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Post di marzo

19/03/2015

La vittoria della Destra.

Il Likud rivince le elezioni in Israele sulla scorta di una campagna elettorale giocata sulla figura del Premier uscente, e probabile rientrante, e di un programma dichiaratamente di destra. Nessun infingimento centrista nelle parole che Netanyahu ha pronunciato davanti al Congresso americano e davanti all’elettorato di casa sua, fino all’anatema che, con lui al governo, non vi sarà stato palestinese. La formula magica due popoli – due stati con Gerusalemme capitale condivisa è così sepolta, almeno nelle dichiarazioni preelettorali di una parte.

Le dichiarazioni sono talmente di destra che l’Amministrazione americana ha ostentato distacco rispetto al risultato: congratulandosi con il popolo (per avere votato?) e non col vincitore, come se la vittoria non avesse un nome. Netanyahu ha giocato il tutto per tutto proprio nella discussa trasferta americana. Lo sgarbo diplomatico di parlare al Congresso poteva costargli caro, e invece gli ha dato la spinta per presentarsi al suo popolo come il difensore dei valori occidentali. Ma qual è il suo popolo? Netanyahu ha manovrato abilmente il tasto della doppia appartenenza, israeliana e americana, per parlare agli americani da concittadino e non da leader straniero. Per dire loro che i valori d’Occidente, prima ancora che gli interessi, sono minacciati da varie parti e soprattutto dalla prospettiva di un Iran che, sia pure a termine, si doti di arsenale nucleare. Non convincono i termini dell’intesa che il Quintetto starebbe per concludere con Teheran. Il divieto del nucleare non è assoluto e perenne. E questo prima che scoppiassero i fatti di Tunisi e dunque di avere ulteriori argomenti nel descrivere un Occidente insidiato fin sulle sponde del Mediterraneo.

La nozione di Occidente a questo punto è assai vasta e labile. Stanno idealmente in Occidente tutti i paesi che si riconoscono in certi valori (quali?), stanno altrove tutti quelli che certi valori li minacciano. E non importa se si tratta di sciiti o sunniti. Una chiamata alle armi rivolta a tutti i likeminded perché non nutrano illusioni di appeasement nei confronti di nemici attuali e potenziali.

L’appello alla sicurezza come bene supremo d’Israele ha trovato terreno propizio presso l’elettorato, che pure Unione sionista aveva cercato di fare ragionare in termini meno emotivi. La risposta, non plebiscitaria ma comunque maggioritaria, è stata nel segno della continuità Si continuerà cioè a gestire il conflitto e non a valutare le prospettive di soluzione. E d’altronde il tentativo del Segretario di Stato americano di rianimare il processo di pace è ormai un ricordo dell’anno passato.

Si aspetta a Gerusalemme il cambio di guardia alla Casa Bianca per riprendere i giochi sul serio. Un biennio circa di pausa (quanto tranquilla?) ci attende.

Inutile chiudere con il tradizionale appello ad una presa di posizione dell’Unione europea. Il realismo, e il peso dei precedenti, fanno pensare che sarebbe una pia quanto inutile attesa. L’Alta Rappresentante ha appena nominato un diplomatico italiano quale inviato per il Medio Oriente. La scelta è caduta su un funzionario di valore, che riuscirà laddove i predecessori non sono riusciti soltanto se avrà adeguato sostegno politico. Gli auguriamo di fare bene.

TAG israele pesc palestina

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Di Il Cosmopolita il 19/03/2015 alle 14:58 | Non ci sono commenti

18/03/2015

I win and take it all.

Vinco e prendo tutto: più che linguaggio da croupier è la pratica in uso nella generalità dei paesi arabi, dove il gruppo che vince vuole stravincere e prende tutto, lasciando poco o nulla ai perdenti. I quali hanno una sola possibilità per divenire vincenti: ribaltare il tavolo, ovvero riprendersi il gioco per via insurrezionale. La metafora sui paesi arabi si può applicare, con una certa dose di ironia, alle vicende del centrosinistra italiano, o della sinistra che guarda ai movimenti e alla società civile in cerca di rappresentanza. Un partito di centrosinistra diventa di maggioranza relativa, è diretto con piglio battagliero da un gruppo che ha la maggioranza più che relativa, ecco partire la corsa ai distinguo ed alla ricerca della rappresentanza perduta. Alcuni si distinguono stando dentro, altri guardando fuori. E dove? Verso i movimenti e la società civile in cerca di rappresentanza.

