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21/01/2016

l MAECI e la riforma

Il quattro Gennaio scorso è scattato il “D-Day” della Riforma della cooperazione in ottemperanza della legge 125/14. L’urgenza, motivata dalla necessità di mantenere i tempi tecnici definiti dal legislatore, ha fatto sì che la prevista partizione del precedente assetto, realizzata in modo così immediato, creasse una serie disagi al personale di vario ordine e grado della nuova agenzia AICS (Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo) e della DGCS. Peccato invece, che la stessa urgenza non sia stata considerata un impegno prioritario del Governo cui spetta la responsabilità politica di nominare il Vice Ministro, perno di tutto il nuovo sistema di cooperazione. La sedia è vacante da sette mesi e nomi e tempi della nomina sono ancora avvolti nella nebbia, nonostante la pressante richiesta avanzata dai sindacati al Presidente del Consiglio.

Il guaio è che l’attivazione della legge di riforma coincide con l’avvio a livello internazionale del nuovo “scenario” stabilito nell’Assemblea Generale dell’ONU di settembre 2015. Le prime scadenze in sede UE e multilaterale richiederebbero dunque, una presenza autorevole e assidua dell'Italia ai tavoli in cui si discute. Considerando le criticità dell’attuale fase politica, solo un Vice Ministro incaricato potrebbe garantire una risposta adeguata e anche costituire il punto di equilibrio tra le varie componenti del sistema di cooperazione italiano in via di formazione. C’è da augurarsi dunque, che l’Esecutivo si renda conto al più presto dell’urgenza della nomina.

La nascita dell’AICS, una delle novità del nuovo sistema di cooperazione, richiede infatti, il riposizionamento del MAECI, ma soprattutto della DGCS poiché la legge, pur lasciando numerosi compiti alla Direzione ha affidato a una serie di complicati atti giuridici, ad esempio le Convenzioni, il finanziamento di funzioni vitali per l’intero sistema: programmazione, policy, valutazione, emergenza, rappresentanza in sede UE,OCSE/DAC e multilaterale. Il compito della DGCS è quindi cruciale sin dai primi momenti di attuazione della legge, soprattutto nel riuscire a dare sostanza al nuovo nome del Ministero che da Affari Esteri è passato a quello di Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale. Una sfida ambiziosa e complicata che non può esaurirsi nel tempestivo cambio delle Targhe e dei Loghi in atto già da un anno, ma che costituisce l’altra vera novità della legge, voluta soprattutto dalla società civile: fare in modo che la cooperazione internazionale non sia solo uno strumento, ma una componente sostanziale per l’identificazione del ruolo dell’Italia nel mondo.
 

La difficile fase globale e regionale che stiamo attraversando lo richiede in modo tassativo. La geografia della disuguaglianza tra Nord e Sud del mondo è cambiata velocemente nell’ultimo decennio e non riguarda solo la “crescita” economica o l’acquisizione di tecnologia, ma lo sviluppo di “sistemi” di governo in cui le discriminazioni e le violenze siano ridotte in modo da ampliare le opportunità a disposizione dei singoli e vi sia una più equa ripartizione delle risorse tra paesi e all’interno di ciascun paese. D’altro canto quanto sia necessario “trasformare il nostro mondo”, come dichiara il titolo dell’Agenda 2030, lo scopriamo ogni giorno dalle notizie che arrivano sia in Europa che altrove.

L’Italia che per storia e collocazione geografica è sottoposta alle pressioni dei conflitti e delle migrazioni delle sponde africane e medio-orientali deve collocarsi in questo nuovo scenario avvalendosi anche delle molte esperienze di cooperazione con un profilo preciso da far valere in sede Europea e ONU. La nuova cooperazione prevista dalla Riforma implica infatti, la possibilità di ampliare il campo della “geopolitica”, intesa esclusivamente come analisi dei rapporti di forza tra potenze statuali, economiche e finanziarie, attraverso “relazioni” costruite tra contesti economici, sociali in grado di accrescere uguaglianza, partecipazione e produttività sostenibile, secondo i criteri che i documenti recentemente approvati in sede ONU - non solo l’Agenda 2030, ma anche l’Agenda d’Azione di Addis Abeba (AAAA), e Accordi della COP21 di Parigi sulla sostenibilità ambientale - pur con numerose incongruenze e opacità, indicano.
 

Sotto questo profilo l’altra novità introdotta dalla legge 125, ovvero la partecipazione dell’istituzione finanziaria Cassa Depositi e Prestiti per lo sviluppo di meccanismi finanziari innovativi e per il finanziamento agevolato di investitori pubblici, privati e internazionali, dovrebbe costituire un “mezzo” utile per raggiungere lo scopo, ma non un fine. Altrettanto interessanti e significative sono le aperture della legge ai sistemi di partenariato locale, al ruolo dell’università e dei nuovi soggetti capaci di coniugare diritti umani e promozione economica.

Trasformare velocemente queste giacimenti “cognitivi” in ricchezza spendibile nel contesto internazionale con una politica estera che dialoghi a pari livello con i grandi gestori della “governance” mondiale attraverso una cooperazione internazionale non solo efficiente, ma politicamente efficace è un obiettivo per tutto il sistema di cooperazione e un compito nuovo per il Ministero. Occorre, quindi, adeguare il ruolo della DGCS a svolgere le funzioni di indirizzo e di vigilanza su tutto il sistema, attuando velocemente il nuovo Decreto organizzativo previsto dalla Legge 125. Un segnale di buona volontà in questa direzione da parte del MAECI potrebbe facilitare i tempi di piena operatività della legge 125 e mettere in primo piano l’esigenza di coniugare le priorità della cooperazione e della politica estera, disegnando così un nuovo ruolo italiano nel contesto globale.

La legge purtroppo, su questi punti, lascia alcune zone grigie che devono essere ben presto colmate attraverso prassi che da subito evitino sovrapposizioni o conflitti tra strutture.

C’è dunque da augurarsi che le due strutture DGCS e AICS avviino al più presto una collaborazione su questo terreno, mettendo in campo una capacità di analisi e di proposta che consenta, all’interno del Consiglio Nazionale per la Cooperazione allo Sviluppo, di avviare un dialogo costante tra tutti i soggetti del sistema per definire la strategia di intervento e le modalità di attuazione.

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Di Il Cosmopolita il 21/01/2016 alle 21:56 | Non ci sono commenti

