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14/06/2012

Sono finite le stagioni mediorientali?

Dopo lo scoppio della primavera araba nel gennaio 2011, una lunga stagione di transizione si è aperta ed è lungi dal concludersi con risultati univoci. Vale quanto si dice nelle conversazioni in ascensore: le stagioni non esistono più. Nel soleggiato mondo arabo vi è la sola stagione della continuità nella discontinuità. Questo slogan a suo modo geniale fu coniato in Italia per evitare i cambiamenti radicali pur evocando la rivoluzione. Ora si adatta alla situazione mediterranea. Reminiscenze gattopardesche convivono con impulsi di rottura nel Mediterraneo meridionale. Ex Ministri dei passati regimi si presentano con proposte apparentemente nuove pur conservando le vecchie facce. Importa prendere le distanze dai vecchi regimi scaricando sui vecchi leader tutte le responsabilità. Un lavacro politico e morale: questo è il significato che si vuole dare alla morte di Qaddafi, all’esilio di Ben Ali, alla condanna di Mubarak. I leader pagano per tutti, come se i passati regimi avessero resistito a lungo senza una qualche forma di popolare consenso. Neanche i nuovi regimi godono di ampio consenso. E dunque cosa vogliono le popolazioni arabe dopo l’epopea di manifestazioni di piazza e di rivoluzione, come in Egitto chiamano i moti del gennaio 2011? L’Egitto è il paese chiave di qualsiasi svolta. La transizione egiziana prende tempi lunghi. E d’altronde, nel paese dalla civiltà ultramillenaria, non ci si può aspettare che la calma della riflessione lunga. Il dato comune all’Egitto ed altri paesi è la rivalsa dei partiti che si richiamano all’Islàm politico. I soli partiti che si siano potuti presentare agli appuntamenti elettorali con una certa struttura organizzativa ed un certo radicamento popolare. I cosiddetti liberali, che molto piacciono agli occidentali, hanno appunto prestigio e seguito più all’estero che all’interno. Peccato che i sostenitori dell’estero non votino. L’interesse occidentale alle vicende arabe s’intreccia ad altri interessi. Anzitutto riguardo all’Iran. Teheran ha la capacità di sviluppare armi nucleari? Ovvero: ha l’intenzione di sviluppare tale capacità? Questioni importanti e pertinenti che riguardano non solo quel paese ma l’intera comunità internazionale. Dalla risposta dipende anche lo scioglimento del dilemma fra diplomazia e opzione militare. In definitiva: fra pace e guerra. A Vienna si discute del caso Iran: nell’ambito della conferenza sul Trattato di non proliferazione nucleare; in seno all’AIEA. Finché il dibattito si svolge in Austria, vuol dire che l’opzione diplomatica funziona ancora. E’ evidente tuttavia che un’eventuale opzione militare non verrebbe certo annunciata per via diplomatica. Verrebbe e basta. E’ campagna elettorale a Washington. E si sa che il dibattito americano coinvolge tutto il mondo, anche se soltanto la metà circa dell’elettorato americano vota alle elezioni presidenziali. Il dibattito americano pare poco incline alle opzioni militari, quali che siano e comunque vengano presentate. Verte piuttosto sulla situazione economica che non è florida quanto un Presidente in cerca di conferma vorrebbe che fosse. Al punto che il Presidente in questione invita gli europei a comportarsi da europei. A salvarsi a vicenda perché se non si salvano da soli, non possono aspettarsi l’aiuto americano. Uscire dall’Iraq, uscire a termine dall’Afghanistan, non entrare in altre avventure che rompano ulteriormente il bilancio federale. Questi sembrano gli obiettivi chiave dell’Amministrazione in carica per rimanere in carica dopo il voto di novembre. Sempre che nel frattempo il fronte mediterraneo e mediorientale e del Golfo non s’infiammi. L’interesse alla continuità nella discontinuità è comprensibile. I segnali che vengono da Israele si prestano a molteplici letture, per quanto si arrocchino attorno all’essenziale quesito: se credere all’efficacia delle pressioni internazionali sull’Iran. Le elezioni politiche si terranno alla scadenza naturale, grazie all’accordo fra Likud e Kadima. L’ingresso dell’ex Generale Shaùl Mofaz nel Governo rafforza le competenze militari della coalizione ma non è detto che ne accentui lo spirito bellico. Da Gerusalemme si guarda a Teheran e soprattutto a Washington. L’Unione europea cerca di darsi un colpo d’ala salvando la Spagna dopo la magra figura rimediata con la Grecia. Azzerare d’un colpo il principio della solidarietà comunitaria, principio senza il quale non avremmo l’asse franco – tedesco e neppure i sessanta anni di integrazione comunitaria, deve essere parso troppo perfino ai rigoristi di Berlino ed ai loro seguaci. Ma di qui a parlare di rinascita europea, ce ne passa. L’Europa ripiegata sui propri guai finanziari rinuncia a darsi una politica estera adeguata. Il suo ruolo nel Mediterraneo meridionale, dopo i sussulti della primavera 2011, è modesto rispetto alla serietà degli avvenimenti. Allora c’era l’attenuante della sorpresa, ora neppure quella. Vi è da sperare in una ripresa d’interesse europeo per il Mediterraneo: per non sperare, in politica estera come in economia, nell’improbabile aiuto dell’amico americano.

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Di Il Cosmopolita il 14/06/2012 alle 00:00 | Non ci sono commenti

20/03/2008

Israel en su labirinto

El General en su labirinto è il titolo della biografia romanzata che Gabriel Garcia Marquez dedica a Simon Bolivar, el General appunto. Si addice al caso di Israele che dal 1948 – cade ora il sessantesimo anniversario della proclamazione dello Stato - vive stretto nel labirinto dell’ansia nazionale di garantirsi la sicurezza, costi quel che costi, e la volontà dei paesi vicini e non di minare quella sicurezza fino a spingere gli abitanti oltre il mare, in Nuova Zelanda, Zanzibar, Canada. Ovunque ma non sulle sponde del Mediterraneo donde storicamente la nazione ebraica veniva e dove essa aspira a tornare e restare. La vicenda delle bombe su Gaza e dei razzi su Sderot è l’ennesima di una saga purtroppo interminabile di episodi, che non vede vinti né vincitori definitivi, ma solo perdite di vite e di credibilità negoziale. Perché stiamo a questo punto dopo il proclama di Annapolis - era novembre 2007 - della pace entro l’anno, e cioè entro la scadenza del mandato presidenziale di Bush? Perché il proclama aveva insito il contrasto fra parti che trattavano di punti su cui avevano un controllo quanto meno parziale. E’ il caso dell’ANP di Abu Mazen. Dopo la secessione di Gaza, l’ANP controlla a malapena la Cisgiordania. Ma i razzi su Sderot sono lanciati da Gaza, come a Gaza la popolazione indigente sfonda il muro di protezione verso l’Egitto per essere ricacciata indietro appena ha terminato le compere. A Gaza governa Hamas, che la comunità internazionale non riconosce e su cui l’ANP ha un potere tenue per non dire insistente. La risposta di Israele è allora di tipo militare. In un territorio così piccolo e così popoloso, la distinzione fra militanti e gente comune è pressoché impossibile. Se colpisci, cogli nel mucchio. La nomina di Ehud Barak alla Difesa avrebbe dovuto avvertire la controparte che l’approccio alla sicurezza sarebbe cambiato. Barak era il Primo Ministro che negoziò invano a Camp David alla fine della Presidenza Clinton, era il Primo Ministro del ritiro unilaterale dal Libano meridionale, laddove si sarebbero istallate le milizie di Hezbollah per minacciare la parte settentrionale di Israele. Una personalità che si sente gravata da responsabilità forse anche storiche per avere creduto ad un certo momento alle prospettive della pacificazione regionale. La sua determinazione nell’affare Gaza viene probabilmente da questo: dalla sfiducia nella capacità del negoziato ad affrontare sul serio il tema della sicurezza, questa rimanendo affidata alla efficienza di Tsahal. Nota Magdi Allam che la stampa e la diplomazia dedicano una attenzione differenziata alla Turchia e ad Israele. L’azione dell’esercito turco nell’Iraq del nord a caccia di separatisti curdi è una legittima, a volte esagerata, azione antiterroristica che “stranamente” provoca soltanto vittime militari, debitamente contabilizzate. Al contrario l’azione di Israele a Gaza è sproporzionata e la contabilità evidenzia il numero delle vittime civili. Due pesi e due misure. Il fatto è che per l’opinione pubblica vale quanto è portato alla sua attenzione. Le telecamere ignorano il Kurdistan iracheno mentre illuminano perennemente la Terra Santa. Perché è santa. E dunque la reazione delle diplomazie è commisurata al grado di impressione che le immagini provocano nell’opinione pubblica. Da quando funziona la politica estera comune, la PESC, l’esercizio più diffuso a Bruxelles è di “dichiarare” sul Medio Oriente con una gamma vasta di sentimenti: deplorazione, incoraggiamento, condanna, denuncia, invito. Malgrado la ricchezza verbale, l’azione della Unione resta al di qua delle necessità delle parti. Torna di attualità la proposta che fu di alcuni. Come in Kossovo l’Unione è in prima linea a garantire la gracile indipendenza, così in Medio Oriente l’Unione garantisca la sicurezza di Israele. Integrando Israele nei meccanismi PESC e PESD.