La tendenza irresistibile alla frammentazione, che il Labour britannico e la Socialdemocrazia tedesca seppero contenere e così costruirono un ciclo vincente, s’insinua nel sindacato: più precisamente nel Sindacato di riferimento del Cosmopolita. Non useremo mai la parola “ditta” perché sindacato e partito hanno la loro nobiltà da tutelare come un bene lessicale. Non riuscendo a conquistare il vertice confederale per via istituzionale e interna, il segretario generale dei metalmeccanici, e cioè di una componente neppure maggioritaria della Confederazione, tenta l’OPA aggirando l’ostacolo dall’esterno. I romani, bloccati a Masada dagli ebrei zeloti, costruirono un terrapieno per superare la barriera degli assediati e sconfissero la resistenza dopo anni di inutile assedio. Così la compagine metalmeccanica tenta l’assalto alla fortezza confederale aggirando il codice degli iscritti mediante l’aiuto esterno di movimenti e società civile in cerca di rappresentanza. Non più sindacato e non ancora partito, Coalizione sociale, la nuova creatura dell’officina metalmeccanica, qualcosa diverrà entro il 2018, data di scadenza dell’attuale vertice confederale.

La scalata riuscì ad altro dirigente FIOM: si trattava di Bruno Trentin, e non so se mi spiego, avrebbe detto Totò. Ora ci prova Landini, staremo a vedere. Un punto è essenziale nell’analisi landiniana: il sindacato, così com’è, stenta a farsi classe dirigente. Una volta si sarebbe detto: a esercitare un ruolo egemonico di rappresentante della classe generale. Lo diceva più o meno Trentin nel suo libro “Da sfruttati a produttori” (Bari, 1977). Altra epoca e altra temperie culturale. Il sindacato non riesce a stare dietro al cambiamento ed è letteralmente fagocitato dal centrosinistra di governo che col suo riformismo turbo fa le riforme (o le controriforme, secondo i punti di vista) senza o addirittura contro il sindacato. Si prenda la legge sul lavoro che mangia qualche guarentigia del vecchio statuto dei lavoratori. Il sindacato deve fare politica (“buttarsi in politica”, “scendere in campo”) per tornare a contare? O deve contemplare inerte il proprio declino come l’asceta osserva il mondo dal trespolo? La domanda è solenne e merita risposta altrettanto solenne.

Non vi è dubbio che il sindacato, in Italia e non solo, è stato prima spiazzato dalla crisi finanziaria, che lo ha costretto a salvare il poco da salvare, e poi sorpreso dalla ripresa. E’ sempre la finanza a dettare le regole: prima quella privata e fallimentare dei Lehman Brothers a seguire, ora quella della Federal Reserve e della BCE. Può più Draghi per il rilancio dell’occupazione che ore di marce sindacali e picchetti davanti alle fabbriche. Il sindacato dovrebbe “finanziarizzarsi”? Una quotazione nella City o alla Borsa di Zurigo?

Passare dai massimi interrogativi (chi siamo? dove andiamo?) alle vicende di casa nostra è sempre arduo ma ha un certo senso comune. La CGIL – Esteri si conferma prima sigla a Roma nelle elezioni RSU. All’estero sta ben messa anche se divide la rappresentanza col sindacato degli impiegati a contratto. Facile per quest’ultimo vincere: promette molto e a tutti, salvo poi lasciare ad altri (a chi?) l’improbabile mantenimento delle promesse. La CGIL Esteri non promette, cerca di fare.

Stiamo però in un deficit di rappresentanza. La nostra base elettorale, le vecchie qualifiche funzionali, stanno diventando vecchie in senso anagrafico, fra poco saranno ridotte al lumicino. I giovani entrati sono tutti, o quasi, impiegati a contratto (soltanto all’estero) e diplomatici. Gli uni e gli altri guardano altrove: ai sindacati di categoria, per loro natura autonomi, oppure al non schierarsi. Il senso dell’aggregazione sociale latita. Manca la prospettiva finalistica dello stare insieme, quella che dava corpo all’ambizione della CGIL di farsi interprete di interessi generali. Cambia il quadro sociale, deve cambiare il quadro sindacale. Altrimenti restiamo al palo. Ad amministrare un patrimonio in rapido dissolvimento.

