Archivio

settembre 2017 luglio 2017 maggio 2017 marzo 2017 dicembre 2016 ottobre 2016 luglio 2016 maggio 2016 febbraio 2016 gennaio 2016 dicembre 2015 novembre 2015 ottobre 2015 settembre 2015 luglio 2015 aprile 2015 marzo 2015 febbraio 2015 gennaio 2015 dicembre 2014 novembre 2014 ottobre 2014 settembre 2014 agosto 2014 luglio 2014 giugno 2014 aprile 2014 marzo 2014 febbraio 2014 gennaio 2014 dicembre 2013 novembre 2013 ottobre 2013 settembre 2013 agosto 2013 luglio 2013 giugno 2013 maggio 2013 aprile 2013 marzo 2013 febbraio 2013 gennaio 2013 dicembre 2012 novembre 2012 ottobre 2012 settembre 2012 agosto 2012 luglio 2012 giugno 2012 maggio 2012 aprile 2012 marzo 2012 febbraio 2012 gennaio 2012 dicembre 2011 novembre 2011 ottobre 2011 settembre 2011 agosto 2011 giugno 2011 maggio 2011 aprile 2011 marzo 2011 febbraio 2011 gennaio 2011 dicembre 2010 novembre 2010 ottobre 2010 settembre 2010 luglio 2010 giugno 2010 maggio 2010 aprile 2010 marzo 2010 febbraio 2010 gennaio 2010 dicembre 2009 novembre 2009 settembre 2009 luglio 2009 aprile 2009 marzo 2009 febbraio 2009 gennaio 2009 dicembre 2008 novembre 2008 ottobre 2008 settembre 2008 agosto 2008 luglio 2008 giugno 2008 maggio 2008 aprile 2008 marzo 2008 febbraio 2008 gennaio 2008 dicembre 2007 novembre 2007 ottobre 2007 luglio 2007 giugno 2007 maggio 2007 marzo 2007 gennaio 2007 dicembre 2006 novembre 2006 ottobre 2006 settembre 2006 luglio 2006 giugno 2006 maggio 2006 aprile 2006 marzo 2006 febbraio 2006 gennaio 2006 dicembre 2005 novembre 2005 ottobre 2005 settembre 2005 agosto 2005 luglio 2005 giugno 2005 maggio 2005 aprile 2005 marzo 2005 febbraio 2005 gennaio 2005 dicembre 2004 novembre 2004 ottobre 2004 settembre 2004 agosto 2004 luglio 2004 giugno 2004 maggio 2004 aprile 2004 marzo 2004 febbraio 2004 gennaio 2004 dicembre 2003

Post in Europa

15/11/2015

Helmut Schmidt e la socialdemocrazia europea

La scomparsa di Helmut Schmidt stimola riflessioni sul ruolo suo e della socialdemocrazia tedesca nella costruzione d’Europa. Lo spunto di base è il suo europeismo poco romantico e assai pragmatico, secondo una cifra che gli era abituale e lo rendeva meno attraente, specie agli occhi della sinistra – sinistra, del predecessore Willi Brandt. E non solo perché Brandt aveva avuto il Nobel per la pace per essersi inginocchiato nel Ghetto di Varsavia.

Schmidt aveva il torto, per buona parte della sinistra italiana, di aver istallato sistemi d’arma di fattura americana (gli euromissili) per contrastare i missili che l’Unione Sovietica teneva puntati contro l’Europa avendo come primo bersaglio la Germania Ovest. Schmidt non si allineava al generico pacifismo della sinistra italiana ed europea preferendo reagire in maniera forte alla prova di muscoli di Mosca. Anni dopo Schmidt esternò il sospetto che l’URSS in realtà voleva dividere la sicurezza europea dall’americana per rendere di fatto l’Europa imbelle e, appunto, genericamente pacifista.

Con Valéry Giscard d’Estaing, Presidente di Francia, e Roy Jenkins, Presidente della Commissione, lanciò il Sistema Monetario Europeo, il meccanismo di cambi fissi fra le valute europee che, a termine, avrebbe dovuto portare alla moneta unica. L’Ecu (european currency unit) ne era la derivazione, ma si trattava di una valuta virtuale e non cartacea che definiva il bilancio comunitario e andava convertita nelle valute nazionali. L’Euro sarà creatura di una stagione successiva. Stagione che Schmidt rivendicò in parte a merito suo e degli altri promotori dello SME.

Anche nel caso del serpente monetario, come pure lo SME si chiamava per la sua forma tortuosa, la posizione della sinistra italiana fu ondivaga. Una certa corrente di pensiero lo avversava. I cambi fissi diminuivano il margine di flessibilità della Banca d’Italia e la possibilità di operare al ribasso per favorire le esportazioni. Poco importava che i cambi fluttuanti avevano come conseguenza un alto tasso d’inflazione. La decisione di Roma di entrare nello SME, sia pure collocando la lira nella fascia larga di fluttuazione, fu sofferta e contrastata. Fu un altro caso (come nel 1951 e nel 1957) in cui la diplomazia italiana si adoprò a sposare la causa europea con una motivazione che apparve subito ineccepibile: stare fuori dallo SME significa rinunziare al plotone di testa e confinarsi nelle retrovie, una posizione inadatta ad uno stato membro fondatore. Non diverso fu l’atteggiamento della diplomazia quando si trattò di entrare nella prima ondata dell’Euro.

Schmidt dunque ci mette di fronte alla nostra coscienza, ci spinge a guardarci allo specchio. La socialdemocrazia tedesca dopo Bad Godesberg fu indicata a sinistra come lontana dai “veri” valori del socialismo. Anzi, maggiore era il suo pragmatismo in economia e in politica estera e maggiore era il  richiamo di altri ai “veri” valori. La terza via che qualcuno invocava, il porsi a metà strada fra capitalismo e comunismo, sembrava, e probabilmente era, la nowhere island di Peter Pan. 