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Di Il Cosmopolita il 20/03/2008 alle 00:00 | Non ci sono commenti

15/02/2008

Sempre più serrata la sfida delle primarie

Nella sempre più accesa lotta alla “nomination” democratica, Hillary Clinton ha spesso rimproverato agli altri candidati di abusare della parola “cambiamento”. John Edwards aveva più volte sottolineato, fin dal 2004, che nessun cambiamento sarebbe stato possibile senza scardinare il potere delle grandi lobbies che dominano la politica e l'economia statunitense. “Le corporazioni non rinunceranno mai volontariamente al potere - aveva detto - e tutti quelli che pensano che ciò sia possibile vivono a “Neverland”. L'accusa era evidentemente diretta a Barack Obama. La politica si muove tuttavia molto spesso non in base ad argomenti, ragionamenti e dati, che servono solo per legittimare o delegittimare un desiderio popolare o un'azione di governo. Ciò che muove gli elettori nella società dell’immagine - soprattutto in un contesto nel quale le differenze di programma appaiono microscopiche - sono soprattutto gli stati d'animo: se c'è un candidato che rappresenta una forte speranza di cambiamento, che mostra di poter liberare la gente dalla paura o dalla stanchezza, al di là di qualsiasi realtà, tale candidato ha buone possibilità di vincere. Se poi è capace di far volare i suoi elettori come Peter Pan in “Neverland” non solo potrà risultare vincitore, ma potrebbe addirittura imporsi come il paradigma della realtà e del pragmatismo. Non c'è niente di più forte e di più potente dell’immaginazione e Obama sente che il vento soffia dalla sua parte. Il suo messaggio di cambiamento sta conquistando sempre più i cuori degli elettori democratici. E non perde occasione per ribadire che è lui la vera scelta di novità. “La posta in gioco”, ha affermato parlando ai suoi supporters, “è troppo alta e le sfide troppo grandi per cercare di risolverle con i vecchi metodi di Washington e con i soliti vecchi protagonisti di Washington per poi aspettarsi un risultato diverso dal passato”. Un passato che, per molti, ha il volto di Hillary Clinton. La senatrice di New York ripete il mantra dell’esperienza che lei garantirebbe alla Casa Bianca. In uno degli ultimi comizi la ex First Lady ha dichiarato ai suoi fans: “Se sarò la candidata democratica, non dovrete mai preoccuparvi che io possa essere buttata fuori dal ring, perché ho la forza e l’esperienza per guidare questo Paese e sono pronta a sfidare il senatore McCain quando e dove vuole”. Tuttavia, due recenti sondaggi (uno per Time, l’altro per CNN) sembrano smentire la senatrice di New York. In entrambi i casi, infatti, emerge chiaramente che Obama avrebbe più chances di vittoria rispetto a Hillary in un duello con John McCain. Obama, considerato all’inizio come un outsider, dimostra chiaramente che il suo “Yes we can” potrebbe farcela, sfruttando una fiducia nelle parole che difficilmente, in passato, avrebbe potuto rivelarsi come la carta vincente di un candidato alla Casa Bianca. Prima di tutto per la storia partitica e geopolitica di quel paese e in secondo luogo per la eccessiva fiducia della cultura anglo americana nei fatti, per il suo sostanziale disprezzo per le parole, le idee e tutto quello che procede dal lato intellettuale dell'essere umano. C’è poi il fattore dell’antipatia molto diffusa negli States nei confronti di Hillary e confermata da un sondaggio della CNN di inizio febbraio: Obama non piace al 31 per cento degli intervistati, ma Hillary addirittura al 44 per cento, quasi la metà degli americani. Gli Stati Uniti potrebbero essere alla vigilia di una svolta significativa e anche se il potere spesso distrugge qualsiasi cambiamento, si può pensare che fra tutti i candidati, Obama sia quello che meglio rappresenta questo possibile cambiamento e che ha la migliore posizione per incarnarlo, nonostante (e forse addirittura specificamente per) la sua scarsa esperienza politica. Barack Obama Hussein sembra essere un candidato segnato da un paradigmatico simbolismo, in qualche misura paradossale. Il suo nome ricorda singolarmente tre personaggi musulmani: un presidente, un dittatore e l'ossessione numero uno degli Stati Uniti; sembra essere il prodotto di una simmetria: non è un discendente di schiavi africani ma il figlio di un musulmano negro del Kenya e di una laica bianca del Missouri. È nato a Honolulu quando i suoi genitori studiavano all'università ed è cresciuto in Indonesia il più grande paese musulmano del mondo. Non è stato allattato da nutrici di colore ma è vissuto in una famiglia bianca tipica della classe media nordamericana. Dopo la separazione dei genitori è diventato un universitario di successo e poi un brillante avvocato e conferenziere. È in fondo non solo un esempio per le minoranze nere ma anche per la razza bianca: rappresenta il paradigma del Mosé diseredato, di colui che è nato in svantaggio e si è arrampicato fino alla cima della piramide politica economica di un paese e di un popolo. Proprio per questo rappresenta l’antitesi della parte più conservatrice della società americana, la stessa che detiene il maggior potere economico e settario, che non appare mai ma che esiste solo come mera speculazione o etichetta, come teoria della cospirazione. Obama si è opposto fin dal principio alla guerra in Iraq ha detto che avrebbe incontrato Fidel Castro, che avrebbe sponsorizzato il sistema sanitario nazionale e altri servizi di welfare, manifestando un largo elenco di volontà politicamente scorrette che a poco a poco cominciano a essere premiate sotto lo sguardo attonito dei radicali e a e anche dei più moderati neocons abituati al potere.