29/10/2008

Le prospettive della cooperazione italiana

Secondo la legge 49 del 1987 “La Cooperazione allo Sviluppo è parte integrante della politica estera dell’Italia” e, come tale, è gestita dal Ministero degli Affari Esteri, con un’apposita Direzione Generale. La Cooperazione si basa su valori di pace e di giustizia nei confronti dei più poveri, in antitesi alle idee nazionaliste che hanno portato a tante guerre e dittature ed alle attuali instabilità, arretratezze e malgoverno dei paesi poveri. Questi presupposti sono oggi universalmente condivisi tanto che le Nazioni Unite, nel 2000, si sono impegnate a raggiungere nel 2015 i “Millennium Goals”, obbiettivi minimi di affrancamento dell’umanità dalla miseria, dalle malattie, dalle ingiustizie e dall’ignoranza. I Paesi OCSE hanno concordato, in particolare, di stanziare nei loro bilanci aiuti ai Paesi in Via di Sviluppo di entità crescente, che dovrebbero raggiungere lo 0,51% del PIL, entro il 2010, e lo 0,70 %, entro 2015. Inoltre hanno lanciato una serie di importanti eventi internazionali, come le recenti conferenze di Doha e di Accra, per impegnare i paesi donatori in azioni che aumentino l’efficacia dell’aiuto. L’Italia è purtroppo molto lontana da tali traguardi: gli stanziamenti in bilancio sono stati nel 2008 pari allo 0,2% del PIL e nel 2009 scenderanno allo 0,1% , con una tendenza negli anni prossimi ad una ulteriore diminuzione. Ma ciò che distingue l’Italia dagli altri paesi “ricchi” non è solo la modestia del contributo alla lotta mondiale alla povertà ma soprattutto l’inefficienza e, spesso, la inefficacia della spesa dei pochi fondi disponibili. Da decenni il DAC, organismo dell’OCSE che si occupa del coordinamento degli aiuti, rimprovera all’Italia la mancanza di chiari obiettivi di cooperazione e di programmazione, l’assenza di procedure codificate, la scarsità di personale addetto alla Direzione Generale (numericamente inferiore a quello dell’analoga Agenzia del Lussemburgo), ed il totale disinteresse per qualunque Valutazione ex post degli interventi, necessaria per dar conto al Parlamento ed all’opinione pubblica sul corretto utilizzo dei fondi. Su questo terreno siamo da anni impegnati in un duro confronto con l’Amministrazione per contrastare la deriva verso pratiche affaristiche e clientelari che già all’inizio negli anni ‘90 ha avuto effetti disastrosi sull’immagine della nostra cooperazione. Attualmente le necessità di contenimento della spesa pubblica spingono il Governo italiano a tagli soprattutto sulle voci di bilancio che poco incidono sul consenso interno. Questa miopia politica è la causa del dimezzamento dei fondi per l’aiuto allo sviluppo stanziati per il 2009. Sottolineiamo che la riduzione degli stanziamenti riguarderà non solo gli interventi ma anche le strutture del Ministero dedicate alla cooperazione, facendo perdere qualunque illusione che la scarsità di risorse disponibili possa essere controbilanciata da un aumento dell’efficienza e dell’efficacia della spesa. Per quanto riguarda le iniziative, è probabile che si cercherà di non variare l’impegno nei paesi di interesse strategico-militare, come il Libano, l’Iraq, l’Afghanistan ed il Sudan, per i quali tra l’altro è stata fatta anche una legge apposita (Legge 45/2008), e che verranno invece sacrificate le principali aree di povertà, come quelle dell’Africa e dell’America Latina. E’ probabile, inoltre, che per non perdere peso nei consessi internazionali non si procederà al più volte annunciato ridimensionamento dei contributi alle Organizzazioni Internazionali, pari a circa il 60% del totale degli aiuti, che vengono in gran parte assorbiti dagli elevatissimi costi di funzionamento di questi organismi. Per quanto riguarda la struttura di gestione della cooperazione italiana, il nostro auspicio è che vengano ulteriormente ridotte le spese per consulenti ed enti esterni; è invece probabile che: • i fondi per gli uffici all’estero saranno tagliati in media di circa il 40%, con inevitabili licenziamenti di parte del personale dipendente, italiano e locale, • saranno ancora una volta penalizzati i dipendenti con contratto di diritto privato (esperti art. 12 e 16 L. 49/87) in termini di adeguamenti periodici delle retribuzioni e di progressione professionale • saranno drasticamente ridotte le missioni all’estero, necessarie per l’assistenza tecnica e per i controlli delle iniziative. Tutto questo avrà ripercussioni assai gravi sull’efficienza della struttura e sull’efficacia degli interventi marginalizzando ancora di più l’Italia sullo scenario internazionale.

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Di Il Cosmopolita il 29/10/2008 alle 00:00 | Non ci sono commenti

12/09/2008

La cooperazione sempre più in basso

E’ stato lo stesso Ministro Frattini ad annunciare, nel corso dell’ultima riunione del Comitato Direzionale del 2 settembre scorso, che i fondi del MAE destinati alla cooperazione allo sviluppo verranno pesantemente tagliati e che occorrerà rivedere al ribasso la programmazione – quel minimo di programmazione, quasi esclusivamente finanziaria, che viene fatta – iniziando ad eliminare i progetti di minore entità. In pratica, se le previsioni del Ministero dell’Economia saranno confermate – e non c’è motivo di dubitarne se anche Frattini è già rassegnato a subirle – lo stanziamento per la cooperazione allo sviluppo si ridurrebbe nella Finanziaria 2009 di circa il 60% e scenderebbe quindi attorno allo 0,10% del PIL, invertendo prontamente la tendenza all’aumento che si era faticosamente affermata con il governo Prodi ed allontanandoci sempre più irrimediabilmente dagli impegni solennemente assunti sia a livello europeo che internazionale. Infatti, se già appariva molto problematico giungere ad uno stanziamento pari allo 0,51% del PIL entro il 2010 ed allo 0,70% entro il 2015, ora appare scontato che tali obiettivi non verranno raggiunti. Ma, quel che è più grave, il governo Berlusconi formalizza, in modo incontestabile ed in barba ai proclami fatti in varie sedi internazionali, che la lotta alla povertà e, più in generale, per lo sviluppo dei Paesi più poveri, non è una priorità della sua politica internazionale. Italia quindi fanalino di coda tra i paesi maggiormente industrializzati per quanto riguarda l’aiuto allo sviluppo. Eppure la riconquista di posizioni di leadership e di prestigio è uno dei tasti più battuti dalla propaganda governativa di questi primi mesi. Orbene, ci chiediamo se il prestigio internazionale – quello vero, non quello dei sorrisi e delle pacche sulle spalle nei vertici – cresca di più con le dichiarazioni roboanti circa il ruolo fondamentale assunto dall’Italia nella soluzione delle varie crisi internazionali o con il rispetto degli impegni assunti su una tematica, quale quella della cooperazione allo sviluppo e lotta alla povertà, ormai prepotentemente entrata nell’agenda anche dei governi più conservatori, se non altro per le implicazioni di sicurezza che ne derivano. Se queste sono le premesse, c’è da immaginare che difficilmente riprenderà il suo cammino la riforma della cooperazione, su cui si era raggiunto, nella passata legislatura, un accordo di massima almeno sui punti principali. Ma se questa previsione pessimistica sarà confermata, occorre non dimenticare che la Legge che attualmente regge l’organizzazione e l’attività di cooperazione presenta potenzialità finora inesplorate. Come da noi ripetutamente sostenuto in passato, basterebbe la volontà politica ed amministrativa di utilizzare tutte tali potenzialità e di applicare correttamente le previsioni della legge per migliorare i meccanismi di cooperazione, oggi alquanto deficitari sia nella fase di programmazione degli interventi che in quella della loro realizzazione. Di fronte ai tagli annunciati verrebbe da chiedersi se il nuovo Direttore Generale per la cooperazione non potrà che limitarsi a gestirne il riflusso e la contrazione. Sarebbe un’opportunità sprecata. Speriamo quindi che l’entusiasmo che sempre caratterizza l’inizio di una nuova attività, non vada rapidamente scemando e che con la nuova guida la Direzione Generale possa trovare un assetto più razionale, risorse umane nuove – a partire dall’organico degli esperti ormai ai minimi termini – e più motivate ( ma a questo, siamo sicuri, ci penserà Brunetta ), più coordinamento tra i vari uffici, maggiore programmazione, più fluidità nelle erogazioni finanziarie e soprattutto coerenza tra la politica di cooperazione e la politica estera del nostro Paese in tutti gli altri settori. Riteniamo particolarmente rilevante quest’ultimo punto, considerato che una politica non egoista, ma sensibile alle esigenze di sviluppo, soprattutto nel settore agricolo, dei Paesi più poveri, possa portare loro benefici di gran lunga maggiori di quelli che possono garantire le ridicole risorse finanziarie messe a disposizione della cooperazione. A parte le considerazioni di natura etica sulla necessità di intervenire sugli enormi squilibri ed ingiustizie sociali che caratterizzano la nostra epoca, riteniamo che fare di una politica di cooperazione a tutti i livelli il fulcro delle nostre relazioni internazionali possa promuovere nel Mondo gli interessi nazionali molto più di una politica di potenza, peraltro a rimorchio di altri Paesi, a cui poco dignitosamente continuiamo ad accodarci.