TAG helmut schmidt ue solcialdemocrazia europa

ARCHIVIATO IN Europa

Di Il Cosmopolita il 15/11/2015 alle 21:47 | Non ci sono commenti

19/09/2014

La secessione in kilt.

Cadono i venticinque anni dell’unificazione tedesca e li celebriamo con la vittoria del “no” al referendum scozzese. La Scozia resta ancorata al Regno Unito, sia pure con crescente autonomia. I due eventi, distanti nel tempo, hanno il tratto comune di puntare a aggregare e non a separare. Dal 1989 l’Europa è striata dalle separazioni, alcune indolori come fu in Unione Sovietica, altre sanguinose come fu nella Jugoslavia. Ma anche quelle consensuali lasciano tracce. La controversia fra Russia e Ucraina è un cascame della dissoluzione sovietica: la ripresa di protagonismo della Russia dopo la stasi eltsiniana, la vocazione europea e occidentale dell’Ucraina. Tutti elementi che, mescolati, non producono il cocktail caro a James Bond ma una cacofonia di sapori e dunque di contrasti.

Nel 1989 la geografia europea si ridefinì attorno a confini diversi da quelli stabiliti nell’immediato dopoguerra. Mai tanti stati in Europa come dopo la scomparsa di URSS e Jugoslavia, mai tante tensioni dopo la caduta del blocco comunista. La vicenda di Scozia s’iscrive in altro contesto, lo stesso grosso modo del Belgio e della Spagna dove convivono sotto lo stesso tetto popolazioni e lingue diverse. Solo che in Scozia ha prevalso il senso di appartenenza alla Corona e, per questo verso, all’Unione europea. Efficace è stato il monito venuto da Bruxelles. Diretto agli Scozzesi e, loro tramite, a Catalani e Fiamminghi e Baschi: le secessioni portano all’esclusione dall’Unione, chi voglia rientrare deve puntare al processo di adesione. La Scozia, membro UE sin dagli anni settanta, si sarebbe trovata d’improvviso nel girone purgatoriale dei paesi candidati, alla stregua di Macedonia e Serbia e Turchia. Un prezzo troppo alto da pagare anche a fronte della piena sovranità sul petrolio del Mare del Nord.

Il messaggio unionista tiene, e qui adopriamo unionista sia nel senso dello Union Jack che in quello delle dodici stelle in campo azzurro. Ora la parola passa a Londra. Tenere fede alle promesse di autonomia spese alla vigilia del voto. Tenere fede al mandato unitario non solo sul piano interno ma anche su quello continentale. L’altalena sull’altro referendum – quello del “si” o del “no” alla membership – dovrebbe cessare di oscillare. Come la Scozia è parte del Regno Unito così il Regno Unito è parte dell’Unione. La partecipazione di Londra al gioco dell’Unione va a beneficio della squadra. E questo specie nel campo, ora di nostra priorità, della politica estera e di sicurezza e difesa. Nessuna PESC, nessuna PSDC sarà credibile senza il convinto apporto britannico. Le forze armate britanniche, con le francesi, sono il nucleo duro dell’ipotetica force de frappe d’Europa. Tutto il resto conta relativamente. Il mandato dell’Alta Rappresentante comincia sotto fausti auspici.

TAG scozia unine europea pesc ue regno unito psdc

ARCHIVIATO IN Europa

Di Il Cosmopolita il 19/09/2014 alle 15:15 | Non ci sono commenti

14/12/2011

Europa a Ventisei.

E’ il mito che torna, quello dell’Europa senza il Regno Unito. Londra ci ha abituati alle sue apparenti uscite di scena per ricomparire appena i “continentali” si dispongono a più miti consigli. Il paradosso di questo andirivieni dei britannici è che per mantenerli nella grande famiglia europea, gli altri stati membri sacrificano alcuni principi chiave che alla vigilia hanno dichiarato “not negotiable”. Il Consiglio europeo del 9 dicembre propone vecchi stilemi e uno scenario in parte nuovo. Cerchiamo anzitutto di comprendere la procedura cui ricorrono i Ventisei per prendere nota della riserva britannica senza qualificarla come tale. I capi di stato o di governo della zona euro adottano una dichiarazione per “progredire verso un’unione economica più forte” lungo due piste fondamentali: nuovo patto di bilancio e rafforzamento del coordinamento delle politiche economiche; sviluppo degli strumenti di stabilizzazione per fronteggiare le sfide a breve termine. La dichiarazione precisa la natura delle misure da prendere, così delineando il mandato che i riformatori saranno chiamati ad attuare per mutare le petizioni di principio in diritto derivato e diritto primario. E segnatamente, riguardo al diritto primario, ponendo mano alla riforma del Trattato di Lisbona. L’impianto è di per sé complesso perché vede un gruppo di stati membri progettare la riforma del Trattato, che si applica ai Ventisette, e delineare piste e procedure che analogamente dovrebbero valere per tutti. Questo in linea di principio. In linea di fatto la dichiarazione conclude che, mancando l’unanimità degli stati membri, le misure saranno adottate mediante accordo internazionale e che a tale processo si dichiarano disposti a partecipare alcuni stati membri estranei alla zona euro. E allora ventisei stati membri giocano il gioco, o perché stanno nella squadra euro o perché contano di entrarci e dunque desiderano contribuire a scriverne le regole che, a termine, potrebbero valere anche per loro. Il Regno Unito non è menzionato e si annota la sua riserva per omissione e non per specifica menzione. Si dirà: la classica accortezza diplomatica per presentare i risultati in positivo senza isolare alcuna delegazione in via pregiudiziale. In realtà dalle passate esperienze di riserve britanniche, vi è da pensare che solo ora comincerà la vera trattativa coi britannici: per averli a bordo comunque, pena la debolezza congenita dell’unione economica. La memoria va ad eventi degli anni ottanta del XX secolo: al Protocollo sociale di Maastricht, ai Consigli europei di Milano e Roma. Anche allora la delegazione britannica si isolò dal Continente. O meglio: il Continente restò isolato dal Regno Unito e non per la nebbia sulla Manica, e per ristabilire il ponte accettò di negoziare al ribasso. Non è un caso che nelle varie occasioni a Londra governasse il Partito Conservatore. Ma è segno di continuità che il lungo Governo laburista promise ripetutamente di indire un referendum per l’ingresso nell’euro: se i “continentali” si dispongono ad attendere e nel frattempo non introducono misure tali da non spaventare l’elettorato britannico, l’euro varcherà finalmente l’Eurotunnel verso la piazza finanziaria più importante d’Europa. Certi atteggiamenti non portarono bene alla Signora Thatcher che sulla moneta unica conobbe la crisi di governo e la sostituzione con Major. Non è detto che l’attuale riserva giovi al Governo Cameron, al cui interno la componente Lib – Dem si sente emarginata nel suo europeismo. Ma ciò che conta è l’opinione della City. E l’intenzione che si accredita al Primo Ministro di riservarsi a Bruxelles per scongiurare a Londra il referendum confermativo della presenza in Europa. E’ meno grave il malumore coi continentali che la sconfitta in patria. Lo stesso ragionamento, a ben vedere, del referendum sull’euro, sparito dal panorama politico assieme al Governo del New Labour.

