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02/02/2012

Il futuro energetico.

Annunciata fin dal 1880 e ribadita come imminente subito dopo la seconda guerra mondiale e poi negli anni settanta e ottanta, la fine del petrolio appare in realtà piuttosto lontana, mentre la produzione, cresciuta di ben cinque volte dalla fine degli anni ’50 ad oggi, continua ad aumentare. Si calcola che le riserve attuali di petrolio siano dell’ordine dei cinque “trilioni” di barili. Tanto per avere un idea di cosa significhi, basti pensare che in tutta l’era del petrolio, è stato finora estratto circa un trilione di barili e l’evoluzione della tecnologia non solo permetterà lo sfruttamento di giacimenti già dati per esauriti, ma renderà sempre più remunerativo lo sfruttamento di riserve che avevano fino ad ora dei costi di estrazione troppo elevati. Un chiaro esempio di questa tendenza è quello dell’aumento dell’estrazione dalle profondità marine: a partire dal 2000 la produzione di petrolio proveniente dagli oceani si è più che triplicata e neanche dopo il devastante incidente dell’anno scorso nella piattaforma Deepwater Horizon, nel golfo del Messico, si è registrato alcun rallentamento. Grazie alle nuove tecnologie, si prevede addirittura che nel corso di questo secolo l’efficienza complessiva sarà quanto meno raddoppiata. I problemi relativi alle riserve di petrolio non suscitano dunque particolari preoccupazioni, ma il velocissimo incremento della domanda di approvvigionamento determinerà comunque l’impossibilità di basare il futuro energetico unicamente sul prezioso oro nero. Abbiamo assistito quasi “in diretta” al terribile disastro nucleare di Fukushima (il peggiore della storia insieme a quello di Chernobyl) ed è prevedibile che l’importanza dell’energia prodotta dalla fusione dell’atomo (cresciuta dall’1 al 5,8 % in un quarto di secolo) subirà un notevole rallentamento. Anche se non appare probabile, perlomeno a breve termine, un significativo ridimensionamento della produzione di energia atomica (va ricordato che la vicina Francia ha ben 58 reattori in funzionamento, che coprono circa l’80% del fabbisogno energetico del paese) un “ripensamento” generale sulla costruzione di nuovi reattori è già in atto: le troppo ottimistiche previsioni relative alle probabilità di incidenti (uno ogni 20.000 anni) risultano sconfessate dai fatti e, in ogni caso, incompatibili con un’eccessiva proliferazione degli impianti (con 5000 centrali il rischio diventa di un incidente ogni 4 anni !) . L'Agenzia Internazionale dell'Energia stimava originalmente che, entro il 2035, la produzione elettrica da energia nucleare sarebbe aumentata del 70 per cento. Oggi ammette che il corso potrebbe deviare e che il rallentamento, anche se darebbe un nuovo impulso alle rinnovabili, potrebbe aumentare le bollette dell'energia d'importazione, alzare i rischi relativi alla sicurezza e rendere ancora più difficile e dispendiosa la battaglia contro i cambiamenti climatici. Per quanto riguarda l’energia nucleare esiste poi, come sappiamo, la non secondaria questione dell’accesso indiscriminato al materiale ed alle tecnologie nucleari da parte di alcuni paesi. Sul fronte delle energie rinnovabili, presenti in natura in quantità molto abbondanti, ma estremamente diluite sulla superficie del pianeta e non disponibili con costanza nel tempo, si registra un grande dispendio di materiali e di energia per la raccolta e la trasformazione. Per questi motivi sono rimaste scarsamente competitive e probabilmente destinate, anche in questo secolo, a mantenere un ruolo “filosoficamente” importante ma quantitativamente marginale nel contesto globale. Oggi, circa il 76% del fabbisogno energetico mondiale é coperto dai combustibili fossili (34% petrolio, 21% gas naturale, 22% carbone), il 6% dai combustibili nucleari, il 18% dalle fonti rinnovabili (la principale é l’idroelettrica) molto eterogenee: biomasse non commerciali, cioé, legno, fieno e altri foraggi che nei paesi ad economia rurale costituiscono ancora la fonte principale di energia. Queste biomasse “rurali” (si pensi al fieno per l’alimentazione degli animali) non vengono considerate nelle statistiche energetiche delle compagnie petrolifere, ma in un quadro globale corretto vanno considerate, in quanto oltre la metà dell’intera umanità vive ancora in economie rurali-artigianali non molto diverse da quelle del nostro medio evo. Il futuro dell’energia é quindi quanto mai incerto poiché dipende dallo scenario geopolitico che le nazioni sapranno darsi e, di conseguenza, dallo sviluppo economico e demografico che si delineerà, soprattutto per i paesi in via di sviluppo o di transizione. Dipenderà, in sostanza, dalla capacità della comunità internazionale di progettare il proprio futuro. L’incertezza non sta – come si è detto - nella scarsità delle riserve ma nel mix di risorse che verranno utilizzate per far fronte ai fabbisogni. Non c’è dubbio che, pur con proporzioni diverse dalle attuali, saranno ancora petrolio, gas naturale, carbone e nucleare a soddisfare la quota preponderante dei fabbisogni di energia del prossimo secolo. Appare importante non farsi troppe illusioni in merito alle concrete possibilità di arrivare in tempi brevi ad alternative reali e non assecondare la disinformazione e/o le false promesse di facili soluzioni del complesso problema energetico. Sarebbe un grave errore focalizzare la ricerca solo sulle nuove tecnologie, sulle fonti non convenzionali, sulle fonti rinnovabili o sulla produzione e gli usi di nuovi ipotetici vettori energetici come l’idrogeno. Occorre investire largamente anche nella ricerca sia sulle tecnologie mature di estrazione, sfruttamento, trasporto e conversione delle fonti fossili, per migliorarne l’efficienza e la sostenibilità ambientale, sia sulle tecnologie nucleari, sia sulle tecnologie mature di distribuzione con il vettore elettrico, alimentando la ricerca scientifica di base e applicata a tutto spettro. Nell'edizione 2011 del World Energy Outlook, presentato a Londra dall'Agenzia Internazionale dell’Energia si legge che, in base alle previsioni degli esperti, la quota di combustibili fossili nel mix energetico mondiale, passerà dall'attuale 81% al 75% nel 2035, denotando uno sviluppo futuro assolutamente insufficiente delle fonti rinnovabili. Le fonti non rinnovabili sono un vero e proprio “capitale” di energia che la natura ha messo da parte per milioni di anni e che solo dalla fine del secolo XVIII l’uomo sta ampiamente e rapidamente “investendo” per avviare e sostenere la propria industrializzazione ed il rapido e continuo sviluppo di nuove tecnologie in tutti i campi. Se questo capitale di risorse naturali non sarà utilizzato sapientemente, anche per sviluppare in tempo le tecnologie energetiche necessarie a sostituire le fonti in esaurimento con altre, l’era industriale sarà stata solo una fugace fiammata nella storia dell’uomo. “La crescita, la prosperità e la popolazione spingeranno il fabbisogno di energia nei prossimi decenni”, sintetizza Maria var der Hoeven, la direttrice esecutiva dell'Aie. “Ma non possiamo continuare ad affidarci ad un uso dell'energia insicuro e ambientamente insostenibile”. “I Governi devono varare misure per spingere gli investimenti in tecnologie a basso contenuto di carbonio”, prosegue la signora van der Hoeven. “L'incidente di Fukushima, i disordini in Medioriente e in Africa, nonché il sensibile rimbalzo nella domanda di energia che ha portato le emissioni di CO2 a nuovi record, ci dà un'idea della portata di questa sfida”. In sostanza, conclude il rapporto, “se non cambiamo direzione alla svelta, finiremo là dove ci stiamo dirigendo”. Ovvero, verso l'insostenibilità energetica. Tutto questo, mentre 1,3 miliardi di persone non hanno accesso all'energia elettrica. Le Nazioni Unite hanno battezzato il 2012 come “l'Anno internazionale dell'energia sostenibile per tutti”. Un legittimo, grandioso auspicio, ma che si scontra con un iceberg di contraddizioni.

