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Post in Relazioni culturali

07/03/2006

L’Italia superpotenza culturale?

O semplicemente potenza culturale? O meglio impotenza culturale? In questi tre interrogativi si sintetizza la politica culturale dell’Italia quale esplicata dalla Farnesina tramite la Direzione Generale Promozione e Cooperazione Culturale, le reti degli Istituti di Cultura e degli addetti scientifici. Mai come in questo campo è grande il divario fra dichiarazioni di potenza e manifestazioni di impotenza. E non solo per la falcidie finanziaria che tocca in primis la cultura in quanto settore improduttivo per eccellenza. Perché – secondo il governo in carica – i beni culturali devono essere redditizi e se non ci riescono, vanno messi sul mercato o abbandonati. E’ la concezione di bene culturale come mero valore di scambio contro cui si dirige la critica di Salvatore Settis. La DGPC sta per cambiare il vertice amministrativo nell’ambito dell’operazione decisa dal Ministro Fini come ultimo atto del suo mandato. L’operazione porta alla DGPC un Direttore Generale che non viene dalle fila della tradizionale nomenklatura ministeriale e che si è forgiato sul campo grazie a esperienze diversificate. Su di lui si appuntano molte speranze ed il timore che giunga tardi per l’entità dei guasti che altri hanno provocato. L’Onorevole Baccini, candidato sindaco di Roma, ha “governato” la cultura dapprima da Sottosegretario agli Esteri delegato e continua a “governarla” da Ministro della Funzione Pubblica segnalandosi tanto per la noncuranza ai contenuti quanto per la foga spartitoria. L’interesse per la cultura da parte di certi ambienti è sospetto. Intendono dividere quanto resta del bilancio statale e delle assegnazioni dei posti, ma non toccano i nodi di fondo. Ad esempio il dissidio, in seno agli Istituti di Cultura, fra i direttori di chiara fama ed i direttori di carriera. I primi – come si è scritto – di fama chiara solo a chi li ha nominati. Tolte alcune meritevoli eccezioni, essi si distinguono per l’oscurità dei curricoli accademici e per la chiarezza nell’assecondare i loro referenti politici, Quando non intavolano vere e proprie vertenze coi rispettivi capi missione: a Mosca, Pechino, Berlino. Ma i direttori di carriera non sempre sono all’altezza del compito. Pesa sugli Istituti la sindrome euro-americana che caratterizza la rete consolare. Sono numerosi in Europa e nelle Americhe, scarsi in Asia e Nord Africa, quasi del tutto assenti in Africa sub sahariana e Oceania. Laddove si può conoscere la cultura italiana per via diretta, l’Italia è presente in massa. Laddove la si conosce poco o per nulla, l’Italia manca. Con la regola di bilancio per cui si apre un Istituto se si chiude un altro, o gli Istituti si “cannibalizzano” fra loro o la nostra assenza dai nuovi mercati è destinata a durare. Nella primavera 2005 si tenne la conferenza dei direttori IIC, ultimo significativo atto del Segretario Generale dell’epoca, che la volle per dare una rinfrescata agli Istituti e per traslato alla politica estera culturale. Furono invitati i grandi nomi dell’accademia, del giornalismo, della politica, del gusto. Molti temi furono trattati, compreso quelli delle culture materiali, dell’architettura, del disegno. Si concordò la proiezione coordinata del “sistema Italia”. Si auspicò la razionalizzazione dei grandi eventi e la promozione dinamica dell’italiano non solo come lingua di cultura ma come lingua viva degli scambi internazionali. Si accennò alla collaborazione fra pubblico e privato. Insomma, si cercò di delineare un codice di comportamento. A distanza di circa un anno non si sa cosa ne sia. Finite le assise, la Farnesina ha ripreso la politica di sempre: senza un disegno, neanche quello volontaristico della conferenza. Alcune indicazioni della conferenza vanno ora riprese, altre vanno sottoposte a vaglio critico. Di sicuro non ci si fermare alla gestione della routine. L’alternativa è secca: o si pone mano alla riforma del sistema partendo dalla buona amministrazione dell’esistente o la diplomazia culturale deperisce fino a sparire. Eppure il mondo continua a chiedere cultura italiana come articolazione della cultura europea.