ARCHIVIATO IN Europa

Di Il Cosmopolita il 14/12/2011 alle 00:00 | Non ci sono commenti

02/08/2011

Letteratura alta e letteratura di genere.

Jo Nesbo è autore di noir e conosce il meritato successo dopo il clamore suscitato dalla trilogia di Stieg Larsson e dalle vendite sempre alte di Hennig Mankell. Un norvegese e due svedesi, per non citare Anne Holt e altri ancora che affollano le librerie con i loro romanzi provenienti dal freddo. Tutti costoro, ed in particolare Nesbo, sono interrogati dalla stampa su cosa accade in Norvegia dopo la strage. O meglio, come possa accadere un fatto del genere in un paese socialdemocratico, anzi così socialdemocratico da avere modificato alcune regole di comportamento. Tutti, in Norvegia, si danno del 'tu' a prescindere da rango e condizione.

Nesbo ricorda che sotto la superficie socialdemocratica batte il cuore di tenebra del nazismo e dei miti ariani. Un cintura ariana copre il nord Europa che, a differenza della Germania, ha fatto poco e probabilmente male i conti col passato. Passato che riaffiora nella tragedia di questi giorni e che gli scrittori di noir fanno rivivere con la scrittura.

Non è un fenomeno nuovo in letteratura. L'America del proibizionismo trova il suo cantore in Dashiell Hammett, la California rampante il suo pittore in Raymond Chandler. In Italia ci prova De Cataldo con il suo romanzo criminale e, sommessamente come nel suo stile, Camilleri con la saga di Montalbano. Nella quale la mafia ci sta ma è come se non ci fosse: evocata come scenario di fondo. Il confine fra letteratura alta e letteratura di genere si assottiglia. Quella di genere diventa racconto senza aggettivi degli umori sociali che appaiono e di quelli che covano sotto. Descrive il cuore di tenebra che Conrad situò in Oriente e che invece batte dentro il nostro corpo europeo di cittadini illuminati e perennemente attratti dal buio.

Non basta scrivere di xenofobia e razzismo. Occorre una pedagogia quotidiana perchè i loro fantasmi tornino là dove meglio stanno: nello scantinato della nostra memoria collettiva.

ARCHIVIATO IN Europa

Di Il Cosmopolita il 02/08/2011 alle 00:00 | Non ci sono commenti

12/07/2010

La terza via turca.

Dalle prime lezioni universitarie di Politica internazionale alle dotte conversazioni fra esperti l’argomento che si sente spesso ripetere, è che la Turchia è il ponte fra Occidente e Oriente, fra le civiltà giudaico - cristiana e musulmana. Un luogo comune che, con la forza persuasiva dell’iterazione, ci fa credere che così è, e così ha da essere “a prescindere”. Si aggiunge, nelle suddette lezioni e conversazioni, che la Turchia è così perché la geografia la costringe ad esserlo: anche plasticamente, col magnifico ponte sul Bosforo che unisce la parte europea alla parte asiatica di Istanbul.

In realtà la rivoluzione secolare di Kemal Ataturk è messa in discussione dai suoi tardi epigoni. Il partito al potere a Ankara propende per forme di secolarismo mitigate dall’uso apparentemente non invadente della cultura islamica. Un esperimento di secolarismo musulmano, o di Islàm politico moderato, che merita di essere valutato per i suoi effettivi meriti e comunque di figurare nell’agenda d’Europa come tema essenziale.

Perché infatti, senza la Turchia, la politica estera europea ha poco senso. Questo va compreso e detto a chiare lettere. Quando nel 2005, con faticosa decisione risalente al 2003, l’Unione europea avviò i negoziati di adesione con la Turchia, il passo fu salutato come il segno del definitivo avvicinamento reciproco fra Europa e Turchia. Ovvero dell’indiscutibile carattere europeo della Turchia quale profilatosi dalla rivoluzione di Ataturk ai giorni nostri.

Certo, la Turchia doveva riformare il sistema economico e politico. Certo, doveva adattare l’ordinamento giuridico ai criteri di Copenaghen. Certo, doveva allineare i comportamenti delle pubbliche autorità allo spirito dei tempi: al rispetto dei diritti e delle libertà fondamentali, al divieto di pratiche come la tortura, la discriminazione fra generi, credenze, eccetera. Ma si lasciava intendere alla Turchia – e la Commissione europea stava lì a vigilare e certificare – che in caso di buona condotta, la via dell’adesione era aperta. Anzi, si fissava al 2014 la data conclusiva dei negoziati, dopo di che si sarebbe intrapreso l’impervio processo delle ratifiche nazionali.

