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Post in Pace e guerra

03/12/2014

Dove vuol seminare la strategia dell'orrore del'IS?

Fabio Cristiani

Alla fine, di questo “Stato Islamico” si parla perfino poco. Siamo così presi da noi stessi – articolo 18, riforma del Senato, Tor Sapienza… – che di questa guerra ci interessiamo fino a un certo punto. Oltretutto, è ancora parecchio lontana. Ogni tanto qualche politico rinnova l’allarme, ma il sospetto che lo faccia più che altro per ammorbidire l’opposizione agli F 35  e alle altre spese militari, è abbastanza forte. Del resto, quale potrebbe essere il ruolo militare dell’Italia in un’eventuale guerra su larga scala ?

Nel frattempo, i tagliagole dell’IS ci sbattono in faccia un’orrenda esecuzione ogni due-tre settimane. Si dice che sia per spaventarci. Non credo. Sono ancora troppo deboli militarmente e troppo lontani per distoglierci dalle nostre angosce economiche e esistenziali. Credo piuttosto che sgozzino la gente ritenendo così di conquistare prestigio e rispetto nel mondo islamico. Infatti, se è ben possibile che l’IS prima o poi sia costretto a ritirarsi, il prestigio guadagnatosi con queste efferatezze resterà a lungo presente nella memoria dei più giovani.

Ed è proprio qui il vero pericolo. Ogni giorno, in Italia - ma anche altrove in Europa - migliaia di giovani musulmani sono trattati come schiavi, insultati e derisi sui luoghi del lavoro nero, dove nostri connazionali del genere di quelli comparsi sulle piantagioni di pomodori fino al civile nord-est, danno sfogo ai loro istinti sadici. Meno cruentemente, ma con grande efficacia, i leghisti fanno di tutto per creare una barriera culturale fra noi e loro, per una manciata di voti.

Cosa passerà per la testa di questi ragazzi umiliati, offesi e perfino picchiati per 5 euro e 16 ore di lavoro al giorno ? Quanti sono quelli che si augurano nel silenzio della loro mente che un giorno la bandiera nera dell’IS sventoli sul serio a piazza San Pietro e che magari possano anche tagliare la testa di qualche loro schiavista ?

Più che comprare nuove armi e raccontarci di poter essere protagonisti in una guerra vera, non sarebbe intanto il caso di cominciare a mandare i carabinieri nelle migliaia – si’ migliaia – di aziende dove si pratica il lavoro nero se non addirittura la schiavitù ? Se si drenasse l’acqua che alimenta questa vergogna, molti clandestini tornerebbero nei loro Paesi, molte aziende decotte chiuderebbero lasciando spazio a nuove intraprese, i salari degli occupati regolari non sarebbero così tanto taglieggiati e, alla fine, gli stranieri rimasti troverebbero un motivo per integrarsi e, un domani, per stare dalla nostra parte quando i prossimi tagliagole volessero affacciarsi da queste parti.

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Di Il Cosmopolita il 03/12/2014 alle 12:18 | Non ci sono commenti

26/11/2012

E la tregua va.

Il titolo del film di Fellini è per l’esattezza “E la nave va”, ma l’adattamento al caso mediorientale impone la sostituzione di nave con tregua. Modifica che riflette la fluidità della tregua stessa, che sin dalla partenza mostra di muoversi in acque infide e tendenti al procelloso. La tregua terrà per qualche tempo – difficile pronosticare quanto tempo – e darà luogo a dichiarazioni d’intenti che non è che il primo passo per avviare serie trattative in vista di un accordo. A ripercorrere la cronaca mediorientale, ad esempio con Haaretz, si leggono dichiarazioni analoghe a ciascuna tregua seguita a ciascuna crisi. Tregue che non annunciano l’accordo ma una nuova crisi che sfocia in una nuova tregua e dà luogo a nuove – vecchie dichiarazioni. Un senso di saturazione, di déja vu, pervade anche gli osservatori più attenti, che ormai reagiscono col cinismo del traumatologo che troppi feriti del sabato sera soccorre per aspettarsi nulla di meglio il sabato seguente. Eppure, la battaglia di Gaza si consuma sulla pelle delle persone e col dispendio di risorse che andrebbero altrimenti spese. Le vittime e le macerie non sono il fondale di un film catastrofista, ma i tristi attori di una sceneggiatura che neppure contribuiscono a scrivere se non per responsabilità oggettiva. La responsabilità oggettiva, quella di aver eletto il “governo” di Hamas, è quella che Israele evoca a difesa dei danni collaterali. E responsabilità oggettiva è quella che i miliziani di Hamas e delle altre sigle della guerriglia palestinese addebitano ai passeggeri dei bus in servizio a Tel Aviv: di avere un governo guidato dal Likud. Un dialogo fra sordi che inutilmente rinnova i suoi riti, e non si capisce chi comincia e perché se non andando a oscure e remote ragioni di mutui soprusi e mutue minacce. Non è equidistanza dai combattenti né – come una volta usava in Italia – equivicinanza. Ma piuttosto il senso di stanchezza e di orrore che ci pervade ogniqualvolta – e accade sovente – la miccia mediorientale riprende a bruciare. L’attitudine degli Occidentali è di oscurare il dossier nei momenti di bonaccia salvo riaprirlo nei momenti di tensione. Insomma, per essere “updated”, occorre spargere sangue. La diplomazia, specie quella in grande stile del Presidente e del Segretario di Stato e del Segretario Generale ONU, si muove sulla scorta dei sacrifici umani. Altrimenti business as usual. Camporini, già Capo Stato Maggiore della Difesa, commenta sconsolato che la presenza europea è inconsistente in questo come in altri scenari di crisi. Che l’Europa pratica un malinteso “laissez faire”: quasi che la crisi mediorientale possa essere trattata con la lezione di Adam Smith applicata alle relazioni internazionali. Ora che il pensiero liberista sta producendo danni considerevoli nel modello sociale europeo, non vi è alcuna ragione di estenderlo “extra moenia” al conflitto mediorientale. Non lo si risolve solo con l’elargizione, pur generosa, di fondi europei a favore di questo e quello, e specie dell’Autorità Palestinese, ma anche con l’iniziativa diplomatica di un’Europa degna di questo nome, Il Presidente Napolitano ci rammenta che non possiamo immaginare un’Europa in austerità perpetua e neppure in “minorità perpetua”. Battiamo un colpo ora che stiamo in ritardo e ancora in tempo per rattoppare i danni. Più tempo passa e più difficile diventa qualsiasi mediazione. La vicenda della Jugoslavia, feroce e breve, deve insegnarci qualcosa e servirci di monito.

