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Post di novembre

26/11/2015

In memoria di Valeria.

L’abitudine solo italiana di chiamare per nome le persone che finiscono in cronaca vuole mostrare una familiarità da cui rifuggiamo nei rapporti formali.

Seguiamo l’abitudine nei confronti di Valeria e della Famiglia, accostandoci a loro con la stessa sobrietà con cui la Famiglia si è accostata alla cronaca. Travolta da un infame destino che ha fatto di Valeria una vittima suo malgrado del terrorismo, la Famiglia reagisce laicamente. E con lei reagisce Venezia, la sola città al mondo che può mettere in scena una cerimonia funebre di quella fatta. La gondola bardata a lutto con la bara coperta di fiori bianchi, i gondolieri a prua e poppa vestiti di bianco con le sottane viola, il drappo nero a lambire l’acqua. Il silenzio dei vaporetti produce il massimo contrasto fra il normale vociare delle calli e la compostezza dell’insieme. Canaletto ne darebbe una riproduzione magistrale.

La laicità è il messaggio che viene dalla cerimonia. Il messaggio è scandito a voce normale, a marcare che nella laicità dello stato, la pubblica virtù che la Francia insegna, sta il punto di equilibrio all’interno di società difficili, esposte come sono alle tensioni del mettere insieme chi insieme probabilmente non vorrebbe stare.

Venezia si riscopre modello. Inventò la diplomazia per tenere i mari d’Oriente. Ora all’Oriente propone la laicità.

 

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Di Il Cosmopolita il 26/11/2015 alle 13:58 | Non ci sono commenti

26/11/2015

Neonati abbandonati

Francesca Morelli

A Bueno Aires fino ad oggi sono stati abbandonati 19 bambini, nel 2014 sono stati 28. Nella maggior parte dei casi l’abbandono avviene negli ospedali, rari sono i piccoli lasciati per strada Nei nosocomi intervengono i giudici prima dell’allontanamento delle madri, per cercare di coinvolgerle psicologicamente ad entrare in programmi di contenimento e di aiuti economici. Dei 133 bambini abbandonati nelle regioni, 77 sono stati affidati a case famiglia, gli altri sono stati affidati a un familiare. La legge prevede 30 giorni +30 per cercare d’incontrare una persona in grado di dare informazioni sulla famiglia o sulla ragazza madre che non abbia voluto tenere con sè il neonato.

I piccoli lasciati per strada ricevono centinaia di richieste di adozione e il procedimento legale entrato in vigore con il nuovo Codice Civile ha semplificato le procedure ma è sempre necessario attendere l’esito del procedimento legale, che automaticamente si mette in moto. I banbini per i quali non è necessario nessun procedimento sono casi più semplici sempre in considerazione del fatto che nove persone su dieci - afferma
Gustavo Herrero - avvocato e responsabile del Registro Unico de Aspirantes a Guarda con Fines Adoptivos DNRUA - desiderano adottare bimbi in età compresa da 0 a 2 anni e che solamente uno su cento accetta un piccolo che abbia più di 10 anni.

L’idea che lo Stato non dia in adozione i bambini è falsa , in realtà sono i richiedenti che pongono condizioni molto rigide rispetto alle creature affette da qualche malattia o che abbiano altri fratelli” aggiunge Herrero, che sottolinea come grazie all’istituzione del registro unico i candidati non devono più rivolgersi alle diverse regioni e iniziare la pratica completamente daccapo.

Ci sono 10.000 minori in attesa di adozione e 7100 richiedenti iscritti sostiene
Herrero e finora tutte le regioni hanno fornito i dati richiesti tranne Catamarca. La maggior parte delle persone consultate sostengono che grazie alla modifica della legge, sono stati fatti grandi passi in avanti ma che se ne potrebbe fare di più, creando ad esempio un registro unico dei minori, in situazione di adottabilità e che la legislazione sull’interruzione volontaria di gravidanza venga rivista e corretta.


Un bambino adottabile chiede una famiglia senza sapere di che si tratti perché una famiglia non l’ha mai avuta.; ma l’adulto non dovrebbe adottare un bimbo per rimpiazzare quello che non ha potuto avere in termini ideali " continua
Herrero , “ noi lavoriamo per trovare una famiglia ai bambini e non il contrario”.


Un’aiuola nel quartiere
Palermo a Buenos Aires e un cestino della spazzatura nella città di La Plata sono state le culle di Matilda e Joaquin. I neonati hanno sofferto il freddo, sono stati esposti alle intemperie e devono la loro vita alle persone che li hanno trovati, salvandoli. Sono stati gli ultimi casi di cui si è parlato pubblicamente- L’auspicio conclude Herrero è che il nostro lavoro contribuisca a far cessare una triste realtà argentina, l’abbandono di un bambino ogni cinque giorni.

