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Post in Governo mondiale

31/01/2015

Il riavvicinamento Usa-Cuba

Bruno Granata

L’insorgere di una nuova geo-politica, la crisi Ucraina, le turbolenze legate alla prematura morte delle primavere arabe, alla nascita dell’Isis e degli islamismi “globalizzati” con tutta la loro virulenta carica di fondamentalismo, hanno ulteriormente concentrato l’attenzione degli analisti di politica internazionale sugli avvenimenti della tormentata area mediterraneo-mediorientale, offuscando,parzialmente, un evento di portata epocale: il riavvicinamento tra Stati Uniti e Cuba. Si tratta invece di una svolta “storica”

Nei sessant’anni che intercorrono tra il trionfo della rivoluzione cubana e l’annuncio della volontà di ristabilire le relazioni diplomatiche tra Washington e L’Avana, si è consolidata una delle più nette e profonde fratture ideologiche della storia, che ha trasformato Cuba in un laboratorio politico-simbolico e diviso il passato ed il presente del continente latinoamericano in due campi radicalmente opposti ed irriducibili.
 

A causa dei gravi errori e dell’incredibile ostinazione comuni ai dirigenti politici delle due nazioni, la caduta del muro di Berlino, non solo non aveva dato vita a sostanziali passi in avanti nelle relazioni tra i due stati ma aveva ulteriormente confinato l’isola al ruolo di ultima fortezza ideologica, custode dell’ortodossia marxista. Il Venezuela era subentrato all’Unione Sovietica come supporto economico, garantendo in qualche modo le necessità di base ad una popolazione stremata da oltre mezzo secolo di “bloqueo”e permettendo a Cuba di prolungare la propria purezza ideologica e la propria agonia,ma la crisi del “chavismo” rischia di far precipitare definitivamente la disastrata economia cubana. Le riforme avviate da Raul Castro dopo l'uscita di scena del fratello Fidel nel 2008 appaiono del resto ancora troppo timide ed insufficienti a porre rimedio all’ormai intollerabile inefficienza e corruzione del socialismo cubano.

Riuscirà il tentativo di Barack Obama di aprire insieme al rassegnato Raul Castro una nuova storia per Cuba? Finirà il totalitarismo e nascerà una nuova democrazia come è avvenuto in altre realtà latinoamericane? Quello che sperano, da una parte e dall'altra dello Stretto della Florida, le generazioni più giovani e meno coinvolte nella vecchia battaglia ideologica fra il regime e l'esilio, è una piena liberazione delle relazioni, dei commerci, degli spostamenti.

Dopo una lunga storia di duri ed ostinati confronti ideologici, economici e quasi bellici,il riavvicinamento USA-Cuba potrebbe dunque finalmente segnare l’inizio di una nuova era, che è stata preceduta, come tutti sanno, da un anno e mezzo di trattative segrete, fortemente volute dal Vaticano.

Al di là delle dichiarazioni di principio e della comprensibile euforia è a indispensabile soffermarsi sui principali motivi di carattere strategico che hanno portato alla clamorosa svolta e sui vantaggi che il riavvicinamento può offrire in termini soprattutto economici ad entrambi i paesi.

Per Washington questo avvicinamento segna politicamente un punto a favore di Obama, che negli ultimi mesi ha visto crollare il proprio gradimento in termini di politica estera. Economicamente e politicamente l’embargo si è dimostrato in effetti pressoché inutile, provocando invece perdite cospicue non solo per l’economia cubana (1.100 miliardi di dollari in 54 anni), ma anche per quella americana (1,2 miliardi di dollari l’anno).

Tenuto conto della maggioranza repubblicana nel Congresso, per sbloccare la situazione in tempi relativamente brevi Obama dovrebbe tuttavia agire con decreto presidenziale, rimuovendo una serie di restrizioni che costituiscono il cuore stesso del “bloqueo”.

Dal punto di vista cubano il riavvicinamento si spiega in termini di opportunità politica. Raul Castro, infatti, sa bene che l’eliminazione, o almeno l’allentamento,dell’embargo statunitense (condannato dalla quasi totalità degli stati membri dell’ONU) avvantaggerebbe la disastrata economia cubana e che la normalizzazione delle relazioni con gli Stati Uniti completerebbe l’inserimento di Cuba nel contesto internazionale,già fortemente sviluppato nel corso degli ultimi anni.