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Di Il Cosmopolita il 12/09/2008 alle 00:00 | Non ci sono commenti

05/09/2006

In Libano una cooperazione trasformata

I quotidiani, con qualche rara eccezione, ne parlano poco o niente, ma uno degli elementi più interessanti del nuovo corso della politica estera italiana, che insieme al ritorno del ruolo delle Nazioni unite si è manifestata nella crisi Libanese, è il fatto che alla cooperazione allo sviluppo, sembra riconosciuta una maggiore autonomia dalla logica militare. A questo ha indubbiamente contribuito il dibattito che si è aperto nella società civile in occasione delle elezioni e che ha visto crescere il malcontento per il modo con cui la cooperazione e la solidarietà internazionale erano state trattate nel corso delle altre crisi in Afganistan e in Iraq. Infatti in quei casi le pur poche disponibilità dell’Aiuto Pubblico allo Sviluppo, sono state considerate quasi esclusivamente un sostegno alla strategia politico-militare con la conseguente perdita di efficacia e di coerenza rispetto alla missione della cooperazione . Missione che può essere sintetizzata nella necessità di favorire nuove uguaglianze e nuove forme di convivenza tra Nord e Sud del mondo. L’intervento di cooperazione in Libano si presenta invece con caratteristiche nuove che vanno colte immediatamente perché serviranno alla necessaria riforma della cooperazione italiana. La presenza di una Vice-ministra attenta alle voci della società civile, dei movimenti e delle ong, costituisce una grande opportunità che accresce il ruolo, ma anche la responsabilità delle strutture tecniche, in particolare della DGCS. Riuscire a coniugare le capacità tecniche con le istanze della società civile libanese, italiana e internazionale servirà anche avviare un diverso atteggiamento italiano nei confronti dell’intero sistema di cooperazione attuale in cui l’elemento della “sostenibilità” umana delle iniziative di emergenza e sviluppo sembra assolutamente subalterno a quello delle logiche militari e geopolitiche, specialmente nelle aree di conflitto. La DGCS dunque, da subito dovrà essere capace di innestare elementi di novità nella programmazione dell’intervento, pur operando con ostacoli interni. I trenta milioni di euro messi a disposizione per l’emergenza dovranno essere usati per interventi di ricostruzione di cui le comunità stesse possano controllare l’utilità. In particolare occorre sostenere le iniziative delle donne per evitare ogni deriva fondamentalista. Infatti, una maggiore trasparenza e il dialogo civile potranno essere utili al buon funzionamento dell’intera missione “di pace”. Un primo criterio dovrà dunque essere quello di coinvolgere la società civile, cercando di evitare il mercato dei progetti, ma utilizzando le opportunità offerte dal previsto “tavolo sul Libano” per concordare metodologie e ruoli capaci di promuovere la partecipazione e la responsabilizzazione dei partner, soprattutto locali. Un secondo criterio dovrà essere l’incremento della capacità “negoziale” italiana nei confronti delle agenzie delle Nazioni unite. Incremento ottenuto soprattutto attraverso una costante collaborazione e un monitoraggio delle iniziative non solo tecnico, ma partecipativo, ovvero operato dagli stessi attori coinvolti. Un terzo criterio, indispensabile, sarà quello di mantenere costantemente la capacità di “armonizzare” gli interventi italiani con quelli previsti dall’insieme della comunità internazionale, negoziando, soprattutto con i paesi membri dell’Unione europea e con le strutture di cooperazione della Commissione, non solo i settori, ma anche le modalità operative. Non sono, come si vede, obiettivi impossibili, ma certamente richiedono una nuova visione del lavoro all’interno della DGCS dove la componente tecnica non può essere subalterna a quella diplomatica nelle scelte di management. In questo senso dunque occorre ritornare al più presto allo spirito della legge 49/87, ampliandone l’apertura a nuovi soggetti per fare in modo di accrescere la trasparenza e l’efficacia degli interventi. Allo stesso scopo occorre limitare alcuni elementi di distorsione introdotti dalla passata dirigenza e più volte denunciati dal Comopolita. Tra questi i pericoli maggiori sono costituiti dall’utilizzo distorto delle agenzie multilaterali, spesso poco conosciute o di comodo, per creare “forzieri”, assolutamente non trasparenti e neanche “presentabili” a livello internazionale. Allo stesso modo sono pericolosi gli atteggiamenti “dirigisti”, e nel recente passato “clientelari”, nella scelta dei finanziamenti, poiché sottraggono ogni spessore alla programmazione e alla presenza italiana.. Vanno anche evitati i senzazionalismi nell’aiuto alle “vittime”, che per lo più umiliano la società locale e al massimo servono per l’informazione spettacolo. Indubbiamente l’informazione serve alla cooperazione, soprattutto per “bucare” la retorica dell’intervento militare, riportando alla luce le popolazioni e le loro capacità e sofferenze. Tuttavia anche su questo occorre far crescere il nostro paese e cercare una “corretta” informazione per una corretta cooperazione, così come richiesto recentemente dalla manifestazione per la pace di Assisi. Insomma, se la DGCS riuscirà a fare questo salto qualitativo in Libano potrà dare un segno di vitalità e guardare con una nuova dignità anche alle altre emergenze in corso, come l’Afganistan o il Darfur, dove un mutamento di rotta è assolutamente necessario. In Afganistan in particolare, occorre trasformare il ruolo della cooperazione italiana da ancella dell’interesse strategico- militare a sostegno della società nel suo complesso. E’ grave dire, come hanno fatto alcuni, che “..si stava meglio con i Talebani”, soprattutto perché solo un efferato maschilismo può essere cieco di fronte al massacro “istituzionalizzato” delle donne. Non si può tuttavia ignorare il problema dell’efficacia degli aiuti e della loro distorsione in quel paese, come coraggiosamente denunciano alcune parlamentari afgane. Occorre verificare il senso e l’efficacia degli aiuti italiani in Afganistan, all’interno del complessivo intervento internazionale. Anche in quel caso la DGCS ha un ruolo importante, in questa fase soprattutto tecnico. Va dunque fatta una valutazione “straordinaria”del programma-paese, orientandosi verso scelte di cooperazione civile, sempre attraverso il dialogo con gli attori locali e il confronto con gli interlocutori internazionali. Solo una cooperazione rafforzata e trasformata, soprattutto nelle aree di crisi, può fornire nuovi strumenti alla diplomazia e contribuire a identificare nuove strade per la pace. Se all’interno della classe politica italiana e dello stesso Ministero degli Esteri si acquisisse questa consapevolezza potremmo dire di avere fatto quasi metà del cammino per la riforma della cooperazione e potremmo presentarci con qualche “novità positiva” per nel contesto internazionale, facendo divenire la solidarietà internazionale una strategia d’azione multilaterale e non solo un obiettivo etico di una inascoltata avanguardia.

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Di Il Cosmopolita il 05/09/2006 alle 00:00 | Non ci sono commenti

25/07/2006

Futuro prossimo: che fare dell’APS nel 2007

L’Italia da due anni è all’ultimo posto tra i paesi donatori per il rapporto di Aiuto Pubblico allo Sviluppo in relazione al PIL, ma quello che più conta è che la crisi della cooperazione allo sviluppo, sia a livello mondiale che italiano, rimanda dunque tutti gli operatori italiani di cooperazione a una doppia azione: il risanamento e la finalizzazione di questa politica, ormai divenuta necessaria in ambito internazionale. L’UNIONE ha dedicato alla riforma dell’Aiuto Pubblico allo Sviluppo un punto specifico del programma in cui si accenna alla necessità di produrre entro breve tempo un nuovo assetto. La società civile da qualche mese ha organizzato dibattiti che hanno consentito di analizzare le forze in campo e di avanzare una serie di proposte. Recentemente il Libro Bianco 2006 della campagna “Sbilanciamoci” ha affrontato con una ricca analisi alcuni punti nodali di una riforma radicale dell’APS capace di avviare un processo di costruzione di nuove strategie in ambito internazionale avviando una nuova fase di “cooperazione globale”. In questo scenario il Governo Prodi ha messo in campo una grande novità la Vice-ministra per la cooperazione allo sviluppo a cui spetta di guidare il processo di cambiamento, con idee precise, innovative e importanti, avviando il prima possibile un tavolo per la riforma dell’APS . Occorre tuttavia, che nel frattempo, la DGCS sappia, attraverso la dialettica interna con i sindacati e attraverso un mutato atteggiamento della dirigenza, mettere in campo delle risposte che consentano nel breve periodo di risanare la struttura, anche in vista di una sua trasformazione radicale. Ci sono alcuni punti di prioritaria importanza, dopo il rinnovo del contratto degli esperti, che è già stati realizzato e ha riportato la speranza alla DGCS. In primo luogo occorre ripristinare le condizioni per una gestione trasparente, valutando complessivamente l’operato della DGCS negli ultimi due anni. A tal fine si potrebbe avviare l’ipotesi di alcuni Decreti ministeriali immediati e relativi al personale esperto e al riordino del Decreto di riorganizzazione interna del MAE realizzato nel 1999/2000 che toglie ogni efficacia al di valutazione tecnica delle priorità della cooperazione. Infatti la legge 49/87 tutt’ora in vigore, è stata nei fatti completamente stravolta nelle sue strutture decisionali e nel processo di valutazione. Senza il processo di valutazione, a cui appartengono anche la attività di programmazione, la direzione politica della cooperazione è destinata a perdere di efficacia e a disperdere denaro pubblico in mille rivoli, come è accaduto negli ultimi tre anni. Su questo punto d’altro canto esistono le osservazioni della Peer Review dell’OCSE/DAC del 2004 che offrono materiale di riflessione. Per l’immediato alcuni suggerimenti, quali: nuovi decreti relativi al trattamento sindacale del personale esperto; modifica dell’articolo del Decreto del 10 Luglio 2003 sulla organizzazione degli Uffici MAE per la parte relativa alla DGCS in modo da valorizzare l’UTC, come motore centrale della stessa Direzione; attivazione da subito dell’Unità di Valutazione come strumento di miglioramento della qualità dell’APS; nuova modalità di programmazione per il 2007, anno ancora difficile sotto il profilo della quantità delle risorse , al fine di avere programmazione trasparente e coerente con le priorità politiche verranno indicate dalla Vice-ministra, da far conoscere nei “fora” internazionali; la nuova dirigenza DGCS dovrebbe tenere conto della possibilità di organizzare l’UTC come una agenzia interna, sfruttando gli spazi offerti dalla stessa legge. Corollario finale e essenziale di una prima mossa di risanamento è quello di avviare da subito, in accordo con i sindacati, una riorganizzazione interna che premi le professionalità diverse e le capacità del personale della DGCS, finora circondato da un mare di consulenti selezionati “non per caso”, ma neanche per necessità.