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Di Il Cosmopolita il 02/02/2012 alle 00:00 | Non ci sono commenti

02/02/2012

La prima guerra digitale

Già nel 2005, J.D Lasica, giornalista e blogger statunitense esperto in social networks, profetizzava, nel suo libro ' Hollywood's war against digital generation', i tentativi dell’industria mediatica per bloccare i contenuti di internet generati e condivisi gratuitamente dagli internauti. La tecnologia partecipativa online e 'many to many' avrebbe infatti spostato inevitabilmente il nucleo dell’informazione e dell’intrattenimento da un ristretto numero di potentissimi proprietari di media all’intera popolazione di un paese, di un continente o dell’intero pianeta. In base alle recenti stime della Motion Pictures Association of America (MPAA) l’industria mediatica starebbe perdendo circa 6000 milioni di dollari all’anno a causa delle copie pirata e tale cifra non potrà che aumentare nei prossimi anni. Non solo: nella misura in cui internet si converte nel mezzo preferito per la fruizione di contenuti informativi e di intrattenimento (a discapito della televisione e del cinema) l’ industria mediatica assiste ad un’inesorabile riduzione dei propri guadagni pubblicitari. Non c’é quindi da stupirsi che cerchi di usare ogni mezzo per recuperare il terreno perduto. La World War Web, come già la chiamano in molti nelle reti sociali, é ormai una dura battaglia tra due contendenti ben precisi: coloro che difendono la cosiddetta “neutralità di internet” e quelli che la negano, in sostanza tra chi difende l’attuale libertà della rete e chi la vuole regolamentare a tutti i costi. Un conflitto che si sviluppa tanto a livello politico-legislativo quanto a livello economico e le cui vittime sono, come in qualunque guerra, i cittadini comuni, la società civile. Basti pensare al caso del recente oscuramento del sito di “share” Megaupload, i cui utenti si staranno ora domandando come fare per recuperare i soldi spesi in abbonamenti ed il materiale che hanno inserito nella pagina. Le discusse proposte di legge presentate al Congresso degli Stati Uniti per tutelare i diritti d’autore e limitare la pirateria in rete, SOPA (Stop Online Piracy Act) e PIPA (Protect Intellectual Property Act), sono un chiaro esempio di offensiva legislativa che maschera non solo rilevantissimi interessi economici ma anche (e forse soprattutto) il ricorrente tentativo di controllare la rete da parte del potere politico che, dopo le rivelazioni di 'Wikileaks” e le rivolte del nordafrica, ha chiaramente stretto un’alleanza con i “censori”. I due acronimi hanno acquisito fama negli ultimi tempi anche in Europa, da quando alcuni importanti siti internet (ad esempio Wikipedia) hanno chiuso battenti in segno di protesta. Uno sciopero da 21° secolo. Il SOPA è stato per il momento ritirato dal suo stesso promotore, il repubblicano Lamar S. Smith, mentre la discussione del PIPA) viene procrastinata a data futura. Facile ipotizzare che dietro ai promotori di Sopa e Pipa ci siano gli interessi di varie lobbies e majors, che rivendicano la tutela dei loro prodotti. Il problema è che la tutela della proprietà intellettuale si scontra ormai con altri interessi di fronte ai quali, a quanto pare, il Congresso americano ha ceduto: Silicon Valley, innanzitutto, ormai vero grande (e unico?) traino dell’economia americana. Resta da capire perché Facebook o Google siano contrari a delle leggi più incisive sulla pirateria. Il motivo è semplice: cosa sarebbe Youtube se il copyright fosse rispettato? Quanti video in meno, quanti contenuti audio e quanti spezzoni di film verrebbero rimossi? Molti siti perderebbero contenuti, sarebbero meno appetibili e dunque meno profittevoli. E non solo. Il web 2.0 presuppone che gli utenti interagiscano, “postino”, condividano. Ormai il potere dei colossi della rete è equivalente a quello delle major e delle industrie televisive. Sono loro le grandi compagnie che dettano il gioco. Impensabile che proprio da loro arrivi il via libera per un’azione massiccia contro la pirateria. Nel frattempo l’Unione Europea ha iniziato a lavorare sulla regolamentazione di internet a livello globale con il trattato ACTA (Anti-Counterfeiting Trade Agreement) che, nonostante il nome, si propone di combattere non solo la contraffazione ma ogni aspetto della cosiddetta proprietà intellettuale come definita dagli accordi Trips, e quindi: brevetti, copyright, marchi, segreto industriale, indicazioni geografiche, circuiti integrati, disegno industriale e pratiche competitive. Ventidue dei ventisette paesi membri dell'Unione hanno firmato il Trattato suscitando una vasta opposizione fra i cittadini e la chiamata in causa dell'Europarlamento che dovrà ratificare l'accordo o rigettarlo, entro giugno. Nel frattempo il relatore Ue del trattato per il commercio internazionale, Kader Arif, si è dimesso denunciando l'accordo come una pagliacciata, in Polonia sono scesi in piazza per contestarlo, Anonymous ha attaccato siti e agenzie europei in risposta, e un vasto movimento d'opinione scuote la rete per chiederne l'abrogazione. Pur con il legittimo obiettivo di favorire la lotta alla pirateria alimentare, dei farmaci, di film e musica, infatti, si cerca di obbligare chiunque possa conoscere o fornire informazioni sui sospetti responsabili di tali reati, ad esempio gli Internet service providers e gli intermediari di servizi Internet (come Google, Yahoo! o Wikipedia) a denunciare i “malfattori”. I siti che condividono materiale online dovrebbero infatti controllare che questi contenuti non siano protetti da copyright, diventando così responsabili di ogni illecito. C’è poi anche una Sopa all’italiana. La Commissione politiche comunitarie ha approvato un emendamento proposto dal leghista Giovanni Fava alla legge comunitaria in approvazione alla Camera. La norma introduce la possibilità che a richiedere l’eliminazione di un contenuto web possa essere non solo un giudice, ma anche un privato che si ritenga vittima di una violazione del copyright Sulla rete viene già chiamato in tono canzonatorio “emendamento Fava o legge bavaglio”. Le multinazionali che spingono ACTA e gli altri tentativi di regolamentazione della rete hanno in realtà un interesse specifico (e tutt’altro che nobile) nel campo dei biocarburanti e dei farmaci, quindi degli alimenti geneticamente modificati, delle sementi, delle molecole, dei metodi e processi di trasformazione della materia o dell'energia. In un'economia fatta di idee, informazioni, conoscenze e scambio linguistico dove il capitale fluisce nei circuiti finanziari e l'impresa è deterritorializzata, la proprietà intellettuale non è solo un fatto di film e musica. Non potendo competere con i Brics sulla produzione manifatturiera la competizione dei grandi gruppi economici dei paesi occidentali si è spostata dalla qualità delle merci alle aule di tribunale, dalla disponibilità di materie prime alla tutela degli asset immateriali delle aziende e quindi all'adozione di meccanismi legislativi in grado di applicare norme vantaggiose per i titolari di diritti intellettuali, spesso a discapito degli interessi stessi dei singoli paesi aderenti. Tutto ciò evoca sorprendentemente Sun Tzu e i suoi famosi aforismi sull’arte della guerra: “Sconfiggere il nemico senza combattere è la massima abilità”.

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14/12/2011

Crisi economica, rete e democrazia.