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Di Il Cosmopolita il 26/11/2012 alle 00:00 | Non ci sono commenti

30/10/2012

E la giostra gira.

Hai voglia a riprometterti che non ci caschi più. Che non leggerai gli articoli riguardanti Lui, che non guarderai i Suoi monologhi televisivi, che resterai sordo alle Sue dichiarazioni prima moderate e poi estremiste. Che insomma ti sei emancipato dal mondo delle chiacchiere vuote, mentre i fatti sono pesanti, ed affronterai il dibattito elettorale come in un qualsiasi paese europeo, in cui la dimensione europea – lo spettro che si aggira per l’Europa ma con effetti diversi dal Manifesto di Karl Marx e Friedrich Engels - ha un peso e uno spessore che vanno aldilà dei sorrisi sardonici della Cancelliera e dell’ex Presidente francese. In giro per l’Europa c’è l’attesa per chi amministrerà gli Stati Uniti negli anni a venire, per come volge l’autunno già primaverile del mondo arabo, per la Cina che scopre del mercatismo anche l’arricchimento indebito, per le guerre che si continuano a combattere qua e là, compresa quella che infesta l’Afghanistan e che ha mietuto la nostra cinquantaduesima vittima. Un risultato, per dirla con Woody Allen, disgraziatamente fatto per essere superato. Ebbene, hai voglia a nutrire i migliori propositi, eppure ci ricaschi. Proprio non ce la fai ad ignorare i proclami di Lui e le ciarle degli altri ed il dibattito tutto interno alla sinistra, come se davvero i suoi (della sinistra) destini dipendano dal tasso di rottamazione e non anche dal tasso di credito internazionale che essa riceve come forza di (potenziale) governo. Una domanda semplice semplice nessuno la pone, almeno apertamente, a sinistra. E se vince il candidato repubblicano e se in Medio Oriente e nel Golfo la crisi si avvita, siamo certi che bastino i sondaggi favorevoli da soli a garantire la vittoria della sinistra o del centrosinistra? Che prima o poi – ma i dirigenti sperano sempre poi se non mai – ci si dovrà misurare con quel macigno che è lo scenario internazionale, che è anche più testardo della Cancelliera quando si oppone alle euro-obbligazioni. E’ francamente stupefacente che un paese incassi la cinquantaduesima vittima e che, pur onorandone la memoria, non onori con la stessa compunzione gli uomini e le donne che restano sul campo. Onorarli in che modo? Dibattendo, ad esempio in Parlamento ma basterebbe anche in una trasmissione televisiva ben organizzata e facendo a meno dei comici di giro, del significato strategico della nostra presenza a Kabul. Dal dibattito si potrebbe anche concludere che sì, la nostra presenza è necessaria, non foss'altro che per mostrare solidarietà atlantica, e che le forze sul campo abbiano chiaro il messaggio del restare e perché. Scriveva Hegel che al buio tutte le vacche paiono bigie. La filosofia classica tedesca, compreso il vecchio Karl, sarà tosta da leggere ma merita di essere riletta anche da chi è rimasto colpito dal pensiero debole. Vale per la filosofia classica tedesca quanto si dice dell’automobile tedesca: che è pesante e affidabile. Ed infatti l’una e l’altra sono sempre di moda e vendono anche in un mercato in difetto di idee e di potere d’acquisto. La lettura di Hegel andrebbe consigliata all’AD FIAT, assieme ai bilanci del Gruppo Volkswagen, e chissà che non trovi ispirazione per modelli made in Italy competitivi. Il mercato della politica rispecchia il mercato dell’auto. I modelli nuovi sono al massimo la Nuova Panda che rottama la vecchia ma non pare fatta per imporsi sul mercato mondiale. Che continua a preferire il prodotto made in Germany. Come dargli torto?

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Di Il Cosmopolita il 30/10/2012 alle 00:00 | Non ci sono commenti

16/06/2011

La primavera araba e l’autunno europeo.

La primavera araba scoppia in gennaio, in anticipo rispetto a quella meteorologica, e questo si spiega con la mitezza del clima mediterraneo. Non si spiegano invece la lentezza e la mitezza (politica) della risposta europea. Preceduto da una comunicazione di marzo su “shared democracy”, il documento congiunto di Commissione e Alto Rappresentante sulla politica di vicinato è diffuso soltanto a fine maggio.