Per gli Usa diventerà possibile creare canali di cooperazione economica e commerciale in settori come l’agricolo-alimentare (zuccherifici e frutta), nonché aprirsi verso un mercato potenzialmente molto attraente anche in termini di basso costo della mano d’opera. Ci potrebbero essere forti interessi da parte delle aziende americane delle telecomunicazioni, del turismo e delle società di servizi (soprattutto bancari e finanziarie in generale).

Il riavvicinamento potrebbe tornare utile anche in chiave elettorale: i giovani cubano-americani sono meno ideologizzati delle vecchie generazioni e pertanto un accordo del genere potrebbe tornare utile in prospettiva del voto del 2016. La rivoluzione è agonizzante da tempo. L'alchimia politica ha mischiato la sua agonia con la pace. Esausta, scarnita, con sempre meno soccorritori, la rivoluzione cubana non suscita più l'intenso odio di un tempo, e ancor meno costituisce una minaccia. La rivoluzione disinnescata consente la pace. Barack Obama l'ha capito e cerca di chiudere il capitolo.

Chi ha vinto e chi ha perso? Ha vinto la ragione: Barack Obama cerca di liberarsi di una anacronistica persecuzione, durata troppo a lungo e che ha contribuito a deteriorare l’immagine degli Stati Uniti in America Latina; Raúl Castro amministra invece il fallimento del suo comunismo tropicale senza uscire di scena da sconfitto.

In ogni caso siamo soltanto all'inizio di un percorso probabilmente ancora lungo, anche se l’accordo Usa-Cuba ha già prodotto degli effetti politici immediati: nel prossimo Summit dei Paesi delle Americhe a Panama (10-11 aprile 2015), ci saranno sia Obama, che Raul Castro,  ed é la prima volta che i leader dei due paesi partecipano insieme ad un summit da oltre mezzo secolo. 

 

 





 

TAG obama cuba casto usa

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Di Il Cosmopolita il 31/01/2015 alle 16:26 | Non ci sono commenti