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Di Il Cosmopolita il 15/02/2008 alle 00:00 | Non ci sono commenti

20/12/2007

Populismo e progressismo

Al di là delle letture spesso retoriche, trionfalistiche od afflitte di giornalisti e politologi di mezzo mondo, i risultati del referendum venezuelano, riflettono sicuramente la sorprendente vitalità politica di quello che avevamo definito, all’inizio di quest’anno, come un “continente re-aparecido”. Nel variegato panorama della nuova sinistra latinoamericana si possono ormai grossolanamente riconoscere, due filoni principali: quello populista-rivoluzionario, dalle forti connotazioni ideologiche, nazionaliste ed addirittura etniche, e quello democratico-istituzionalista, moderato e pragmatico, più vicino ai modelli della socialdemocrazia di tipo europeo. Al primo gruppo appartengono sicuramente, oltre al Venezuela di Chavez, la Bolivia, l’Ecuador ed il Nicaragua; al secondo essenzialmente Cile, Brasile ed Uruguay. Più difficile inquadrare paesi come l’Argentina o il Perù o prevedere quali sviluppi potrà avere la situazione in Paraguay, dove per la prima volta si profila una possibile sconfitta del “partido colorado” al potere da quasi sessant’anni. In seguito alla sconfitta nel referendum il fenómeno Chavez e la marcia trionfale del 'socialismo del XXI secolo' hanno subito una battuta d’arresto che avrà non poche ripercussioni, sia sul contenuto specifico dell’esperienza politica venezuelana, che sugli scenari continentali che ne deriveranno, probabilmente più articolati di quanto non si potesse immaginare. Gli imprecisi confini del movimento ispirato dalle teorie di Heinz Dieterich Steffan e l’avvio della “rivoluzione bolivariana” - basata su voluminosissime erogazioni monetarie, sia all’interno del paese che verso i paesi “amici” (Cuba, Bolivia, Ecuador, innanzitutto, ma anche Brasile ed Argentina) - hanno inaugurato in sudamerica una singolare stagione politica, imperniata sulla straordinaria “renta petrolera” del quinto produttore mondiale di greggio (che in caso di conferma della scoperta di nuovi ingenti giacimenti potrebbe addirittura diventare il primo). In cosa consista esattamente il socialismo bolivariano é abbastanza difficile da capire ma si può affermare senz’altro che la sua struttura portante sia costituita dallo sviluppo di una sorta di welfare latino, tendente ad una massiccia redistribuzione del reddito derivante dal surplus petrolifero. Cosí, mentre da un lato persegue un preciso e robusto cambiamento economico-sociale, che ha già determinato un sensibile - ancorché fragile ed assistenziale - miglioramento delle condizioni di vita di milioni di poveri, dall’altro aspira ad assumere una missione continentale, rivendicando una specie di investitura da parte di Fidel Castro a raccogliere la bandiera del socialismo latino-americano. La grande concentrazione dei poteri del presidente, il tentativo di ottenere una rielezione perpetua, unitamente alle confuse liturgie ideologiche ed ad un culto della personalità che sembrava definitivamente tramontato, hanno sicuramente inceppato il meccanismo e spaventato numerosi elettori, oltre ad aver provocato l’allontanamento di alcuni dei suoi più fervidi sostenitori, come il Generale Raul Baduel ex ministro della Difesa e l’ex responsabile della propaganda presidenziale del 2004 Ismael Garcia. Attraverso la formazione politica “Podemos” ispirata ad un socialismo più moderato, essi hanno infatti apertamente difeso il “No” insieme ad un movimento degli studenti che rappresenta una novità da non sottovalutare. Ciò significa in buona sostanza che al di là dei “complotti oligarchici ed imperialisti” esiste un problema politico all’interno del movimento e che le derive totalitarie del presidente venezuelano hanno probabilmente finito col riesumare pericolosi spettri del socialismo reale del XX secolo rendendo più forte l’opposizione interna e più difficile l’esportazione del modello. Anche se il portavoce di Chavez si é affrettato a dichiarare che l’esito del referendum non avrà alcuna ripercussione sulle relazioni esterne del paese, alcuni segnali - già visibili prima della consultazione elettorale - sembrano preludere ad una maggiore distanza o quanto meno ad atteggiamenti più disincantati e prudenti da parte degli altri leaders sudamericani. Uribe, il presidente conservatore della Colombia, dopo aver deciso sorprendentemente di aderire al progetto chavista del “Banco del Sur” ha bruscamente tolto al “caudillo” venezuelano la mediazione con la guerriglia delle Farc per liberare la Betancourt; il Parlamento brasiliano, forse anche in seguito della scoperta in Brasile di nuovi e consistenti giacimenti di petrolio, ha votato un ulteriore differimento della piena adesione venezuelana al Mercosur, congelando di fatto il progetto del “gasoducto del sur” attraverso il quale Chavez aspirava a dominare il futuro energetico del continente; il governo cileno della Bachelet, che non ha certamente gradito l’incidente diplomatico verificatosi nel corso del recente vertice Ibero-americano di Santiago, ha duramente criticato l’appoggio venezuelano ad una rivendicazione territoriale boliviana per uno sbocco marittimo; il presidente dell’Assemblea Costituzionale dell’Ecuador, Alberto Acosta, ha dichiarato senza mezzi termini che la sconfitta nel referendum é un chiaro avvertimento per Chavez affinché cambi rotta e non concentri troppo il potere. Tutto lascia presagire inoltre che la nuova presidenza argentina della coppia Fernandez-Kirchner, fino ad oggi in notevole sintonia con Caracas, sarà improntata ad un comtinuismo moderato, tendente ad un consolidamento istituzionale del progetto post-peronista più che al movimentismo. Come se non bastasse, il principale alleato e “protetto” di Chavez, il presidente boliviano Evo Morales, appare in forte difficoltà per le dispute economico-sociali ed etniche all’interno del paese andino e non riesce a far approvare la propria riforma costituzionale, dalla quale é stata peraltro stralciata in fretta e furia la norma che prevedeva la rielezione del presidente. Tutto ciò non significa che stiamo per assistere al tramonto del “socialismo del siglo XXI” ma sicuramente che un cambiamento della tabella di marcia, del percorso e forse anche degli obiettivi potrebbe essere in atto. Molto dipenderà dai prossimi passi di Chavez. In termini politici egli ha parlato di “más poder para el pueblo”, che significherà probabilmente, in termini pratici, più finanziamenti per le organizzazioni di base che veicolano il consenso. Nel caso di un’accelerazione verso un regime di tipo cubano, tuttavia, ci saranno senz’altro nuove defezioni all’interno del chavismo e nuove prese di distanza da parte dei partners latinoamericani. I tempi sembrano maturi per la sostituzione del “socialismo, patria o morte” col più attuale “socialismo, giustizia e libertà” e Chavez dovrebbe cogliere l’occasione per non perpetuare l’antico errore di perseguire la giustizia sociale a scapito della libertà Per quanto ci riguarda, la sinistra europea farebbe bene a chiarire senza equivoci che le libertà personali non ammettono deroghe e che certe benevolenze del passato non sono più riproponibili. Il futuro del continente latinoamericano é oggi legato indissolubilmente al consolidamento democratico ed alla nascita di un progressismo pluralista. E’ quanto mai necessario aprire uno spazio politico-istituzionale moderno ed una vera integrazione regionale in una zona del mondo per troppo tempo dominata dalle rapine delle oligarchie o dal populismo massimalista nazional-militare.

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Di Il Cosmopolita il 20/12/2007 alle 00:00 | Non ci sono commenti