Contrariamente alle aspettative di molti, ma in coerenza con il passo lento di Bruxelles, il documento non focalizza il Mediterraneo come area di crisi, e dunque meritevole di cure particolari e urgenti, ma tratta indistintamente e con malinteso equilibrio sia i paesi vicini del sud che dell’est. Detto in altri termini: insiste nel parallelismo fra i paesi terzi europei, che aspirano ad aderire all’Unione in un futuro più o meno prossimo, ed i paesi terzi mediterranei che, esclusi geograficamente dall’adesione, aspirano a rapporti più stretti con l’Europa tali da assecondare la loro “conversione” democratica. Commissione e AR si muovono nel solco dell’italico “cerchiobottismo”: orrendo neologismo che sta a indicare quando, per non dare ragione ad alcuno, si fa torto a tutti.

Il Mediterraneo è in fase di transizione e non sta scritto che tale transizione porti necessariamente al nuovo. Qualcuno già evoca il Termidoro dopo la presa della Bastiglia. Se si vuole scongiurare il Termidoro o più realisticamente una lunga stagione di stallo, l’interesse europeo è di spingere sull’acceleratore delle riforme nei modi che essa conosce bene per averli praticati con successo proprio nell’est europeo oggi così riluttante: il sostegno alla costruzione di democrazie viabili e durature. Quello che nel linguaggio internazionale si designa come “democracy and institution building”. Ed ancora. L’Unione dovrebbe mettere in campo le risorse di cui essa dispone in massima misura rispetto alla comunità internazionale: e cioè fondi da mobilitare sotto forma di doni e prestiti. Una panoplia di interventi che darebbe alle affaticate coalizioni della transizione araba il segno dell’appoggio europeo: non solo diplomatico e militare ma anche e soprattutto nel campo dei rapporti reali.

Se persino Blair evoca il Piano Marshall per il Mediterraneo, se Obama disegna nuovi scenari, se il G8 di Deauville propone partenariati nord – sud, la timidezza della Commissione più che sconcertare preoccupa. La ragione è probabilmente più profonda di quanto appaia perché rinvia ad un deficit funzionale che affiora, con ancora maggior evidenza, dall’ultimo allargamento. Il grande numero di stati membri appesantisce i dibattiti dove ciascuna delegazione porta su ciascun punto la posizione nazionale da mediare con le altre posizioni nazionali. L’interesse europeo evapora a favore della sommatoria di interessi nazionali. La Commissione introietta al suo interno questo metodo di lavoro. Non presenta proposte coraggiose per non rompere, anticipando così il negoziato che essa sospetta si svolgerà in seno al Consiglio. La proposta esce dal Berlaymont già sterilizzata dalle ambizioni di modo che il passaggio al Consiglio sia “smooth”. Ma in questo modo salta la sana dialettica fra Commissione e Consiglio, che vede la prima più avanzata ed il secondo più prudente.

Alcuni commentatori sostengono che Commissione e Alto Rappresentante, prima di agire, consultano certe capitali. Non è detto che sia così. Si ha l’impressione che neppure hanno bisogno di telefonare perché già pensano come nelle capitali. La primavera araba ci spinge a misurarci con l’autunno europeo. Finché le due stagioni non collimano, sarà difficile dare la nostra impronta alle relazioni euro - mediterranee.

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Di Il Cosmopolita il 16/06/2011 alle 00:00 | Non ci sono commenti

19/01/2011

Il richiamo dell’intolleranza

Il 2011 si apre sotto gli auspici negativi della violenza e dell’intolleranza. L’attentato della notte di capodanno ad Alessandria d’Egitto ha riproposto all’attenzione delle opinioni pubbliche europee la situazione delle minoranze religiose, soprattutto cristiane, in Medio Oriente e in altri paesi a maggioranza islamica. I moti del pane alle porte di casa nostra, in Algeria e in Tunisia, ci ricordano l’esplosiva situazione sociale dei paesi della sponda sud del mediterraneo, dove la disoccupazione giovanile raggiunge cifre record e alimenta rabbia e frustrazione verso le classi dirigenti locali e verso un’Europa percepita come ricca e sempre più chiusa in se stessa. L’imminente secessione del Sudan meridionale ripropone il tema di un conflitto etnico-religioso spesso dimenticato, insieme a quello della labilità delle frontiere ereditate dal periodo coloniale e delle deboli basi di legittimità su cui poggiano molti regimi africani. E, facendo un salto di alcune migliaia di chilometri verso ovest, come non ricordare il settarismo intollerante che ha alimentato le folli elucubrazioni dell’autore della strage di Tucson, negli Stati Uniti, al comizio di una deputata democratica?

Difficile insomma resistere alla tentazione di cercare un filo comune ad eventi che, pure nella loro evidente diversità, richiamano in qualche modo uno scenario di intolleranza che mette in pericolo le radici della convivenza pacifica, sia sul piano interno che su quello internazionale. Certo, sarebbe un errore mescolare questioni così diverse, ognuna delle quali richiederebbe analisi ben più complesse di quelle che possono trovare spazio in queste brevi annotazioni. Il dovere di un paese, come il nostro, esposto più di altri ai venti di instabilità che spirano da sud dovrebbe essere comunque quello di portare una parola di riflessione, analisi e moderazione in un contesto internazionale complesso, dove le grandi fratture tra nord e sud e tra occidente e oriente sono destinate a rimanere aperte per molto tempo ancora. Speriamo, nonostante tutto, che questo avvenga e che il buon senso si faccia strada in un mondo politico-mediatico che finora non ne ha dato grandi dimostrazioni.