Di tutto ciò resta modesta traccia nel 2010. I negoziati di adesione sono ad un passo dal blocco. La Turchia accarezza la pista ottomana di cui scrivono alcuni commentatori e lo stesso Cosmopolita. Pista ottomana che la porta a chiedere ragione a Israele dell’attacco alla flottiglia davanti Gaza, pena la rottura delle relazioni diplomatiche. Per l’Italia, che si dichiara amica di ambedue le parti, uno scenario di questo tipo è preoccupante. E lo è per il mondo occidentale, o di quel che resta. Obama lo spiega a Netanyahu. Resta da capire se riceve ascolto in Israele e in Europa.

ARCHIVIATO IN Europa

Di Il Cosmopolita il 12/07/2010 alle 00:00 | Non ci sono commenti

20/06/2007

La crisi dei valori europei alla luce del rapporto italo-tedesco

I problemi inerenti l’UE, la necessità di risolvere il nodo costituzionale, di ricompattare il fronte progressista attorno ai principi fondanti dell’Europa, i il problema stesso dell’identità sono stati oggetto di ampio commento, anche nei nostri editoriali. Un ulteriore spunto di riflessione ci offre il colloquio svoltosi a Trento qualche settimana fa presso il Centro per gli Studi storici italo - germanici sulla “reciproca indifferenza” tra Italia e Germania a partire dagli anni novanta, a cui hanno partecipato numerosi studiosi e pubblicisti dei due Paesi. Il dato più interessante emerso dall’incontro è l’ipotesi di una fase di “strisciante estraniazione” (schleichende Entfremdung) che sembra permeare soprattutto il livello politico dei rapporti bilaterali, nonostante l’ampiezza dell’interscambio economico e la dedizione di molte istituzioni culturali operanti sul territorio, quali l’Istituto-Goethe in Italia e i nostri Istituti Italiani di Cultura in Germania. Gian Enrico Rusconi, il Presidente dell’Istituto di studi italo - germanici, investe in una giusta critica in primo luogo il ceto politico italiano, al giorno d’oggi completamente assorbito dai contrasti interni, isolato culturalmente ed incomprensibile alla classe politica tedesca, che non riesce a coglierne le dinamiche. Sarebbe quindi il caso di parlare di una disimmetria tra il ruolo di guida europeo della Germania e la irrilevanza dell’Italia a livello di cultura politica, nonostante gli sforzi e l’efficace lavoro svolto dall’Istituto-Goethe nel passato più recente per una elaborazione critica degli eventi storici del II conflitto mondiale. Tuttavia oggi, nonostante le smentite ufficiali da parte del Goethe di Roma, pervenute anche al termine del convegno, è innegabile quanto meno una semplice conservazione dello status quo della propria presenza in Italia, se non si vuol usare il termine di disimpegno, e la sua maggiore concentrazione nell’Est dell’Europa e nelle aree extraeuropee. Dall’altra parte corrisponde la chiusura di tre lettorati di italiano presso le università tedesche e la cronica mancanza di strumenti e risorse di grande efficacia da parte dei nostri Istituti Italiani di Cultura. Anche da parte tedesca, Stefan Ulrich, il corrispondente romano della Süddeutsche Zeitung, conferma una fase di estraniazione, riconducibile ad una crisi degli ideali europei. Il progetto di integrazione che dopo il II conflitto mondiale ha unito i due Paesi e che ha dato loro attraverso l’Europa un riconosciuto ruolo internazionale, sembra per il momento esaurito, con la ricomparsa degli interessi nazionali come priorità oggettiva della politica. Per superare la crisi con nuove iniziative, Ulrich pone in risalto il progetto dell’Euronucleo (Kern-Europa-Idee), in sintonia con il collega italiano Lucio Caracciolo, che vede in esso o in una futura Confederazione Europea l’embrione di un nuovo soggetto geopolitico all’interno di una Unione oramai divisa a 27 velocità e che ne ha fatto recentemente oggetto di numerosi interventi nella stampa italiana. E’ sembrata opinione comune dei partecipanti che i rapporti tra Italia e Germania, problematici già da 60 anni e che hanno allo sfondo le tragedie belliche del novecento, il fenomeno dell’emigrazione e del recente turismo di massa, abbiano subito una battuta d’arresto e esaurito lo slancio a causa della globalizzazione, che ha suggerito una diversificazione dei rapporti, facendo intravedere la possibilità di nuovi e più dinamici scenari mondiali. Inoltre, lo stesso ceto politico, dopo la crisi di tangentopoli, ha interrotto quei regolari rapporti bilaterali che i partiti politici tradizionali italiani curavano con molta attenzione, anche a livello di relazioni personali con i loro omologhi tedeschi. Possiamo ritenere quindi che emerge per noi la necessità primaria di una inversione di tendenza a livello politico, a cui non possono sopperire gli sforzi se pur ecomiabili delle istituzioni culturali e le cifre dell’interscambio economico, anche perché i legami tra Italia Germania hanno sempre un peso specifico rilevante, in positivo come in negativo. Anche Angelo Bolaffi, il nuovo direttore dell’Istituto Italiano di Cultura di Berlino presente al convegno, ha riaffermato l’essenzialità di un rapporto tra i due Paesi che, se pur consumato, deve essere rinnovato con nuovi contenuti. La globalità ha certo bisogno per superare i problemi strutturali del futuro di una Unione Europea propositiva e portatrice di valori, la ripresa di una nuova dinamicità nel rapporto tra Italia e Germania è una delle condizioni per cui questo possa avvenire.