21/11/2011

La questione dell’adesione della Palestina all’Unesco

Da qualche settimana stampa e televisione commentano la notizia del riconoscimento della Palestina come Stato membro dell’Unesco. Tra questi commenti va segnalato quello a firma di Fiamma Nirenstein su Il Giornale del 1 novembre, dal titolo: “L’Unesco come Arafat: vuole cancellare Israele”. Anche solo il titolo dell’articolo è “traviante”. All’autrice infatti sfugge un principio basilare del diritto internazionale. Ovvero che le organizzazioni internazionali, soprattutto quando prendono decisioni rilevanti come quelle riguardanti l'adesione di un nuovo membro, non agiscono come entità indipendenti. Anche nel caso in questione, l'Unesco, in quanto organizzazione internazionale, può solo rappresentare la volontà degli Stati che ne fanno parte. Di questi, 107 si sono dichiarati favorevoli all'adesione (tra cui i “giganti” Cina, India, Russia, Brasile, ma anche democrazie importanti come Francia e Spagna), 14 si sono dichiarati contrari (tra cui USA, Canada e Germania) ed i restanti si sono astenuti (tra cui Giappone, Gran Bretagna e Italia) o non si sono presentati proprio alla votazione. Per cui se crede in quello che dice l’On. Nirenstein dovrebbe trarre la conclusione che la stragrande maggioranza della comunità internazionale vuole cancellare Israele. Il che è un'evidente assurdità. Lascia piuttosto sconcertati rilevare che la Vice-Presidente della Commissione Affari Esteri della Camera faccia dichiarazioni di tale tenore senza apparentemente conoscere i fondamenti della vita delle relazioni internazionali e delle istituzioni dove la volontà della comunità internazionale viene espressa. Ma tant'è. Il sottotitolo dell’articolo è altrettanto eloquente: “scelta negazionista per spezzare i legami storici fra gli ebrei e la loro terra: un gesto simbolico gravissimo”. Anche in questo caso l’On. Nirenstein dovrebbe giungere alla conclusione che non è l’agenzia dell’ONU per l’educazione, la scienza e la cultura ad essere “negazionista”, ma la maggior parte degli Stati della terra, un’altra parte consistente, tra cui il nostro Paese, sarebbe solo 'parzialmente negazionista', mentre solo una manciata di Stati perlopiù insignificanti a livello demografico (con la rilevante eccezione degli Stati Uniti e della Germania) non lo è. Il che è un'altra evidente assurdità. In realtà l’On. Nirenstein dovrebbe essere molto meno preoccupata. La maggior parte degli Stati continua ad avere a cuore eccome il destino di Israele, non nega affatto il diritto del popolo ebraico ad avere un proprio Stato dove vivere in sicurezza né intende negare l’esistenza stessa di tale popolo (come sembra suggerire la Nirenstein). La stessa maggioranza tuttavia riconosce anche il diritto del popolo palestinese ad un proprio Stato che, tra le altre cose, possa rappresentarne gli interessi nei consessi internazionali dove vengono discusse le questioni che riguardano la convivenza internazionale. Non esiste nessuna contraddizione in queste due manifestazioni della volontà della comunità internazionale; al contrario vi risiedono i presupposti per una reale prospettiva di pace in Medio Oriente. A condizione naturalmente che le parti in causa riescano ad uscire da quella logica dello scontro frontale che ha prevalso finora. Alcune precisazioni sembrano opportune anche in merito alla questione del patrimonio storico e culturale tutelato dall’Unesco. Anche la città storica di Istanbul e le Mura Teodosiane che ne fanno parte, costruite dagli Imperatori Romani d'Oriente, oggi fanno parte del Patrimonio universale riconosciuto dall'UNESCO, ma questo non significa che la Turchia si sia 'impadronita' di nostri siti storici (nè tantomeno che l’Italia dovrebbe chiedere l'espulsione della Turchia dall'Unesco). Si tratta semplicemente di siti a cui, per la loro importanza, viene simbolicamente riconosciuta l'appartenenza a tutta l'Umanità. L'identità del popolo ebraico è forte più che mai, ha superato le sfide di millenni di storia, e non sarà certo l'inclusione di alcuni siti ebraici situati nei Territori Palestinesi nella World Heritage List dell’Unesco a minarne la solidità. Se anche la Cava dei Patriarchi o la Tomba di Rachele ad Hebron venissero inseriti nella World Heritage List dell'Unesco come siti 'palestinesi' non ci sarebbe quindi nulla di sconvolgente, e non si potrebbe certo giungere ad affermare che ciò sia mirato a 'cancellare l'eredità culturale di Israele'. Nella stessa Israele, ad esempio, la città vecchia di San Giovanni d'Acri - che comprende importantissimi resti della città crociata, già capitale del Regno cristiano di Gerusalemme, nonché le più recenti strutture ottomane ricche di elementi architettonici tipicamente musulmani - è già inserita nella World Heritage List come sito 'israeliano', ma nessuno ne ha tratto la conclusione che Israele voglia cancellare l'eredita' culturale cristiana o musulmana. La verità è che, ancora una volta, a quanto pare alcuni si fanno prendere dalla tentazione - consapevolmente o meno - di giocare la carta della minaccia identitaria per perseguire propri fini politici. Che la Cava dei Patriarchi ad Hebron o la Chiesa della Natività a Betlemme vengano riconosciuti un giorno come patrimonio mondiale dell'umanità in territorio palestinese è un bene, non un male. E' un possibile inizio per ricucire dei legami, un senso di condivisione dei propri destini su quella (su questa) terra.

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Di Il Cosmopolita il 21/11/2011 alle 00:00 | Non ci sono commenti

08/04/2011

La crisi dei migranti, tra “esodo biblico” e piagnisteo

Mentre prosegue la tragica contabilità dei morti annegati nel Canale di Sicilia non è forse inutile esercitare la nostra labile memoria storica per cercare di riportare l’”emergenza migranti” alle sue reali dimensioni. Per cominciare, non è vero che il flusso dei migranti (profughi? clandestini?) di queste ultime settimane sia senza precedenti. E’ successo in altri periodi, e con cause meno evidenti delle attuali, che si registrassero picchi negli arrivi via mare dall’Africa o dall’Adriatico verso il sud dell’Europa, perlopiù nella stagione estiva, di dimensioni analoghe alle attuali. Seguendo logiche diverse: la fuga dalle carestie o dalle guerre, gli interessi dei trafficanti delle persone o quelli dei paesi rivieraschi.