In effetti, se guardiamo a certe reazioni che in Italia hanno seguito l’attentato di Alessandria d’Egitto, qualche motivo di inquietudine esiste. Non sono pochi infatti gli esponenti politici, prevalentemente della maggioranza, ma non solo, che, cavalcando l’onda emotiva di una pur giustificata indignazione, si abbandonano a dichiarazioni che evocano con leggerezza conflitti inconciliabili di valori e scontri di civiltà. Tra le poche certezze di una situazione che non ammette ricette semplici, una si impone sulle altre: che mai come ora si dovrebbe usare un linguaggio misurato ed evitare di alimentare facili schematismi e pregiudizi culturali. Non si tratta, intendiamoci, di chiudere gli occhi davanti ai fatti. Esiste, non da oggi, un problema di tutela dei diritti della minoranza cristiana in Egitto e in altri paesi del Medio Oriente così come di altre minoranze religiose in molti altri paesi. Ciò detto, isolare il problema dal suo contesto e applicare ad esso un linguaggio da neo-crociati non serve né ai paesi che in qualche modo devono garantire la protezione dei propri cittadini né alle stesse minoranze di cui si vorrebbero tutelare i diritti. E neppure dovremmo dimenticare che le minoranze religiose esistono anche in Italia e che certi atteggiamenti nei confronti delle comunità musulmane (ad esempio, l’opposizione a costruire una moschea in una città come Milano) non rappresentano esattamente un esempio di tutela della libertà di culto. In questo sta la grandezza, spesso dimenticata, del concetto di universalità e indivisibilità dei diritti umani: che tutelando i diritti delle proprie minoranze religiose si proteggono anche quelle altrui.

Se una cosa la storia recente insegna è che l’intolleranza verso le minoranze e i conflitti etnico-religiosi prosperano quando si indulge ad una logica di contrapposizione identitaria, che può anche trovare spiegazione in singoli fatti ma che alla fine produce una reazione a catena dagli effetti difficilmente controllabili.

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Di Il Cosmopolita il 19/01/2011 alle 00:00 | Non ci sono commenti

10/06/2010

L’ultima crisi mediorientale che non è mai l’ultima

“A chi ha in mano un martello, ogni problema sembra un chiodo”. Amos Oz richiama il proverbio per descrivere la dottrina di Israele dalla guerra dei sei giorni (1967) a oggi. La forza militare è diventata una fissazione per Israele, un mantra: dove non si riesce con la forza si riesce con più forza. Le parole di Oz sono quelle che il lettore italiano ama leggere tant’è che i suoi libri sono puntualmente premiati dal successo. Restano le parole di uno scrittore impegnato nel processo di pace sia pure con tutte le articolazioni del sionista convinto. L’azione israeliana contro la flottiglia a bandiera turca, che non è una Love Boat come sostiene Netanyahu, ripropone gli interrogativi di sempre ed alcuni nuovi. Di sempre: la forza militare non risolve il problema politico dell’isolamento crescente di Israele nel quadro regionale, ora che pure la Turchia prende le distanze e l’Egitto guida la cordata dei paesi che vogliono portare allo scoperto l’arsenale nucleare israeliano. Di nuovi: l’unità d’élite della marina è parsa meno efficiente dello standard cui l’IDF ci aveva abituato, accusando feriti in uno scontro manifestamente impari. Si pongono dunque problemi di ordine politico – diplomatico e anche militare. A Gerusalemme si prospetta di nuovo la costituzione del governo di unità nazionale con l’integrazione di Kadima. I laburisti con Barak stanno già dentro la coalizione e forse l’arrivo di Livni potrebbe consentire di allontanare il contestato Liebermann. Basterà tutto ciò senza un cambio di strategia? E’ lecito dubitare. Come è lecito dubitare che una semplice manovra diplomatica riconquisti al Governo di Gerusalemme le simpatie, o comunque le “non antipatie”, internazionali di cui godeva. Resta il fatto che Israele ha esercitato i poteri dell’autorità occupante rispetto ad un territorio, Gaza, che aveva cessato di occupare anni addietro, e con decisione unilaterale, per lasciarlo al precario controllo dell’Autorità Palestinese. La posizione della Turchia merita una riflessione particolare. La tesi della “svolta ottomana” è suggestiva ma non basta a spiegare una manovra che apparentemente smarca Ankara dalla posizione americana. La Turchia si sente di fatto esclusa dall’Unione europea per le riserve di Francia e Germania (e Cipro), malgrado che gli stessi stati membri abbiano sempre condiviso le conclusioni dei Consigli europei che aprivano all’adesione turca. Un caso di mancato rispetto della norma pacta sunt servanda che non può non provocare effetti. La Turchia cercherebbe in alternativa un ruolo verso il mondo arabo e musulmano in linea con la tradizione ottomana, e cioè proprio quella che la rende poco accettabile agli arabi di oggi, stanchi di antiche e moderne dominazioni. La svolta ottomana è suggestiva ma rischia di non essere assecondata dagli altri attori regionali. Che Ankara la evochi per indurre gli Stati Uniti a premere sull’Unione europea? Il meccanismo non sarebbe nuovo perché già nel 2003, quando Bruxelles decise di avviare i negoziati di adesione con Ankara, le ultime resistenze di alcuni stati membri furono vinte grazie alle telefonate del Segretario di Stato USA. Ed infine l’Italia. Si critica la decisione di non votare l’inchiesta internazionale sui fatti del mare davanti Gaza. La decisione può essere discussa ma ha una sua coerenza: Israele deve avere la facoltà di indagare prima di qualsiasi controllo internazionale, che lo stesso Israele percepirebbe come commissariamento e rifiuterebbe in radice. Alcuni stati membri si sono astenuti (Francia), altri hanno votato a favore. Una bella prova di unità dell’Unione! Su questo punto torneremo.

