismo, un presagio della Società delle Nazioni di Ginevra e dell’Organizzazione delle Nazioni Unite di New York, creature ambedue del XX secolo e ambedue malamente idonee a garantire la pace perpetua.

Nelle relazioni internazionali si distinguono i conflitti caldi, quelli combattuti con le armi in pugno, dai conflitti congelati, quelli che stanno in freddo e in attesa di essere riscaldati o risolti alla bisogna delle parti. Un terzo tipo di conflitto ha un carattere tristemente perpetuo: è quello che infiamma il Medio Oriente. Il conflitto perpetuo oppone Israele dapprima agli Arabi in senso lato e poi  ai Palestinesi.  

Il conflitto perpetuo ha conosciuto momenti caldi come nelle guerre generali fra Israele e Arabi e come nelle azioni e reazioni nei confronti di questo e quel vicino (Libano e Siria). Perpetua è l’opposizione con i Palestinesi, che sono trattati come popolo e, in quanto tali, meritevoli di riconoscimento giuridico internazionale soltanto dagli anni novanta con gli accordi di Oslo e Parigi. Quegli accordi generarono la breve illusione della pace perpetua e produssero nell’immediato il Premo Nobel per la pace a Arafat, Rabin, Peres, nonché la famosa stretta di mano fra Arafat e Rabin sul prato della Casa Bianca, alla presenza di Bill Clinton.

Il conflitto israelo – palestinese ha natura prettamente territoriale. L’occupazione da parte di Israele di terre che i Palestinesi rivendicano per la loro gente.  La divisione dei Territori palestinesi in due blocchi principali, Gaza e Cisgiordania, e la parcellizzazione della Cisgiordania con insediamenti israeliani a macchia di leopardo. Il futuro ipotetico Stato di Palestina avrebbe un territorio discontinuo e in parte condiviso con la popolazione dei coloni che fruiscono, e presumibilmnete continueranno a fruire, di accessi riservati e protetti. Uno stato siffatto sarebbe scarsamente viabile sotto il profilo economico e strutturalmente inane sotto il profilo politico. Ma si tratta di ipotesi diplomatica e non di contenuto concreto di trattative concrete. I fatti sul campo vanno in altra direzione.

Il nodo principale è il controllo del territorio, che raggiunge l’acme nel controllo di Gerusalemme. Ambedue le parti rivendicano la Città Santa (Al-Quds per gli Arabi) come capitale dello Stato d’Israele e capitale dello Stato di Palestina. L’occupazione di crescenti porzioni di Gerusalemme da parte degli Israeliani è pratica abituale, talché la presenza araba nella Città si riduce fino a rendere meno pressante l’esigenza di eleggerla a capitale del futuro stato palestinese.

Gerusalemme è il Muro del Tempio (o Muro del Pianto) e la Spianata delle Moschee. Una vecchia tradizione, quasi una consuetudine, vuole che gli Ebrei si astengano dal frequentare la Spianata per riservarla al culto dei Musulmani. Qualsiasi incursione ebraica sulla Spianata è percepita come provocatoria. La passeggiata di Sharon nel 2000 innescò la Seconda Intifada. A Gerusalemme, nel 2014, l’attentato ad alcuni ebrei a opera di un Palestinese di Hamas scatena la reazione delle Autorità d’Israele. Queste chiudono provvisoriamente la Spianata dopo che un gruppo di Ebrei è penetrato per pregare per il Rabbino Glick, che essi presumono ferito da un attentatore palestinese. 

Il conflitto dalla fisicità del territorio si trasferisce all’immaterialità della religione. Ad essere colpiti sono i luoghi di culto, a morire sono i praticanti delle due religioni. Se già il negoziato sugli aspetti territoriali è ostico, quello sugli aspetti religiosi si profila impossibile. L’opposizione fra le fedi ha un tale portato di irriducibilità che, al cospetto, qualsiasi negoziatore si sente impotente. Come si è arrivati al punto che dirigenze laiche siano trascinate nel conflitto religioso?    La proposta di legge alla Knesset di riconoscere Israele come stato della nazione ebraica aggiunge un tassello alla tensione?  Per il momento la proposta ha portato al dissolvimento della coalizione di governo ed a nuove elezioni per la primavera 2015. Nel frattempo è facile prevedere che nulla accadrà riguardo al  negoziato di pace.