TAG bambini adozione

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Di Il Cosmopolita il 26/11/2015 alle 13:56 | Non ci sono commenti

15/11/2015

Il DAESH a Parigi.

DAESH sta per al-Dawla al- Islamiyya fi Iraq wa l-Sham, stato islamico di Iraq e Siria, il Califfato, il nemico giurato d’Occidente, che rivendica la strage di Parigi e altri attentati. La corrente di pensiero cui s’ispirano i movimenti integralisti sostiene di fondare l’azione sull’insegnamento della giurisprudenza sunnita per proporre una lettura radicale, jihadista, della scrittura. La corrente di pensiero divide il mondo in terra dell’Islàm e terra della Guerra. Nella terra dell’Islàm vige il diritto di praticare le regole islamiche e il culto dell’Islàm esibendone i simboli. La terra della Guerra rientra fra le aree strappate all’Islàm e che l’Islàm deve riconquistare. I movimenti jihadisti seguono un dovere religioso nel praticare un Islàm espansionista e aggressivo, specie se l’Islàm è minacciato dagli “empi” persino nella sua terra di elezione, quel Califfato che essi stanno costruendo fra Iraq e Siria. Rinunciare al Califfato, non difenderne la sopravvivenza all’interno ed all’esterno delle sue ancora provvisorie frontiere, significa venire meno a quel dovere.

Inquadrato in questi termini il caso francese, che non differisce molto dal caso russo per l’attentato all’aereo in volo sul Sinai, vi sono pochi margini di manovra riguardo all’ondata che investe l’Occidente. E qui, per comodità d’esposizione, consideriamo Occidente anche l’Oriente europeo. La diplomazia deve lasciare il passo alle forze di sicurezza, nelle punte arretrate e domestiche della polizia e nelle punte esterne delle forze armate impegnate nei teatri di guerra. Bisogna accettare che di guerra si tratta, sia pure di guerra ibrida o asimmetrica come pure la si definisce nella dottrina politologica. Guerra ibrida perché i nemici non si combattono alla stessa stregua sul campo di battaglia, ma adoprano mezzi impropri, ibridi appunto, per colpire l’avversario non frontalmente ma nelle retrovie. Scegliere il campo da gioco meno propizio all’altra parte: giocare fuori casa dove l’altro meno si aspetta la tua risposta o dove, pur aspettandola, è nella pratica impossibilità di prevenire tutto e sorvegliare tutto. Dice bene il Viminale che non esiste la sicurezza assoluta. Dicono bene i servizi che non esiste la prevenzione assoluta. Sicurezza e prevenzione possono e devono migliorare, specie in prossimità dei grandi eventi, ma neppure militarizzando le città – e nessuno lo vuole – si avrebbe il rischio zero. L’attacco è imprevedibile e trova nell’imprevedibilità la massima efficacia. Specie se, come nel caso di Parigi, è condotto da persone votate al martirio, che non hanno neppure la remora di cercare una via di fuga, un piano B nel caso che il piano A vada storto.

Un’operazione verità è opportuna con l’opinione pubblica: il chiarimento che alcuni potenziali terroristi abitano alla porta accanto, probabilmente in quartieri poveri come il Comune di Molenbeek a Bruxelles. Spesso se non sempre sono concittadini con una vita apparentemente ordinaria. Common people che coltiva sentimenti di ripulsa se non di odio per la società che li ha accolti e che rifiuta d’integrarli. Essi sono uguali quanto alla posizione giuridica e irriducibilmente diversi quanto al credo comune.

Un’operazione verità è pure opportuna riguardo all’afflusso dei profughi. Resta da provare che uno degli attentatori sia arrivato in Francia via Grecia e Macedonia e poi chissà da dove. L’afflusso di profughi, nella misura di migliaia al giorno con la Germania al primo posto, è fenomeno di difficile gestione per chiunque. Non bastano gli appelli umanitari né le risorse messe a disposizione di chi accoglie per venirne a capo con efficienza. I buchi nelle maglie dei controlli sono fatali quando la pressione è alta. Che fra i profughi vi siano i combattenti di ritorno o anche i nuovi combattenti, è ipotesi ampiamente considerata dai servizi di sicurezza. Se l’ipotesi trova riscontro dalle indagini, getta una luce sinistra sulle politiche di accoglienza e sulle misure  messe in piedi anche nel Vertice di Malta. L’ondata di destra che pervade il continente europeo troverebbe alimento da queste scoperte. La campagna elettorale permanente in cui vive l’Europa – oggi qua e domani là – avrebbe l’argomento prioritario: le minacce esterne alla sicurezza europea.