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Di Il Cosmopolita il 10/06/2010 alle 00:00 | Non ci sono commenti

03/06/2010

Pace e guerra

Nel nostro ultimo editoriale viene ricordata – correttamente – l’ultima (l’unica…?) missione militare italiana (in realtà del Regno di Sardegna…) all’estero che, sostenuta da un’accorta strategia diplomatica, si rivelò utile per gli interessi piemontesi (italiani…?) (si riferiva alla Crimea…). Difficile infatti ricordare altri interventi militari italiani che possano essere storicamente e unanimemente giudicati come “utili” per gli interessi nazionali (a parte ogni considerazione sul fatto che la guerra possa mai essere una scelta basata sulla sua supposta “utilità”). Perfino sulla decisione di intervenire nella Prima Guerra Mondiale ci sarebbe ancora da discutere. Non sulla Seconda. Oggi l’Italia è impegnata in 30 missioni in 20 paesi del mondo che nessuno, probabilmente anche gli addetti ai lavori, riuscirebbe a elencarle a memoria e a ricordarne le singole motivazioni. Si tratta di un argomento molto delicato e molto complicato. La prima considerazione da fare per amore di onestà intellettuale è che è difficile sostenere che gli interventi multinazionali all’estero siano motivati da finalità puramente etiche: sarebbe corretto mandare truppe a difendere popolazioni inermi vittime di genocidi, ma di regola non lo si fa, o perché non c’è accordo fra le Grandi Potenze, o perché non ci sono mezzi sufficienti, o perché il prezzo da pagare in termini di vite o di sconquasso geopolitico è troppo alto, o semplicemente perché l’intervento non “serve” a chi lo deve effettuare. E spesso, purtroppo, il punto è proprio questo: alla base di una missione militare deve esserci un interesse nazionale prima di ogni giustificazione etica e della verifica della sua sostenibilità geopolitica e militare. Tuttavia, poiché operiamo in un sistema multilaterale (salvo qualche eccezione), ad essere decisivo è essenzialmente l’interesse nazionale di una o più Potenze “leader”: le altre, che individualmente, magari non avrebbero un diretto interesse all’impresa, accettano di partecipare per non perdere prestigio nell’Organizzazione o semplicemente perché non sono abbastanza forti da poter dire di no. E’ in questa equazione complessa che nasce il dilemma nazionale sul partecipare o meno a una missione militare multinazionale. L’Afghanistan è paradigmatico: pensare che siamo andati là per difendere le donne afghane dai Talibani è una battuta (sebbene sarebbe stato motivo eticamente comprensibile..!). Pensare che siamo andati là per combattere in maniera efficace il terrorismo è discutibile, in quanto il fenomeno terroristico moderno è molto “sparpagliato” e può svilupparsi anche senza una base territoriale (per organizzare un micidiale attentato basta un garage a Londra o nella periferia di Islamabad, come ha confermato anche il Ministro dell’interno all’ultima riunione del G6). Se vi fossero stato all’origine interessi geopolitici o geoeconomici (e di chi ?), il tema non è stato approfondito in maniera conclusiva, tant’è che è ancora aperto a diverse ipotesi. Insomma, le guerre moderne – anche se le chiamiamo missioni di pace – somigliano terribilmente a quelle di sempre. Ma non c’è solo l’Afghanistan da capire fino in fondo. Anche la determinazione con cui il Governo Prodi si precipitò in Libano, resta un tema abbastanza oscuro: si parlò dell’importante ruolo dell’Italia in M.O. ma senza molti dettagli, né fu mai ben chiarito il nesso fra la presenza di nostre truppe e lo sviluppo di detto ruolo. Molto più evidenti sono i risultati ottenuti ovunque dalle nostre componenti civili, sia in fase di prevenzione dei conflitti che in fase post-conflittuale: ma per questo tipo di missioni non ci sono mai abbastanza risorse (né italiane né internazionali), e questa circostanza non è abbastanza dibattuta: perché si trovano le risorse per le missioni militari e si stenta per quelle civili ? Dunque è legittimo concludere (come l’ISPI nel suo ultimo rapporto sulla politica estera italiana) che l’Italia partecipa a 30 missioni – principalmente - perché vuole affermare un suo ruolo nei contesti multilaterali, consapevole che non essendo un influente attore economico e politico, se non contribuisse generosamente con risorse finanziarie e umane a queste Organizzazioni, finirebbe con l’essere marginalizzata. Un esempio, la riforma del CdS. Per contro, è anche onesto ammettere che un grande Paese come l’Italia ha il dovere di essere solidale con le battaglie di civiltà intraprese dagli altri. Ma allora, in questo caso, viene spontaneo pretendere che il dibattito pubblico sia ampio e esaustivo: perché è necessario l’intervento militare, quali i suoi scopi, quali le prospettive di successo, quali i mezzi che intende usare, quale il suo contenuto etico. Non è stata dimenticata la recente “bufala” delle armi di distruzioni di massa… E sulla guerra al terrorismo, se non c’è dubbio alcuno che dobbiamo dare il nostro contributo, è altrettanto indubbio che la strategia debba essere ridiscussa: da quando questa guerra è cominciata, i risultati non sono stati incoraggianti. E’ quindi una scelta corretta quella italiana di contribuire a tutte o quasi le missioni militari multinazionali ? Si possono dare ovviamente risposte diverse. Si può rispondere che una Potenza medio-piccola come l’Italia potrebbe più efficacemente contribuire sul piano civile piuttosto che su quello militare, ricorrendo a quest’ultimo solo in casi estremi e non di routine come oggi. Si potrebbe argomentare che il ruolo dell’Italia si rafforzerebbe di più sulla scena internazionale se il Paese imparasse a diventare una “comunità solidale”, superando lo stigma che l’accompagna dal 1860 di essere una società fondata su quel “familismo amorale” di cui ci accusava già nel 1958 il politologo americano Edward C. Banfield. E’ anche vero però che quando si sta in un’Alleanza militare e si beneficia del più efficace sistema di difesa collettiva esistente al mondo, non ti puoi “sfilare” al momento di pagare il conto. Come si vede, è un argomento molto complesso e qualsiasi risposta netta rischia di essere insufficiente. Anche quella – accattivante – del pacifismo a oltranza: se un terrorista si accinge a sterminare una famiglia inerme, cosa propone Emergency nell’immediatezza del pericolo ? Quindi, l’unica conclusione che si può trarre da tutti questi spezzoni di ragionamenti è che quello che conta è che la gente possa discutere più ampiamente di tutto ciò, e che una volta decisa una missione, non vi sia spazio per i dubbi. Perché non deve più succedere che quando un nostro militare perde la vita in missione, debba ricevere, da un lato i doverosi onori militari, ma dall’altro il vero e proprio insulto di una parte di opinione pubblica che ritualmente si chiede “il perché stava là” !