10/10/2007

La Birmania fra monaci e democrazia

I monaci sono in Birmania una presenza discreta e costante. Non fanno sentire il loro peso, non vivono alle spalle di un popolo impoverito da scelte economiche sbagliate, a volte nei villaggi e nei quartieri poveri delle città sono i soli a dare la istruzione di base. Molti ragazzi (e alcune ragazze) si formano in un monastero buddista e decidono successivamente se prendere i voti, che impongono obblighi somiglianti a quelli cristiano-cattolici. Non deve meravigliare che questi monaci godano di seguito presso i birmani, che manifestano grande religiosità nei confronti del Buddha e dei suoi emissari. Si capisce perché gli episodi di violenza verso i monaci hanno contribuito a scatenare la rivolta. I birmani sono una popolazione falsamente remissiva, capaci di gesti e comportamenti miti ma anche, all’occorrenza, di aspri confronti. A metà del 1800 l’antica Burma era la destinazione più difficile delle truppe coloniali inglesi. 40 anni di dittatura li hanno assuefatti alla scarsa libertà ed alla crescita economica molto al di sotto del potenziale. Gli aumenti repentini del prezzo della benzina hanno fomentato il malcontento, cui si è aggiunto lo sfidare un sentimento così recondito e profondo in un Paese di grande religiosità. La situazione ha del paradossale, grottesca se non fosse grave: la giunta militare è asserragliata nella “sede dei Re”, Naypyidaw, capitale fittizia di un potere distante. La situazione nelle città diventa sempre più difficile, ma ai militari questo sfugge perché non lo vedono. Lo stallo politico sembra quindi trovare con difficoltà uno sbocco. Per la giunta, le manifestazioni sono orchestrate dall’esterno, segno evidente di quanto i vertici birmani siano consci della situazione, mentre il popolo, presso il quale la credibilità del regime è pari a zero, chiede adesso a gran voce democrazia e riforme. 400.000 militari difendono la giunta ed i suoi privilegi con sempre minore convinzione. Un efficace intervento internazionale potrebbe certo sbloccare la situazione. Tutto l’Occidente, i Governi (in primo luogo gli USA ed il Regno Unito) e le opinioni pubbliche si sono mobilitati, ma i loro interventi sono considerati ingerenze indebite. La Cina non si è ancora mossa. I legami tra i due Paesi sono fortissimi: la Birmania fu il primo Paese fuori del blocco comunista a riconoscere la RPC nel 1949, il primo a definire i problemi di confine, il primo a solidarizzare dopo il massacro di Tiananmen. Ne ha ricevuto in cambio un sostegno politico ininterrotto e sostanziose forniture militari. Economicamente la situazione è florida: l’interscambio ha raggiunto 1,11 miliardi di dollari, crescendo del 40% nei primi 7 mesi del 2007. La prima reazione cinese alle proposte di sanzioni da parte della comunità internazionale è stata quella della “non interferenza negli affari interni” di un Paese sovrano. Pechino crede nel pragmatismo. In questo caso l’obiettivo principale è presentarsi alla comunità internazionale come interlocutore credibile e fattore di stabilità dell’area. La ricerca cinese di ampia legittimazione internazionale mal si sposa però con il vedersi costantemente associata a regimi totalitari ed antilibertari: la Corea del Nord, il Sudan, la Birmania. Alcune voci anticinesi si levano sul boicottaggio delle Olimpiadi in caso di sostegno alla giunta birmana e di complicità nella repressione brutale dei religiosi. La Cina d’altronde non può certo stare dalla parte di Aung San Suu Kyi. La miscela tra opposizione democratica e monaci buddhisti evoca nei cinesi lo spettro del Tibet e del grande ascendente che il Dalai Lama potrebbe esercitare in Birmania. Ecco quindi che la Cina preme per la soluzione pacifica della crisi, esorta tutte le parti a esercitare la moderazione, a proseguire il processo di riconciliazione, a migliorare le condizioni di vita della popolazione, a realizzare la democrazia e lo sviluppo con mezzi pacifici. La Cina sostiene il regime birmano, ma non chiude la porta all’ipotesi che gli oppositori l’abbiano vinta alla fine. Difficile pensare ad una possibile evoluzione. La giunta birmana è oramai lontana dal popolo, se pure gli è stata talvolta vicina. Ma sembra prematuro, adesso, decretarne la fine.

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Di Il Cosmopolita il 10/10/2007 alle 00:00 | Non ci sono commenti

29/03/2007

Bush, vista lampo in America Latina

La recente visita lampo di Bush in Brasile, Uruguay, Colombia, Guatemala e Messico sembra aver messo in evidenza alcuni aspetti di novità nelle relazioni tra gli USA ed i paesi del continente latinoamericano. 'Il mio messaggio - ha detto il presidente statunitense alla vigilia del 'tour' con toni inconsapevolmente socialisti - è rivolto ai lavoratori ed ai contadini latinoamericani. Io affermo - ha enfatizzato - che voi avete un amico negli Stati Uniti che si preoccupa per voi nei momenti difficili'. 'I lavoratori e i poveri latinoamericani hanno bisogno di un cambiamento e gli Stati Uniti rappresentano il cambiamento'. Il Washington Post ha subito bocciato tali affermazioni come mero esercizio retorico e, sulle stesse colonne, l'editorialista Dan Froomkin ha scritto: 'Se consideriamo l'agenda mantenuta [da Bush] negli ultimi sei anni, totalmente concentrata a favore delle imprese, del libero commercio e nella lotta al terrorismo, allora il giro in America Latina è perso prima di cominciare e le sue pretese sono al limite del ridicolo'. Al di là della retorica e di generici 'pacchetti' di aiuti che sembrano frettolosamente riesumati da qualche manuale degli anni '50, George Bush si é in realtà presentato con le mani vuote: ha dovuto ridurre gli aiuti per la lotta al narcotraffico in Ecuador e Bolivia e non per una scelta politica nei confronti di Rafael Correa ed Evo Morales ma, molto più semplicemente per mancanza di fondi; non é riuscito a far ratificare dal Congresso gli accordi di libero commercio faticosamente firmati con i governi amici del Perù e della Colombia e non ha potuto dare risposte rassicuranti ai problemi migratori di un fedelissimo come Felipe Calderón che ha un gran bisogno di atti concreti che facilitino la vita agli immigrati messicani negli Stati Uniti. La campagna elettorale per la Casa Bianca é cominciata e la nuova maggioranza democratica del Congresso non perde occasioni per presentare il conto alla gestione Bush, considerata responsabile - tra le tante cose - anche della disattenzione degli interessi strategici ed economici degli Stati Uniti in America latina e dunque del proliferare del 'disallineamento'con Washington di molti paesi importanti dell'area. Il giro di Bush in America Latina, accompagnato quasi ovunque da manifestazioni di protesta popolare, aveva in realtà uno scopo molto poco nobile e neanche troppo recondito: marcare il territorio e limitare la crescente influenza geopolitica del Venezuela di Chavez (contro il quale Bush stesso organizzò il fallito colpo di stato dell'11 aprile 2002) e dei fattori integratori regionali dei quali non solo il Venezuela ma anche il Brasile sono le locomotive. Tali fattori hanno portato l'area del Mercosur ad incrementare il proprio interscambio del 250% in appena tre anni e ad una crescita del PIL dai ritmi quasi asiatici. Non é un caso che la parte più sostanziale della visita riguardasse la firma di un accordo commerciale con il presidente brasiliano Lula per la creazione di un 'Forum internazionale dei bio-combustibili'. L'obiettivo dichiarato é quello di incentivare altri paesi alla produzione dell'etanolo, combustibile a base di alcool di cui Brasile e USA insieme rappresentano il 75% della produzione mondiale. Il Brasile é senz'altro il paese con la migliore tecnologia ed i costi più bassi per la produzione dell'etanolo e potrebbe trarre enormi vantaggi dalla partnership con gli Stati Uniti, diventando una specie di Arabia Saudita dell'alcool. Il vantaggio per Bush sarebbe invece prevalentemente politico: favorire il ridimensionamento dell'influenza di Chavez, privandolo di una parte ingente dei petrodollari necessari alle sue aspirazioni di leader continentale e portando gli Stati Uniti a fare progressivamente a meno del petrolio venezuelano, che rappresenta oggi l'11% delle importazioni americane di greggio. Per un presidente che rischia di passare alla storia come uno dei più guerrafondai e dei più spudoratamente legati alle lobbies petrolifere familiari ed affini, ciò vorrebbe anche dire presentarsi in una nuova, anche se poco credibile, veste di leader sensibile ai problemi dell'inquinamento e della povertà. George Bush apparentemente sul velluto solo in Colombia ed in Messico, i due grandi paesi più allineati sulla vecchia retorica del 'Consenso di Washington', ha tentato di giocare pesante con il piccolo Uruguay, che continua ad avere seri problemi con l'Argentina per la questione delle cartiere, proponendo accordi commerciali dai quali ancheTabaré Vázquez potrebbe provare a capitalizzare dei vantaggi. Tuttavia è escluso che possa arrivare ad un Trattato di Libero Commercio che, per Statuto, provocherebbe l'espulsione dell'Uruguay dal Mercosur, organizzazione che ha come capitale proprio Montevideo. Il grande fratello del Nord, mattatore della scena politica latinoamericana nell'epoca delle dittature fondomonetariste e del liberismo ultraconservatore delle 'relazioni carnali con Washington', oggi è solo uno dei partners dei quali i governi latinoamericani possono servirsi se necessario e da posizioni di almeno relativa forza. Ci sono infatti la Cina, e sempre più anche l'India e la Spagna (ci sarebbe anche l'Unione Europea, ma questo è un lungo discorso) e una serie di altri soggetti minori che, tutti insieme, stanno offrendo concrete alternative alla dipendenza da Washington. Ma, soprattutto, c'è una politica d'integrazione regionale che sta modellando, con prudenza e realismo ma con decisione, una nuova America Latina. I dati macroeconomici stanno confermando che la via dello sviluppo è sicuramente quella dell'integrazione regionale e del commercio Sud-Sud mentre il modello neocoloniale può forse essere riproposto ma sempre meno imposto ed imponibile. A tal riguardo sembra proprio che anche nei confronti del Venezuela gli USA comincino a dare timidi segnali di dialogo, come l'invio del nuovo Ambasciatore Patrick Duddy, un moderato, al posto di William Brownfield che rischiava di essere dichiarato 'persona non grata'.