A guardare nel medio periodo, la risposta europea non può che essere europea. Sembra paradossale pronunciarsi per “più Europa” quando il Regno Unito vuole negoziare “meno Europa” per non allontanarsi definitivamente. Ebbene, “più Europa” significa in questa fase di alto rischio considerare che le ventotto politiche nazionali di sicurezza e difesa non reggono più all’urto dei fatti. Se ne accorge lo European Political Strategy Centre, il centro di studi strategici interno all’UE. Malgrado i tagli ai bilanci della difesa, l’Europa nel suo insieme spende per la sicurezza una cifra considerevole che la pone dietro agli Stati Uniti. Si può affermare che il suo contributo alla sicurezza mondiale sia secondo a quello americano?

Domande più che risposte vengono dai fatti di Parigi, per i quali non bastano le parole di cordoglio.

TAG isis califfato daesh parigi ue terrorismo europoa

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Di Il Cosmopolita il 15/11/2015 alle 21:50 | Non ci sono commenti

15/11/2015

Helmut Schmidt e la socialdemocrazia europea

La scomparsa di Helmut Schmidt stimola riflessioni sul ruolo suo e della socialdemocrazia tedesca nella costruzione d’Europa. Lo spunto di base è il suo europeismo poco romantico e assai pragmatico, secondo una cifra che gli era abituale e lo rendeva meno attraente, specie agli occhi della sinistra – sinistra, del predecessore Willi Brandt. E non solo perché Brandt aveva avuto il Nobel per la pace per essersi inginocchiato nel Ghetto di Varsavia.

Schmidt aveva il torto, per buona parte della sinistra italiana, di aver istallato sistemi d’arma di fattura americana (gli euromissili) per contrastare i missili che l’Unione Sovietica teneva puntati contro l’Europa avendo come primo bersaglio la Germania Ovest. Schmidt non si allineava al generico pacifismo della sinistra italiana ed europea preferendo reagire in maniera forte alla prova di muscoli di Mosca. Anni dopo Schmidt esternò il sospetto che l’URSS in realtà voleva dividere la sicurezza europea dall’americana per rendere di fatto l’Europa imbelle e, appunto, genericamente pacifista.

Con Valéry Giscard d’Estaing, Presidente di Francia, e Roy Jenkins, Presidente della Commissione, lanciò il Sistema Monetario Europeo, il meccanismo di cambi fissi fra le valute europee che, a termine, avrebbe dovuto portare alla moneta unica. L’Ecu (european currency unit) ne era la derivazione, ma si trattava di una valuta virtuale e non cartacea che definiva il bilancio comunitario e andava convertita nelle valute nazionali. L’Euro sarà creatura di una stagione successiva. Stagione che Schmidt rivendicò in parte a merito suo e degli altri promotori dello SME.

Anche nel caso del serpente monetario, come pure lo SME si chiamava per la sua forma tortuosa, la posizione della sinistra italiana fu ondivaga. Una certa corrente di pensiero lo avversava. I cambi fissi diminuivano il margine di flessibilità della Banca d’Italia e la possibilità di operare al ribasso per favorire le esportazioni. Poco importava che i cambi fluttuanti avevano come conseguenza un alto tasso d’inflazione. La decisione di Roma di entrare nello SME, sia pure collocando la lira nella fascia larga di fluttuazione, fu sofferta e contrastata. Fu un altro caso (come nel 1951 e nel 1957) in cui la diplomazia italiana si adoprò a sposare la causa europea con una motivazione che apparve subito ineccepibile: stare fuori dallo SME significa rinunziare al plotone di testa e confinarsi nelle retrovie, una posizione inadatta ad uno stato membro fondatore. Non diverso fu l’atteggiamento della diplomazia quando si trattò di entrare nella prima ondata dell’Euro.

Schmidt dunque ci mette di fronte alla nostra coscienza, ci spinge a guardarci allo specchio. La socialdemocrazia tedesca dopo Bad Godesberg fu indicata a sinistra come lontana dai “veri” valori del socialismo. Anzi, maggiore era il suo pragmatismo in economia e in politica estera e maggiore era il  richiamo di altri ai “veri” valori. La terza via che qualcuno invocava, il porsi a metà strada fra capitalismo e comunismo, sembrava, e probabilmente era, la nowhere island di Peter Pan. 

TAG helmut schmidt ue solcialdemocrazia europa

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Di Il Cosmopolita il 15/11/2015 alle 21:47 | Non ci sono commenti

12/11/2015

Helmut Schmidt.