TAG rsu sindacato farnesina

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Di Il Cosmopolita il 18/03/2015 alle 14:36 | Non ci sono commenti

09/03/2015

La Farnesina e il neo-conservatorismo.

Il conservatorismo va sempre di moda alla Farnesina, quali che siano il Governo e il Ministro in carica. Anzi: il tasso di conservatorismo aumenta con i responsabili democratici perché alla loro ombra può manifestarsi impunemente senza il timore di essere tacciato per quello che è. Basta che si presenti in veste modernista e riformatrice. E del resto in Italia chi può non dirsi riformista? Qualche luogo comune sul primato dell’utenza, sulla diplomazia per la crescita, sull’invarianza dei servizi, sulle sfide della globalizzazione. Affermazioni che hanno il pregio di gettare fumo sulla realtà che è decisamente meno rosea. Sotto al fumo, a differenza che nel proverbio, non cuoce alcun arrosto perché questo è stato già spolpato.

Un centro studi bruxellese (ne dà notizia Il foglio) decreta che fra gli stati membri l’Italia ha una politica estera poco visibile e poco incisiva, mentre svetta decisamente la Germania. Pare che dopo la breve parentesi Bonino il declino si accentui malgrado che abbiamo ceduto un Ministro all’Unione europea in funzione di Alto Rappresentante. All’Italia lo studio bruxellese addebita l’infilarsi negli interstizi: una pratica tipica già nell’era democristiana, che non cesseremo di rimpiangere noi che pure l’avevamo avversata, quando si valeva della politica dei due forni. Euro-occidentali quanto bastava ma attenti a coltivare certi interessi nazionali che ci portavano fra le braccia di arabi e sovietici.

Ora non si capisce granché di dove andiamo a parare. Sulla Palestina il Parlamento ha accolto due mozioni che, si dice, si completerebbero a vicenda. Una vuole il riconoscimento dello Stato e l’altra chiede di promuoverlo. Promuovere presso chi? La duplice mozione è stata apprezzata da Israele e meno apprezzata dalla Palestina. Le missioni a Teheran e Mosca dovrebbero ritagliarci il solito spazio di mediazione. Il Primo Ministro d’Israele se ne cura talmente poco che davanti al Congresso americano mette in guardia rispetto a qualsiasi appeasement nei confronti dell’Iran. L’Iran, peggio se nuclearizzato, è una minaccia: nessuno in Occidente si illuda di usarlo come comune nemico dell’ISIS. Amos Oz, coraggioso militare oltre che grande scrittore, adopera parole adamantine sulla necessità di avere in Medio Oriente due stati e due popoli. Solo che il suo articolo esce sul Corriere della sera il 5 marzo, troppo tardi per essere letto e meditato dai nostri parlamentari.

Ripetiamo ormai stancamente quanto Il cosmopolita sostiene da tempo. La politica estera ha bisogno di analisi di base, come la ricerca applicata necessita della ricerca di base. Se disinvesti in ricerca, nel nostro caso in politica estera, ottieni risultati miseri. La Farnesina non è il solo centro di elaborazione e gestione della politica estera. Verrebbe da dire: per fortuna. E’ pur tuttavia il centro istituzionale della stessa prima che venga totalmente privatizzata. Le cifre del bilancio, sempre più grame, producono analisi altrettanto grame all’interno e all’esterno (basti pensare ai tagli ai nostrani think tank). La gestione è affidata ad un nucleo di funzionari che si guardano dai colleghi che abbiano un qualche guizzo di originalità. I primi procedono in carriera, gli altri stanno al palo. Ciò che importa è l’attivismo fine a se stesso, la vana disponibilità H24. Il diplomatichese, questo linguaggio per iniziati, ne è la lessicale conseguenza.

Se è lecito un riferimento agli affari minori ma non meno significativi: le elezioni al Circolo Esteri riflettono quanto vale per il corpo della Farnesina. L’assetto precedente è tutto o quasi confermato. Prevale il principio di continuità, non importa che la fuga degli iscritti lascerà il Circolo ai soli dirigenti. Conservare occorre.