Neppure dovremmo dimenticare che le correnti di migrazione via mare rappresentano, anche con l’afflusso eccezionale di questi mesi (circa 20 mila sbarchi dall’inizio dell’anno ad ora), non più del 20-25% del totale dell’immigrazione irregolare verso il nostro Paese. E infine, come ci ha bruscamente ricordato la commissaria europea Cecilia Wallstrom, il numero di richiedenti asilo in Italia rimane pur sempre molto più basso di quello che interessa gli altri paesi europei, anche molto più piccoli del nostro, e non riveste quindi per la maggioranza dei 27 quelle caratteristiche di eccezionalità invocate dal nostro Governo. C’è indubbiamente, nessuno lo nega, una massa di arrivi concentrata nel tempo e nello spazio (Lampedusa) che costituisce una situazione molto difficile da gestire. Ma non un’invasione drammatica, un “esodo biblico”, uno “tsunami umano”, come lo dipingono media sovra-eccitati e politici a caccia di slogan. O vogliamo paragonare questi numeri a quelli a sei zeri dei conflitti africani più recenti, dalla Somalia al Sudan alla Costa d’Avorio?

C’è insomma poca memoria e scarso senso delle proporzioni nella rappresentazione dell’emergenza alla quale stiamo assistendo. E c’è invece, ci sembra, molto calcolo politico nel fomentare la paura dell’invasione e dell’assedio. Condita, per giunta, come è ormai abitudine da un po’ di tempo in qua, da una querulo vittimismo verso un’Europa “sorda, indifferente, egoista”. Siamo d’accordo: non è che questa Europa susciti grandi entusiasmi o simpatie incondizonate. Le figure di riferimento di un tempo sono state rimpiazzate da governanti in balia degli umori del loro elettorato e dei sondaggi, incapaci di grandi prospettive e insensibili ai principi sui quali è stata fondato il progetto europeo. Un’Europa effettivamente egoista, tendenzialmente xenofoba, sia verso il vicino continentale, a sud e ad est, e ancor di più, verso lo straniero extra-comunitario. Con segni preoccupanti di balcanizzazione anche all’interno dei singoli Stati, come dimostrano le meschine polemiche di questi giorni tra le regioni italiane su come ripartire l’onere dei profughi (clandestini?) sul territorio nazionale.

Nondimeno, con tutti suoi limiti, il progetto europeo rappresenta pur sempre l’unico ancoraggio concreto di cui disponiamo in un momento storico certamente complesso, fatto di grandi cambiamenti che dobbiamo almeno cercare di governare con razionalità. Altrimenti, a forza di sparare contro l’Europa e di accusarla di tutte le nostre disgrazie, c’è il rischio di un isolamento che alla fine ci vedrebbe più deboli e vulnerabili e che gioverebbe soltanto a chi si crogiola nell’illusione delle fortezze identitarie e delle piccole patrie.

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Di Il Cosmopolita il 08/04/2011 alle 00:00 | Non ci sono commenti

08/10/2010

Respinti e mitragliati

Fa un certo effetto, a dir poco, ricordare la dichiarazione di qualche giorno fa del ministro Maroni, secondo il quale il peschereccio siciliano mitragliato e inseguito giorni fa nel canale di Sicilia è stato vittima di un malaugurato incidente essendo stato scambiato per un “barcone di clandestini”. Al di là della credibilità o meno di questa affermazione - se cioè si sia trattato davvero di un errore dei libici o piuttosto di un’ostentazione di sicurezza in un’area da loro considerata “zona economica esclusiva”- dalla frase del ministro non si può non dedurre che i migranti irregolari (attenzione: non necessariamente “clandestini”) vengono in effetti regolarmente presi a colpi di cannone quando navigano in quelle acque.

Da alcuni anni, purtroppo, in quel mare accadono cose terribili. Molti migranti vi sono annegati o morti di sete e di stenti durante la traversata, altri sono riusciti a raggiungere rocambolescamente la costa, altri ancora sono stati salvati dalle nostre navi. Fino a non molto tempo fa, il principio che un’imbarcazione in difficoltà dovesse essere comunque soccorsa e condotta sulla terraferma non era messo in discussione. Poi sono successe alcune cose: l’accordo di amicizia e cooperazione con la Libia, le liti con Malta sulle zone marittime di soccorso, la chiusura del Centro di accoglienza di Lampedusa. E adesso che cosa succede in quelle acque? Come vengono dissuasi i migranti africani dall’avvicinarsi alle nostre coste? Che fine fanno i respinti? Sono domande alle quali è difficile dare una risposta univoca ma dietro a ciascuna di esse si intuiscono – e a volte si documentano – tragedie umane immense.