In una vignetta apparsa qualche mese fa su un quotidiano tunisino in lingua francese, un anziano chiedeva a un giovane: “Ma insomma chi è il nuovo primo ministro?” e il giovane rispondeva: “Facebook”. Le rivolte che hanno caratterizzato la cosiddetta “primavera araba” e le manifestazioni che hanno scosso l’Occidente, dall’estate di Tottenham, (che ha visto in piazza persino bambini di sette anni) agli “indignados” spagnoli, da “Occupy Wall Street” ad altre aggregazioni eterogenee che hanno sfilato negli Stati Uniti, in Canada, in Australia, nel Regno Unito e anche in Italia, per denunciare gli abusi del capitalismo finanziario, hanno portato alla ribalta il ruolo politico dei cosiddetti “social media” come strumenti di critica dei regimi e di organizzazione del dissenso.   Si è trattato quasi ovunque di sollevazioni spontanee, “a mani nude”, innescate da episodi occasionali, la classica scintilla che in situazioni di crisi può improvvisamente incendiare tutto.  Rivolte eterogenee, nel contempo inevitabili ed impensabili, arcaiche e modernissime. Non sono stati, ovviamente, Facebook e Twitter a scatenare le sollevazioni popolari   ma i social network hanno sicuramente funzionato da catalizzatore nel far emergere un malcontento diffuso, che covava da tempo sotto la cenere. Se la crisi economica resterà la protagonista indiscussa del 2011 - con conseguenze in buona misura ancora incalcolabili – l’anno che sta per concludersi potrebbe passare alla storia anche per un altro motivo: la prepotente affermazione della forza rifrattiva ed amplificativa della Rete e del Web. Con l’avvento di Internet e dei social network, il controllo totale dell’informazione da parte dei regimi totalitari è diventato praticamente impossibile mentre, all’interno dei paesi democratici, sembra affievolirsi l’elemento principale del controllo sociale, quello che Noam Chomsky chiama “la strategia della distrazione” che usa il diluvio di informazioni insignificanti per stimolare il pubblico alla mediocrità ed alla moda dell’essere stupidi, volgari e ignoranti. E che dire delle specifiche vicende televisive nostrane? 'Questa volta non hanno potuto spegnerci', ripeteva Michele Santoro all’indomani dell’esperimento 'Raiperunanotte', mentre 'Libero' invitava la Rai a non rassegnarsi e a fare causa contro di lui per 'violazione dell’esclusiva'. A difendere un evento di aperta “ribellione tecnologica” si è velocemente costituita una forte e singolare coalizione patrocinata dalla Federazione della stampa, primo promotore di un’inedita 'syndacation': testate Web, quotidiani, editori, televisioni indipendenti (come Current – la tv di inchiesta di Al Gore), Fastweb e la stessa Cgil (che ha fornito uomini e mezzi per la logistica). E poi, un fattore decisivo: quella miriade di piccoli versamenti (non donazioni ma una sorta di azionariato popolare) formato da privati cittadini attraverso la Rete, per la prima volta anche in Italia, sul modello delle grandi campagne americane, come quella di Obama. Se gli appassionati di calcio possono pagare un canone di svariate decine di euro per le partite della loro squadra del cuore, del resto, perché gli appassionati della democrazia non potrebbero finanziare programmi di informazione alternativi e non censurabili? Quell’esperimento, come tutti sanno, ha dato un input decisivo alla nascita di un nuovo programma di informazione basato sull integrazione tra televisione e web, sull’interazione tra giornalisti, conduttori e social networks. L’informazione libera ed “autogestita” (come si diceva una volta) conquista, grazie alla tecnologia ed a nuovi strumenti di partecipazione, spazi impensabili solo pochi anni fa e potrebbe assumere un ruolo significativo anche nella conoscenza e nella gestione della crisi economica. Non c’è infatti bisogno di essere professori della Bocconi per capire che il fallimento dei mercati è andato di pari passo con la mistificazione mediatica. A parte le incommensurabili menzogne di casa nostra, in base alle quali saremmo usciti dalla crisi “prima e meglio degli altri”, l'idea che qualunque intralcio alla libertà di mercato ci renda tutti un po’ più poveri e prigionieri di uno Stato oppressivo, ha una forza irresistibile nella cultura di massa e domina incontrastata a partire dalla crisi petrolifera del '73, con la conquista dell’egemonia culturale mondiale da parte della destra neoliberista ed anti-Stato. Il “pensiero unico” secondo il quale la democrazia sociale, con i suoi ammortizzatori, i costi per l’istruzione di massa e la sanità gratuita per tutti, risulti insostenibile nei tempi bui che ci aspettano, è diventato un dogma, valido in tutte le situazioni. E’ storicamente dimostrato l’esatto contrario: l’economia keynesiana fu – come sa qualsiasi studente al primo anno di economia - la protagonista indiscussa della ripresa mondiale e dopo la “Grande Depressione” del 1929, in tutto l’Occidente diminuirono le differenze reddituali, nacque il welfare, fu rilanciata l’istruzione e aumentò la crescita. Come scrisse argutamente Galbraith:“per proteggerci dalle delusioni finanziarie e dalla follia, la memoria è molto meglio della legge”. Contrariamente a quanto ci si vorrebbe far credere, la globalizzazione non pone i lavoratori e le imprese italiane in diretta competizione con quelli cinesi o serbi, ma piuttosto il sistema Italia, nel suo insieme, in competizione con quello cinese o serbo. E tale competizione non si gioca su un solo elemento (i salari, ed i diritti dei lavoratori secondo lo schema Marchionne) ma su vari fattori inscindibili: la produttività dei lavoratori dipende infatti in larga misura dalla dotazione di capitale; l'efficiente uso dei macchinari è inscindibile dalla formazione, oltre che dalle doti manageriali. Ma senza uno Stato efficiente, senza infrastrutture moderne, senza un fisco equo e leggero, senza prestigio internazionale, non basteranno gli sforzi, l’abnegazione, l’arte di arrangiarsi e i sacrifici. Non è un caso che modelli sostanzialmente socialdemocratici, come quello costruito in Brasile da Lula o quello della Germania, austera custode dello Stato sociale perfino quando governano i democristiani, resistano meglio di altri alla crisi ed offrano l’unica alternativa ragionevole alla Cina, un gigante la cui crescita è stata ottenuta coniugando il peggio del capitalismo con il peggio del comunismo. Non si può fare a meno di notare come la Germania, ancorché duramente criticata per la propria “intransigenza contabile” sia riuscita ad inserirsi con successo - grazie alla proverbiale efficienza del proprio sistema paese e alla diplomazia economica dei suoi governi - nella supply chain della Cina e dei paesi emergenti, cogliendo il miglior risultato di crescita dai tempi dell’unificazione e mantenendo i salari più alti d’Europa. L’Italia invece arranca e perde terreno nei settori industriali di punta. L’inazione governativa, la mancanza di coraggio e di visione della nostra diplomazia (un esempio:l’assoluta mancanza di razionalità nella gestione della nostra rete all’estero) le battaglie di retroguardia o il dilettantismo nell’affrontare la crisi, sono ricadute pesantemente ed inevitabilmente sugli imprenditori (in termini di spese ed aggravi vari), costringendoli alla chiusura e/o alla delocalizzazione; e sui lavoratori (in termini di salari, di diritti e di ambiente), trascinandoli spesso verso la povertà. La globalizzazione può essere invece affrontata puntando a guadagni di efficienza, ottenuti grazie all’integrazione delle catene produttive e alla sempre maggiore sofisticazione della logistica. Ne è un esempio concreto il nuovo aereo “Dreamliner” della Boeing: le ali sono costruite in Giappone, i motori nel Regno Unito e negli Usa, i flap in Canada e Australia, la fusoliera in Giappone, Italia e USA, gli stabilizzatori orizzontali in Italia, il carrello in Francia, le porte in Svezia e Francia. In tutto collaborano 43 aziende sparse in 135 siti nel mondo. Ma tutto ciò bisogna forse cominciare a scriverlo su Facebook .