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Di Il Cosmopolita il 25/07/2006 alle 00:00 | Non ci sono commenti

15/09/2005

Mondanità paesana

Della cooperazione allo sviluppo, anzi della Direzione Generale per la Cooperazione allo Sviluppo del Ministero degli Affari Esteri e del suo Direttore si parla ultimamente molto, forse troppo, e nelle sedi più impensate. Infatti dal Meeting di Rimini, dove l’ampiezza dello stand ha fatto da pendant alla versatilità del Direttore che si è “espresso” in dibattiti su molti temi, al Festival di Venezia dove la DGCS si è trasformata in “casa di produzione”, sotto la direzione artistica di Maria Grazia Cucinotta. Non mancano poi le grandi manovre, gestite da solerti funzionari press-agent alle dirette dipendenze del Direttore stesso, per le ormai tradizionali “Giornate della Cooperazione” che hanno il compito di rendere visibile qualcosa che non c’è. Infatti l’alibi dell’attuale Direttore è che queste spese ingiustificate siano finalizzate ad accrescere il bilancio della cooperazione, ormai prossimo allo zero, che tuttavia perde di consistenza nella finanziaria e soprattutto nella sua realtà operativa. Inoltre, al contrario della Protezione Civile che in base alla propria efficienza ottiene sponsorizzazioni dai privati, la DGCS compra il consenso, in Italia, di molte categorie di persone e con tante modalità: ad esempio impiegando nelle sedi romane o newyorkesi delle Nazioni unite e su programmi inesistenti i “cari” di amici, politici e non, oppure finanziando operazioni editoriali e mediatiche di dubbia utilità. Su questo basta citare il Bando per 860.000,00 euro per uno studio sulla Riforma della Cooperazione, o i 2.400.000,00 euro per la riesumazione di una rivista patinata di cui nessuno sentiva la mancanza. Insomma, invece della Direzione Generale per la Cooperazione allo Sviluppo si sta costituendo un “Assessorato alla informazione sulla cooperazione allo sviluppo” il cui responsabile agisce come un piccolo imprenditore, scansando e abolendo tutte le procedure interne. Viene da chiedersi perché tutto questo possa accadere e chi protegga un simile operato. La prima risposta è semplice, non esiste più, come ha rivelato l’esame “tra pari” dell’OCSE/DAC nel 2004, una capacità di programmazione delle attività di cooperazione allo sviluppo in base a criteri di selezione tecnico-politica, come fanno invece tutti gli altri paesi occidentali. La seconda è ancora più semplice, il partito della destra di governo volle, due anni fa, un direttore “di area”. Direttore che sta utilizzando il denaro dell’”aiuto pubblico allo sviluppo”, in modo discrezionale e specialmente per finanziare la sua personale immagine. Peccato che nel frattempo la cooperazione italiana si vada meritando un posto in prima fila tra gli esempi di “declino italiano” e annienti le sue capacità di gestione. Forse occorrerebbe porre da subito un rimedio a tanto sfascio. In particolare, a fronte della attuale sistematica decomposizione delle strutture e dei processi operativi, sarebbe auspicabile un allontanamento di chi in due anni ha già provocato tenti danni. Ad esempio, l’attuale direttore si è fatto approvare, dal Comitato direzionale, una serie di escamotage per agire indisturbato. Si è anche ricavato spazi nuovi modificando le tipologie e ampliando notevolmente gli importi per le “spese di gestione”. Tuttavia di fronte all’apparente disinteresse dell’Amministrazione è impossibile non porsi la seguente domanda. Dovremo attendere tutti i nove mesi prima della scadenza elettorale per fermare gli inutili sprechi e per evitare di raggiungere il fondo della cooperazione allo sviluppo di un paese che rimane pur sempre all’interno del G8, oppure esiste ancora una istituzione capace di rispondere al bisogno di trasparenza e qualche forza sociale e qualche pezzo di società civile, capace di reagire alla confusione mediatica che copre una sostanziale incapacità di gestione. In fondo la “missione” della cooperazione allo sviluppo che è profondamente politica, specialmente in un’era di globalizzazione, meriterebbe uno sforzo di attenzione maggiore da parte di tutti, ma senza questa profusione di inutile e costosissima mondanità paesana.

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Di Il Cosmopolita il 15/09/2005 alle 00:00 | Non ci sono commenti