ARCHIVIATO IN Europa

Di Il Cosmopolita il 20/06/2007 alle 00:00 | Non ci sono commenti

22/05/2007

Un’ Europa schizofrenica?

A guardare le prime pagine dei giornali italiani ed internazionali degli scorsi giorni ci sarebbe stato da credersi schizofrenici: mentre nell’occidentale e “progredita” Italia un imponente manifestazione di piazza richiamava le forze politiche – ree di derive laiciste - ai tradizionali valori cristiani della famiglia, nella orientale (e, come certamente molti pensano, “retrograda”) Turchia una altrettanto imponente folla (anzi di più a giudicare dalle foto e non dalle cifre sempre inconciliabili fornite da autorità e organizzatori) protestava contro il governo a sostegno della secolarità dello Stato turco. Un bel sovvertimento del famigerato “scontro” fra Civiltà! Episodi di intolleranza a sfondo razzista sempre più gravi in Italia come in altri paesi europei non riescono neanche più a raggiungere le prime pagine dei giornali, a meno che non vi siano da cavalcare momenti di indignazione per qualche fatto più eclatante, senza preoccupazione alcuna delle conseguenze che reazioni emotive possono causare per l’ordinata convivenza civile della società. Tutto ciò in quella Europa che dovrebbe far fulcro sulla peculiarità della propria cultura – fondata ed alimentata da diversità che continuano ad arricchirsi in un continuo e pacifico interagire, caratterizzata da solidarietà sociale, apertura e “compassion” - per presentarsi sugli scenari internazionali come portatrice di valori unici di progresso e civiltà. Insomma si prospetta il paradosso di uno (o più) dei paesi fondatori in cui si sbiadiscono le virtù richieste per far parte del club, mentre altri, che pure ne continuano ad essere tenuti fuori, vedono impegnate larghe e significative fasce della popolazione e delle forze istituzionali in difesa dei valori “europei”. Una situazione che dovrebbe consigliare a europei ed italiani in particolare, oltre che la lezione dell’umiltà, anche una riflessione approfondita su dove stiano andando le nostre società, i nostri valori, se ancora ne abbiamo. Parafrasando qual che viene detto in tema di sicurezza, i valori non sono e non debbono essere riserva di caccia di forze conservatrici o peggio reazionarie, sono sempre stati il campo di casa delle forze progressiste e possono tornare ad esserlo. Certo si tratta di vedere quali valori, ma lotta all’indigenza, diritto alla salute, istruzione e tolleranza (vanno insieme!), difesa dei diritti dei più deboli, famiglia e rispetto delle diversità, progresso scientifico, pace e cooperazione internazionale sono bandiere dietro alle quali intere generazioni si sono schierate con passione. Sono comunque principi fondanti dell’Unione Europea, che nulla hanno a che vedere con un relativismo nichilista (non chiunque è ugualmente rispettabile, ma tutti i rispettabili hanno uguale dignità – e i criteri sono proprio quelli dei valori fondanti dei diritti dell’uomo) che proietta sulle società europee non solo lo spettro dell’abulia morale, ma anche quello di reazioni di segno opposto basate su violenza ed oscurantismo. Come questo si ripercuota sulle prospettive di definizione della politica estera dev’essere motivo di riflessione e preoccupazione per tutti e soprattutto, mentre l’Europa va a destra, per chi nel nostro paese non intende rinunciare a costruire un Europa più forte e portatrice di pace e prosperità al proprio interno e nel mondo.