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Di Il Cosmopolita il 29/03/2007 alle 00:00 | Non ci sono commenti

17/01/2007

Un continente re-aparecido

L’affermazione elettorale di un ampio spettro di forze progressiste, dal caudillismo antimperialista più radicale alla socialdemocrazia più moderata ed istituzionale, ha riacceso il dibattito sul futuro dell’America Latina, un continente sterminato, non solo dal punto di vista geografico, per molti aspetti ancora da scoprire o da ri-scoprire. Basteranno elezioni più o meno libere ed ordinate per dar vita ad una vera democratizzazione ? Non ci sono stati messaggi di auguri da parte del Presidente degli Stati Uniti per la rielezione di Hugo Chavez alla presidenza del Venezuela. “Desideriamo avere la possibilità di lavorare con il governo venezuelano nelle questioni di reciproco interesse” è stato il laconico commento di un portavoce del Dipartimento di Stato. Sicuramente le questioni di reciproco interesse sono legate in massima parte al petrolio che il Venezuela vende agli USA in ragione di un milione di barili al giorno (il 50% della propria produzione) posizionandosi al quarto posto tra i grandi fornitori di energia di Washington, dopo il Canada, l’Arabia Saudita e il Messico. Ciò non significa naturalmente che il “caudillo” non sia visto dall’amministrazione Bush come un pericolo: John Negroponte, fiammante vice Segretario di Stato e già capo della CIA, ha chiaramente stigmatizzato le relazioni sempre più strette del presidente venezuelano con paesi appartenenti all’ “asse del male” come una chiara dimostrazione della volontà di costruire una coalizione internazionale a forte caratterizzazione antiamericana. Il fenomeno Chavez, eletto per la terza volta con oltre il 60 per cento dei suffragi con il suo progetto di “socialismo bolivariano” non sembra in verità destinato a rimanere all’interno del paese caraibico, né ad avere una “data di scadenza” (una riforma costituzionale già annunciata potrebbe prolungare praticamente a vita il potere del presidente) nonostante l'assenza di un programma definito o di una dottrina ideologica compiuta. Il “socialismo del siglo XXI”, in linea con le varie tradizioni del populismo latinoamericano, non sembra voglia aspirare ad essere un'idea originale, né una teoria globale e ancor meno una concezione dell'uomo e della società. Il fattore che lo rende coerente e vincente non è sociologico ma essenzialmente psicologico. È una reazione di diffidenza nei confronti delle istituzioni politiche ed economiche dominanti, incarnata da un uomo provvidenziale e carismatico in grado di mobilitare e di organizzare un popolo rassegnato ma in collera. È il suo carattere pluriclassista e trasversale che lo rende capace di attraversare le sfaldature politiche classiche: il richiamo populista si rivolge a tutti coloro che, da una parte o dall’altra e con livelli di sofferenza molto diversificati, subiscono in silenzio le ingiustizie e/o e la miseria. La sua potenza deriva da questo miscuglio. L’oro nero ha permesso un margine di manovra politica ed economica gigantesco alla “rivoluzione bolivariana” che si basa su due pilastri: un welfare esteso e la redistribuzione dell’enorme ricchezza che entra nel paese grazie all’esportazione del petrolio. Ciò ha permesso a Chavez di moltiplicare a proprio piacimento la spesa pubblica, di finanziare la costruzione di case e scuole, ampliare i programmi assistenziali ed il credito per i settori meno favoriti ed addirittura le borse di studio per i giovani. In base alle sue dichiarazioni, inoltre, a questa grande ricchezza si accompagnerà presto un “mayor poder para el pueblo” perché i petrodollari sosterranno le organizzazioni di base, il cooperativismo e le assemblee municipali, aumentando le autonomie di gestione e dando vita ad una democrazia partecipata e ad un’economia sociale e solidale. Appena quattro giorni dopo la vittoria elettorale Chavez ha visitato Argentina, Brasile, Perù e Paraguay e si è subito imposto come uno dei protagonisti del secondo “Incontro della Comunità delle Nazioni Sudamericane” svoltosi a Cochabamba in Bolivia, sottolineando le proprie aspirazioni di leader regionale. L’organizzazione, fortemente sostenuta dal presidente venezuelano, é nata nel 2004 per favorire “la solidarietà e l’integrazione regionale, lo sviluppo delle relazioni commerciali interstatali e la cooperazione energetica” ed intende svolgere un ruolo la cui sintesi è rintracciabile nelle parole usate dal padrone di casa Evo Morales all’apertura dei lavori: “I leader convenuti a Cochabamba hanno la straordinaria opportunità di chiudere le vene aperte dell’America Latina” ha affermato, citando il famoso libro scritto nel 1971 da Eduardo Galeano. Con le straordinarie risorse petrolifere, moltiplicatesi a dismisura con la nuova stagione di rialzi del prezzo del greggio sui mercati internazionali, il Venezuela ha da tempo inaugurato una spregiudicata “petrodiplomacia” tendente a “lubrificare” le proprie relazioni con gli altri paesi latinoamericani (oltre a Cuba ed alla Bolivia ne hanno beneficiato l’Argentina ed il Brasile, le due tradizionali potenze sub-continentali, che hanno potuto cancellare parte dei debiti con il FMI anche grazie ai cospicui aiuti venezuelani). Rafforzato dai successi elettorali di uomini a lui politicamente vicini come Rafael Correa in Ecuador e Daniel Ortega in Nicaragua, il presidente venezuelano ha voluto rilanciare il progetto di cooperazione energetica conosciuto come Gasducto del Sur, teso a collegare tramite un gigantesco gasdotto (lungo oltre novemila km) il suo Paese con il Brasile, l’Argentina, l’Uruguay e il Cile. Uno degli obiettivi dichiarati di Chavez è sicuramente quello di ottenere una maggiore influenza nel Mercosur, in cui il Venezuela è stato ammesso recentemente, con l’entrata dell’Ecuador e della Bolivia, due paesi che aggiungerebbero alla comunità sudamericana elementi di grande peso: il gas boliviano ed il petrolio ecuadoriano. Ciò che è certo, al di là dei trionfalismi e delle enfatizzazioni, è che il nuovo mandato di Chavez rappresenta l’ultima tappa di un’ ondata di vittorie progressiste senza precedenti nel continente latino-americano, accompagnate da eventi che - soprattutto nel corso del 2006 - sembrano aver innescato il consolidamento di una nuova stagione politica con aspirazioni continentali. E’ stato l’anno in cui Fidel Castro, di cui Chavez si professa grande amico ed ammiratore, dopo mezzo secolo di potere incontrastato, è stato allontanato dall’attualità politica a causa di un’improvvisa e violenta malattia. Ha lasciato il comando di Cuba nelle mani del fratello Raul senza che il regime sprofondasse, inondando di profughi le coste della Florida. Ciò dimostra la sorprendente vitalità del comunismo cubano che molti davano per spacciato già dopo l’implosione dell’Unione Sovietica. Raul Castro, nel suo primo discorso come “lider maximo”, ha sorprendentemente esortato al dialogo nei confronti degli USA per mettere fine a decenni di incomunicabilità, anche se un’amministrazione fortemente ideologizzata e sottomessa alle lobbies cubano-americane ha portato la Casa Bianca a respingere seccamente e frettolosamente il segnale di apertura. Il gesto di Raul potrebbe invece essere un interessante segnale di svolta della Cuba post-Fidel in direzione del modello cinese voluto da Deng Xiaoping e consolidato da Zao Zyang: un capitalismo competitivo con governo saldamente nelle mani del Partito Comunista. E’ stato l’anno in cui i boliviani hanno portato al trionfo elettorale Evo Morales, il primo indigeno che diventa presidente, sulla scorta di un incisivo discorso di lotta sociale del movimento “cocalero” e di difesa delle piantagioni che i suoi predecessori avevano accettato di sacrificare sull’altare della DEA. Il trionfo della sinistra indigenista conferma lo spostamento a sinistra dell’asse politico latinoamericano ed è il risultato di decenni di insuccessi, corruzione, inettitudine e sottomissione delle forze politiche che hanno governato il paese seguendo solo gli interessi di una oligarchia ottusa e meschina ed applicando con mediocrità o totale irresponsabilità sociale le ricette neoliberiste di Washington. E’ stato l’anno della rielezione in Brasile - decima economia del mondo, di gran lunga il paese più grande e importante del Cono Sur non solo in termini economici e politici ma anche demografici e strategici - di un Ignacio Lula da Silva che giocherà probabilmente una partita decisiva per il futuro della nuova sinistra in America latina. Il presidente operaio ha tentato nel suo primo mandato di governare un difficile equilibrio tra le enormi aspettative dei ceti popolari e le pressioni dei mercati internazionali e delle oligarchie interne. Ha lanciato programmi ambiziosi di lotta alla povertà come “Fame Zero” e “Borsa familiare” in un Paese in cui le disuguaglianze sociali ed economiche sono le più alte al mondo, ha incrementato il salario minimo del 23%, ha investito risorse per realizzare un programma che permette a 11 milioni di famiglie indigenti di poter contare su un reddito mensile di almeno 50 dollari, ha ridotto del 19% il tasso di povertà senza mai cadere nell’utilizzo esasperato del deficit spending e mantenendo un grande rigore di bilancio. Certamente non ha affrontato con la necessaria determinazione il potere dei latifondisti ed ha voluto rassicurare in modo eccessivo le banche e la comunità degli affari brasiliana, adottando politiche fiscali e monetarie moderate degne del plauso degli investitori di Wall Street. Ha operato tuttavia la stabilizzazione del tasso di inflazione, è riuscito ad ottenere una crescita economica annuale del 3, 4% (irrisoria rispetto ai tassi di sviluppo di Cina e India, ma elevata se paragonata alla crescita asfittica delle nazioni europee) e sebbene non sia riuscito a creare i dieci milioni di posti di lavoro promessi, sotto la sua gestione sono stati ottenuti almeno quattro milioni e mezzo di nuovi occupati. Certo il valore aggiunto del Pt come “il partito più onesto” è stato malamente sperperato e anche se Lula non è stato direttamente coinvolto nel sistema di pagamenti illeciti per comprare voti e manipolare gli appalti, la sua popolarità si è fortemente ridotta, fino a metterne in dubbio la rielezione. Tralasciando tuttavia le questioni contingenti, l’esito delle elezioni brasiliane sembra potersi interpretare come una compiuta maturazione democratica dell’elettorato, che dimostra di avere definitivamente superato i postumi della dittatura militare e di saper mandare messaggi “forti e chiari” al presidente in carica, che molto probabilmente resterà l’asse portante del riformismo moderato del continente. E’ stato l’anno in cui si sono aggravate le condizioni di salute di Pinochet (non solo per ingannare i giudici tant’è vero che il dittatore è poi scomparso davvero) ed il governo di Michelle Bachelet ha saputo amministrare l’evento in maniera corretta ed equilibrata, non permettendo funerali di stato per chi fu golpista, dittatore e repressore ma concedendogli gli onori militari ed una sepoltura che potrebbe finalmente permettere di sotterrare anche il Cile dell’estremismo autoritario, aprendo la strada alla nascita di una compiuta dialettica politica con una destra moderna, liberale e democratica. In parziale controtendenza il trionfo dei conservatori Alvaro Uribe Vélez in Colombia e Felipe Calderon in Messico nonché il ritorno di un riciclato Alan Garcia in Perù convertitosi ai rapporti economici privilegiati con gli USA (il suo governo si è affrettato a confermare il trattato di libero commercio stipulato con gli Usa dal suo predecessore Alejandro Toledo) ma il braccio di ferro tra l’impero da una parte, il socialismo bolivariano e le diverse anime del progressismo dall’altra, segneranno comunque la politica latinoamericana nei prossimi anni: l’affermazione di nuovi leader progressisti sulla scena politica latino-americana, il cui ruolo di delicato equilibrio ed i limiti di alleanza saranno sicuramente una chiave importante per il futuro del continente, potrebbe costituire infatti l’inizio di una formidabile spinta verso il progresso economico e sociale in una regione governata per troppo tempo da regimi autoritari e sanguinari dittatori