Se n’è andato a 96 anni Helmut Schmidt. Difficile da credere che un uomo di tale statura subisca le leggi della natura. Ha continuato a rilasciare interviste fino a poco tempo fa. La sua lucidità era impressionante. La sua attenzione spaziava con inesauribile lucidità sui temi a lui tradizionalmente cari. E che dovrebbero essere cari agli Europei di allora e di oggi. La forza d’Europa è la sola garanzia per renderci di nuovo scrittori della storia e non spettatori degli eventi altrui. Questo era in sintesi il messaggio che lanciava anzitutto ai concittadini. Avvertiva i Tedeschi che quanto essi decidevano non era cucina interna, era cucina europea, e come tale andava condivisa con i partner.

All’origine del Sistema Monetario Europeo, da cui l’Ecu e l’Euro, assieme a Valéry Giscard d’Estaing e Roy Jenkins (un francese e un britannico), Schmidt aveva segnato la storia europea prima dell’unificazione tedesca. Si era ritirato dalla politica attiva per coltivare l’altro suo interesse: la musica classica. Da ascoltare la sua incisione di Johann Sebastian Bach – KlavierKonzerte Piano Concertos BWV 1060. In memoria di Helmut.

TAG europo helmut schmidt ue

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Di Il Cosmopolita il 12/11/2015 alle 16:24 | Non ci sono commenti

12/11/2015

La nipote n.117

Francesca Morelli


Claudia ha recuperato da un anno la sua vera identità. Le nonne di Plaza de Mayo esultano e con loro tutta l’Argentina. In una conferenza stampa ha confermato di essere la nipote di Maria Dominguez e ha raccontato il percorso seguito per arrivare alla verità, aiutata anche dai suoi genitori adottivi che, da sempre, le hanno detto di non essere la loro figlia biologica. E’ figlia di mendozini scomparsi e solamente lo scorso luglio le fu comunicato di essere nata da una madre sequestrata. A gennaio ha comunicato ai suoi genitori adottivi di voler continuare quello che aveva già iniziato; si è messa in contatto con una persona del CONADI – Comision Nacional Por el derecho a la identidad, persona che l’ha seguita durante le varie fasi del procedimento. Si è fatta le analisi al Banco de datos Geneticos a Mendoza, dove le hanno detto che i risultati si sarebbero saputi al massimo dopo tre mesi.

Claudia è una giovane donna di trentasette anni madre di tre figli coraggiosa e pragmatica. Quando il test del DNA è risultato positivo e che quindi la certezza di essere figlia di
desaparecidos si è palesemente manifestata, Claudia ha provato un forte shock. Per un certo lasso di tempo ella racconta “ non sapevo cosa pensare né cosa fare, solamente con l’aiuto di mio marito sono riuscita lentamente a processare la nuova realtà”. “I primi interrogativi che mi sono posta” - ella continua – “ fu pensare a ciò che accadde tra me e i miei padri bilogici”. Dopo aver parlato con i suoi genitori adottivi Claudia mise a fuoco che le nonne di Plaza de Mayo la continuavano a cercare e che non poteva perdere più tempo senza incontrarle.

Nella conferenza stampa che ha indetto subito dopo la certezza delle sue origini, ha usato parole di elogio per la vita meravigliosa che i genitori adottivi le hanno offerto che le hanno permesso di essere la persona che attualmente è oggi. La sua principale paura era il rapporto con i media e la conferenza stampa era una maniera per calmare la sua ansia. Claudia era la figlia biologica di
Walter Hernán Domínguez y Gladys Cristina Castro, militanti del Partito Comunista Marxista Leninista (PCML), rispettivamente autista di autobus e impiegata di una panetteria che furono sequestrati il 9 dicembre del 1977 nella casa dove abitavano a Godoy Cruz, Mendoza. E’ la nipote di Maria Dominguez, presidente delle Madri della provincia di Mendoza e importante attivista per il riconoscimento dei diritti umani.
Sembrerebbe che Claudia abbia una forte somiglianza con i suoi genitori di cui al principio non si era resa conto attraverso le foto mostratele. Sicuramente è certa di amare le stesse cose amate dai suoi genitori, come dipingere e suonare la chitarrà.

Le nonne di Plaza de Mayo sostengono che esistono ancora 400 figli di desaparecidos rubati dai repressori o persone similari durante l’ultima dittatura che, a tutt’oggi, non conoscono la loro vera origine familiare ma che loro sperano di poter riabbracciare.

ARCHIVIATO IN Succede a...

Di Il Cosmopolita il 12/11/2015 alle 16:22 | Non ci sono commenti

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