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Di Il Cosmopolita il 03/06/2010 alle 00:00 | Non ci sono commenti

14/01/2009

Ci salverà dall’orrore Bianca Jagger?

Lo stupefacente silenzio delle diplomazie sulle pratiche belliche israeliane è stato rotto nei giorni scorsi da una “socialite” di qualche decade fa, ovvero la un tempo famosa ex moglie di Mike Jagger, Rolling Stones. A lei è toccato l’onere di riprendere pubblicamente le osservazioni formulate ai media internazionali dal responsabile UNRWA a Gaza al momento del bombardamento di una scuola delle Nazioni Unite: l’accorato ed emozionale appello al rispetto delle Convenzioni internazionali e al lavoro delle Organizzazioni umanitarie era infatti caduto nel più cinico ed ottuso disinteresse.
E’ così toccato ad una ormai anziana ma volenterosa signora raccogliere questo richiamo disperato che ci richiama addirittura alla metà dell’Ottocento quando l’ottimismo positivista fece sì che – con Croce Rossa e via via altri strumenti – ci si ponesse il problema di circoscrivere gli effetti dela guerra tra i civili, ma anche tra i militari.
Ma, ed è questo il punto, appare ormai chiaro che la litania sul carattere “democratico” di Israele, che può liberamente sostituire Sharon con Olmert e magari promuovere al premierato il Ministro degli Esteri ed ex agente del Mossad Livni, ha definitivamente trascolorato in una assoluta impunità per quanto attiene al rispetto non solo delle Convenzioni internazionali ma anche – di quanto resta – dell’opinione pubblica mondiale che non ama vedere donne e bambini maciullati in televisione. Magari al’ora di pranzo.
Questo brutale punto è perfino più chiaro della conta dei mille morti, quasi esclusivamente civili inermi, e dei quasi quattro volte tanto feriti in nome di quella che rischia – almeno in termini di “casualties” – di essere la risposta “fuori misura” ad una poco più che puntura di spillo anche se a colpi di missili. Detto in altri termini una conta dieci ad uno, cento ad uno che ricorda altri tempi e logiche da quel “Massacro di Nanchino” attuato dall’esercito nipponico ai danni di un’intera città.
Ma non è tutto. Esiste un solo esercito al mondo – ed un solo Governo - che può ufficialmente e di forza escludere i media – ed in particolare i giornalisti – dal teatro di guerra: questo è quello che si fregia della Stella di David. Ebbene ciò è inaccettabile tanto quanto il mancato rispetto delle norme e degli usi internazionali.
L’oscuramento informativo, comunque giustificato, produce e sempre più produrrà mostri e morti. Ed allora, arrivati fin qui e proprio nel momento in cui il dibattito su un altro orrore del diritto – quello di Guantanamo – entra in una qualche fase se non decisionale almeno di esplicito ripensamento, pare giunto il momento di indagare non più sul conflitto, sulle sue ragioni e sui suoi possibili esiti, quanto sulla latitudine che è stata concessa incautamente e colpevolmente ad Israele: questa, infatti, dopo aver completamente archiviato un’epopea di riscatto che poteva godere di una qualche simpatia, ha da tempo intrapreso la via di una inaccettabile – e comunque non giustificabile – brutalità ed indifferenza verso i “diversi”.
E’ quanto si può riscontrare con una semplice passeggiata non nelle zone “calde” e contese, bensì nella stessa Gerusalemme ove gli Arabi, anche cittadini, sono trattati come esseri inferiori e disprezzabili. Non occorre ricordare come ciò sia già avvenuto, e così le decimazioni e così i massacri. Ma questa è una via che non soltanto Bianca Jagger, ma molti altri nel mondo soprattutto fuori dalle Cancellerie, non sono disponibili a ripercorrere.

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Di Il Cosmopolita il 14/01/2009 alle 00:00 | Non ci sono commenti