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Di Il Cosmopolita il 17/01/2007 alle 00:00 | Non ci sono commenti

05/09/2006

Come accompagnare la transizione a Cuba

A prescindere dall’epilogo della malattia di Fidel Castro, è opinione comune che la sua successione, probabilmente preparata da tempo dal Lider Màximo, non sia solo temporanea e che in realtà sia destinata a trasformarsi rapidamente in una transizione irreversibile. Molto meno prevedibile è l’approdo che essa avrà. La notizia delle gravi condizioni di salute di Fidel ha scatenato una ridda di congetture, speculazioni e manovre. Senza spostarci sulle rive della Florida, in cui le manifestazioni di giubilo degli esuli cubani erano scontate, basti pensare alla notizia – diffusa dal Centro per una “Cuba Libre” di Washington prima della malattia di Castro - di una riunione a Praga che alcuni Paesi europei dell’est, i più vicini agli USA sulla questione cubana, starebbero preparando per definire i termini di una nuova campagna tendente ad ottenere la “libertad de Cuba”. E’, invece, apparso molto equilibrato ed ispirato alla primaria esigenza di preservare la tranquillità e le condizioni di pacifica convivenza nel Paese, un breve comunicato emesso dai vescovi cubani e letto in tutte le chiese dell’isola subito dopo la notizia dell’intervento subito da Castro. Gli obiettivi essenziali per cui dovrebbe adoperarsi chi vuole il bene della popolazione cubana sono essenzialmente due: che la transizione avvenga in modo pacifico, senza interventi esterni, essendone principalmente artefice la medesima classe dirigente cubana, per molti anni all’ombra della straordinaria personalità di Fidel, ma sufficientemente matura, crediamo, per interpretare le istanze e le esigenze del popolo cubano ( con il tempo, la guida del processo di transizione dovrebbe essere assunta, più che da Raùl, da Carlos Lage, Vice Presidente del Consiglio di Stato e da Felipe Pèrez Roque, Ministro degli Esteri ); che la transizione approdi ad un regime democratico, in cui vi sia rispetto di tutti i diritti civili e politici, in cui non vi siano più detenuti per reati di opinione ed in cui le voci della dissidenza interna siano reintegrate a pieno titolo nella vita politica dell’isola, ma che preservi le conquiste sociali ottenute dal 1959 ad oggi, coniugando crescita economica con equa distribuzione della ricchezza, mantenendo così i presupposti per un loro ulteriore rafforzamento. Non dobbiamo infatti dimenticare che nel panorama di povertà offerto dall’America latina, a Cuba si registrano i migliori livelli di condizioni di vita in molti settori: tasso di mortalità infantile, tasso di alfabetizzazione, assistenza all’infanzia, istruzione, sanità e cultura. E’ questo il vero nodo che Fidel Castro, un po’ per sua colpa e timore, ma molto per i condizionamenti esterni che ha dovuto subire, non è mai riuscito a sciogliere. Come consentire aperture democratiche senza che questo ponesse il suo Paese alla mercè degli interessi dei mercati internazionali, primo tra tutti quello statunitense. L’impresa è quanto mai difficile nell’attuale economia globalizzata, ma Cuba può avvalersi del nuovo clima politico progressista in quasi tutti i Paesi dell’America latina e nell’interesse che essi hanno di non far cadere l’isola nell’orbita di gravità degli Stati Uniti. Del resto tutte le popolazioni latinoamericane hanno sempre guardato al regime cubano con simpatia e l’aiuto in questa difficile fase di transizione non può che essere accompagnato da un forte consenso popolare. Inoltre, altra circostanza favorevole a Cuba è che Washington, pur pressata dalla comunità cubana di Miami, difficilmente rischierebbe in questo momento un altro fiasco internazionale come quello dell’Iraq. Del resto, un terremoto di uguale, se non maggiore, portata Cuba lo ha affrontato nel 1989, quando, con la caduta del Muro di Berlino e del mondo comunista, suo naturale e storico punto di riferimento, ha visto dissolversi il 70% del suo commercio internazionale, ma ha saputo, con grandi sacrifici e sofferenze imposti alla popolazione, resistere e ricostruire la propria economia, a cominciare dal turismo. In quel frangente,oltretutto, il Governo cubano non ebbe la possibilità di appoggiarsi ad un solido partner economico come è oggi il Venezuela di Chàvez e dovette subire, oltre all’embargo commerciale statunitense, già in vigore dal 1962, gli effetti negativi delle leggi Torricelli e Helms-Burton che dagli anni novanta stanno tentando di inibire il commercio con Cuba anche agli altri Stati e che, nonostante le condanne dell’ONU ripetute ogni anno, sono ancora in vigore. Proprio per la difficoltà del cammino, Cuba va accompagnata e non spintonata verso la transizione. Qualunque soluzione diversa da un graduale cambiamento endogeno genererebbe un vortice all’interno dell’isola, con forti rischi di destabilizzazione di tutto il continente. Non è assolutamente scontato, almeno nel breve periodo, che la transizione porti a maggiori aperture democratiche, ma se nel gruppo dirigente che si va delineando esistono degli spiragli di apertura, il dialogo appare l’unico modo per favorirli. La speranza è che i governi europei più avveduti, a partire da Italia, Spagna e Francia, sappiano cogliere questa esigenza e non si lascino coinvolgere nel ruolo aggressivo che sembra vogliano giocare gli Stati Uniti nella partita cubana.