17/01/2005

La crisi attuale della DGCS e il futuro della cooperazione

1. Le ragioni della crisi della DGCS. Nonostante i costosi programmi mediatici promossi recentemente dalla DGCS non si può negare che la Cooperazione allo sviluppo nel nostro paese, sia immersa in una crisi profonda che rischia, come in un perverso gioco dell’oca, di riportare il nostro paese ai livelli iniziali, ovvero all’epoca anteriore alla prima legge per la cooperazione allo sviluppo del 1978, distruggendo quello che faticosamente si è tentato di costruire. La storia italiana in questo settore infatti, piuttosto tardiva rispetto a quella di tutti gli altri paesi europei, risale ai primi governi di Unità Nazionale di fine anni settanta. Da allora è iniziata una lenta crescita nel paese che ha visto la gestazione, nel corso degli anni ottanta, della legge 49 del 1987, che regola attualmente le attività di Aiuto Pubblico allo Sviluppo italiano e che istituisce la Direzione Generale per la Cooperazione allo Sviluppo. Istituzione anomala, che vive all’interno del Ministero degli Affari Esteri con uno statuto ambiguo, nonostante si sia tentato nel 1999 di farla rientrare nel quadro generale della ordinaria amministrazione. Il destino della DGCS è stato sempre difficile, sin dal suo avvio. Negli anni novanta, dopo la crisi di Mani pulite c’è stato un rinnovato interesse per gli strumenti dell’Aiuto Pubblico allo Sviluppo, dovuto principalmente alla evidenza dell’inizio della cosiddetta “globalizzazione”. Durante il governi del cento sinistra si è cercato di realizzare una lettura critica dei numerosi processi che si stavano determinando in quegli anni e di misurarne le conseguenze nell’operato di cooperazione allo sviluppo. Si sono così avviate delle ipotesi di Riforma, che però non sono state capaci di creare una omogeneità tra i molteplici interessi in gioco, né hanno saputo realizzare una mediazione adeguata con l’Amministrazione del Ministero degli Affari Esteri. Il risultato è stato quello di una vera e propria CONTRORIFORMA. La Riforma mancata infatti, ha avuto come maggiore risultato quello di indebolire l’operato tecnico della Direzione Generale per la Cooperazione allo Sviluppo e soprattutto di umiliare la professionalità degli “esperti di cooperazione allo sviluppo” che lavoravano in quella struttura. Ciò si è determinato perché, proprio nel momento in cui tutti gli altri paesi donatori provvedevano a una seria riforma del management e delle funzioni delle loro agenzie di cooperazione, l’asfittico dibattito italiano si cristallizzava su un problema di struttura e non di funzionalità e lasciava proprio la professionalità del “management di cooperazione” totalmente priva di riconoscimento, annullando di fatto la legge 49 del 1987 che valorizzava proprio quella professionalità. La riorganizzazione della DGCS, realizzata nel 1999 in modo parziale e incompleto, tende invece a favorire solo la decisionalità dei diplomatici, senza tuttavia vincolarla a un processo di valutazione trasparente su cui costruire la funzionalità e quindi la selezione dei programmi di cooperazione allo sviluppo. Un ribaltamento assurdo che non garantisce neanche la stessa Amministrazione del MAE, sempre più esposta a richieste immotivate. Non meraviglia dunque che oggi, in un clima di debolezza complessivo del ruolo della Farnesina, molte delle competenze della cooperazione allo sviluppo vengano cedute allegramente a altri ministeri o altri corpi dello stato e che la DGCS faccia sempre più fatica a esprimere una politica di cooperazione. Vista da Via Contarini, sede dell’Unità Tecnica Centrale, dove è raccolta la maggioranza degli esperti di cooperazione e dove si concentrano gli strali di chi vede nei normali processi di valutazione un insopportabile vincolo alla decisionalità politica, la crisi della cooperazione appare smisurata, ben più profonda di una normale crisi di bilancio anche se neanche quella è da sottovalutare. L’Italia questo anno è all’ultimo posto tra i paesi OCSE/DAC , ovvero i paesi donatori per il rapporto di Aiuto Pubblico allo Sviluppo in relazione al PIL, ma quello che più conta è che ormai è incapace di esprimere strategie vincenti di cooperazione in ambito multilaterale e non riesce nemmeno a dare continuità alle iniziative realizzate attraverso l’aiuto bilaterale. 2. Possibili vie di ripresa: “cooperazione globale” e il “nuovo multilateralismo” La crisi attuale della cooperazione allo sviluppo dovrebbe servire per analizzare i nuovi soggetti e i molteplici strumenti, che, proprio negli ultimi anni hanno dimostrato di poter dare delle risposte alternative ad una crisi globale della vecchia cooperazione allo sviluppo. Entrambi infatti, magari anche con l’aiuto delle altre Direzioni del MAE, potrebbero essere coinvolti nella costruzione di nuove strategie in ambito internazionale e nazionale per trasformare in modo positivo la congiuntura che il mondo sta attraversando, iniziando una nuova fase di “cooperazione globale”. L’opposizione alla guerra preventiva mostra infatti che vi è un evidente collegamento tra politiche di cooperazione allo sviluppo, politiche di sicurezza internazionale e gestione dei conflitti. Questo collegamento passa indubbiamente da una efficace azione multilaterale nella lotta alla povertà e per la costruzione di una maggiore giustizia economica nel Sud del mondo. Tuttavia sono necessarie molte capacità per interpretare i nuovi segnali che si sono affacciati sulla scena globale nei molti livelli: locali, nazionali, europei e multilaterali. Per uscire dal cupo scenario che ci circonda occorre dunque costruire una strategia di transizione che punti alla costruzione di un Nuovo Multilateralismo all’interno del quale i Governi, le istituzioni di meso-livello (Comuni, Province e Regioni), e la società civile abbiano una sede di espressione e di collegamento con le istanze nazionali e sovranazionali. In questo quadro il MAE dovrebbe esercitare un ruolo di orientamento e di guida dei governi e delle istituzioni locali per facilitare programmi di sistema. La cooperazione decentrata, prezioso serbatoio di risorse umane, non dovrebbe compiere micro-azioni di solidarietà, ma collegarsi alle finalità generali con la sua forza di concertazione che nasce dalla possibilità di far dialogare attori nuovi come il settore privato dell’economia, le università, le parti sociali, le strutture organizzate del suo territorio. In un simile scenario anche il ruolo dell’Italia nei confronti dell’Unione europea potrebbe essere trainante e propositivo, a patto di dare maggior voce ai soggetti della cooperazione e non alle burocrazie. L’Europa infatti ha le risorse necessarie per la costruzione di un nuovo quadro strategico e operativo e per valorizzare i soggetti economici e sociali dello sviluppo. La stessa società civile dovrebbe agire con maggiore attenzione ai contesti istituzionali e al dialogo transnazionale, cercando di far esprimere forze nuove nei paesi del Sud del mondo. Se si intende veramente costruire una nuova cooperazione dunque, occorre partire dall’analisi politica degli accadimenti degli ultimi anni , definire nuovi obiettivi per una convivenza mondiale e poi verificare quali strumenti a livello nazionale possano far realizzare i nuovi obiettivi. Questo è un percorso di riforma che dovrebbe essere compiuto al più presto. Le cose invece stanno andando in maniera opposta. 3. La necessità di un intervento immediato prima della crisi totale della DGCS . E’ indubbio che tra gli scarsi risultati dell’APS italiano e uno scenario di ripresa possibile anche a livello internazionale, vi sono delle distanze abissali che richiedono un mutamento politico generale. Tuttavia la stato attuale della DGCS è tale da richiedere un intervento immediato. La DGCS non può essere lasciata alla attuale incuria che la sta completamente divorando, sotto qualche spot di facciata. Recentemente i sindacati confederali sono stati costretti a numerose proteste e in particolare hanno sottolineato il crescendo delle “irregolarità” che vengono quotidianamente compiute e che consistono principalmente: a) nella crescente confusione dei ruoli e nella inefficienza che caratterizza tutti gli uffici della DGCS, aumentandone la mancanza di trasparenza; b) nell’uso indiscriminato e estremamente dispendioso, soprattutto in epoca di restrizioni di bilancio, di consulenze esterne, selezionate senza gare, anche in aree in cui il personale presente, appartenente a tutte le carriere del MAE, potrebbe fornire servizi adeguati; c) nella preoccupante e non trasparente modifica delle condizioni operative che si configurano come una riforma strisciante che spesso non viene condivisa neanche dai membri interni del Comitato Direzionale. Tutto questo mentre il rapporto OCSE/DAC di valutazione dell’Aiuto Pubblico allo Sviluppo italiano, redatto nel 2004, riconosceva la necessità di esprimere al più presto delle linee guida per l’azione di cooperazione allo sviluppo, dichiarava l’urgenza di promuovere procedure più semplici e più trasparenti e raccomandava di far uscire dall’assurda ghettizzazione, anche retributiva, il personale tecnico, responsabile della conduzione manageriale. In realtà l’attuale dirigenza della DGCS si è dedicata soprattutto a mascherare l’ampiezza della crisi, cercando di utilizzare gli ormai scarsi finanziamenti all’APS, per giustificare le irrealistiche ambizioni espresse dal Governo a cominciare dalla partecipazione italiana al Global Fund contro l’AIDS, che è stata dichiarata al di là delle possibilità oggettive del nostro paese di sostenere una spesa simile , in presenza di un dimezzamento di fatto delle spese di bilancio. L’acquiescenza dimostrata dagli ultimi due Direttori Generali alle pressioni politiche, spesso non motivate da nulla se non da aggiustamenti di poteri all’interno del Governo, non ha giovato alla DGCS che anche nella recente crisi dello Tsunami, si è ritrovata spiazzata dall’azione della Protezione Civile, che certamente sta andando al di là del proprio mandato, ma che comunque è diretta da ex esperti di cooperazione, che conoscono la materia. La confusione attuale è tale che può far tornare in mente la necessità di quelle misure che vennero adottate a metà degli anni novanta per la malacooperazione. In particolare fa pensare che a fronte della attuale decomposizione delle strutture operative, sarebbe auspicabile un commissariamento, magari operato attraverso un più stretto controllo del Comitato Direzionale interno allo stesso Ministero degli Affari Esteri, per fermare gli innumerevoli sprechi, per non raggiungere il fondo della cooperazione allo sviluppo di un paese che rimane pur sempre all’interno del G8 e che proprio in questi mesi si ritrova ad affrontare il problema della Riforma dell’ONU.