19/01/2008

Il pellegrino Bush in Terra Santa

Non ha l’aura del pellegrino, George W. Bush, quando atterra a Tel Aviv con il Segretario di Stato ed il solito corteo di funzionari e addetti alla sicurezza. Allo sfoggio contribuisce la dirigenza israeliana che, dal capo di stato all’ultimo ministro, si allinea ai piedi della scaletta dell’Air Force One nel sole del Ben Gurion che sente di precoce primavera. Tpizi Livni sussurra all’orecchio del Presidente e ne accetta il passaggio in auto: segni di familiarità che vengono bene nella corsa a succedere a Ehud Olmert. Shimon Peres è lontano dall’architetto immaginifico del nuovo Medio Oriente e si adatta al suo ruolo protocollare e afono. D’altronde il Medio Oriente di oggi ha poco di nuovo e molto di vecchio, arroccato com’è attorno alle eterne diffidenze. La missione del Presidente è volta a rilanciare lo spirito di Annapolis, che a sua volta era diretto a rilanciare la road map, a sua volta intesa a rilanciare il processo di pace. Si perde il conto dei rilanci mentre resta il dubbio che, se Annapolis merita il restauro dopo meno di due mesi, allora le aspettative attorno alla Conferenza erano evidentemente mal poste. I nodi sul terreno sono sfiorati. Israele continua gli insediamenti e l’accrescimento di quelli esistenti rivendicando contiguità territoriale fra Gerusalemme e le periferie. L’Autorità Palestinese contesta il tutto perché vede ulteriormente erosa quella parte già modesta di territorio su cui erigere lo stato di Palestina. Fonti di Washington distinguono fra insediamenti a Gerusalemme e insediamenti in Cisgiordania. Ma sono sottigliezze che non emergono nei colloqui o almeno nelle esternazioni al pubblico. Si ha l’idea che a Gerusalemme come a Ramallah si incontrino dirigenti in cerca d’autore, ciascuno stretto da obblighi istituzionali e frenato da pressioni politiche. Il Governo Olmert è sotto il tiro dei sondaggi favorevoli al Likud, il cui eventuale successo se unito a quello della sinistra certificherebbe il fallimento di Kadima. Non accetta pressioni perché, se pure volesse, non potrebbe contare sulla continuità dell’Amministrazione americana. In un impeto di ottimismo della volontà Bush annuncia la pace in un anno: e cioè scandita sulla fine del mandato alla Casa Bianca. Accetta di tornare in maggio per i sessanta anni della proclamazione dello Stato di Israele. Allora il periodo si ridurrà a otto mesi fino ad azzerarsi nel gennaio 2009. Se neppure allora vi sarà pace, il problema passerà al successore che, se democratico, potrà contare sul sostegno del voto ebraico. Abu Mazen offre al Presidente la personale disponibilità e poco più. Affida le speranze di ripresa economica agli aiuti internazionali decisi alla Conferenza di Parigi. E chissà che la ripresa non favorisca l’avvicinamento a Gaza, dove la contabilità dei caduti si ingrossa a causa degli attacchi israeliani ma anche della faida fra i militanti di Hamas ed i resistenti di Fatah. Guadagnare tempo: ecco la parola d’ordine comune. Guadagnare tempo fino a gennaio 2009. Il Presidente, dopo la preghiera a Betlemme e la meditazione a Cafarnao, si trasferisce in Kuwait per raccogliere la gratitudine e la nostalgia dell’Emirato per i bei tempi andati: quando, nella prima guerra del Golfo, Bush padre riuscì a mettere insieme la variegata coalizione di tutti gli avversari di Saddam. La presenza americana nel Golfo – è il motivo che Bush figlio introduce in Kuwait e ripete nelle tappe successive – è un dato di fatto e costituisce deterrente nei confronti di quanti meditino strane avventure. I bersagli sono chiari: Siria e Iran in diversa misura minacciano la stabilità dell’area e vanno contenute. Dopo l’incidente nello Stretto di Hormuz la vigilanza verso Teheran è massima e gli Stati Uniti attendono con scetticismo le indagini AIEA. La barbarie delle esecuzioni capitali in piazza alimenta l’orrore per un regime così poco rispettoso della decenza civile. Ma è sullo sdegno e sulla paura che si costruisce la via diplomatica a Damasco e Teheran? Il nostro Ministro degli Esteri non la pensa così e manifesta la sua opinione a caldo. Una posizione da condividere: resta da vedere se la politica italiana potrà farla valere stando sola o se vorrà moltiplicarne la forza seguendo la pista europea. Il discorso si trasferisce a Bruxelles perché l’Unione non sia solo chiamata ad assecondare le decisioni altrui ma abbia una propria visione ed un proprio ruolo.

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Di Il Cosmopolita il 19/01/2008 alle 00:00 | Non ci sono commenti

20/06/2007

Più vicini alla fine del mondo?