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07/10/2011

Forte con i deboli - Parte II

Dopo i recenti pasticciati provvedimenti nei confronti degli immigrati in materia di espulsioni, su cui avevamo scritto qualche settimana fa, l'Italia segna una tappa ulteriore nel suo brillante record di provvedimenti vessatori contro i lavoratori stranieri. Come la precedente, anche questa norma si caratterizza per essere inspiegabile da tutti i punti di vista tranne uno: l'obiettivo - che per un governo così debole diventa evidentemente un imperativo - di dare una piccola, anzi meschina, soddisfazione alla parte più oltranzista dell'elettorato leghista. Si tratta, nella fattispecie, di una norma inserita nella ben nota manovra di settembre, che introduce una nuova tassa del 2% sulle rimesse all'estero degli immigrati 'salvo quelli muniti di matricola INPS e codice fiscale'. Norma che è sopravvissuta a tutte le revisioni e riscritture della manovra che in queste settimane abbiamo seguito come un brutto serial televisivo, della quale in effetti poco si è parlato ma che sta cambiando la vita quotidiana di milioni di lavoratori immigrati, e non solo irregolari, nel nostro Paese. Diciamo subito che questo provvedimento contraddice clamorosamente gli impegni internazionali assunti in anni recenti dall'Italia. In particolare, un'iniziativa che fu proprio il governo italiano a prendere durante la sua presidenza del G8 nel 2009 e che fu a suo tempo presentata - in mancanza di meglio - come il nostro grande contributo originale alle politiche internazionali di lotta alla povertà (a dire la verità, veniva da precedenti iniziative della Banca Mondiale, ma poco importa): ossia, un impegno a ridurre nell'arco di 5 anni i costi medi di trasferimento delle rimesse dei lavoratori migranti dall'attuale 10 al 5%. E infatti noi, due anni dopo, passiamo dal 10 al 12%! Se poi l'argomento 'impegni internazionali' non fosse sufficiente - ma dovrebbe ben esserlo, politicamente e giuridicamente - si potrebbero far notare alcune assurde conseguenze di questo provvedimento. In primo luogo, il modestissimo gettito fiscale che esso genererà (del tutto irrilevante, tanto che non è stato neppure quantificato dalla Ragioneria nella annessa relazione tecnica): in altri termini, una cattiveria gratuita. In secondo luogo, il fatto che non c'è coincidenza tra l'essere 'regolari' ed essere titolari di codice fiscale e matricola INPS: i lavoratori autonomi (non solo marocchini, anche statunitensi, svizzeri, australiani…) non hanno matricola INPS. Infine, ed è forse il dato più importante, le gravi conseguenze che la norma, divenuta immediatamente operativa all'inizio di settembre, ha già prodotto nella vita quotidiana di migliaia di lavoratori. Costretti, anche con il permesso di soggiorno in regola, a nuove estenuanti trafile per procurarsi l'ennesimo documento che manca; obbligati, per mandare i soldi a casa, a pagare di più o a chiedere ad altri 'regolari' il favore, di solito retribuito, di effettuare l'operazione al loro posto, con l'immaginabile strascico di insicurezza e tensioni. C'è da dire che l'illogicità e l'iniquità dell'operazione sono apparse subito così evidenti che c'è stato, a quanto risulta, un tentativo a livello amministrativo per eliminare questo articolo dal testo finale del decreto sulla manovra. Senza successo. Forse ci riproveranno al momento della conversione in legge (ma c'è già chi nella Lega propone al contrario di estendere il balzello a tutti i trasferimenti!). In ogni caso, intanto, il danno è fatto. Un altro bell'esempio di come il bullismo giovanile (prendersela solo con chi non può reagire) abbia ormai attecchito anche nei palazzi del potere. E una conferma che gli ultimi giorni (settimane? mesi?) di vita di un governo debole e screditato sono spesso i più bui.

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Di Il Cosmopolita il 07/10/2011 alle 00:00 | Non ci sono commenti

22/06/2011

Forte con i deboli

All’indomani dei referendum e di quello che molti pronosticano come l’inizio del lungo crepuscolo del (quasi) ventennio berlusconiano, qual è stato il primo provvedimento annunciato dal Governo? Forse la più volte proclamata “scossa” per riportare l’economia alla crescita? Forse la riforma fiscale, per ricompattare il blocco sociale che ha sostenuto le maggioranze di centro-destra in questi anni? Forse il taglio dei costi della politica, con il dimezzamento del numero dei parlamentari o l’abolizione delle province, per dare il buon esempio ad una opinione pubblica sempre più scettica nei confronti delle mirabolanti promesse governative?

Ebbene, no. Il primo provvedimento approvato il 16 giugno dal Consiglio dei Ministri con gran dispiegamento di annunci e comunicati è stato quello “recante disposizioni urgenti per il completamento dell'attuazione della direttiva sulla libera circolazione dei cittadini comunitari e per il recepimento della direttiva sul rimpatrio dei cittadini di Paesi terzi irregolari”. Tralasciando i dettagli, si tratta di un decreto che ripristina la procedura di espulsione coattiva immediata per tutti gli extracomunitari clandestini (e anche per i comunitari espulsi per motivi di ordine pubblico), prolunga la detenzione nei Centri di identificazione ed espulsione fino a un massimo di 18 mesi, dai 6 attuali, introduce sanzioni pecuniarie da 3.000 a 18.000 euro da applicare invece dell’arresto (che una recente sentenza della Corte di Giustizia UE aveva dichiarato illegittimo perché in contrasto con la direttiva).

Di questa vicenda abbiamo visto contrapporsi sulla stampa due diverse letture: una propagandista, di ispirazione leghista (finalmente cacciamo i clandestini!) che, pur non corrispondendo del tutto alla realtà, è quella che ha dominato nei titoli dei giornali del giorno dopo; una minimalista (un semplice atto dovuto di adattamento delle norme alla direttiva europea sui rientri, che anzi in qualche caso migliora il trattamento degli stranieri), fatta propria tra gli altri dal Corriere della Sera.

C’è del vero in entrambe le interpretazioni. Si tratta indubbiamente di un atto dovuto, soprattutto per la parte relativa al trattamento dei comunitari e ai ricongiungimenti familiari. Tuttavia, l’accoppiamento di “espulsioni coattive” e prolungamento fino a 18 mesi della detenzione nei CIE conferiscono a questo provvedimento un profilo politico di rigorismo ed esibizione muscolare contro gli stranieri irregolari che presenta evidenti aspetti xenofobi – quelli appunto che piacciono alla Lega.

Accade poi che la fretta e la demagogia siano cattive consigliere e che quindi non proprio tutto venga fatto a regola d’arte. Ad esempio, viene dichiarato che l’Alto Commissariato ONU per i Rifugiati collaborerà all’applicazione delle nuove regole, salvo però essere smentiti poche ore dopo dall’Alto Commissariato stesso che ovviamente si tira fuori e anzi ribadisce, se ce n’era bisogno, la propria contrarietà ad azioni indiscriminate di contrasto ai flussi di migranti (potenziali richiedenti asilo) dal Nord Africa. Pare inoltre che anche il recepimento della sentenza della Corte di Giustizia europea presenta alcune lacune sul piano giuridico.

Ma, al di là di questo, ciò che più conta è il messaggio politico-mediatico veicolato attraverso questo provvedimento, come se la prima cosa da fare per risolvere i problemi del Paese fosse di prendersela con gli stranieri. In questo senso, il contrasto con le parole del Capo dello Stato intervenuto il giorno dopo alle celebrazioni della Giornata del Rifugiato non potrebbe essere maggiore. Il Presidente ha ricordato alcune semplici verità sui numeri, sia per quanto riguarda gli arrivi dal Nord Africa (esigui se confrontati a quelli verso i Paesi della regione) sia per quanto riguarda l’accoglienza complessiva di rifugiati in Italia (da sempre molto inferiore a quella di quasi tutti gli altri paesi europei), concludendo con un richiamo a colmare i divari legislativi in materia di protezione e integrazione e un forte appello al dovere di accoglienza e di solidarietà su cui si basa la Convenzione di Ginevra del 1951.