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Di Il Cosmopolita il 17/01/2005 alle 00:00 | Non ci sono commenti

17/01/2005

Lo tsunami della Farnesina e il futuro della cooperazione allo sviluppo

Il maremoto che ha mietuto, in senso quasi biblico, più di 150.000 vittime è una tragedia grave per tutta l’umanità di fronte alla quale è possibile solo l’esercizio della pietà e del lutto. Tuttavia quello che ne sta seguendo svela l’incapacità della politica attuale ad ogni livello, da quello globale a quello nazionale, di dare risposte adeguate ai bisogni della contemporaneità, tra cui anche quello di solidarietà e di giustizia. In Italia in particolare, dove la polemica tra Protezione Civile e Farnesina, ha fatto dimenticare quale fosse l’entità reale della posta in gioco. Infatti non si tratta di un episodico protagonismo, ma ha a che vedere con le possibilità del nostro paese di partecipare in modo efficace alla costruzione di una politica globale più umana e più giusta in un mondo in cui gli strumenti classici della politica estera, da soli, non bastano più per dare risposte adeguate ai problemi posti dalla globalizzazione. Lo stato di emergenza continua a cui il mondo sembra costretto, il costante indebolimento del ruolo dell’ONU, il crescere di nuovi soggetti, istituzionali e non, nella scena, sempre più ambigua, della solidarietà internazionale, dove quello che cresce è il protagonismo degli eserciti nelle guerre e nelle calamità naturali, dovrebbero far riflettere su quanto sta accadendo. Spesso invece, come nel caso dello TSUNAMI, l’aspetto “emergenziale” copre con un velo di falsa efficienza un processo di mutazione politica a cui anche la società civile più attenta fa fatica ad opporsi. E’ necessaria una riflessione approfondita su cosa sarebbe importante fare per rispondere all’emergenza e creare i presupposti perché tali emergenze non si ripetano. La mobilitazione di risorse che si è verificata è un segno prezioso dei sentimenti più profondi di solidarietà che animano i cittadini di tutti i paesi. Questi sentimenti impongono a chi è incaricato concretamente di realizzare i programmi d’aiuto di fare uno sforzo perché queste risorse servano davvero alle comunità locali colpite a ricostruire ciò che è stato distrutto, ed a farlo sopra tutto con modalità che riescano a rilanciare uno sviluppo più equilibrato ed umano, a far convivere meglio la gente ed a prevenire le conseguenze dei disastri in futuro. Ma svolgere azioni che vadano in questa direzione non è facile. I media già riferiscono largamente di fenomeni preoccupanti che rischiano di disperdere in forme d’aiuto inappropriate le tante risorse mobilitate. Si preferiscono gli aiuti aviotrasportati dai paesi più ricchi, quando si risparmierebbe tempo e denaro acquistando i beni necessari negli stessi paesi colpiti, dove si può trovare tutto ciò che è necessario. S’inviano costosi ospedali da campo completi di attrezzature ed équipe mediche che si occupano tardivamente di poche persone, quando, con quello che costano, si possono rafforzare i servizi sanitari esistenti che si sono comunque occupati tempestivamente della massa reale dei pazienti, con i pochi mezzi a disposizione. Si mandano farmaci, alimenti e beni d’ogni genere non richiesti, che si accumulano negli aeroporti e difficilmente saranno distribuiti. Si diffonde un allarmismo per epidemie di colera che non si verificano, mentre si passa sotto silenzio il lavoro immenso delle équipe sanitarie locali che cercano di rafforzare capillarmente le misure igieniche, le sole che veramente servono a prevenire le malattie. S’ignora lo sforzo delle migliaia d’insegnanti che riprendono a fare scuola in condizioni difficilissime. Si presentano le popolazioni come sbandate ed incapaci di provvedere a se stesse, ma si dimentica che oltre il 98% della gente sopravvissuta è stata salvata o messa in sicurezza da chi era già sul posto, prima dell’arrivo di qualunque aiuto esterno. Si esalta la generosità dei donatori, ma si sottovalutano i fenomeni di dipendenza, assistenzialismo e passività che molte delle loro forme d’aiuto inducono. Preoccupa sopra tutto, insomma, la scarsa attenzione per ciò che davvero conta: sostenere con rispetto e solidarietà la gente del posto ad essere protagonista della propria ripresa. Il caso dell’enfasi data all’infanzia ne è un caso esemplare. Si vogliono a tutti i costi adottare dei bambini, che molto spesso sono già presi in cura dalle famiglie allargate, senza rendersi conto che così facendo rischiamo di togliere a queste popolazioni anche la patria podestà. Questi limiti non sono casuali. Essi derivano da una visione della cooperazione che non è ancora basata su di una solidarietà invadente, che pretende di esportare i propri modelli di vita, di civiltà e di uso delle tecnologie, dimenticando il riconoscimento delle diversità .Nel caso del Sud Est Asiatico, il compito della cooperazione internazionale non è tanto di collaborare a ricostruire case, strade, ospedali e scuole, quanto di farlo in modo da evitare che prevalga la ricerca di vantaggi politici, ideologici, economici e d’immagine, la quale si traduce sempre in squilibri, discriminazioni e fenomeni di disgregazione sociale. Occorre favorire, al contrario, la responsabilizzazione delle comunità locali colpite ed occorre tenere conto delle esperienze di diversi paesi del sud che hanno già organizzato il collegamento tra le strutture di protezione civile centrali e le comunità locali per difendersi meglio dalle catastrofi e prevenirne le conseguenze. A fronte di queste necessità la Farnesina, istituzione deputata all’indirizzo della politica estera, non sa fare altro che mettere in campo un Tavolo di Coordinamento che suona più come una farsa che uno strumento operativo e costituisce una risposta debole e inefficiente al protagonismo della Protezione Civile. Nessuno, se si eccettua il responsabile della campagna SBILANCIAMOCI, a quel tavolo, peraltro riunito assai tardivamente, è riuscito a menzionare quali strumenti di politica estera sarebbero necessari nell’emergenza TSUNAMI. Un paese come il nostro infatti, definito di media potenza, dovrebbe dialogare con le agenzie ONU per il recupero di una azione internazionale coerente, in modo da operare scelte precise di politica di cooperazione utilizzando anche gli strumenti della macro-economia, come ad esempio la cancellazione del debito, ma soprattutto, rendendo più trasparente il processo di collaborazione tra gli attori pubblici e privati. Nulla di tutto questo sta accadendo. Una simile incapacità è dunque grave e va analizzata nell’insieme delle sue molteplici cause. Da un lato infatti, la mancanza di analisi sui mutamenti della politica estera e l’accentuazione degli aspetti militaristi sono da attribuire a scelte politiche effettuate dalla destra attualmente al governo. Dall’altro tuttavia, vi è una lunga storia di umiliazione delle strutture e delle risorse umane di cui il MAE dispone attraverso la DGCS, ovvero gli esperti di cooperazione, che sono costretti al silenzio anche in frangenti come questi in cui la loro capacità sarebbe estremamente necessaria per dare nuovamente al Ministero degli Esteri una leadership che sta inutilmente perdendo. In questa fase si ha l’impressione che l’ emarginazione di troppi esperti dell’UTC capaci, ma non omogenei alla attuale maggioranza, oppure semplicemente non disponibili a far passare programmi non finalizzati e trasparenti, sia dovuta a motivi esclusivamente politici. Dovrebbe inoltre far riflettere il fatto che strutture autonome, come la Protezione Civile sono gestite proprio da esperti di cooperazione e risultano efficienti e affidabili. Peccato che poi il problema del raccordo con la politica estera e la possibilità di una politica multilaterale di lotta alla povertà divenga ancora più grave, con un maggiore danno delle popolazioni che si vogliono aiutare.. Questo le ong più oneste e più avvertite lo sanno bene e guardano con sgomento allo scempio che si sta consumando di quel poco di politica di cooperazione che l’Italia era riuscita a costruire. A questo scempio tuttavia si dovrebbe reagire con forza, non solo perché da esso dipende il ruolo del nostro paese in una tragedia umana di grandi dimensioni, ma anche perché si sta consumando nella goffaggine e nel pressappochismo una riforma strisciante della cooperazione, dalla quale il nostro paese rischia di uscirne nella migliore delle ipotesi con l’efficienza “ginnica” della prime ore, ma, ancora una volta senza nessuna autorevolezza in ambito internazionale. Il fatto che l’Italia voglia “…fare da sola”, con i soldi dei privati cittadini, il recupero delle aree in cui “...è arrivata per prima “ (sic!) non è rassicurante. Di fronte a queste dichiarazioni fa indubbiamente problema il fatto che nessuno a sinistra si sia chiesto la legittimità di una manovra così ambigua e così sospesa tra pubblico e privato. Fa problema ancora maggiore il fatto che il nostro paese si muova, come se non esistesse un contesto multilaterale, con cui accordarsi o come se non esistessero in quelle aree problemi di carattere politico anche considerevole. Allo stato attuale invece non vi è una chiara programmazione, né un coordinamento reale in merito alla emergenza TSUNAMI . Dei 42 milioni di € messi a disposizione della società civile con gli SMS sappiamo che verranno spesi , soprattutto in Sri Lanka nelle aree di Galle e Trincomalee per: allestire campi e nutrire i profughi; riabilitare Scuole e Ospedali; avviare attività generatrici di reddito. Dei 70 milioni di €, messi a disposizione dal Governo, di cui nuovi sono solo 35 milioni, non sappiamo ancora nulla, se non che verranno utilizzati probabilmente per l’infanzia . Nulla sappiamo di cosa avverrà della cancellazione del debito, né di quale sarà la collaborazione effettiva con la Protezione Civile, né di quali saranno le procedure efficaci e trasparenti che si vorranno utilizzare. L’impressione è che la DGCS non sappia come muoversi offuscando così il ruolo di coordinamento del Ministero degli Esteri nel suo insieme. Quello che si potrebbe fare infatti , in questa come in altre emergenze, sarebbe ben altro. Si dovrebbe costituire una Task Force Interdirezionale alla Farnesina e si dovrebbe mettere l’Unità Tecnica Centrale a sostegno operativo di questa Task Force. La Task Force dovrebbe lavorare, in stretto contatto con le sedi diplomatiche interessate elaborando la raccolta dei dati operativi e soprattutto delle linee strategiche generali. La Task Force dovrebbe essere utilizzata per negoziare, in sede europea e multilaterale, non solo gli interventi di cooperazione e di emergenza, ma anche e soprattutto, le linee politiche generali da far valere in sede ONU. Organizzata secondo una simile prospettiva il coordinamento da parte del Ministero degli Esteri con la Protezione Civile e con la cooperazione decentrata e la società civile, sarebbe senza problemi e , soprattutto, l’Italia potrebbe presentarsi nelle sedi multilaterali con l’autorevolezza necessaria a richiedere la “democratizzazione” del Consiglio di Sicurezza. Il problema è se il ceto politico, sempre un po’ distratto e qualunquista quando si tratta di politica estera e in particolare quando si tratta di cooperazione allo sviluppo, sarà capace di seguire un dibattito approfondito su questi temi, oppure se continuerà a navigare sull’onda dell’improvvisazione.