Quanto all’episodio del peschereccio mitragliato, siamo riusciti in un’impresa che ha pochi precedenti nella storia delle relazioni internazionali: un attacco armato effettuato con mezzi militari e personale appena forniti dal paese aggredito (l’Italia) a quello aggressore. E per giunta a pochi giorni dalla pittoresca visita del colonnello Gheddafi a Roma (con tanto di amazzoni, caroselli equestri e platee di ragazze italiane folgorate, dietro pagamento, dal verbo del leader della Giamahiria). Una circostanza che avrà fatto sorridere molti, a Bruxelles e in altre capitali europee e che induce però a chiedersi molto seriamente che cosa prevedano le clausole non pubbliche dell’accordo italo-libico e, soprattutto, se nel negoziarlo non si sarebbe dovuto tutelare di più non solo l’incolumità dei pescatori siciliani ma anche i diritti umani dei molti diseredati che si imbarcano dall’Africa verso l’Europa In realtà, l’accordo bilaterale cui si è da poco celebrato il secondo anniversario ha soltanto rivitalizzato accordi pre-esistenti, del 2000 e del 2007, in materia di contrasto all’immigrazione clandestina, che erano di fatto rimasti disapplicati fino alla prima metà del 2009.

Accordi tutti negoziati in modo opaco, i cui testi anche dopo la firma, furono tenuti per mesi nascosti al Parlamento e all’opinione pubblica. E comunque, lo ripetiamo, accordi che potevano e dovevano essere negoziati meglio. E cioè: pure ammettendo che la parte libica dovesse essere, per così dire, incentivata a controllare meglio le proprie coste e i propri confini, qualche paletto in più lo si doveva mettere. Non arriviamo a pensare – saremmo degli utopisti! – alle clausole di tutela dei “diritti umani” presenti negli accordi tra Unione Europea e paesi terzi, che prevedono anche la sospensione dell’accordo in caso di violazioni gravi e stabiliscono meccanismi di monitoraggio e dialogo politico in materia. Ma, almeno, anziché limitarsi ad un inconsistente appello ai “principi”, si doveva spingere per un calendario verso l’adesione della Libia alla Convenzione di Ginevra sullo statuto dei rifugiati; e nel frattempo pretendere ragionevoli garanzie per l’operato delle agenzie internazionali come l’Alto Commissariato per i Rifugiati e l’Organizzazione Internazionale delle Migrazioni. Si dovevano anche mettere in campo aiuti finanziari destinati alla tutela dei diritti dei richiedenti asilo: sarebbero comunque costati una piccola frazione dei famosi 5 miliardi promessi, o della rete di controllo satellitare delle frontiere, anch’essa prevista nell’accordo, o dello stesso Centro di Lampedusa da poco smantellato. E, infine, si doveva aumentare l’attività di contrasto nei confronti degli organizzatori e dei mercanti di clandestini, italiani o stranieri che fossero.

Più in generale, era davvero un interesse così forte quello di fermare a tutti i costi i migranti (a proposito, meno del 15% dei clandestini presenti in Italia è arrivato via mare) da passare sopra a uno dei capisaldi del diritto internazionale come la convenzione di Ginevra sui rifugiati del 1951? Se, negli ultimi anni, a circa la metà dei migranti africani arrivati in Italia via mare è stato riconosciuto il diritto di asilo o di protezione umanitaria, non era difficile prevedere che limitarsi a dare carta bianca alla Libia qualche problema ce l’avrebbe creato. Esigenze della realpolitik? Al contrario, proprio l’importanza dei rapporti economici bilaterali (a cominciare dagli investimenti libici in Italia), avrebbero dovuto, a nostro giudizio, in una visione integrata di governance globale, indurci a pretendere dai libici impegni non di facciata sul tema dei diritti umani. E invece, mentre i migranti vengono respinti verso un triste destino di morte o di prigionia, noi siamo al contempo ridicolizzati (da Gheddafi), criticati (dagli organismi internazionali) e mitragliati (dalle nostre stesse motovedette): difficile vedere in tutto questo qualcosa che assomigli vagamente ai nostri valori costituzionali o al nostro stesso interesse nazionale.