Nonostante l’argine morale e politico del Capo dello Stato, quello mostrato dal Governo è un caso da manuale di distrazione dai problemi più urgenti attraverso l’uso di un bersaglio propagandistico facile: dopo due tornate elettorali negative, in piena crisi di legittimità interna e internazionale, la maggioranza ritrova l’unità annunciando un giro di vite sulle espulsioni degli immigrati irregolari (i quali, per definizione, hanno anche il vantaggio di non votare). Essere forti con i deboli non sarà il massimo della moralità, ma sembra per alcuni l’unica cosa da fare…

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Di Il Cosmopolita il 22/06/2011 alle 00:00 | Non ci sono commenti

10/02/2011

Un rinnovamento è necessario

I moti che stanno sconvolgendo in questi giorni l’Egitto, alimentati a loro volta dalla rivolta tunisina e dal vento di cambiamento che soffia in tutto il mondo arabo, sono certamente alimentati dal disagio socio-economico ma esprimono in primo luogo un’esigenza profonda di rinnovamento politico nei confronti di regimi oppressivi e corrotti che dominano la vita pubblica della regione da diversi decenni. E’ sotto gli occhi di tutti da tempo come le oligarchie al potere in questi Paesi siano interessate esclusivamente a perpetuare potere e privilegi di casta senza affrontare in nessun modo il nodo della partecipazione popolare alla vita politica ed economica.

Una delle conseguenze di tale impasse è stata la penetrazione di movimenti e partiti islamisti nel tessuto sociale, i quali hanno “sostituito” lo Stato in settori in cui questo aveva smesso di fornire servizi, anche essenziali, ai cittadini. I Paesi occidentali, Italia compresa, hanno di fatto sostenuto tali regimi oppressivi soprattutto per contenere quella che veniva percepita come la minaccia crescente dell’Islam politico. L’esempio algerino negli anni ’90 ha per molti versi giustificato tali timori per le degenrazioni nel sangue e nel terrore. Molto diversa appare tuttavia la situazione odierna, con l’affermarsi sulla scena politica di movimenti islamisti che mostrano una certa compatibilità con i sistemi democratici. L’integrazione nel gioco politico di forze facenti capo ad ambienti islamisti in realtà consentirebbe di allargare la partecipazione politica a segmenti sociali precedentemente esclusi, e quindi di favorire una transizione democratica basata sull’effettivo coinvolgimento di tutte le componenti sociali. L’ingresso nell’alveo democratico di movimenti in passato anti-sistema può configurarsi come un antidoto efficace a fenomeni di esclusione che possono solo condurre al rafforzamento delle correnti radicali.

In altre parole la liberalizzazione politica e quindi l’inclusione dei movimenti islamisti nel gioco democratico può dimostrarsi il mezzo più efficace per contrastare tentazioni radicali. L’esperienza del partito turco dell’AKP, attualmente al governo, rappresenta un precedente che giustifica un certo grado di ottimismo. Sviluppi in tal senso hanno caratterizzato anche il Partito della Giustizia e dello Sviluppo marocchino e - se dovesse essere confermata la linea “morbida” adottata, perlomeno a livello declaratorio, dal leader islamista Rachid Ghannouci, appena rientrato in patria dopo il ventennale esilio a Londra – il partito della Rinascita (Al Nahda) tunisino. Un discorso analogo può essere fatto per i Fratelli Musulmani egiziani, i quali hanno dimostrato nel tempo di essere capaci di evolversi e di adottare posizioni pragmatiche e non massimaliste. Ciò che è certo è che nessuna reale transizione democratica è possibile in Egitto senza il loro coinvolgimento.

I governi occidentali devono scegliere se uscire o meno dall’ambiguità che li ha fino ad ora caratterizzati ed incoraggiare la transizione democratica, dopo la Turchia, di altri Paesi dell’area mediorientale, nonché una svolta moderata dei partiti islamisti che già guardano all’AKP come modello da imitare. Nonostante il loro proclamato impegno per una maggiore liberalizzazione e democratizzazione della regione, essi finora hanno solamente cercato di salvaguardare i loro interessi, reali o presunti, appoggiando i custodi del sistema di gestione patrimoniale del potere che caratterizza l’area in questione. In questo contesto, lo spauracchio dell’Islam politico è stato agitato dai fautori arabi e occidentali dello status quo affinché tutto restasse invariato. Anche per le forza progressiste, pertanto, la posta in palio è altissima.

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Di Il Cosmopolita il 10/02/2011 alle 00:00 | Non ci sono commenti

29/01/2010

L'Asia agli asiatici?

La progressiva realizzazione dell’Accordo di Libero Scambio (FTA) tra la Cina e l’'ASEAN (come dire tutto il Sud-Est asiatico dal Vietnam all'’Indonesia passando per Tailandia e Singapore ovvero “tigri” e giganti più o meno dormienti ma tutti in marcato risveglio e soprattutto indifferenti alla crisi) viene producendo nelle rispettive opinioni pubbliche una serie di paure – quelle cioè legate all’iper-competitività cinese – ma anche ulteriori aspettative ed un forte dibattito sul tema dell’'integrazione regionale. Il raffronto ad “Est di Suez” con il processo europeo, che a suo tempo non andava al di là del “caso di scuola” buono per gli accademici o, al più, per qualche discorso “ispirato” di dirigenti politici di formazione più cosmopolita del consueto pragmatismo “asiatico”, viene infatti dilagando nei commenti e nelle analisi e tende quasi a sopravanzare le preoccupazioni commerciali – di “bottega” - che, peraltro, non appaiono univoche nel senso che anche nell’'area non tutte le economie sono “vittime” di Pechino, anzi quando non godano di surplus (es. Vietnam) certo approfittano di un clima propulsivo e sinergico. Certamente la nostra esperienza di integrazione regionale così debitrice di una serie di fattori - dal legato visionario del federalismo europeo a quello della riconciliazione post-bellica ovvero il processo di istituzionalizzazione progressiva e di bilanciamento delle esigenze politiche e di sicurezza – non può essere messo sullo stesso piano della “flessibilità”, della fattualità dell'’integrazione asiatica. Eppure i risultati, a partire dalla rivitalizzazione di quell’embrione che per oltre quattro decenni era rimasta l’ASEAN e dall'’inserzione dei vari “+3” (Cina, Giappone, Corea del Sud),“+6” (ASEAN +3 con aggiunta di Australia, Nuova Zelanda, India) con l’appendice di Accordi come l’'FTA con la Cina, appaiono più reali e meno ideologici (anzi cartesiani) di quelli che noi Europei possiamo vantare, stretti come siamo nella morsa tra un economicismo razionalista (es. la moneta unica) ed un vincolo politico che dopo aver subito mezzo secolo fa l'’ingombrante presenza Britannica si è ormai trasformato in un pan-europeismo al quale più che la Turchia ormai manca soltanto Israele… Temi e vincoli che ad Est più che lontani risultano incomprensibili e, comunque, sono indifferenti alla indubbia vitalità del processo di integrazione regionale il cui asse rimane l’'economia (nel 2008, il PIL aggregato dei 10 Paesi ASEAN ammonta a 1.507 miliardi di dollari, mentre quello ASEAN +6 balza a 14.129 miliardi di dollari, pari al peso economico statunitense - 14.265 - e non lontano dai 18.142 miliardi di dollari dei Paesi UE-27) ma è anche, certamente, un sentire comune in aree che vanno bene al di là delle performances di crescita. In sostanza è evidente che l’'analogia si ferma al solo dato aggregativo e regionalistico in un formato multilaterale: la sostanza è invece praticamente rovesciata e, dunque, poiché poggia su fenomeni e non su intenti, risulta potenzialmente più dinamica, meno sottoposta a vincoli e traguardi. Quanto sopra è del resto testimoniato dalle ultime previsioni di crescita del WEO del Fondo Monetario Internazionale di ottobre 2009: l’aggregato delle cosidette “economie avanzate“ con segno negativo -3,4% (con picchi negativi superiori al -5% per Giappone, Germania e Italia), forse in rientro nel 2010. Segni al contrario tutti positivi per quella parte di Asia etichettata come “economie emergenti”: +8,5% Cina, +5,4% India, 0,7% ASEAN-5 (Indonesia, Malaysia, Thailandia, Vietnam, Filippine). Fin qui naturalmente nulla di “male” e non occorre scomodare gli “orientalismi” per situare tutto ciò nella storia e nella molteplicità delle culture; più complesso invece è individuare gli altri “filoni” paralleli che situano il fenomeno regionale asiatico in un orizzonte di ben maggiore complessità e di oggettiva incertezza. “L’'Asia agli Asiatici” sembra infatti non essere più il sinistro ricordo dell'’illusione annessionistica del Giappone all’epoca della Guerra nel Pacifico, bensì una tendenza oggettiva soprattutto in presenza di una così palese discrasia tra vitalità (asiatica) e decadenza (europea), ovvero tra la prima e l'’arroccamento (statunitense). Sintomaticamente ora proprio il “globalista” Giappone sembra essersi accorto (con almeno un ventennio di ritardo) dei frutti avvelenati della propria ossessiva avanzata nel mercato mondiale a scapito di un equilibrato rapporto regionale. Così il democratico Hatoyama (democratico come Obama, sic) viene - sia pure confusamente – avviando una ristrutturazione del rapporto con l'’alleato che, ad un certo punto, era apparso quasi un complice: non era così, e anche mettendo tra parentesi l'’”affaire Okinawa”, questa illusione si sfalda di giorno in giorno. A questo modo l’'ipotesi “Asia agli Asiatici” acquista caratteristiche reali e, in prospettiva, per noi pericolose se non controbilanciate da un reale rilancio del quadro multilaterale: la “società civile” globale ha dimostrato anche nel recente tragico caso di Haiti di essere pronta a misurarsi con una inevitabile maturazione. Più dubbio che lo siano l’'esangue Segretario Generale dell’ONU Ban Ki Moon (intorno al quale sorge il dubbio che il consenso degli Stati Membri sia dovuto proprio alla sua flebilità) o – si parva licet – scettici guru de noantri quale lo zar della Protezione civile italiana già esperto medico-politico della fase rampante della Cooperazione italiana. Ma questa è un’'altra storia. Proiezioni FMI sulla crescita del PIL nel prossimo biennio 2009-2010 2009 2010 Stati Uniti -2,7% 1,5% Area Euro -4,2% 0,3% ASEAN-5* 0,7% 4,0% Cina 8,5% 9,0% India 5,4% 6,4% Giappone -5,4% 1,7% *Indonesia, Malaysia, Thailandia, Vietnam, Filippine Fonte: “World Economic Outlook”, FMI, ottobre 2009