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Di Il Cosmopolita il 07/03/2006 alle 00:00 | Non ci sono commenti

04/07/2005

L' Area dei Provvedimenti Calibrati

In un editoriale di qualche mese fa veniva evidenziata – nell'ambito di una analisi della Legge Finanziaria - la posizione di marginalità e irrilevanza cui sembra essere avviato il MAE, in netto contrasto con le aspirazioni ad un ruolo di centralità cui aveva dato luogo il grande progetto di riforma. Si tratta di un processo che coinvolge pesantemente anche il settore della Promozione Culturale cui la riforma, e una folta massa di magniloquenti dichiarazioni, sembrava avessero assegnato una funzione cruciale nell'ambito della politica estera italiana, definita ad effetto diplomazia culturale, facendone la chiave di volta della proiezione all'estero del 'Sistema Italia'. La realtà è un'altra. Anzi, sono due. Una è quella che si svolge sotto i riflettori e si regge su trionfalismi e personalismi di varia natura, passerelle di illustri personaggi e pubblicazioni patinate, mostre d'arte faraoniche e costose come cattedrali nel deserto. Un gioco di specchi in cui ciò che conta è ciò che appare, l'opera di un abile illusionista. Se ne è avuto un saggio di recente, con una Conferenza dei Direttori degli Istituti Italiani di Cultura trasformata da strumento di lavoro ad assise celebrativa. Poi c'è la realtà di tutti i giorni.. Che è fatta di risorse finanziarie insufficienti – eppure in certi casi, ma solo in certi casi, magicamente inesauribili; di decisioni assunte quasi giorno per giorno; di assenza di collegamenti organici non solo con istituzioni esterne, ma anche con altri settori del MAE, quali ad esempio le Direzioni Geografiche. Una realtà in cui non solo non è ancora stata avviata una riflessione approfondita sulla distribuzione geografica degli IIC, per molti versi inadeguata rispetto alle profonde modificazioni geopolitiche avvenute e in corso, ma è anche di là da venire l'applicazione di strumenti oggettivi di verifica dell'efficacia dell'attività svolta. Una realtà infine, ed entriamo in un ambito più propriamente sindacale, in cui la gestione del personale è caratterizzata da improvvisazione e discrezionalità.Per quanto riguarda l'improvvisazione, un solo esempio, significativo: nell'ottobre 2003 entrano in servizio ventotto addetti, assunti con un concorso pubblico mutuato dal concorso diplomatico e indetto allo scopo di far fronte ad una dichiarata carenza di personale con specifico profilo professionale. Richiesta la conoscenza di almeno due lingue straniere, laurea, ovviamente, e una approfondita preparazione in tutti i settori della cultura italiana contemporanea. Abbastanza stranamente, nel programma d'esame non esiste alcun riferimento alla storia classica e antica della cultura italiana, ma non è questo il punto. Il punto è, invece, che buona parte dei nuovi assunti, come del resto colleghi più anziani in ruolo, è oggi utilizzata per svolgere mansioni di carattere prettamente amministrativo, che non forniscono una preparazione adeguata alle funzioni che dovranno essere svolte all'estero e che certo non sono corrispondenti alle qualifiche di cui sembrava esserci così impellente necessità . E veniamo al potere di discrezionalità di cui gode l'Amministrazione e che nell'Area della Promozione Culturale sembra essersi avviato, in special modo da un anno a questa parte, ad un utilizzo a tutto campo. Basti pensare alle procedure di trasferimento che, regolate da uno specifico accordo, non dovrebbero in teoria lasciare ampio margine alla discrezionalità, eppure... Sedi assegnate senza essere messe in pubblicità, profili professionali confezionati e interpretati ad personam, applicazione di criteri soggettivi nella scelta dei posti da coprire o da lasciare vacanti, decreti motivati che dovrebbero rappresentare una eccezione e che si avviano invece a diventare consuetudine. Qui e là sulla carta geografica: Vienna, Amsterdam, Buenos Aires... La materia è ampia, per cui possiamo prendere in considerazione, schematicamente, solo un argomento: esperti e 'chiara fama'. Contrariamente a quanto viene talvolta affermato, è un argomento che tocca da