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Di Il Cosmopolita il 17/01/2005 alle 00:00 | Non ci sono commenti

20/10/2004

L’Africa è lontana

Sono passati poco più di dieci anni dalla pacificazione del Mozambico e alcuni meno dalla nascita della repubblica dell’Eritrea, due grandi successi della politica estera italiana in Africa e sembrano invece due secoli. In più, adesso che Montezemolo ha deciso di bandire la parola declino dal vocabolario degli italiani, non si sa proprio come chiamare questa provinciale e sonnolenta deriva dell’Italia in Africa che fa dimenticare quello che era stato fatto nel corso del decennio precedente. Se si escludono gli impegni “decentrati” di Veltroni e l’intraprendenza mediatica della Bonino, divenuta grande sponsor della lotta alle mutilazioni genitali femminili, sembra che a tre anni dall’avvio del Governo Berlusconi rimangano solo le figuracce. Eppure Berlusconi aveva iniziato bene, con il G8 di Genova, coinvolgendo i grandi del Sud , tra cui Thabo Mbeki e la sua politica di un patto interafricano per lo sviluppo. Poi, sempre a Genova, il creativo direttore della cooperazione aveva fatto sponsorizzare il Fondo Globale per l’AIDS, la malaria e altre epidemie con una dovizia di milioni di Euro che certamente era dovuta di fronte al disastro, ma non era né capace di dare un ruolo, né facilmente assimilabile alla politica di cooperazione dell’Italia in Africa, specialmente nel settore sanitario. Dunque la figuraccia di oggi pesa anche di più perché si aggiunge a un vuoto di pensiero e strategia, iniziato all’indomani del maggio 2001 e frutto di una commistione perversa di acquiescenza diplomatica di fronte ai nuovi poteri e crassa incapacità di leggere la cooperazione allo sviluppo come una delle branche più importanti delle relazioni internazionali , soprattutto verso i paesi del Sud del mondo, in epoca di globalizzazione. Errore madornale che i paesi leader della globalizzazione, ma anche i paesi nord europei non stanno affatto compiendo. Il loro operato infatti, sta prendendo il sopravvento nei paesi, realmente in via di sviluppo che, pochi anni prima erano stati coinvolti dalla capacità negoziale italiana, resa ancor più robusta dall’operato della società civile laica e confessionale. L’Italia attuale invece lesina i finanziamenti proprio a quei paesi emergenti che , come il Sudafrica , sarebbero ben felici di stringere patti di sviluppo territoriale con molte delle nostre imprese . In Mozambico va un po’ meglio perché c’è la pressione cattolica, ma non è lo stesso per l’Angola o lo Zimbabwe o l’Uganda. Il taglio dei fondi alla cooperazione poi ha finito per essere deleterio, sempre per il citato conformismo alla decisionalità politica che sembra giungere a livelli degni di altre scellerate epoche, e invece, avrebbe anche potuto essere un modo per creare nuove strategie, definire accordi di cooperazione diversi, lanciare meglio il made in Italy. Tutto invece sembra scomparire e affievolirsi, nella fanghiglia delle clientele che a conti fatti non giova a nessuno. Perché l’Amministrazione non si attiva affinchè il Ministro, soprattutto dopo la parentesi bi-partisan, inizi a pensarsi come un Ministro degli Esteri mondiale e il Sottosegretario competente tolga quelle lenti coloniali con cui costantemente sembra guardare all’Africa . In fondo perfino Pisanu ha detto che i clandestini sono una risorsa e certamente è vero per i loro paesi.

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Di Il Cosmopolita il 20/10/2004 alle 00:00 | Non ci sono commenti