La strage di Virginia Tech ed il consueto show mediatico che accompagna tale tipo di eventi, hanno riaperto - non solo negli USA - il mai esaurito dibattito sulla diffusione delle armi, sulla facilità con cui chiunque può procurarsele e sulla innegabile evidenza che il possesso di un'arma costituisca, almeno psicologicamente, un passo decisivo verso l'uso di tale arma. I mezzi di informazione di tutto il mondo hanno invece dato pochissimo risalto - quasi come se non si trattasse di un argomento altrettanto preoccupante - al fatto che, dal gennaio di quest'anno, le lancette dell' 'Orologio dell’Apocalisse' venissero spostate in avanti di due minuti: siamo a mezzanotte meno 5, cioè vicinissimi all'apocalisse. Il 'DoomsDay' è, come noto, un quadrante simbolico creato nel 1947 e gestito dal Bulletin of the Atomic Scientists, una rivista fondata nel 1945 da alcuni ricercatori dell’Università di Chicago che avevano lavorato con Hoppenheimer al Progetto Manhattan, durante la seconda guerra mondiale. La finalità era quella di fornire un’immagine emblematica della situazione delle tensioni internazionali, attraverso uno strumento installato presso la sede dell'associazione a Chicago. Posizionato inizialmente a sette minuti dalla mezzanotte nucleare, l'orologio è stato più volte spostato nel corso degli anni in base all'evolversi dello scenario internazionale, diventando un indicatore universalmente riconosciuto della vulnerabilità del pianeta di fronte al pericolo delle armi nucleari. In sessant'anni gli spostamenti sono stati 17 ed i momenti critici, in cui le lancette sono state più vicine alla mezzanotte,si sono avuti nel 1953 (due minuti) per i test termonucleari da parte di USA e URSS e nel 1984 (tre minuti) per l'escalation nella corsa agli armamenti voluta da Ronald Reagan. Dal febbraio 2002 il barometro delle tensioni internazionali era fermo a sette minuti dalla fine del mondo. Le ambizioni nucleari di Iran e Corea del Nord, la permanente insicurezza del materiale nucleare stoccato in Russia, il costante stato di allerta delle basi che ospitano ben 2.000 delle 26.000 testate nucleari ancora detenute da Stati Uniti e Russia, l’aumento del fenomeno terroristico e le pressioni per l’espansione del nucleare civile, conseguenti ai cambiamenti climatici in corso, hanno convinto gli scienziati a spostare in avanti l'orologio. Il pericolo più grande sembra tuttavia essere costituito - secondo il Prof. Lawrence Krauss, fisico dell'Università di Yale e della Case Western Reserve University - dalla convinzione, largamente condivisa, che la maggior superpotenza del mondo non userà mai per prima le armi nucleari. La politica americana in campo nucleare in effetti é sempre stata, almeno formalmente, improntata sul principio del No-First-Use, la garanzia negativa del NPT del 1968, il trattato che proibisce le armi nucleari contro gli Stati che ne siano privi. Esistono tuttavia importanti eccezioni a tale principio: in caso di invasione o di qualsiasi altro tipo di attacco agli Stati Uniti, al suo territorio, alle sue Forze Armate, ai suoi alleati o ad un paese con il quale esista un impegno di difesa, se tale attacco venisse effettuato o appoggiato da un paese non nuclearizzato, associato o alleato di un paese in possesso di armi nucleari. Si tratta a ben vedere di una casistica così ampia ed articolata da permettere in sostanza agli USA una grande libertà d'azione. Pericolosamente esplicita e preoccupante appare la posizione assunta dall'amministrazione Bush nel 2002, sulla scia emotiva degli attentati dell'11 settembre: 'le armi nucleari offrono opzioni militari efficienti per evitare una grande varietà di minacce, anche in caso di scenari militari imprevedibili'. Gli esiti disastrosi della guerra in Irak e la complicata situazione afgana incoraggiano i 'falchi' dell'amministrazione americana a rilanciare l'idea dell'uso - anche preventivo - di 'bunker-busters', piccole ogive nucleari progettate per poter penetrare profondamente nelle impervie montagne afgane e distruggee i rifugi segreti di Osama Bin Laden. Al di là delle considerazioni sulla reale efficacia di tali armi, l'aspetto più inquietante riguarda l'accettazione del principio che le piccole armi nucleari sarebbero sostanzialmente assimilabili alle armi convenzionali. Il programma bunker-busters é un tipico esempio di quanto sta avvenendo dietro le quinte del trattato di non proliferazione nucleare: nessuno dei paesi firmatari ha significativamente ridotto le proprie dotazioni di testate nucleari e le 27.000 che esistono nel mondo - 26.000 delle quali sono detenute da Stati Uniti e Russia - non hanno, a quanto pare, un preciso obiettivo strategico. Dal marzo dello scorso anno, inoltre, l'India ed il Pakistan, stanno lavorando alacremente - con l'aiuto di Washington - per aumentare la propria potenza nucleare. Proprio mentre la crisi del nucleare iraniano raggiungeva il culmine gli Usa non sembrano dunque aver avuto alcuna remora a dare via libera alla cooperazione nucleare con paesi che non hanno mai sottoscritto gli accordi di non proliferazione. Il dato più grave é tuttavia ancora un altro. Una recente proposta americana potrebbe aprire una nuova era per i tests nucleari, scoperchiando un vero e proprio vaso di Pandora. Tali esperimenti, banditi definitivamente il 24 settembre 1996 dal Comprehensive Nuclear-Test-Ban Treaty, mai ratificato dagli USA, potrebbero tornare all'ordine del giorno grazie ad un progetto da oltre100 miliardi di dollari, il Reliable Replacement Warhead (RRW), che punta al completo rinnovo delle dotazioni nucleari sul presupposto – contestato da molti scienziati - che il plutonio diventerebbe instabile dopo 40-45 anni. Il via al progetto significherebbe non solo una palese violazione del NPT, ma anche il rifiuto definitivo di ratificare il Comprehensive Nuclear Test Ban Treaty. Anche se il governo americano assicura che le nuove testate non avranno bisogno di esperimenti di funzionamento, é facile immaginare che le pressioni in tal senso, da parte soprattutto delle alte gerarchie militari, saranno enormi perché appare oggettivamente assurdo dotarsi di una nuova tecnologia di tale portata ed importanza strategica senza neanche provarla. Se andrà avanti, dunque, il programma di sostituzione delle testate nucleari statunitensi rischia di innescare un processo dalle conseguenze imprevedibili, incoraggiando tutti i paesi a fare nuovi tests e rendendo definitivamente impossibile convincere per esempio l'Iran o la Corea del Nord ad abbandonare i rispettivi programmi nucleari. Gli USA perderebbero irimediabilmente la propria credibilità ed autorità morale e nessuno potrebbe più impedire una corsa all'armamento nucleare. E' auspicabile che il nuovo corso della politica estera dell’Italia “utile alleato e non inutile vassallo” degli Stati Uniti, contribuisca ad interrompere questa pericolosa escalation e solleciti ampia informazione e puntuali iniziative prima che i preoccupanti segnali di una nuova era nucleare diventino una terribile realtà

ARCHIVIATO IN Pace e guerra

Di Il Cosmopolita il 20/06/2007 alle 00:00 | Non ci sono commenti

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