vicino anche la gestione del personale di ruolo. Per quanto riguarda i 'chiara fama' il discorso è breve, se si considera che la scelta delle 'persone di prestigio culturale ed elevata competenza anche in relazione alla organizzazione della promozione culturale' – prevista dall'art.14 comma 6 della L.401/90 – è, o meglio è diventata, di natura squisitamente politica. Ci sarebbe molto da osservare a questo proposito ma c'è una domanda che va posta prioritariamentee e che non riguarda tanto il come ma il quanto: perché il numero dei 'chiara fama' continua a rimanere invariato pur in presenza di un provvedimento che impone una riduzione del 20% del personale di carriera, nell'ambito degli interventi volti al contenimento della spesa pubblica? Diverso è il discorso per quanto riguarda gli esperti, figura 'professionale' quanto mai variegatala che comprende esperti scientifici – indispensabili in una Amministrazione che non prevede questo profilo per il personale di carriera – ed esperti culturali. Alla categoria degli esperti fa riferimento l'articolo 16 della legge 401/90, che al comma 1 recita:' Per le esigenze degli Istituti e dei servizi della Direzione Generale, compreso..., il Ministero può avvalersi in posizione di comando o fuori ruolo, di personale dipendente da altre Amministrazioni dello Stato, da università e da enti pubblici non economici, che sia in possesso di specifiche qualifiche e titoli rispondenti alle finalità della presente legge, in numero non superiore a cinque per il servizio al Ministero e dieci per il servizio all'estero' e al comma 2 'Al personale di cui al comma 1 da destinare all'estero si applicano le procedure e il trattamento economico di cui all'art. 168 del DPR 5 gennaio 1967 n.17'. Il che significa equiparazione a Primo Segretario o Primo Consigliere. Un trattamento economico di così larga misura superiore a quello previsto per il personale di carriera dovrebbe, ovviamente, corrispondere a caratteristiche di competenza tali da poterlo giustificare. Di fatto, i profili professionali di queste figure da qualche tempo a questa parte non risultano più verificabili. Così come non può essere sottoposta a verifica l'effettiva necessità delle assegnazioni effettuate, che in alcuni casi appaiono pienamente ingiustificate. Esemplare il caso di Tunisi, dove si è assistito alla soppressione di un posto di esperto scientifico, con corrispondente invio di una esperta culturale. Le specifiche qualifiche non sono note. Anche il citato articolo 168 DPR 17/1967 rappresenta, nel ricco universo della promozione culturale, un buon corridoio per l'assegnazione all'estero di esperti particolarmente...qualificati. Basti pensare, per limitarsi ad un solo esempio, che sulla base di questo articolo è in servizio a Zagabria un esperto linguistico per la diffusione della lingua italiana. Ma gli addetti di ruolo (5/6000 euro contro 11.000 o più) possiedono la qualifica di diffusore linguistico: come si spiega questa scelta, in tempi di pretesa austerità? Non sarebbe forse opportuno ricordare che l'art.168, il quale prevede l'invio di esperti presso Ambasciate e Consolati 'qualora non si possa sopperire con funzionari diplomatici' , risale al 1967, ad un'epoca cioè in cui di fatto non esisteva l'Area della Promozione Culturale, perlomeno non con le caratteristiche attuali?. E se è pur vero che non sono attualmente previsti posti in organico per addetti alla Promozione Culturale presso le Ambasciate e i Consolati – posti che avrebbero dovuto essere istituiti con la prevista riforma della L.401/90 il cui iter è stato bloccato – non potrebbe l'Amministrazione in caso di necessità prevedere in prima istanza l'utilizzo in missione di addetti di ruolo, ricorrendo agli esperti solo nel caso in cui fosse impossibile reperire tra il personale di ruolo le competenze richieste e assicurandosi così, oltre ad un risparmio, anche di poter contare su continuità e professionalità? Sono anche queste, seppur minime, scelte che contribuiscono a definire il ruolo che si vuole realmente assegnare alla Promozione Culturale, che non si può ridurre ad agenzia di viaggi per poeti improvvisati, artisti emergenti, amici e conoscenti.