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Di Il Cosmopolita il 08/10/2010 alle 00:00 | Non ci sono commenti

23/10/2006

Il seggio al Consiglio di Sicurezza

Il voto che nei giorni scorsi ha assicurato all’Italia uno dei seggi al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per il biennio 2007/8 ha suscitato una assai condivisibile soddisfazione e costituisce senza dubbio un non secondario tassello per la crescente iniziativa diplomatica italiana e per l’impatto che tale presenza potrà avere nella difesa di soluzioni a noi meno sfavorevoli nella riforma della “membership” nel Consiglio stesso: insomma è una positiva tappa in una vicenda che viene da lontano e con la quale ci si misurerà ancora per un certo tempo. Tutto questo suggerisce l’utilità di riproporre sintetiche considerazioni, alcune – diciamo così – strutturali ed altre con cui ci si confronta in queste settimane alla Farnesina e, più in generale, nell’ambito del processo politico nazionale anche in relazione alla “finanziaria” 2007. I. L’affermazione italiana non va sopravvalutata, né sottovalutata, ad esempio enfatizzando un successo numerico dei consensi ottenuti dagli altri Stati membri: il voto avviene su base “regionale” e non universale e, dunque, posto che all’Europa spettano due seggi, uno questa volta è toccato a noi al termine di un processo di candidatura (e oggettiva alternanza) durato anni e seguito con capillare attenzione in tutti i Paesi in cui siamo rappresentati: altre volte (soprattutto quando ci siamo “inventati” candidature dell’ultimo momento) ci sono stati preferiti Paesi “minori” quali l’Irlanda o la Norvegia. II. Essere arrivati al voto parallelamente al ristabilimento di principi e valori “multilaterali” tradizionali dell’Italia post-bellica ed aggiornati alla luce dell’attacco che questi riferimenti hanno subito nella fase più aggressiva dell’unilateralismo (e dei vari bilateralismi) costituisce un valore aggiunto prezioso e, speriamo, non contingente. III. Purtroppo né l’ONU, né il Consiglio di Sicurezza costituiscono l’”ombelico del mondo”, né – tanto meno – l’embrione di un vagheggiato e vagheggiabile Governo mondiale: troppo forte e probabilmente strutturale è la crisi del sistema delle Istituzioni internazionali e, tuttavia, in rimarchevole parallelismo con l’evidente crisi delle forme di democrazia interne agli Stati nazionali, il “sistema” multilaterale non presenta alternative e, dunque, lavorarvi all’interno e preservarlo - possibilmente rilanciandolo - è indispensabile. IV. Come scriveva oltre un cinquantennio or sono uno dei “maestri” della diplomazia internazionale, Sir Harold Nicolson, “lo scopo della politica estera italiana è l’acquisizione sul terreno diplomatico di un’importanza maggiore di quella che possa esserle assicurata dalla sua potenza reale”. Detto in termini di oggi, l’Italia si aspetta dai “formati” (e dall’appartenervi ad ogni costo, tipo G8) più che dal proprio “peso specifico”, peraltro di volta in volta sopravvalutato o sottovalutato, raramente percepito per quello che esso è. Di qui, anche nelle fasi di “risveglio” della politica estera una sempiterna ipoteca al pieno sviluppo della nostra integrazione internazionale. V. Sempre Nicolson sottolinea al riguardo come la diplomazia italiana “pur non mancando di genialità, non