TAG farnesina

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Di Il Cosmopolita il 09/03/2015 alle 13:39 | C'e' un commento

09/03/2015

Morti per denutrizione

Francesca Morelli

In Argentina le smentite sulla denutrizione della popolazione infantile nel nord del Paese non tardano ad arrivare, dopo la morte di sette bambini in pochi mesi; “continuare a cercare i colpevoli significa non capire il problema”, così si è espresso il responsabile della prima infanzia della regione di Salta.

La dichiarazione è avvenuta a seguito dell’imputazione di morte per denutrizione al capo di Gabinetto nazionale e ai ministri dello Sviluppo Sociale e Salute, per la morte di un bambino Qom di sette anni. Cercare i colpevoli secondo il funzionario “salteño” significa voler continuare ad ignorare una realtà oramai storica, che deve essere affrontata collegialmente nel Paese. Abeleira ha smentito che nella regione di Salta ci sia una crisi nutrizionale, nonostante le morti per denutrizione degli ultimi mesi e il deficit alimentare che affetta 1900 bambini sotto i cinque anni. “I valori su cui discutono i media sono quelli degli anni precedenti”, egli ha aggiunto, con un tasso di mortalità infantile del 13,9 per mille.

Anche se il funzionario Abeleira ha più volte sottolineato nella sua dichiarazione che la situazione nella regione è costantemente monitorata, gli agenti sanitari di un piccolo paese, Pichanal, descrivono una realtà ben diversa da quella che le autorità locali si affannano a smentire. Al mattino presto, l’ospedale pubblico del paese è silenziosissimo. In una stanza attigua agli ambulatori, gli agenti sanitari con una camicetta celeste preparano l’equipaggiamento che, come ogni mattina, li porterà con i loro zaini e gli strumenti medici di base a visitare le famiglie che vivono nelle comunità indigene, lontane da Pichanal. Con loro l’ospedale esce per strada e la morte di un bambino è un grave fallimento. Il servizio di Atención Primaria en Salud (APS) è nato trentotto anni orsono, come programma di salute rurale. Negli anni è andato crescendo e si è adattato ai cambiamenti di un popolo di contadini specializzato nella coltivazione di frutta e verdura. Oggi sono 42 gli agenti sanitari che assistono 6243 famiglie al mese. Jorgelina Amun dietologa dell’APS ha esposto in un’intervista rilasciata a un quotidiano locale quali sono i problemi nutrizionali che affettano la popolazione, “ scarso consumo di verdura , varie difficoltà nell’abbinamento degli alimenti e poche nozioni sull’importanza dell’allattamento al seno. Le mamme hanno molta più fiducia nel latte in polvere che credono migliore. Il nostro compito è riuscire a modificare queste abitudini, installate da generazioni in queste famiglie “ella conclude. La popolazione di Pichana è passata da 10.000 abitanti del 1991 a circa 32.000 nel 2014. ” Il paese è ubicato al nordest di Salta e da provincia produttrice di arance, limoni, cetrioli zucchine e legumi è passata ad essere un ottimo terreno per la canna da zucchero e la soia, che utilizzando mezzi meccanici per la semina e la raccolta, hanno lasciato fuori dal sistema di coltivazione i contadini Wichi e gli Aba Guaranì.

Daniela una giovane donna di 22 anni, semianalfabeta e disoccupata ha perso recentemente il suo Martin, il terzo dei suoi figli, di otto mesi con chiari segni di denutrizione. Racconta all’intervistatore la sua storia di violenza domestica da parte del marito e di fame. “A volte io e i bambini mangiavamo tutti i giorni, quando mio marito mi dava un po’ di soldi, altre volte saltavamo il pasto e mi arrangiavo con la sacca di alimenti che il governo dà a fine mese, un pacco di riso, uno di pasta, due confezioni di latte in polvere e una bottiglia di olio”.

Le morti per denutrizione a Salta e l’occultamento di alcuni casi hanno generato la reazione della chiesa. Il presidente della Pastoral Social monsignor Jorge Lozano ha affermato che “esistono situazioni di denutrizione infantile in vari posti del Paese che ci mostrano una realtà molto dura”, contraddicendo quanto detto più volte dal capo di Gabinetto Jorge Capitanich, secondo cui le recenti morti dei bambini sono da considerarsi solamente casi isolati.

 

 

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Di Il Cosmopolita il 09/03/2015 alle 13:33 | Non ci sono commenti

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