ARCHIVIATO IN Europa

Di Il Cosmopolita il 22/05/2007 alle 00:00 | Non ci sono commenti

05/05/2007

Sulla “identità” culturale europea

Quando si affronta il tema di una comune identità culturale dell’Europa, la formula più comunemente usata è quella della “unità nella diversità”, che ne costituirebbe appunto il punto di forza. Proprio le diversità storiche, culturali e ideali dell’Europa fondano la sua ricchezza, che possiamo chiamare un patrimonio di autonomia e molteplicità di tradizioni, reso ancor più prezioso dalla varietà di lingue e culture del continente. Ma quale è il grado di visibilità di questa realtà all’esterno, come e in che misura viene colta in dimensioni storiche e culturali completamente diverse, come l’Asia o l’America? Appare quindi necessaria una riflessione sul grado di proiezione esterna dell’Europa, sulla sua capacità di far pervenire all’esterno le tracce essenziali di un progetto comune condiviso. La varietà delle diverse culture e “storie” dell’Europa, che pur costituiscono il fascino e la ricchezza del suo patrimonio e quindi la ragione della sua attrattiva, fanno fatica ad essere colte in quell’unità pur sempre proclamata ed auspicata nel contesto politico e istituzionale. Molto spesso è difficile cogliere in contesti sociali lontani dal nostro un denominatore comune per ben 27 Paesi, a parte le ricorrenze ufficiali delle giornate dedicate all’Europa. In realtà gli stati nazionali, soprattutto in ambiti così diversi, sembrano ancora parlare ed agire più come protagonisti individuali che non nel quadro di un progetto globale comune. Da qui la percezione dell’Europa molto latente che riscontriamo ad esempio presso gli strati anche più colti e elevati di popolose città asiatiche: a mala pena qualcuno pensa l’Unione come una specie di ASEAN, mentre tra i giovani studenti degli junior collages, essa è quasi sempre una realtà astratta e poco visibile. A ciò si aggiunge in certi Paesi il retaggio della tradizione coloniale, che serve da corsia preferenziale nella scelta dei modelli educativi, privilegiando quelli del mondo anglosassone, visti come preferibili a quelli dell’Europa continentale. Per fare un esempio, a Singapore la Gran Bretagna non partecipa al padiglione comune europeo di una annuale importante fiera internazionale dedicata alla educazione superiore e ai corsi di specializzazione post-laurea, in quanto organizzatrice essa stessa da molti più anni di una manifestazione analoga dedicata ai modelli educativi anglosassoni. La più comune manifestazione europea, che si volge in quasi tutti i paesi, è quella di un festival del cinema europeo e a cui partecipano tutti gli Stati con una propria industria cinematografica. Il Paese con la Presidenza di turno si prende carico dell’organizzazione dell’evento e della serata inaugurale, in cui in genere si presenta uno dei migliori film della più recente produzione nazionale. Oltre a costituire un momento di maggiore visibilità del Paese organizzatore rispetto agli altri membri dell’Unione, tali iniziative diventano di per sé più un momento di incontro trai i vari expat europei e esperti/operatori del settore, che non una opportunità di presentazione di un comune discorso europeo presso il pubblico locale. Esiste quindi una difficoltà intrinseca a definire una comune identità europea ed i problemi che ad essa sottintendono e le possibili soluzioni sono state espresse, tra l’altro, da due riconosciuti esponenti della cultura europea, da angolature diverse se pur complementari , il regista Wim Wenders e il filosofo Jürgen Habermas. Wenders vorrebbe sostituire un sogno europeo ad un fallito sogno americano in quanto l’Europa, anche nelle difficoltà di una maggiore integrazione interna, rappresenta all’esterno pur sempre la quintessenza della cultura, del savoir vivre, esempio quindi di società aperta e rispettosa dei diritti e della varietà. Lo stesso concetto di border crossing viene ripreso a livello più teorico da Habermas, che collega l’integrazione delle minoranze interne alle società europee ad un accrescimento della identità dell’Unione. Tale integrazione è intesa quindi come un processo di rivitalizzazione delle nostre stesse culture nazionali, che potranno così divenire più “porose” e ricettive nei confronti del diverso. L’accettazione di “dissonanze cognitive” potrà quindi anticipare un cambiamento di coscienza ed un allargamento dei nostri orizzonti culturali. Denunciare questo processo, afferma il filosofo di Francoforte in una aperta critica ai teorici dello “scontro di civiltà”, come “capitolazione dell’occidente” , sarebbe solo foriero di una nefasta “militarizzazione dello spirito occidentale”. In definitiva solo superando il richiamo ai valori tradizionali contro un supposto “nemico interno”, sarà possibile definire una comune coscienza europea, che non viva solo di integrazione economica, ma faccia suoi propri idee, storie e miti fondatori. Quello che potrebbe apparire come debolezza dell’Europa, la contrastante varietà delle sue tradizioni e culture, potrebbe divenire, se comunemente riflettuto e condiviso, il suo vero punto di forza, la possibilità dell’Europa di presentarsi come società aperta, attenta e rispettosa dei bisogni e dei diritti degli altri e quindi artefice principale di mediazione nel contesto politico internazionale.