rappresenta forse un bell’esempio dell’arte del negoziato… assomma da un lato le ambizioni e le pretese di una grande potenza e dall’altro i metodi di una piccola potenza. Così la sua politica non è solo volubile, ma anche transitoria”. Ma egli stesso si augura che, divenuta una “grande potenza”, acquisti una “diplomazia più stabile e dignitosa”. Il che è esattamente il problema all’ordine del giorno. VI. La costruzione, durata come si diceva diversi anni, dell’attuale successo (come pure del consenso intorno a soluzioni a noi non irreversibilmente sfavorevoli nel processo di riforma del Consiglio) ha avuto un pilastro – soprattutto per quanto attiene i medii e piccoli Paesi – nell’azione svolta dalle Ambasciate che ne hanno fatto la propria (talora unica… in assenza di una capillarità della politica internazionale dell’Italia) priorità d’azione. L’aneddotica è ampia come quella del Primo Ministro di uno Stato insulare del Pacifico (uno di quelli per intenderci destinati alla sparizione per il mutamento climatico e l’inalzamento degli oceani) che all’ambasciatore italiano consegnava come regalo/ricompensa per un viaggio fortunoso su aerei ad elica con canotto tra i sedili “ciò per cui sei venuto”, ovvero la lettera ufficiale di impegno al voto a nostro favore alle Nazioni Unite. VII. Fuori dall’aneddoto è evidente che portare avanti indefinitamente iniziative di questo tipo senza “paracadute” (e senza i petrodollari di Chavez) va perfino oltre le antiche critiche di Sir Nicolson e sconfina nel folklore italiano. Purtroppo non sembra – neppure oggi – essere emersa la consapevolezza politica e governativa che – in politica estera ancora più che in quella interna – non si possono fare “le nozze con i fichi secchi”: gli annunciati “tagli” colpiscono definitivamente tutta l’Amministrazione degli Esteri già colpevolmente e troppo a lungo gestita con un terzo di risorse rispetto alla media di tutti i Paesi europei. La riduzione della rete diplomatica a puri uffici di rappresentanza appare dunque l’esito finale di un atteggiamento da “miseria e nobiltà” per cui i denari per le mega (ed inutili) kermesse si trovano sempre e mai quelle di cui abbisogna un Paese “normale”: tutti i giorni. VIII. Dubbi suscita anche come ci si appresta a gestire la vittoria al Palazzo di Vetro: parrebbe che lo staff diplomatico della Rappresentanza italiana abbia raggiunto il record di ben venticinque funzionari. Un plotone - questo sì - non solo antieconomico ma anche adatto a produrre ovvie diseconomie di scala (per dirla elegantemente). Insomma, passata l’euforia una riflessione si impone sul senso di un biennio di maggior ruolo ma anche di maggiore consapevolezza. IX. Infine i nodi del nesso tra politica interna e politica estera, quello dei processi formativi delle opzioni e delle scelte, del rapporto tra integrazione e sovranità (meglio: tra “provincia” e mondo), tra “militarizzazione” e “diplomatizzazione” delle relazioni internazionali. E dietro tutto ciò la confusione – tutta italiana – tra mezzi e fini, come pure una “bipartisanship” che connota come “interessi nazionali” quelli di una bottega politica sempre più indistinta e sempre meno attenta quello che – appunto – giustamente divide. Tutti fattori di una confusione che ipoteca, e pesantemente, il presente successo.