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Di Il Cosmopolita il 04/07/2005 alle 00:00 | Non ci sono commenti

09/07/2004

Mala tempora

Senz'altro tempi non buoni per la cultura al Ministero degli Esteri. A dire il vero non c'è mai stato niente di che essere allegri: la cultura non fa parte del bagaglio diplomatico italiano, né prima né ora. Ma quando si passa il livello di guardia, come pare sia adesso il caso, non resta che cercare di capire se qualcuno, di fronte a certi fatti, abbia un pur piccolo sussulto di sdegnata reazione. Come è accaduto a Gioacchino Lanza Tomasi, direttore artistico del teatro San Carlo di Napoli, che circa un anno fa non è più voluto tornare a sedere al tavolo della Commissione Nazionale per la Promozione della Cultura Italiana nel Mondo un organismo con funzioni d'indirizzo e di stimolo per l'attività della competente Direzione Generale presieduto attualmente da Mario Baccini, uno dei quattro sottosegretari impegnati a sostenere Franco Frattini nell'improbo compito di gestire la politica estera dell'Italia. La Commissione nacque ai tempi di Gianni De Michelis, Ministro degli Esteri negli ultimi anni della Prima Repubblica, a lui si deve l'idea del ruolo dei direttori degli Istituti di Cultura di chiara fama: personalità del mondo della cultura, delle arti, delle lettere non necessariamente appartenenti a pubbliche istituzioni, proposti dal Ministro e sanzionati dalla Commissione. L'idea ovviava alle difficoltà infinite di trovare per i nostri principali Istituti dei direttori veramente rappresentativi e all'altezza del compito non facile di promuovere e tenere alto il nostro prestigio culturale con iniziative di elevato profilo. All'inizio, con poche eccezioni, le cose andarono bene: i 'chiara fama', noti ed apprezzati per le loro qualità intellettuali e culturali, non mancavano. Vennero scelti personaggi di spicco; alcune nomine, poche a dire il vero, suscitarono reazioni divertite. E le cose sono continuate sostanzialmente su un piano di dignità e di rappresentatività della nostra cultura più che accettabili. La reazione di Lanza Tomasi è restata unica, però. Nessuno ha fatto eco alla sua protesta per la nomina di tale Angela Carpifave, modesta slavista, ignota negli ambienti scientifici qualificati italiani ma ben conosciuta dalle autorità russe che hanno digerito con pochissimo entusiasmo la sua nomina facendo allusioni non velate a certe operazioni poco chiare da lei realizzate in passato nella sua veste, del tutto privata, di presidente di una fondazione di studi e cultura russi. Ma è bastato poco tempo di permanenza a Mosca alla Carpifave, dotata a quanto pare di un carattere piuttosto dispotico, per rinverdire gli allori della sua fondazione e mettersi nei guai con tutti: in primis con l'Ambasciatore, quindi con tutti i collaboratori dell'Istituto che hanno inscenato manifestazioni di protesta per chiederne il rientro. Né sono bastate le telefonate frequenti che la signora fa allo stesso Ministro Frattini per raddrizzare una situazione compromessa e che rischia di nuocere ai rapporti italo¬russi almeno in campo culturale. Perdippiù la Carpifave è un assenteista di prima forza: tanto vale, allora, commentano disperati a Mosca, rendere tale assenza permanente. Ma la terribile direttrice di Mosca non è un’ avis rara: assieme a lei sono entrati tramite l'ampia porta della Commissione Nazionale presieduta da Mario Baccini, tanti cari amici degli amici. Per primo un tale Scimia, nominato a dirigere l'Istituto di Cultura di Madrid, profondamente a disagio con qualsiasi manifestazione della cultura, sia essa scritta, parlata o si manifesti tramite delle note musicali o del bel canto. Niente di niente. In compenso ama profondamente la Spagna dopo avervi soggiornato in qualità di funzionario di medio livello di una società telefonica. Ma non pare che questo sentimento basti a giustificarne la nomina se lo stesso Baccini, suo amico per la pelle, stia cercando un modo (che non trova) per por termine alla sua sventurata missione nella capitale spagnola, città che sempre più sviluppa ed accresce la propria vita artistica e culturale con musei nuovi, grandi manifestazioni, mostre, iniziative di ogni genere. Insomma, proprio l’uomo giusto al posto giusto. Simpatico, di gradevole presenza, con buone maniere ed una conoscenza più che discreta della lingua inglese Claudio Angeliní parrebbe essere agli antipodi del semplice Scimia e degno di reggere un altro grande nostro istituto, quello di New York. Ma qui i problemi sono ancora più ardui complessi che a Madrid. Di fronte a grandi centri d'informazione e d’irradiazione culturale di molti paesi europei