 

TAG kant medio oriente onu

ARCHIVIATO IN Interventi e iniziative

Di Il Cosmopolita il 08/01/2015 alle 16:22 | Non ci sono commenti

08/01/2015

Con Francesco al mio fianco

Francesca Morelli

Il quotidiano argentino Clarin ha bandito un concorso per bambini di due fasce di età, il cui premio finale è un viaggio a Roma, con un accompagnatore adulto, per conoscere il Papa. I ragazzi fino a sei anni e dai sette ai dodici anni potranno riflettere e disegnare su un foglio bianco, allegato alla copia domenicale del giornale che pubblica le 15 dispense de “Con Francisco a mi lado “ il valore messo in evidenza dal fascicolo in allegato al quotidiano e disegnare o rappresentare graficamente detta virtù, come ad esempio la solidarietà. Con il consenso dei genitori e l’eventuale aiuto di un adulto verrà scattata la foto del disegno che si vorrà pubblicare sul giornale. Per accedere al percorso si dovrà essere registrati a Facebook e completare le informazioni personali richieste. La foto pubblicata non potrà essere cambiata e farà parte della galleria di disegni del bambino che verrà votata dal pubblico e/o dagli amici durante quindici settimane. Chi riuscirà ad ottenere più voti avrà maggiori possibilità di vincere il premio finale. Nella settimana successiva all’uscita delle dispense 5, 10 e 15 le cento categorie più votate per categoria di età passeranno ad essere finaliste. Una giuria formata da Scholas e Clarin sceglierà le immagini che, per ciascuna fascia di età, vinceranno il concorso. Lo svolgimento della gara è già in corso, iniziata lo scorso 19 ottobre, terminerà il 31 gennaio 2015.

La creatività e l’espressività sui valori quali l’allegria, il coraggio, la semplicità, la speranza, l’autostima, la solidarietà, lo sforzo, la creatività, la prudenza, l’amicizia, la dignità, la generosità la famiglia e la pace disegnate dai bambini darà loro l’opportunità di usufruire di un viaggio di andata e ritorno dall’Argentina all’Italia; saranno accompagnati da un genitore o da un adulto e usufruiranno di un soggiorno di tre notti in un albergo a tre stelle e la partecipazione all’udienza del Papa che stabilirà la data esatta in cui potrà riceverli e apprezzare gli originali delle opere disegnate dai vincitori del concorso. Il regolamento rigoroso e chiaro che regolamenta la competizione fa da contrappunto alla fantasia e all’estro dei tanti bambini argentini che con gioia e allegria si sono messi di buzzo buono per arrivare in finale.

Scholas, l’altro giudice del concorso in esame è l’entità formativa sostenuta dal Papa che attraverso la tecnologia, l’arte e lo sport vuole stimolare l’integrazione sociale e la cultura dell’incontro; come obiettivo ha il recupero di una visione antropologica e dei valori umani essenziali e si rivolge a tutta quella realtà che i bambini vivono, le figure popolari più amate educano milioni di bambini con il loro esempio, l’arte e lo sport e sono strumenti eccellenti per diffondere i sani valori dell’umanità.

 

ARCHIVIATO IN Succede a...

Di Il Cosmopolita il 08/01/2015 alle 16:20 | Non ci sono commenti

08/01/2015

Sempre a parlare di stesse cose…

Non è d’uso che Il Cosmopolita evochi vicende artistiche. L’eccezione è sempre possibile perché l’evento merita il nostro ricordo. Pino Daniele era un compagno di strada – come una volta si sarebbe detto – della sinistra italiana. Basti ricordare le sue partecipazioni alle Feste de L’unità e le sue dichiarazioni di voto “rosso”. Je so’ pazzo sintetizza meglio di qualsiasi manifesto la condizione del disoccupato napoletano. Omaggio a Pino, al quale la natura  diede talento musicale e cuore fragile.  

ARCHIVIATO IN Interventi e iniziative

Di Il Cosmopolita il 08/01/2015 alle 16:09 | Non ci sono commenti

1 - 5 (5 record)