ARCHIVIATO IN Europa

Di Il Cosmopolita il 05/05/2007 alle 00:00 | Non ci sono commenti

25/11/2005

Groznyi Sur Seine

Il mondo guarda con stupore le immagini da guerra civile che riempiono gli schermi televisivi. Parigi è diventata l’Irak o la Cecenia come si compiacciono ad affermare certe televisioni russe o americane? Non è più il momento di fare i bilanci delle violenze ma quello di analizzarne le ragioni che sono multiple e complesse. La prima ragione storica è architettonica. Le periferie francesi, costruite rapidamente negli anni 60 per far fronte alla crisi di abitazioni e soprattutto all’arrivo massiccio dei rimpatriati dal Nord Africa e degli immigrati indispensabili per la crescita economica del momento, sono tutte situate lontano dal centro delle città. Le costruzioni rapidamente “invecchiate” con il loro aspetto “staliniano” prive di vita, sono state abbandonate dalle classi medie che le avevano occupate subito dopo la loro creazione. Questa diserzione ha contribuito ad una ghettizzazione, solo coloro che non avevano i mezzi per andare altrove sono restati. E’ stato facile utilizzare queste abitazioni divenute vuote per ammassarci le famiglie numerose o marginalizzate economicamente. Queste hanno portato con loro la disoccupazione, la povertà, la disperazione dei giovani. Per sopravvivere è nata tutta un’economia parallela, fatta di piccoli traffici – macchine rubate o mini racket - che è sfociata rapidamente in una delinquenza più pesante – droga o prostituzione - nelle mani dei figli degli immigrati di prima generazione. In questo modo essi assicurano la sussistenza delle loro famiglie. I padroni delle “cité” sono diventati i capibanda che hanno basato la loro autorità sul terrore sostituendosi ai poteri pubblici latitanti. Polizia, giustizia, servizi pubblici, dimissionari di fronte all’insicurezza nascente, hanno abbandonato gli abitanti alla dittatura delle bande. Già nel 1982 une prima serie di disordini nella periferia di Lione ha attirato l’attenzione sulle “cité” divenute “zone extra diritto”. Una prima richiesta di aiuto da parte dei residenti e soprattutto da parte dei giovani. Dalla fine degli anni 70 i governi, di destra come di sinistra, hanno preso coscienza dell’esistenza del problema. In 30 anni non meno di 13 organismi (agenzie, segretariati, missioni, ministeri) si sono succeduti per analizzare il problema, cercare le soluzioni e… essere rimpiazzati da una nuova organizzazione senza agire. Nessuno ha capito che il problema non era solo politico ma storico e che non poteva che essere trattato sul lungo periodo. I poteri pubblici, abituati ad una crescita economica importante dal 1950 hanno pensato che la crisi del 1990 non era che un brutto momento e che la ripresa avrebbe aiutato a risolvere naturalmente il problema strettamente legato al lavoro. Purtroppo la crisi non era passeggera, viviamo una vera mutazione del mondo del lavoro con la necessità di impieghi sempre più qualificati. La degradazione del clima delle periferie si accompagna a quella della formazione. La spirale infernale è avviata. L’istruzione nazionale, malgrado gli sforzi meritevoli degli insegnanti, non ha potuto, o saputo, trasmettere i valori necessari. Gli avvenimenti recenti sono il risultato di una incomprensione. I codici di linguaggio, di abbigliamento e morali si sono sviluppati in un ambiente isolato differentemente dal resto della società. Senza punti di riferimento, questa generazione di immigranti, francese di diritto, è ritornata alle radici culturali e etniche dei genitori. Il dialogo normale è diventato impossibile: le parole, gli atti non hanno più lo stesso significato. E’ stato sostituito dalla violenza, quella che vivono quotidianamente. I giovani delle “cité” non vogliono più sovvenzioni, aiuti diversi o altri impieghi “riservati”, quello che reclamano è un vero lavoro e soprattutto il riconoscimento della ricchezza che apporta la “differenza”. La legge o i decreti sono inefficaci su questo punto, è la mentalità di un Paese che deve cambiare. L’insieme della classe politica sembra aver preso coscienza del problema. Tutti, di qualsiasi tendenza, si dicono pronti ad agire insieme, definire gli orientamenti di piani a lungo termine. Le soluzioni passano attraverso una ristrutturazione delle periferie, attraverso la scuola, la formazione professionale, le infrastrutture (soprattutto i trasporti),il ritorno dei servizi pubblici compresa la polizia. L’obiettivo, ridare fiducia alle “cité” e liberarle dalla piccola minoranza che impone la legge. La tragica morte di due giovani adolescenti, i quali, inseguiti o meno dalla polizia, sono entrati in una zona pericolosa - peraltro ben segnalata e protetta - è servita di pretesto per la fiammata di violenze. Il suo prolungamento, i “casseurs” non rispondono più a motivazioni di insoddisfazione politica, ma partecipano ora ad un gioco pericoloso e irresponsabile. Ne sono la prova i sempre più numerosi minori fermati dalla polizia che, anche al di fuori delle città con problemi, partecipano al grande concorso delle macchine bruciate, sotto l’occhio compassionevole dei giornalisti delle televisioni del mondo intero, come ad una vera sequenza di reality show. Non bisogna dimenticare le organizzazioni, più o meno clandestine, che usano i manifestanti per coprire azioni di provocazione (anarchici, radicali islamici, l’estrema destra ). Il fronte unito dei politici , fratelli nemici, è sincero o demagogico? Gli impegni solenni, presi durante i dibattiti televisivi, di lavorare insieme al di là delle etichette politiche, resisteranno alle prossime campagne elettorali? Auguriamocelo perché altrimenti questa volta la rivolta potrebbe infiammare il Paese. Speriamo che questo grido sia stato udito non solo dai responsabili ma anche dall’insieme dei francesi. Niente sarebbe più pericoloso che confondere le grida di disperazione delle periferie e le azioni criminali di pochi individui. Ogni cittadino deve fare la sua parte affinché “Liberté, Egalité Fraternité” diventino una realtà quotidiana. *professeur d’economie Université de Versailles