di pari dimensione ed importanza dell'Italia che lavorano a New York su di una vera scala continentale che tiene appunto conto delle dimensioni statunitensi e della difficoltà di trovare spazio per la diffusione delle rispettive culture, l'Istituto italiano di Park Avenue sembra non aver neppure avvertito il passare del tempo. La sua proiezione era e rimane modestissima. Siamo ancora alla presentazione di personaggi e scrittori segnalati da Roma, d'iniziative di scarso seguito quando non chiaramente provinciali. Insomma, un'Italia dal profilo basso si presenta sul palcoscenico di New York con una veste più che dimessa, casereccia, incerta tra il profilo nazional popolare delle parate per il Columbus Day, e la presentazione di poeti regionali che esaltano la ricchezza e la forza dei rispettivi dialetti dalla deliziosa sede dell'Istituto peraltro non troppo frequentata neppure da Claudio Angelini che mantiene la presidenza della Rai Corporation e non disdegna l'attività giornalista e di corrispondente a beneficio del pubblico italiano. Insomma, un altro personaggio sicuramente eccessivamente ricompensato per le sue passate attività di moderatore in simposi, tavole rotonde, conferenze organizzate dal vulcanico, simpatico Mario Baccini. Pialuisa Bianco, Renato Cristin, Giorgio Ferrara, tale Di Lella sono nomi che dicono poco e che non brillano nel firmamento appannato della nostra cultura d'inizio secolo. Hanno in comune l'appartenenza a scuderie partitiche e l'incarico di Direttori di Cultura; rispettivamente a Bruxelles, Berlino, Parigi e Los Angeles. Di chiara fama non ci pare si possa parlare. Giorgio Ferrara, fratello del direttore de Il Foglio, naviga prudente nelle insidiose acque culturali di Parigi e si dedica a rivisitazioni barocche con l'aiuto della moglie, Adriana Asti, punto di forza delle serate al nostro Istituto. Los Angeles è rimasta per un paio d'anni vacante sino a quando non è stato individuato il dottor Di Lella. Il suo predecessore in pectore, ottenuta la nomina, non aveva mai raggiunto la sede californiana da dove avrebbe dovuto fungere d'antenna per la nostra industria musicale e cinematografica (dì questo signore, milanese amico di Caterina Caselli, si è perso anche il nome). Ma la 'politica' culturale del Ministero degli Affari Esteri ha rischiato di naufragare nel ridicolo più completo, prevedibilmente, ancor prima delle nomine di 'chiara fama”, durante il famigerato interinato berlusconiano. Allorché tra gli amici degli amici emerse la simpatica figura, così hollywoodiana, così “'mericana”, di Tony Renis. Presto fatto, al Tony occorre dargli un incarico e quale migliore se non quello di ambasciatore di cultura. E così parte una bella lettera a firma del Presidente del Consiglio, allora anche Ministro degli Esteri, indirizzata a Renis che lo proclama appunto ambasciatore della nostra cultura musicale. Ma persino Renis è dotato di una certa dose di senso del ridicolo: non risulta che abbia mai esibito la lettera del suo amico né che si sia scaldato troppo all'ipotesi di un suo incarico a Los Angeles come Direttore di quell'Istituto culturale, onore propostogli dagli imbarazzati funzionari del Ministero su indicazione del premier. Renis ha avuto ragione; con il tempo per lui è maturato un incarico più consono, meglio remunerato e divertente: quello dì direttore artistico del Festival di San Remo. Piero Schiavazzi è una storia a sé. Ci riporta al simpatico Mario Bacciní che concepisce, assieme a questo giornalista della televisione vaticana, una complessa Iniziativa, definita di alta cultura, che dovrebbe esaltare il ruolo dei Papa come 'veicolatore augusto' e promotore della lingua italiana. Vengono mobilitati decine d'istituti di Cultura, Ambasciate Nunziature Apostoliche, tipografie, cantanti, artisti sommi, da Cracovia agli Stati Uniti. E' un tripudio di cui non si capiscono scopo e ragioni. Se non quelle del democristianissimo Bacciní che incassa ringraziamenti, riconoscimenti e si propone come grande portavoce anche politico della Segreteria di Stato. Per le esauste casse degli Esteri l'operazione innestata dal dinamicissimo Schiavazzi è un colpo durissimo. Schíavazzi vuole ed ottiene soltanto il meglio, per sé e per il suo progetto di cui resteranno presto null'altro che un mucchi di bei programmi patinati e tante poesiole, invocazioni, appelli: un bel regalo, veramente, per il venticinquennale del Papa. Ma che c'entrava quest'iniziativa, che sa tanto di Restaurazione, con gli Esteri?

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Di Il Cosmopolita il 09/07/2004 alle 00:00 | Non ci sono commenti

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