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Di Il Cosmopolita il 29/01/2010 alle 00:00 | Non ci sono commenti

11/02/2009

Migrazioni e vecchi fantasmi

Le violente proteste di questi giorni contro i lavoratori italiani in Inghilterra sono uno di quei corto-circuiti della globalizzazione che, se non altro, servono a farci ricordare qualcosa su di noi e sul nostro passato. Questi operai “esportati” da un’azienda siciliana per lavorare in una raffineria britannica sono, a guardarli bene, i figli di quell’esercito di nullatenenti che soltanto cinquant’anni fa – cinquanta, non 500 – sciamavano dall’Italia verso le Americhe, l’Australia, l’Europa del nord. Nipoti dei milioni di nostri connazionali che all'inizio del '900 passavano l'oceano o le Alpi per fuggire da un destino di povertà, che qualche volta facevano fortuna e qualche volta soccombevano, vittime di discriminazioni e di violenze rimosse, come una vergogna, dalla nostra storiografia nazionale. Ma fratelli, anche, di quell’immaginario idraulico polacco che pochi anni fa fece naufragare per sempre la Costituzione europea.

Così, dopo esserci ripetuti per anni che siamo diventati a tutti gli effetti un paese di immigrazione, dopo aver costruito sull’ ”emergenza clandestini” una nuova sub-cultura politica di massa, ci sorprendiamo di fronte a questa vicenda, quasi vedessimo in essa, come attraverso una lente deformante, il nostro passato dimenticato che si trasforma in presente beffardo. Poco importa, a quelli che protestano nel Lincolnshire, che questi italiani abbiano ora in tasca un passaporto dell’Unione europea e si muovano in uno spazio di libera circolazione e di cittadinanza comune. Sono loro che rubano il lavoro agli inglesi perché accettano di guadagnare di meno e dovrebbero essere semplicemente rispediti a casa. Esattamente come pensano in molti, da noi, di albanesi, marocchini e, come no, dei comunitari romeni.
Insomma, una vicenda emblematica, che ci fa toccare con mano l'inconsistenza di tanti luoghi comuni. Le migrazioni sono un fenomeno complesso, che non comincia oggi, ma ha segnato tutta la storia dell’umanità. Complesso e contraddittorio: i polacchi, prima del 2004, ancora facevano la fila davanti al nostro consolato per poter andare a raccogliere la frutta nel Triveneto per qualche settimana, ma le mele della Masovia le raccoglievano già gli ucraini e i bielorussi. I flussi dell’economia globalizzata non si prestano a facili letture e possono cambiare velocemente. Lampedusa si trasforma in pochi giorni da 'best practice' a girone dantesco ma la realtà ha sempre il vizio di essere più complessa dei nostri schemi mentali. Generalizzare le differenze e banalizzare i giudizi serve forse a prendere qualche voto o a vendere qualche copia di giornale in più, ma certo non ci aiuta a comprendere il mondo che ci circonda. E che ci lascia interdetti quando riscopriamo che l’italiano all’estero non è solo il turista o l’imprenditore di successo più o meno glamour ma, a volte, ha ancora la valigia di cartone.

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Di Il Cosmopolita il 11/02/2009 alle 00:00 | Non ci sono commenti

23/01/2009

La Bolivia tra conflitti e speranze

E’ appena terminato un anno difficile per la Bolivia, uno dei più difficili della sua storia, da quel 1825 in cui ne venne proclamata ufficialmente l’indipendenza. Il Paese andino, uno dei più poveri del subcontinente, ha vissuto nel 2008 aspri conflitti, determinati dalla resistenza ad una nuova costituzione da parte delle oligarchie che fino al 2005 avevano detenuto il potere politico ed economico e si è ritrovato sull’orlo di una guerra civile. Comunque, l’anno si è chiuso con un rafforzamento del governo del Presidente Morales e con una ripresa del cammino verso l’approvazione definitiva della nuova costituzione.

Della Bolivia si parla poco e spesso in modo superficiale. Vediamo allora di riassumere, innanzitutto, i principali avvenimenti di questo anno terribile.