ARCHIVIATO IN Europa

Di Il Cosmopolita il 25/11/2005 alle 00:00 | Non ci sono commenti

25/11/2005

La grande Europa nell’era della globalizzazione

1. La globalizzazione apre nuovi spazi all’iniziativa europea. Apre i mercati, accresce la circolazione di merci, servizi, capitali, persone, idee. Mette in tensione gli stati nazionali e le organizzazioni internazionali. E’ potenzialmente un fattore di democratizzazione della comunità internazionale. La globalizzazione ha dei soggetti promotori che operano all’interno del mercato cercando di determinarne i processi. Sono le imprese multinazionali e transnazionali che perseguono una loro politica e sviluppano un loro apparato ideologico, ma conservano il legame per quanto tenue con il referente territoriale: lo stato che ospita la casa madre o il cui diritto interno regge la multinazionale. L’impresa multinazionale si situa a cavallo del diritto interno e del diritto internazionale, in una posizione sfuggente che le permette di valersi della norma più favorevole. L’adesione all’OMC di tutti i paesi sviluppati dovrebbe restringere il margine di manovra delle multinazionali perché, nel dubbio sul diritto da applicare, vige il diritto dell’organizzazione, per quanto esso a volte sia soft oppure oggetto di interpretazione da parte della giurisdizione OMC. Alcuni stati territoriali tendono ad agire da protagonisti sulla scena internazionale in virtù del loro peso politico e militare e grazie alla forza finanziaria delle loro imprese. Essi curano l’aspetto ideologico della loro influenza promuovendo la propria lingua come veicolare e diffondendo i propri modelli di comportamento come i soli moderni. Mirano a rendere etiche e profittevoli le relazioni internazionali combinando la teoria ricardiana dei costi comparati e la teoria hegeliana dello stato etico. Le organizzazioni internazionali a dimensione universale faticano a reggere il ritmo impresso dalla globalizzazione e dal tendenziale unilateralismo dei paesi protagonisti della globalizzazione, i cosiddetti attori globali. O si adeguano alla mutevole volontà degli attori globali, e affievoliscono il loro carattere universalistico, o insistono nella retorica per perdere di efficacia. Per contro le organizzazioni internazionali a carattere regionale avanzano e si rafforzano. Storie di successo si raccontano in America Latina ma anche in Africa, e tutte si richiamano al modello europeo. La globalizzazione dei nostri giorni è diversa dalle forme di internazionalizzazione che il mondo ha conosciuto: dalle talassocrazie mediterranee, a partire dalla fenicia e dalla greca, fino ai colonialismi misti di pubblico e privato dell’impero britannico e della Compagnia delle Indie. Essa si differenzia per un fattore di velocità e per un fattore di intensità. La globalizzazione è qualcosa di più dell’economia globale in quanto investe la cultura, la produzione e la circolazione delle idee, i movimenti migratori, il “meticciato”, lo scontro di civiltà. Il fenomeno pone problemi enormi agli stati nazionali, stretti come sono fra localismo e multilateralismo, fra liberismo e tentativi di protezionismo. A meno che non si tratti di stati “imperiali” come Stati Uniti, Cina, India, ovvero di stati “nicchia” con forte coesione interna come la Scandinavia e la Svizzera. Ma anche gli esperimenti regionali, di cui l’Unione è il modello più riuscito e sofisticato, si trovano di fronte a problemi nuovi: ad esempio come assicurare la legittimità democratica e l’accettabilità sociale di decisioni che richiedono una forte dose di centralizzazione (in materia commerciale e monetaria), come spiegare gli effetti asimmetrici per gli stati membri ed insieme l’esigenza di un’azione unitaria e solidale in istanze internazionali come le IFI e l’OMC. In sostanza, la governance della globalizzazione resterà hobbesiana finché non si profilano soggetti capaci di contrastare l’unitaleralismo degli attori globali senza cadere nelle utopie dell’alternativa per l’alternativa. L’Unione europea dà l’impressione di subire la globalizzazione, ovvero una certa idea della globalizzazione modellata sugli interessi delle imprese multinazionali e transnazionali. Questa idea, di cui alcuni stati membri si fanno portatori, rischia di minare la base della costruzione comunitaria perché mette in discussione il modello sociale europeo ed erode il consenso dei cittadini. Ecco il nodo che si pone all’iniziativa europea: sviluppare una propria visione della globalizzazione con una strategia che ne rilevi gli aspetti positivi partendo dall’acquis di cinquant’anni di processo di integrazione. 2. La Commissione Prodi pubblicò nel 2001 il Libro bianco sulla governance, essendo consapevole che bisognava porre rimedio all’apparente paradosso: il divario fra quello che l’Unione fa e la percezione che i cittadini hanno dell’importanza di Bruxelles. Da un lato, i cittadini chiedono all’UE di affrontare se non risolvere i grandi problemi; dall’altro essi nutrono scarsa fiducia nelle istituzioni e nelle politiche al punto che alcuni elettorati bocciano il Trattato costituzionale. L’allargamento a 25 stati membri, la prospettiva di portarli a 27 nel 2007, a 29 se non più in un futuro comunque prossimo, accrescono il divario fra la necessità dell’azione e la percezione della sua efficacia. Il ripiegamento su se stessa nell’epoca della globalizzazione è l’indizio della crisi seria dell’Unione. Ne dobbiamo uscire prima che diventi irreversibile. L’allargamento è difficile da spiegare. Altrettanto difficile è presentare l’opportunità che i Balcani e la Turchia aderiscano all’Unione, che il Mediterraneo debba occupare uno spazio rilevante nell’azione esterna dell’Unione, che si imposti una iniziativa verso i grandi paesi asiatici senza subire la retorica del libero scambio. La deriva dello spirito europeo porta alla profonda divergenza sulle grandi finalità europee. La crisi non è dovuta alle divergenze in quanto tali, ma al fatto che si rifugge dal dibattito profondo sulle ragioni della crisi e dunque dalla ricerca di un nuovo consenso. Questo potrebbe articolarsi attorno ad alcuni elementi: il fattore della pace e della sicurezza internazionale; la governance della globalizzazione; i progetti di società. Il primo elemento rimanda al dibattito su soft power e hard power. L’Unione ha già l’una e l’altra e deve svilupparle entrambe per essere soggetto sempre più credibile: per essere l’attore globale di una sua partitura delle relazioni internazionali. Il secondo elemento rimanda all’azione europea nei fori multilaterali: dall’OMC alle IFI, all’ONU. Dove si porrà il problema della partecipazione europea in quanto tale dopo la mancata riforma del Consiglio di Sicurezza ed il diverso orientamento di Berlino. Il secondo elemento rimanda al pensiero unico sul libero scambio. Il laissez faire non porta di per sé al progresso generalizzato. Occorre distinguere fra paesi emergenti e paesi in via di sviluppo. L’agricoltura non è un’attività economica come le altre. L’ambiente e lo sviluppo sostenibile devono permeare tutte le politiche. Il terzo elemento infine rimanda alla diversità dei modelli sociali e culturali, il cui rispetto non può prescindere dall’accordo su una soglia minima di cooperazione economica e dal diritto dell’Unione di promuovere ovunque le libertà fondamentali e la dignità umana. 3. La globalizzazione si alimenta dello sviluppo tecnologico, che favorisce la crescita attraverso la riduzione dei costi di trasporto e produzione. Pone il problema di un sistema di regole comuni, da decidere a livello multilaterale e tali da assicurare una effettiva concorrenza basata sul libero scambio e sui valori condivisi. Si pensi anzitutto alle norme internazionali sul lavoro. I PVS devono partecipare alla definizione delle regole. Necessitano dell’assistenza dei paesi sviluppati anche solo per negoziare nel modo più efficace. L’obiettivo di fondo è di pervenire ad un regime di scambi commerciali giusto ed equo, tale da diffondere a tutti i vantaggi della globalizzazione, in un quadro di sviluppo sostenibile. In conclusione, l’azione della grande Europa nell’era della globalizzazione deve puntare a tre grandi obiettivi: la pace e la sicurezza; il reciproco riconoscimento delle culture e delle civiltà nel quadro del diritto internazionale; la crescita durevole e sostenibile.

ARCHIVIATO IN Europa

Di Il Cosmopolita il 25/11/2005 alle 00:00 | Non ci sono commenti

1 - 10 (16 record)
« 1 2 »