27/05/2004

Sviluppo e cooperazione: dalle teorie alle leggi

1. Il concetto di sviluppo La visione dello sviluppo nella società occidentale ha la sua origine nell'epoca dell'illuminismo, che definisce l'Occidente come la civiltà a confronto con il diverso cioè il selvaggio. Tale concetto si radica fortemente nel pensiero positivista dell'ottocento che è alla base delle moderne scienze umane tra cui l'economia. Tuttavia è soltanto nell'era successiva alla seconda guerra mondiale che lo sviluppo diviene un elemento importante della ricostruzione del mondo diviso tra un Occidente capitalista e un Oriente socialista . E' da notare infatti che l'idea di sviluppo/progresso si colloca all'interno del pensiero liberale e di quello marxista, se pure con declinazioni differenti. Proprio negli anni cinquanta quindi il concetto di sviluppo diviene l'obiettivo delle Nazioni unite. In questa visione, nasce l'idea di Aiuto Pubblico allo Sviluppo, da parte dei paesi occidentali tra cui Stati uniti, Canada, Gran Bretagna e paesi nordici . In tale visione l'attenzione veniva posta fondamentalmente nell'aiuto alla industrializzazione e alla agricoltura intensiva (crash-crop). Rostow, uno storico dell'economia, prendendo a riferimento le esperienze di molti paesi europei e degli Stati uniti definiva la costruzione dello sviluppo secondo cinque stadi differenti : la società tradizionale, le precondizioni per il decollo, il decollo, la maturità e l'età dei larghi consumi. Tale ricostruzione quindi identificava lo sviluppo come un 'passaggio a occidente' ovvero come un adeguamento a modelli universali, che erano stati definiti e venivano utilizzati nell'Occidente dove avveniva il cambiamento innovativo e tecnologico. Modernizzazione e sviluppo potevano, secondo i teorici degli anni cinquanta e sessanta, assicurare il benessere del mondo . Tutte le agenzie delle Nazioni unite che si sviluppano negli anni cinquanta e il maggiore esempio per noi può essere la FAO si orientano verso quegli obiettivi. 2. Il Terzo Mondo Nel corso degli anni sessanta e settanta tuttavia iniziano le critiche al concetto di sviluppo da parte degli studiosi chiamati 'teorici della dipendenza', principalmente legati alla scuola marxista e provenienti da paesi del Sud del mondo, che avevano partecipato alle lotte di liberazione dall'imperialismo. Questi teorici criticavano il modello di sviluppo neoclassico poiché creava un rapporto disuguale tra paesi imperialisti e neo-imperialisti e il Sud del mondo. I primi infatti continuavano a impossessarsi delle materie prime dando in cambio solo tecnologie obsolete, in modo tale da conservare il loro primato tecnologico e generare dipendenza dei paesi del Sud del mondo. Da queste letture critiche, ma soprattutto dai mutamenti a livello mondiale che si determinano in particolare dopo la guerra americana in Vietnam, nasce la teorizzazione del Terzo Mondo, ovvero non più un mondo bipolare diviso tra capitalismo e comunismo, ma un mondo tripolare, che evidenzia la particolare condizione del Sud. Nel 1973 infatti alcuni paesi emergenti del Sud, il famoso Gruppo dei 77, senza schierarsi a favore dell'un sistema o dell'altro, lanciano un appello per un Nuovo Ordine Economico Internazionale, basato sulla stabilizzazione dei prezzi, la fine delle tariffe doganali per i paesi del Sud del mondo e alcune regolamentazioni contro le corporazioni multilaterali . 3. L'Aiuto Pubblico allo Sviluppo italiano Le teorie dello sviluppo vengono dibattute in particolare dai paesi nordici i quali tentano di adattare gli strumenti governativi dell'Aiuto Pubblico allo Sviluppo (APS) alle nuove visioni che provengono dal Sud del mondo e da diversi soggetti, tra cui principalmente le donne, che a metà degli anni settanta trasformano una Conferenza dell'ONU in un vero e proprio Forum Globale. In quegli anni l'Italia non ancora ha una specifica attenzione alle tematiche dello sviluppo. Infatti occorre arrivare al periodo dell'unità nazionale, con i governi sostenuti dalla sinistra, per avere la prima vera legge di cooperazione: la legge 38 del 1978. Questa legge stabilisce un Dipartimento all'Interno del Ministero degli Esteri, in cui operano esperti per programmare e valutare le iniziative italiane a sostegno dei Paesi in Via di Sviluppo (PVS). Nascono in quegli anni anche le prime 'organizzazioni non governative', molto spesso di origine religiosa, ma anche appartenenti all'internazionalismo della sinistra. Negli anni ottanta tuttavia, una accresciuta sensibilità sociale alla condizione del Sud del mondo lo scoppio del problema del Debito dei PVS, porta alle battaglie prevalentemente condotte dai radicali contro le grandi emergenze quali la fame e le carestie in Africa. Viene stabilito con la legge 51 del 1985 il Fondo Aiuti Italiani , con il compito di spendere in pochissimo tempo circa 5 mila miliardi per le emergenze africane. L'esperienza del FAI, se pure discussa e discutibile per le modalità di spesa e soprattutto per gli illeciti, favorisce il ripensamento della legge di cooperazione allo sviluppo e apre il dibattito sulla necessità di una vera e propria Agenzia di cooperazione, sul modello di molti dei paesi europei. Le resistenze del Ministero degli Affari Esteri e soprattutto della dirigenza diplomatica, portano a concludere il dibattito alla fine degli anni ottanta, con un compromesso costituito dalla legge 49 del 1987 , tuttora vigente. Questa legge stabilisce infatti una struttura tecnica: l'Unità Tecnica Centrale, composta da esperti, che hanno il know how necessario, ma che tuttavia non possono divenire dirigenti della struttura poiché sono assunti con contratto di diritto privato e a tempo determinato e devono essere coordinati da un Funzionario preposto diplomatico. I regolamenti per l'applicazione della legge, redatti all'interno del Ministero degli Affari Esteri, complicano poi ulteriormente le procedure operative in quanto si ispirano, soprattutto per i lavori pubblici, a leggi italiane troppo complesse per il lavoro con i paesi in via di sviluppo. Ben presto la legge si trova ad operare, soprattutto per volere politico, con procedure di emergenza che favoriscono gli abusi. Il passaggio alla cosiddetta seconda repubblica fa scoppiare nel 1993 la crisi della MALACOOPERAZIONE, che porta in tribunale i dirigenti diplomatici e che costa il lavoro ad un ristretto numero di esperti, peraltro mai condannati dai tribunali ordinari. 4. Cooperazione e globalizzazazione La legge italiana di cooperazione inizia a essere operativa a partire dal 1989, quando cioè la caduta del muro di Berlino distrugge l'equilibrio del mondo bipolare. La crisi internazionale che ne segue coinvolge molte cooperazioni bilaterali, anche le più strutturate, che già negli anni ottanta avevano avviato all'interno dell'OCSE/DAC (la Commissione per l'Assistenza allo Sviluppo dell'Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo economico) una definizione degli strumenti tecnici per la valutazione, la gestione e l'impianto strategico delle attività di cooperazione . La globalizzazione e le emergenze dovute alle guerre che scoppiano in Africa e in Europa, trasformano gli strumenti dell'APS poiché portano alla ricerca di una nuova attenzione ai diritti umani e ai sistemi di governo e determinano un ruolo diverso per i saperi e i soggetti delle attività della 'cooperazione allo sviluppo' all'interno della politica estera e della attività diplomatica . L'APS italiano, si trova a vivere una doppia crisi quella della malacooperazione e quella internazionale. Ne esce nel 1995 grazie anche all'attenzione del Parlamento che istituisce una Commissione Bicamerale con funzioni di inchiesta. Il Governo Prodi apre il dibattito per una nuova legge di cooperazione che ha come maggiore scopo quello di stabilire una Agenzia per le attività di cooperazione, connessa al Ministero degli Affari Esteri, ma comunque autonoma. La legge, passata al Senato, non riesce a compiere il suo iter parlamentare anche per la manifesta opposizione della dirigenza diplomatica. 5. Il decennio perduto Il caso italiano è unico nel suo genere e può essere considerato un sintomo del declino dell'Italia. Tuttavia la crisi dell'efficacia dell'APS e la necessità di rinnovarne l'operato, a partire dai principi che lo hanno determinato, è sentita anche in ambito internazionale e soprattutto in sede Nazioni unite. Le guerre con e l'operato in Afghanistan e in Iraq, ne hanno amplificato le conseguenze e hanno fatto rimpiangere di non aver operato cambiamenti più radicali, basati sulle Conferenza dell'ONU degli anni novanta per una globalizzazione dal volto umano. Quegli anni sono oggi considerati il decenni perduto. L'Italia ne è largamente coinvolta, anche se proprio in quegli anni esprime, grazie ad un diverso rapporto con la società civile idee molto creative e innovative: dalle reti di solidarietà che trasformano l'aiuto umanitario in azione politica alla 'cooperazione decentrata', gestita cioè dagli enti locali che tenta di ripensare lo sviluppo, ad un approccio diverso nei confronti dei diritti delle donne, in particolare per le vittime di tratta. La perdita è quindi più grave. Oggi l'APS italiano deve quindi fare i conti con una legge buona, ma disattesa nelle sue parti più innovative e completamente stravolta per quel che riguarda le responsabilità tecniche. Infatti la miniriforma del Ministero degli Esteri nel 1999, ha spostato il potere decisionale sugli uffici territoriali della Direzione Generale per la Cooperazione allo Sviluppo, togliendo autorità all'Unita Tecnica Centrale, e rendendo più difficile anche la connessione tra i fermenti nuovi che emergono nella società italiana e il raccordo con le politiche multilaterali. Solo una rinnovata attenzione politica potrebbe salvare dalla attuale crisi dell'APS italiano, ma è necessario anche un atteggiamento diverso e meno corporativo da parte della diplomazia. Ci riusciremo?

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Di Il Cosmopolita il 27/05/2004 alle 00:00 | Non ci sono commenti

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