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Di Il Cosmopolita il 05/09/2006 alle 00:00 | Non ci sono commenti

24/05/2006

Le priorità dell’agenda del Min. D’Alema e la questione palestinese

E’ consuetudine che i primi passi di ogni nuovo Ministro degli Esteri si indirizzino verso l’Europa e gli Stati Uniti. Ciò appare del tutto normale, soprattutto dopo un significativo cambio di maggioranza qual è quello rappresentato dal Governo Prodi rispetto a quello Berlusconi. Nonostante le rassicuranti dichiarazioni iniziali, la precedente maggioranza ha infatti apportato rilevanti cambiamenti di rotta alla nostra politica estera: soprattutto per le tematiche europee e nella regione mediorientale. E’ quindi importante che la parentesi berlusconiana venga chiusa in tempi rapidi al fine di consentire al nostro Paese di riprendere quel cammino virtuoso, non soltanto in campo economico, che ha sempre caratterizzato la nostra posizione in ambito europeo e mediorientale. Si tratta di un compito che dovrebbe essere particolarmente gradito al nostro neo-Ministro, al quale molti in Europa e negli Stati Uniti riconoscono l’importante ruolo svolto in occasione dell’intervento nei Balcani per risolvere la crisi umanitaria in Kossovo. Si trattò di una prova molto impegnativa anche sul fronte interno e di ciò, come della vicenda Ocalan, il Min. D’Alema non può non aver tratto insegnamenti utili per il suo nuovo impegnativo incarico. C’è da sperare che anche altri gruppi della maggioranza siano pienamente consapevoli delle responsabilità che incombono sul Governo e che evitino pertanto iniziative non ben ponderate. L’opposizione ed il variegato mondo “terzista” non attendono altro che una mossa sbagliata per rendere ancora più violenta la campagna di delegittimazione o più semplicemente di denigrazione della nuova squadra di governo. Il campo della politica estera si presta molto bene a tale disegno ed è pertanto essenziale che venga posta molta cura nell’avviare l’indispensabile processo di revisione – rapida – della nostra azione sullo scenario internazionale. Sin dai primi incontri con i suoi colleghi europei il nostro Ministro troverà sul tappeto una spinosa questione: quella dei rapporti con Hamas. Su questo fronte vi è una precisa presa di posizione dell’Unione Europea, ancorata alle ben note condizioni poste al nuovo Governo palestinese per la ripresa degli aiuti internazionali; si tratta peraltro di un’impostazione che comincia ad evidenziare qualche controindicazione e che non appare ancora ben definita in tutti i suoi aspetti, come la recente vicenda della visita di un importante esponente di Hamas in Svezia e Germania ha posto in luce. Molti governi europei manifestano inoltre crescenti perplessità per una situazione che vede – nella percezione dei partner arabi - l’U.E. accomunata agli Stati Uniti nel blocco degli aiuti; Bruxelles ha invece sospeso soltanto gli aiuti diretti al governo mentre quelli indiretti – circa l’80% del totale – continuano ad essere utilizzati nei programmi e per le iniziative già in corso. Vi sono quindi le premesse perché da parte europea, senza stravolgere la presa di posizione assunta verso Hamas, si approfondisca una riflessione per uscire da una situazione sempre più drammatica e gravida di ripercussioni negative per tutto lo scacchiere mediorientale. L’arrivo al potere di Hamas, a seguito di un processo elettorale che tutti gli osservatori internazionali hanno giudicato trasparente e pienamente democratico, ha posto in particolare gli americani e gli israeliani di fronte ad una situazione di difficile gestione. Si è pertanto cercato di costruire intorno al nuovo governo palestinese una sorta di cordone sanitario costituito da due elementi principali: uno politico, relativo alle condizioni citate; l’altro economico, rappresentato dalla drastica riduzione degli aiuti internazionali. Tale approccio, in apparenza logico e rispondente all’esigenza di responsabilizzare il neonato governo palestinese rispetto agli impegni internazionali assunti da quelli precedenti, contrasta però frontalmente con una realtà incontrovertibile: gli eredi dello Sceicco Jassin sono giunti al potere perché la maggioranza della popolazione palestinese ha voluto punire i successori di Arafat non solo per la loro corruzione ma anche perché interpreti di una linea politica ritenuta eccessivamente morbida nei confronti di Israele. Siamo così di fronte ad un nodo inestricabile, per l’ovvio corollario che induce a ritenere non realistica l’attesa di un atteggiamento meno rigido da parte di Hamas, che si sente legittimata dal risultato elettorale a negoziare da una posizione di forza. E’ evidente che l’asimmetria delle forze in campo – con riferimento ai parametri economici – è di rilievo tale da prevedere un progressivo indebolimento del governo attuale, confrontato all’impossibilità di assicurare un normale funzionamento dell’economia. I primi confronti armati fra uomini di Fatah e quelli di Hamas non sono soltanto uno scontro per le tematiche relative alle forze di sicurezza; essi rappresentano anche l’avvio di una lotta fra chi si appresta a resistere alle “imposizioni” dei nemici esterni e quanti sarebbero più inclini ad un compromesso con Israele. La strada per un’ulteriore radicalizzazione del confronto – non solo tra le diverse fazioni palestinesi ma anche con gli israeliani - appare quindi aperta, se non proprio spalancata. Rimangono ristretti spazi di manovra ed ancor più ridotti margini temporali per evitare un’esplosione dalle imprevedibili ripercussioni in una a regione dove le incognite irachene ed iraniane, solo per menzionare le più rilevanti, pesano enormemente nella ricerca di un punto di equilibrio. Il Min. D’Alema si trova già confrontato ad una sorta di fuoco di sbarramento preventivo che ha portato addirittura alla ribalta un episodio – mai del tutto accertato – del 1999 per dimostrare la sua scelta di campo pro-palestinese. C’è da confidare che per un uomo politico dall’esperienza consolidata qual è quella del neo responsabile della Farnesina tali elementi non pesino molto; sono peraltro segnali inquietanti, a dimostrazione del tentativo di creare un clima favorevole non ad analisi meditate quanto a scelte di campo fideistiche. In ambito europeo vi sono i margini – e le risorse - per far prevalere le ragioni della politica: molti analisti ed esponenti di diversa estrazione politica hanno avviato una riflessione critica sui benefici di in progressivo isolamento di Hamas, al quale si contrappone non un’apertura da parte israeliane ma un’accentuazione dell’unilateralismo avviato da Sharon e fatto proprio, con le dovute distinzioni, dal duo Olmert – Peretz. Tale situazione va affrontata con iniziative incisive, mirate soprattutto a dimostrare ai palestinesi che almeno da parte europea non vi saranno cedimenti verso Israele su alcuni punti prioritari: la condanna della costruzione del muro di separazione su terre al di là della linea di demarcazione del 67; il mantenimento di insediamenti in Cisgiordania a meno che non vi sia un accordo specifico con i palestinesi; l’esigenza di uno Stato palestinese pienamente autonomo e “funzionale” in termini di continuità territoriale e di frontiere esterne, comprese quelle marittime; l’abbandono delle politiche di progressiva ghettizzazione di Gerusalemme Est. Una dichiarazione europea che ribadisca tali concetti potrebbe lanciare un messaggio di apertura ad Hamas, che avrebbe modo di verificare concretamente come esistano delle condizioni preliminari che ambedue le parti in conflitto devono rispettare. Servirebbe inoltre a far comprendere agli israeliani che, almeno in Europa, la strada dell’unilateralismo non è considerata una soluzione accettabile. Si tratta in definitiva di cogliere l’occasione per sfatare – presso i palestinesi ma, più in generale, presso gli arabi ed i musulmani – il mito del doppio metro di misura adoperato dall’Occidente nella vicenda; vi saranno certamente molti che grideranno allo scandalo per un atteggiamento “pro-palestinese” ma l’affermazione dei diritti di un popolo, in questo caso quello palestinese, non è mai fatta a scapito dei diritti di un altro popolo, in questo caso quello israeliano. Si tratta invece di un contributo mirato a riprendere insieme il cammino della pace, nel reciproco rispetto e con la consapevolezza che le separazioni, anche quelle imposte dal più spietato dei terrorismi, sono sempre circoscritte nel tempo e nello spazio.