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Di Il Cosmopolita il 23/10/2006 alle 00:00 | Non ci sono commenti

04/12/2003

In un solo mondo

Che le cronache di politica internazionale nel nostro Paese abbondino di Osama Bin Laden, ma anche del Cardinal Ruini (denominato 'cappellano' d'Italia) e releghino nei recessi delle pagine culturali Immanuel Kant (quale stravagante anticipatore di una assai demodeé 'pace universale') non può sorprendere considerato anche il degrado di una capacità di riflessione che - un tempo misurata sull'arco di settimane o mesi e perfino qualche anno - si è ora contratta a giorni, ore, minuti. La polemica sui tempi 'televisivi' non appartiene peraltro né agli scopi di questo 'foglio' telematico, né soprattutto alla natura profonda della politica estera che - da sempre - si iscrive in processi di più lungo periodo che non sono caduchi a condizione di essere sorretti dall'analisi e dalla 'visione' che è ovviamente cosa diversa dal volontarismo: l'una razionale, l'altro velleitario. Ed è nella forza della ragione che si iscrive il ritorno di Kant come antidoto - per ora appunto elitario - alla caduta di fiducia nella possibilità di arrestare la spirale in cui la scena internazionale (e non un solo scacchiere geo-politico) sembra essersi avvitata all'ombra (anche intellettuale e conoscitiva) suscitata da slogan quali l'esportazione di democrazia e il 'dono della libertà' ovvero i molti 'grandi Satana' che animano un 'teatro del mondo' sempre più grandguignolesco e sempre più dominato da contrapposte finzioni. Finzioni peraltro destinate ad opinioni pubbliche sempre più frastornate ed impotenti mentre vi è chi le idee le ha relativamente chiare almeno nel sapere che le strade che abbiamo davanti sono almeno due: infatti gli stessi teorici del neoconservatorismo statunitense (ad esempio John Fonte dell'Hudson Institute) schierati - ovviamente - con il nemico mortale del progetto kantiano e cioè lo Stato-nazione parlano di scontro tra 'due Occidenti' quello della democrazia liberale (prevalentemente statunitense) e quello dei 'progressisti transnazionali'(prevalentemente europei). Scriveva due secoli fa Kant ('Idea di storia universale in ottica cosmopolita', 1784)…'un antagonismo… che è il mezzo di cui si serve la natura per raggiungere i suoi fini… nella misura in cui questo antagonismo finirà per essere la causa di un ordine regolato da leggi' e più oltre ('Per la pace perpetua. Progetto filosofico', 1795): 'Se questa scritta satirica sull'insegna di una osteria olandese, su cui è dipinto un cimitero, valga per gli uomini in generale, o in particolare per i capi di Stato che non riescono mai a saziarsi delle guerre, o se invece debba valere soltanto per i filosofi che hanno quel dolce sogno, questo lo lasciamo da parte' e anche noi lo lasceremo per ora da parte non già per rientrare nell'ironia del Voltaire di 'Candido, o dell'ottimismo' - il migliore dei mondi possibili, ovvero il mondo in cui non ci si interroga e non si ha il diritto di interrogarsi - bensì per iniziare a calare i grandi temi kantiani dell'ordine normativo e del governo sovranazionale nel qui e ora di questi conflitti e di queste contraddizioni. Naturalmente questa ricerca - non teorica né filosofica né da 'anime belle' - salterà a piè pari gli stolidi commenti sui 'caduti degli Achei', la 'fragile ricerca dell'identità occidentale' (e/o orientale…) e via baggianando in una inverazione tragicomica di tutti i conflitti evocati intorno ad un discrimine 'culturale' (Samuel Huntington 'The Clash of Civilizations and the Remaking of World Order', 1996) che si voleva - giustamente e con gran travaglio - disinnescare e che ora sembra essere diventato una sorta di moda dilagata fuori dalla cerchia degli originali istituzionali (es. in Italia Fallaci e Baget Bozzo) e dei cultori del 'politically not correct', insomma una bandiera della regressione e dell'ignoranza programmatiche dispensate a piene mani da tutti i media. Al contrario, come del resto fanno gli stessi analisti neo-conservatori, proviamo ad iniziare una disanima di cosa si liquida quando ci si sbarazza di Kant. In primo luogo si rifiutano le premesse stesse del multilateralismo: di quello integrativo (come l'Unione Europea), di quello negoziale (come tutti i fori e i protocolli tipo Kyoto per un mondo più vivibile), di quello normativo (come la Corte di giustizia internazionale) e soprattutto di quello di 'governo universale' (come le Nazioni Unite). Queste ultime poi sono viste come una 'bestia nera' perché 'non funzionano' e allora tanto vale cortocircuitarle con una logica che è già stata applicata molti decenni addietro alle democrazie parlamentari: i risultati di affidarsi all'unilateralismo di chi 'funziona' sono sotto gli occhi di tutti e confermano ancora una volta la critica kantiana sul primato della scelta militare e della sua impotenza a medio termine. Sull'altro versante il rigido e appunto unilaterale persistere dello Stato nazionale (meglio se multietnico e imperiale) non soltanto blocca ogni stabilizzazione propositiva della scena internazionale ma moltiplica i conflitti e, al tempo stesso, contiene (?) ma non risolve nessuna contraddizione lasciando accesa sul terreno la miccia incandescente di un incubo terrorista i cui confini e connotati si dilatano ogni giorno di più. Nel frattempo la coesistenza tra le due prospettive (quella della democrazia liberale nazionale e quella della transnazionalità) diventa sempre più problematica e parallelamente rischia di mettere fuori gioco non soltanto l'evoluzione degli Stati-nazione periferici ma anche la crescita e l'assunzione dei contenuti di movimenti e realtà legate al futuro della Terra. A fianco di tutto ciò la lunga eclissi di tutte le analisi sulle interdipendenze e la loro sostituzione con il magma indifferenziato della globalizzazione ha già prodotto i risultati che vediamo e che erano stati facilmente previsti da un quarto di secolo; un esempio per tutti il collasso della cooperazione Nord-Sud e l'inevitabilità dell'assalto migratorio la cui principale risposta è il perseguimento di un 'apartheid universale': niente male per le magnifiche sorti e progressive. E allora sorge un primo dubbio: meglio tornare a Kant ovvero attendere l'emergere della 'sindrome cinese' quella vera non quella di un vecchio film e - in Italia - quella di Bossi e Tremonti?

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Di Il Cosmopolita il 04/12/2003 alle 00:00 | Non ci sono commenti

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