Il 2008 si era aperto con la rottura del dialogo tra governo e opposizioni sul tema dell’autonomia dei dipartimenti “ribelli” - quelli della cosiddetta Media Luna - e sul conflitto tra Sucre e La Paz per la capitale. I veri problemi alla base del contendere in realtà erano e sono: da una parte la ripartizione dei proventi delle materie prime ( essenzialmente idrocarburi e gas ) tra governo centrale ed i dipartimenti più ricchi del Paese, intenzionati a mantenere e gestire sul proprio territorio la propria ricchezza, secondo una logica opposta a quella del governo Morales, tesa ad una sua redistribuzione, per favorire le zone meno sviluppate e per sostenere politiche sociali per gli strati più poveri della popolazione; dall’altra le forti divergenze tra la nuova costituzione e gli statuti autonomisti dei dipartimenti rispetto a questioni fondamentali quali la conformazione istituzionale del Paese; i diritti delle popolazioni indigene; la fine dei privilegi e la riforma agraria con la redistribuzione delle terre incolte.
Il conflitto si era poi sviluppato attorno alla data per lo svolgimento dei referendum di approvazione della nuova costituzione e degli statuti delle autonomie regionali. In una drammatica seduta di fine febbraio, il Congresso aveva fissato la data del 4 maggio, sotto la pressione di una moltitudine di minatori, contadini, studenti universitari, che avevano circondato il Palazzo legislativo, in appoggio al Governo ed al Presidente Morales, temendo colpi di mano delle opposizioni per rinviare l’approvazione della costituzione. Considerata però la situazione esplosiva determinatasi, di cui l’apertura dei seggi elettorali avrebbe potuto fungere da detonatore, la Corte Nazionale Elettorale, con una decisione condivisa da Evo Morales, decise il rinvio dei referendum, per problemi legali e per non porre a rischio la stabilità democratica del Paese.
Mentre da Morales arrivavano segnali distensivi, come la volontà di dialogo con i prefetti dei dipartimenti indipendentisti e la disponibilità a far partecipare agli incontri osservatori nazionali e stranieri, da parte di Ruben Costas, Prefetto di Santa Cruz e principale esponente dell’opposizione, solo dichiarazioni di non ritorno dalla strada dell’autonomia per il suo come per gli altri dipartimenti autonomisti di Beni, Tarija e Pando. Tra giugno ed agosto, in un clima di forte tensione alimentato dalle forze separatiste tra cui si segnalava soprattutto il movimento razzista dell’ Union Juvenil di Santa Cruz, si sono svolte due consultazioni elettorali. La proposta autonomista è stata approvata nei dipartimenti antigovernativi, ma con forti percentuali di astensione che, sommate ai voti nulli, in bianco e a quelli contrari, hanno dimostrato la spaccatura a metà tra secessionisti e non, con forti punte di rigetto tra la popolazione rurale. In agosto, poi, si sono tenuti i referendum cosiddetti revocatori, per la conferma o meno al potere del Presidente e dei prefetti dipartimentali. Evo Morales veniva confermato con più del 67% dei consensi, con una significativa crescita rispetto al 54% con cui era stato eletto nel 2005, ma anche i prefetti “ribelli” venivano riconfermati, tranne quello di Cochabamba, con percentuali crescenti di consensi nei rispettivi dipartimenti.
Tale esito, nonostante i tentativi di dialogo e conciliazione di Morales che, subito dopo il referendum, aveva invitato le opposizioni a lavorare insieme per la conciliazione e l’unità del Paese e per una Costituzione che tenesse conto delle istanze autonomiste, ha portato in settembre la Bolivia ad un passo dalla guerra civile. Appoggiate in maniera palese dall’Ambasciatore USA Goldberg – che a seguito di questo veniva dichiarato “persona non gradita” ed invitato a lasciare il Paese -, le forze dell’opposizione davano vita a scontri con polizia ed esercito, occupazioni e saccheggi di edifici pubblici, blocco di aeroporti e molti episodi di razzismo, culminati nell’imboscata ad un gruppo di contadini filo-governativi in cui persero la vita decine di loro. Anche grazie ad un video girato sul posto, è emersa la piena responsabilità del Prefetto di Pando, Leopoldo Fernandez – poi arrestato – che avrebbe pagato e fornito mezzi per il massacro a sicari, addestrati, secondo un’inquietante quanto attendibile notizia, da un mercenario di estrema destra italiano, in Bolivia da molti anni. La partecipazione attiva al massacro di El Porvenir della Prefettura di Pando è stata poi confermata da una Commissione internazionale d’inchiesta.
In un frangente così delicato, a Morales è arrivato immediatamente il forte e convinto sostegno dei Capi di Stato dell’UNASUR ( l’organizzazione sopranazionale che riunisce i paesi dell’America del Sud ), riuniti a Santiago, proprio lì dove, 35 anni prima, era invece caduto, privo di sostegno internazionale, il coraggioso governo di Salvador Allende. Con il fallimento del “colpo di stato civile” e la conseguente accettazione del dialogo con il governo da parte dei prefetti, si è ristabilito un clima di relativa normalità che ha finalmente portato alla convocazione del referendum per l’approvazione finale della nuova Costituzione, fissato per il 25 gennaio prossimo.

Pur in un anno così difficile e turbolento, il governo Morales è riuscito a portare avanti il processo di cambio radicale del Paese, ottenendo significativi risultati. Per capire il senso dei cambiamenti e degli obiettivi raggiunti, occorre calarsi nell’ideologia e nella filosofia di vita abbracciata dai boliviani, il paradigma del “vivere bene”, non necessariamente meglio, in una società che si basi essenzialmente sulla solidarietà, sulla complementarietà e sull’armonia tra l’uomo e la natura. Questa visione costituisce il riferimento concettuale di tutti i cambi intrapresi: del modello economico, del modello di sviluppo e di quello di società. Per questo la conquista di cui il Governo va più fiero è la dichiarazione della Bolivia come paese libero dall’analfabetismo, avvenuta lo scorso 20 dicembre e frutto di una grande mobilitazione sociale, del fortissimo impegno del Governo e della solidarietà e aiuto materiale – sia con mezzi finanziari che con risorse umane – di Cuba e Venezuela. Una vittoria dei settori più umili, per lo più indigeni e all’85% donne, che non avevano accesso a quello che dovrebbe essere considerato uno dei diritti umani fondamentali, l’alfabetizzazione.
Altro risultato di notevole importanza per un paese latinoamericano è stato raggiunto nel settore della lotta alla corruzione. Solo nel 2005 la Bolivia si trovava al 179° posto su 180 paesi in una speciale statistica internazionale sui paesi con più corruzione. Ora, nella classifica del 2007, con due anni del nuovo governo, è risalita al 74° posto, guadagnando moltissimo in trasparenza amministrativa, utilizzazione del danaro pubblico e fiducia da parte degli interlocutori internazionali.

Nelle politiche sociali , a cui il governo Morales ha dedicato la maggiore attenzione, sono stati conseguiti gli obiettivi più significativi. Grazie alla nazionalizzazione del settore degli idrocarburi, le entrate per il bilancio statale sono passate da 300 milioni di dollari del 2005 a 2.500 milioni del 2007, potendosi così finanziare una serie di politiche sociali che hanno portato, oltre alla completa alfabetizzazione del Paese, ad una estensione della copertura sanitaria da 1,3 a 15,8 milioni di persone, ad un incremento delle strutture sanitarie da 434 a 966, alla realizzazione di 262.784 operazioni chirurgiche oftalmologiche, rispetto alle 1.713 del 2005, nell’ambito della “operaciòn milagro”, con il contributo del governo cubano. E’ stata poi istituita la “renta dignidad”, una pensione generalizzata per tutte le persone maggiori di 60 anni e, per i più giovani, è stata finanziata la campagna “bono juancito pinto” per la scolarizzazione di tutti i bambini boliviani, dalla prima elementare alla terza media.
Ma anche gli indicatori macroeconomici mostrano un paese in crescita che raggiunge risultati storici. Per la prima volta, dopo 60 anni, la Bolivia ha ottenuto un avanzo fiscale negli ultimi tre anni; il tasso di crescita nel 2008 ha superato il 6%; le riserve valutarie sono aumentate, rispetto alla media degli ultimi 20 anni, dell’800%, superando i 7.000 milioni di dollari; il debito estero è stato ridotto della metà rispetto alla media degli ultimi anni; sono stati costruiti, in due anni, 257 km. di infrastrutture stradali, rispetto ai 113 km. costruiti negli ultimi 40 anni prima del 2005!

Rimangono ancora tanti problemi da affrontare, tra cui forse il più importante è quello della riforma agraria. Il latifondismo è ancora oggi uno dei mali endemici dell’economia e della società boliviana, come di quella di quasi tutti i paesi latinoamericani. Un manipolo di famiglie detiene la maggior parte delle terre coltivabili, con estensioni che arrivano anche ai 300 mila ettari, spesso acquisite illegalmente e quasi sempre lasciate incolte ed improduttive. Anche se la strada da percorrere è ancora lunga, il 25 gennaio, data del referendum popolare per l’approvazione della nuova Costituzione, sarà certamente una tappa fondamentale della storia contemporanea della Bolivia. Dopo l’affrancamento dalla madre patria, ottenuto con la dichiarazione d’indipendenza del 1825, il 2008 potrebbe essere l’anno della definitiva restituzione della propria dignità e dei propri diritti alle popolazioni indigene boliviane.