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Di Il Cosmopolita il 24/05/2006 alle 00:00 | Non ci sono commenti

23/03/2006

L'ipocrisia e l'ignoranza

La crisi delle vignette danesi sembra avere superato il punto di maggior tensione ma lascia dietro di sé non soltanto una scia di morti ma anche delle fratture che sarà difficile ricomporre in poco tempo. Occorrerebbe innanzitutto verificare con calma i dati della questione, che continuano ad essere confusi ed inseriti in contesti che in molti casi nulla hanno a che vedere con il vero problema: un confronto fra due o più serie di valori a volte coincidenti ed a volte contrapposti. La emblematica contraddizione della vicenda è mostrata con chiarezza da due elementi in particolare: l'occidente moderno e tecnologico si dibatte intorno a dei concetti (immagini sacre, valori religiosi) sui quali da tempo non veniva effettuata una riflessione approfondita; il mondo musulmano, ritenuto arretrato e 'pre-capitalista', fa ricorso invece ad uno degli strumenti tipici dell'economia globalizzata, quello del boicottaggio. In un tale contesto si impone anche un’altra osservazione: la ritardata reazione alla pubblicazione delle vignette viene considerata come la prova dell'esistenza di “un complotto' da parte di centri legati al terrorismo internazionale che riuscirebbero così ad approfondire vieppiù il fossato fra Islam ed Occidente cristiano. Con perfetta simmetria non pochi osservatori musulmani considerano da parte loro la provocazione del (fino ad oggi) sconosciuto giornale satirico danese come la dimostrazione dell'esistenza di circoli reazionari e razzisti legati a quelle frange politiche che mirano a raccogliere l'insofferenza di quanti, nei Paesi occidentali, sono maggiormente confrontati alle difficoltà della coesistenza con gli immigrati. Il dibattito viene così distorto e strumentalizzato, trasformandosi in un confronto inestricabile, pieno di asprezze e toni da evento bellico che nulla hanno a che vedere con un approccio razionale e lungimirante. Facendo astrazione dai dettagli, sia pure importanti, relativi alla tempistica dei diversi elementi, rimane pur sempre centrale il dato della ferita inferta ai credenti dell'Islam con la profanazione del loro simbolo più sacro. È questo il punto intorno al quale dobbiamo avviare una riflessione che, per quanto riguarda il nostro mondo, porta a domandarsi se e quali siano i limiti alla libertà di parola e di stampa. Gli altri avvenimenti di questi giorni vanno invece analizzati sotto una angolazione politica ed economica: sia per quanto riguarda le provocazioni dell'ex ministro Calderoli, le violenze in Siria, Libano, Libia, Nigeria e Pakistan, la visita di Solana nella regione, sia i mille altri eventi che possono essere fatti risalire alla vicenda. Siamo quindi di fronte ad un confronto di valori: da un lato un simbolo sacro, dall'altro un elemento fondante delle democrazie occidentali. Sono pertanto fattori appartenenti a categorie diverse, difficilmente confrontabili; essi vanno quindi esaminati secondo schemi che facciano emergere i punti di possibile convergenza, isolando invece quelli di maggiore divergenza. Soltanto analisi più approfondite e protratte nel tempo potranno portare a risultati meno affrettati e non influenzati da elementi passionali, presenti invece in modo massiccio nella vicenda che stiamo vivendo. E’ comunque evidente, dalla lettura dei principali organi di informazione dei due “blocchi” e dall’ascolto / visione dei rispettivi notiziari radiotelevisivi che le divergenze sono state amplificate da due fattori di particolare rilievo: da un lato, quello islamico, l’impossibilità / incapacità – salvo rarissime eccezioni - di ammettere che la facile presa dell’estremismo sulle masse popolari è indissolubilmente legata ad un’arretratezza economica e sociale dovuta anche ad una visione religiosa della cosa pubblica insita in un certo insegnamento coranico; dall’altro, quello occidentale, l’arroganza derivante da una pretesa superiorità del proprio modello di vita e l’ignoranza – profonda – degli elementi fondanti di una fede che nulla ha da invidiare a quella cristiana. La contrapposizione o, meglio, la combinazione di questi due elementi – l’ipocrisia e l’ignoranza – ha facilitato il propagarsi di una crisi che avrebbe richiesto visione e coraggio per essere mantenuta sotto controllo. I consueti peripli di Solana nella regione e le dissonanze fra i governi europei si sono accompagnati ad una posizione statunitense che soltanto con molta buona volontà si può definire pilatesca. Un altro piccolo fossato è stato così creato ma, soprattutto, si è perduta una buona occasione per lavorare uniti intorno ad una tematica di grande rilievo ed impatto. Anche il nostro piccolo e provinciale mondo politico - diplomatico si è allineato supinamente a tale approccio, non riuscendo (o non volendo) lanciare iniziative che – soprattutto per la nostra grande esperienza nell’area mediorientale – avrebbero potuto consentirci di riprendere posizioni di rilievo perdute – nonostante propagandistiche (ma interessate) dichiarazioni – in campo internazionale in questi ultimi anni. C'è da chiedersi al riguardo se non sia il caso, per la nuova Farnesina che auspicabilmente vedrà la luce nei prossimi mesi, di utilizzare meglio la trentina di organismi e centri universitari e di ricerca che in Italia si occupano di Paesi arabi e, più in generale, islamici.

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Di Il Cosmopolita il 23/03/2006 alle 00:00 | Non ci sono commenti

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