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Post di dicembre

15/12/2016

In memoria di Alessandro Levi Sandri.

Con Alessandro Levi Sandri se ne va un altro compagno di strada della CGIL – Esteri. Aderì al Sindacato appena ammesso alla carriera diplomatica, alla fine degli anni settanta, quando molti funzionari si spostavano a sinistra in omaggio a quella che per alcuni sarebbe stata una moda passeggera. Presto costoro appresero che la progressione in carriera era pressoché incompatibile con la militanza sindacale. E il paradosso vuole che fosse più difficile con Ministri e Governi amici che con Ministri e Governi politicamente distanti.

Alessandro fu tra i pochi a tenere dritta la barra ed a restare sempre con noi. E non perché amasse essere discriminato, ma solo per una questione di coerenza del passato suo e della famiglia. La tradizione antifascista era forte ed egli ne era il leale erede. La sua carriera è stata intensa e non fortunatissima, come appunto si addice a chi come lui non si allinea facilmente al pensiero dominante. Alessandro di tanto in tanto la voce la alzava e questo lo rendeva, nell’opinione più benevola, un originale. Di certo un originale lo era: per tempra ideale e senso dell’ironia. Ci mancheranno le sue battute. Come mancherà il suo contributo alla CGIL ed al Cosmopolita.

ARCHIVIATO IN Editoriali

Di Il Cosmopolita il 15/12/2016 alle 22:04 | Non ci sono commenti

09/12/2016

Farnesina 7 dicembre

Ferve in questi giorni l’opera degli spegnitori del falò democratico accesosi nel fatidico 4 dicembre della caduta del giovane Renzi. Eppure in quest’azione meritoria e obbligata non figura alcun tema di sostanza eccezion fatta per il totem della cosiddetta “Legge di stabilità…” (= bilancio). Di temi concreti per il Paese manco una parola e – men che meno – sulla politica internazionale.  Materia non solo ritenuta secondaria ma per di più riservata a un inesistente – ma reale – “Cabinet du Roi” e, dunque, sottratta allo scrutinio democratico e d’opinione.In breve, non è che il Paese non abbia una sua politica estera, è che sempre più viene sottratta agli occhi “innocenti” del Parlamento e dell’opinione pubblica.  Perché?

Eppure in uno dei dibattiti fiume televisivi sul referendum “renziano” almeno una voce si era levata (l’economista professor Giulio Sapelli) – senza essere contrastata da alcuno dei presenti – per richiamare l’attenzione sul fatto che,  nel vuoto pneumatico dell’era renziana, la politica internazionale dell’Italia era profondamente mutata. Senza dirlo… anzi cercando di distogliere la già scarsa eco nel dibattito nazionale. Il capo della diplomazia italiana – il già ottimo Paolo Gentiloni – sembrava molto occupato tra incontri ad alto livello (Kerry, Lavrov) e la solita routine delle gite all’aeroporto di Ciampino ad accogliere i vivi e i morti: ovvero la routine della celebrata Unità di crisi. A questo era ridotta (apparentemente) la diplomazia italiana. Salvo che, come ha forse ingenuamente notato il prof. Sapelli, nella pluralista (o disattenta…) televisione di Stato sotto il regno renziano vari spostamenti “epocali” sono stati finalizzati.


Archiviata senza fatica la diplomazia dei contenuti (es.: multilateralismo versus bilateralismo) la prediletta geopolitica era tornata a dominare la scena… Per di più finalizzando una revisione di 180 gradi per quanto concerne il Vicino Oriente. Cioè il nostro focolaio “domestico” di instabilità.  Nota Sapelli con qualche semplificazione: eravamo filo-arabi ed ora siamo filo-israeliani. Anzi – diremmo noi – filo-Netanhyau. E, dunque, perfino ante-marcia “Trumpiani”. Gli indizi c’erano già tutti: la nota ”venerazione” renziana per il Rabbino di Firenze, la scelta dell’israeliano-statunitense Yotmar Gutgeld (già trasformato dal preveggente Bersani con un colpo di bacchetta magica in cittadino italiano e parlamentare della Repubblica… voilà…) come potente suggeritore degli 80 euro elargiti per lubrificare il consenso… Eccetera, eccetera.

La logica “compradora” per cui un funzionario internazionale McKinsey viene travestito da italico patriota era sfuggita ai più, ma marcava da subito il “patriottismo” renziano.  Italia si’, ma come colonia modello di una globalizzazione a senso unico.  E, del resto, con uno sponsor come Sergio Marchionne che c’era da aspettarsi?  E sarebbe questa la “nuova” Italia?   E allora perché non reclutare come Ambasciatore a Washington il simpatico (per davvero) Lapo Elkann.   Probabilmente piacerebbe a Trump e lo distoglierebbe dalle provocazioni alla Cina… Il resto – più che a Gentiloni – veniva affidato al cerchio magico insediatosi a Palazzo Chigi oppure – in minima parte – ai tronfi soliloqui della Ministrona  della guerra.

E, così, all’indomani della telefonata di solidarietà di Nethanyiu al povero Renzi, eccoci al momento zero del nostro “che fare” internazionale. Di più meno male che ci sono Papa Francesco e il suo Segretario di Stato Parolin che non solo conoscono il mondo ma – per quanto possibile – cercano di tenerci fuori dai guai.  O almeno - come stupidamente si ripete – tengono l’Italia (e il Vaticano) in una qualche “sicurezza”.

Ma sia detto per inciso e in attesa che anche a Roma capiscano che si è aperto uno scontro globale per ammazzare definitivamente il multilateralismo e la sovranazionalità concertata, non è che la questione irrisolta della nostra politica internazionale si ferma qui. Un solo esempio: il funesto – e vergognoso – caso Regeni non potrà essere circoscritto all’infinito al minuetto Roma/Cairo aperto dalla fuga dall’Egitto della (ex) Ministra Guidi e dalla vergognosa intervista “ad audiendum” del neo Direttore di Repubblica Calabresi al dittatore Al Sisi al Cairo e neppure dal premio di “consolazione” conferito con la Rappresentanza a Bruxelles all’ex Ambasciatore al Cairo – tal Massari – “stanco” di sabbie… e asseritamente (sempre secondo i turiferari di Repubblica) bisognoso del fresco umido bruxellese. Dopo i “successi” dell’Accordo ENI e del (non) salvataggio Regeni.

Ma d’altro canto potrebbe essere un errore – di questi tempi – assimilare tutti gli Italiani ai poveri genitori di Giulio.  A noi la “navetta cooperativa” Roma/Cairo non fa né caldo né freddo.  Anzi ci pare la prova provata dell’inconsistenza della diplomazia italiana.  Di più della sua politica estera. La quale è peraltro ormai del tutto “domestica” (come impatto e conseguenze) e non solo per la troppo celebrata opzione europea. E difficilmente vertici e celebrazioni di calendario potranno surrogare un’inconsistenza mascherata con cene di gruppo alla Casa Bianca e – finti – “incontri” romani. Affidati più che a diplomatici in pubblico servizio a volenterosi “tour operators” e “media consultants”.

Infine: anche qui i nodi dell’ipertrofico verbalismo renziano verranno al pettine.  Ne tengano conto i suoi successori e il capo (vecchio o nuovo) della Farnesina.

ARCHIVIATO IN Editoriali

Di Il Cosmopolita il 09/12/2016 alle 08:18 | Non ci sono commenti

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