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Di Il Cosmopolita il 23/01/2009 alle 00:00 | Non ci sono commenti

26/11/2008

Tra politica e mercato, le buone regole

Di fronte al turbinio di informazioni cui siamo quotidianamente sottoposti, a volte è utile soffermarsi, prendere fiato e riflettere sulla essenza dei fenomeni che ci circondano. Nel ricostruire le origini della crisi, è bene chiarire sin da subito che sarebbe fuorviante parlare di “cattiva finanza” o di una presunta mancanza di regole. Diversamente dal verbo dominante, diffuso da politici e mezzi d’informazione, la ragione principale dell’attuale crisi è la cattiva qualità delle regole, figlia dell’incapacità della politica statunitense, e non solo statunitense, di declinare correttamente le regole di governance per banche d’investimento e istituti finanziari. L’uso smodato della leva finanziaria, la inadeguata capitalizzazione delle banche, la concessione di mutui anche a individui privi delle più basilari garanzie sono conseguenza della cattiva gestione, da parte del Congresso, della liberalizzazione dei mercati finanziari e della globalizzazione della finanza, fenomeni di per sé positivi e che hanno concorso in maniera determinante alla crescita economica degli anni novanta. I costi della crisi sono estremamente rilevanti e di difficile quantificazione. Il solo volume di mutui subprime è uguale a circa 1600 miliardi di dollari. Tuttavia i riflessi della crisi trascendono il mero valore nominale dei mutui, raggiungendo, per il tramite di minori consumi e restrizioni al credito, anche l’economia reale. Una giusta quantificazione dei danni prodotti dalla crisi richiederebbe quindi di considerare non solo l’universo finanziario, ma anche le sue ripercussioni sull’economia reale: stime recenti della Banca d’Inghilterra valutano le perdite generate dalla crisi in circa 2800 miliardi di dollari. L’amministrazione repubblicana si è mossa lentamente per fronteggiare la crisi, le cui avvisaglie risalgono a più di un anno fa. A fronte delle diverse opzioni a disposizione, l’Amministrazione repubblicana, con il Piano Paulson, ha scelto di sostenere il patrimonio degli intermediari finanziari, allo scopo di prevenire la perdita di fiducia nel mercato interbancario (il mercato, di fondamentale importanza, nel quale gli istituti di credito si prestano denaro ed altri strumenti liquidi per soddisfare esigenze a breve termine) e, quindi, la chiusura dei canali di credito. L’intervento ha assunto forme diverse, quali la rinegoziazione dei debiti, la trasformazione dei debiti in azioni e l’acquisizione dei titoli in difficoltà da parte dello Stato. Il piano Paulson, malgrado l’entità dell’intervento (circa 700 miliardi di dollari) e il chiaro messaggio politico trasmesso con la sua approvazione, non ha riscosso il successo sperato, anche se, per esprimere un giudizio equo, sarebbe opportuno domandarsi quale sarebbe oggi la situazione del mercato interbancario senza l’intervento del Tesoro. Alla luce del risultato delle recenti elezioni per la Presidenza, è lecito interrogarsi su quali saranno i principi ispiratori della politica economica del Presidente Obama, nonché la sua posizione vis à vis la crisi. Sin da una prima, rapida, lettura del programma economico della nuova Presidenza, ci si rende conto del cambiamento di prospettiva. Per i democratici, le cause che permettono la trasmissione della crisi finanziaria all’economia reale risiedono in due meccanismi: da una parte, la ridotta crescita dei salari, a fronte della forte impennata dei prezzi dei beni di consumo cui abbiamo assistito negli ultimi anni; dall’altra, una distribuzione sperequata del carico fiscale che, a partire dai tagli operati da Bush durante il suo primo mandato, ha privilegiato i ceti più abbienti. In sostanza, per Obama, il problema non concerne solamente gli intermediari finanziari e la struttura delle aspettative degli operatori economici, ma riguarda anche la capacità di acquisto e consumo delle famiglie americane. Obama pone, per la prima volta da molti anni, la questione della diseguale distribuzione dei rilevanti guadagni di produttività che hanno avuto luogo negli Stati Uniti in concomitanza con il diffondersi della rivoluzione digitale e la sua applicazione all’economia americana. Nello specifico, sul fronte interno, la ricetta proposta da Obama e Biden prevede innanzitutto una detrazione fiscale estesa ai ceti medi e medio-bassi di circa 1000$ a famiglia. Allo stesso tempo, il nuovo inquilino della Casa Bianca suggerisce di eliminare l’imposta per i pensionati che percepiscono un reddito annuale inferiore a 50.000$. A latere, si prevede poi di detassare il capital gain per le nuove piccole e medie imprese, in modo da incoraggiare l’innovazione e l’iniziativa individuale. Sul piano internazionale, la nuova amministrazione contempla la possibilità di approvare misure volte a scoraggiare la delocalizzazione e a tutelare le produzioni made in USA. Le soluzioni prospettate dall’amministrazione uscente e da quella entrante sono probabilmente complementari e non contraddittorie: da una parte si sostiene il mercato del credito, evitando il credit crunch e la sospensione del mercato interbancario; dall’altra si assistono le famiglie e si sussidiano consumi ed investimenti, al fine di evitare un crollo della domanda interna, vero motore della crescita americana. Accanto a queste misure, che potremmo definire anti-cicliche, si avverte poi la necessità di altre iniziative, volte ad affrontare alla radice le ragioni della crisi, con particolare riferimento all’inadeguatezza della regolamentazione e alla debolezza della governance del sistema finanziario. Il programma di Obama indica, ad esempio, l’esigenza di assicurare una maggiore trasparenza nella concessione di mutui subprime, oltre che una maggiore trasparenza nella gestione del credito al consumo. Si nota tuttavia l’assenza di proposte volte a incidere sul leverage finanziario delle banche o sulla governance, vero nodo gordiano della crisi. Il leverage finanziario, a volte spinto fino a centinaia di volte il valore nominale del titolo acquistato, amplifica le oscillazioni di prezzo, sia in positivo che in negativo. Per tale ragione, a forti guadagni in tempi di bull market, corrispondono perdite di rilievo in tempi di bear market, che possono condurre, in presenza di banche sottocapitalizzate, all’impossibilità di coprire le perdite e dunque al fallimento. Infine, in presenza di una sempre più ampia diffusione di strumenti finanziari particolarmente sofisticati fra il popolo dei piccoli risparmiatori e dei consumatori, sarebbe opportuno accrescere la consapevolezza dell’ “uomo della strada”. Recenti ricerche della Banca d’Italia hanno evidenziato come una percentuale molto bassa di italiani è capace di distinguere fra un titolo obbligazionario ed uno azionario, o conosce l’interesse composto. Lo stesso vale per la gran parte dei cittadini statunitensi. A fronte dell’ingresso di derivati e altri strumenti finanziari nella nostra vita quotidiana, si rende sempre più necessaria una formazione ad hoc. Alla “democratizzazione” della finanza, non è corrisposto invece uno sforzo educativo da parte di tutte le istanze a ciò preposte, dalla scuola, ai mezzi di comunicazione, fino alle istituzioni finanziarie stesse e la nuova amministrazione statunitense appare poco incline a considerare questo aspetto del problema. In conclusione, il dilemma, presentato ormai quotidianamente dai mezzi di comunicazione, fra politica e mercato è, come spesso accade, un falso dilemma. Tuttavia il mercato ha bisogno di regole: poche, ma buone. La questione non è l’esistenza della buona e della cattiva finanza, ma la necessità di una buona regolamentazione, concepita in modo da incentivare i comportamenti virtuosi e scoraggiare gli altri.

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Di Il Cosmopolita il 26/11/2008 alle 00:00 | Non ci sono commenti

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