Archivio

settembre 2017 luglio 2017 maggio 2017 marzo 2017 dicembre 2016 ottobre 2016 luglio 2016 maggio 2016 febbraio 2016 gennaio 2016 dicembre 2015 novembre 2015 ottobre 2015 settembre 2015 luglio 2015 aprile 2015 marzo 2015 febbraio 2015 gennaio 2015 dicembre 2014 novembre 2014 ottobre 2014 settembre 2014 agosto 2014 luglio 2014 giugno 2014 aprile 2014 marzo 2014 febbraio 2014 gennaio 2014 dicembre 2013 novembre 2013 ottobre 2013 settembre 2013 agosto 2013 luglio 2013 giugno 2013 maggio 2013 aprile 2013 marzo 2013 febbraio 2013 gennaio 2013 dicembre 2012 novembre 2012 ottobre 2012 settembre 2012 agosto 2012 luglio 2012 giugno 2012 maggio 2012 aprile 2012 marzo 2012 febbraio 2012 gennaio 2012 dicembre 2011 novembre 2011 ottobre 2011 settembre 2011 agosto 2011 giugno 2011 maggio 2011 aprile 2011 marzo 2011 febbraio 2011 gennaio 2011 dicembre 2010 novembre 2010 ottobre 2010 settembre 2010 luglio 2010 giugno 2010 maggio 2010 aprile 2010 marzo 2010 febbraio 2010 gennaio 2010 dicembre 2009 novembre 2009 settembre 2009 luglio 2009 aprile 2009 marzo 2009 febbraio 2009 gennaio 2009 dicembre 2008 novembre 2008 ottobre 2008 settembre 2008 agosto 2008 luglio 2008 giugno 2008 maggio 2008 aprile 2008 marzo 2008 febbraio 2008 gennaio 2008 dicembre 2007 novembre 2007 ottobre 2007 luglio 2007 giugno 2007 maggio 2007 marzo 2007 gennaio 2007 dicembre 2006 novembre 2006 ottobre 2006 settembre 2006 luglio 2006 giugno 2006 maggio 2006 aprile 2006 marzo 2006 febbraio 2006 gennaio 2006 dicembre 2005 novembre 2005 ottobre 2005 settembre 2005 agosto 2005 luglio 2005 giugno 2005 maggio 2005 aprile 2005 marzo 2005 febbraio 2005 gennaio 2005 dicembre 2004 novembre 2004 ottobre 2004 settembre 2004 agosto 2004 luglio 2004 giugno 2004 maggio 2004 aprile 2004 marzo 2004 febbraio 2004 gennaio 2004 dicembre 2003

Post in Sindacale

19/06/2014

Attorno alla riforma dell’ISE

Si dice che la riforma dell’ISE, nel segno della chiarezza e della trasparenza, sia dovuta alla pressione dell’opinione pubblica che invoca appunto chiarezza e trasparenza nella retribuzione degli ambasciatori. Ora, che l’opinione pubblica nutra particolare interesse riguardo ad un corpo minuscolo come quello dei diplomatici o meglio dei dipendenti MAE all’estero, è tutto da dimostrare. La solita campagna stampa ha additato al pubblico ludibrio le ostentate ricchezze degli ambasciatori, le decine di migliaia di euro dei loro “stipendi” a Tokyo e Washington. Il pubblico ludibrio li ha visti tutti, ambasciatori in quelle sedi e altrove, come scialacquatori del pubblico denaro, mentre i coscienziosi dirigenti delle imprese pubbliche si accontentavano, o dichiaravano di accontentarsi, di 250.000 Euro all’anno. Vuoi mettere uno che dirige un’impresa quotata in borsa con uno che dirige l’ambasciata a vattelappesca. Ben venga il salary cap, come elegantemente si diceva una volta, anche per gli ambasciatori. Ben venga dunque la riforma dell’ISE. La reazione ovvia alla voglia di riforma, in un paese che si riscopre europeista, sarebbe di omologarsi al sistema in vigore a Bruxelles, nel SEAE. E invece no, il sistema SEAE sarebbe persino più costoso dell’attuale italiano, bisogna operare d’immaginazione. L’immaginazione produce il taglio generalizzato del 50%, punto in più o punto in meno, rispetto al regime attuale. Il taglio sarebbe in parte compensato dall’aumento di altre voci, ad esempio dello stipendio metropolitano, ma sempre taglio sarebbe. Dunque la riforma dell’ISE significa taglio dell’ISE, con la perequazione verso l’alto delle indennità basse e la perequazione verso il basso delle indennità alte. Una riforma “socialista”: si dà secondo le necessità dell’individuo e non in base al merito o alla posizione gerarchica. Un punto di equità sociale che certamente Il cosmopolita non contesta perché tutti hanno i figli che vanno a scuola, tutti hanno le spese sanitarie, eccetera. Scomparirebbe infine l’indennità di rappresentanza, il mostro che fa gridare allo scandalo perché oggetto di autocertificazione e dunque di possibili maneggi. Le spese di rappresentanza – perché il diplomatico all’estero deve continuare a ricevere “Italian style” – sarebbero rimpiazzate da un fondo di sede ad hoc. Anche questa è una misura nel segno della chiarezza. Bisognerebbe però chiarire cosa succede quando il fondo ad hoc si esaurisce, tanto per dire con la Festa del 2 giugno. Nel secondo semestre dell’anno, il diplomatico cessa di ricevere oppure continua a ricevere a sue spese, a carico dell’ISE nel frattempo dimezzata?

Il gran parlare dell’ISE un primo risultato lo sta già producendo. La rinuncia dei diplomatici a candidarsi ai posti che non siano “glamour” come i soliti New York Washington Bruxelles Parigi Londra. Alcune sedi difficili rischiano di restare scoperte a lungo se vengono meno due aspettative fondamentali: quella di un’ISE talmente congrua da fare superare il disagio di adattarsi a situazioni difficili se non estreme; quella di una successiva assegnazione “glamour” e comunque di uno scatto di carriera. La psiche del diplomatico è relativamente semplice, rammenta senza offesa quella di Catalano nella vecchia trasmissione di Renzo Arbore. Meglio andare in un posto “in” dove magari si guadagna poco ma si fa carriera e si vive bene? Oppure andare in un posto duro dove pure si guadagna poco e si fa poca carriera?

A monte della riforma dell’ISE – lo scrivono alcuni diplomatici nei loro blog – dovrebbe essere la riforma della rete diplomatica e consolare. Ovvero una riflessione collettiva sulla nostra politica estera e sull’esigenza di coprire certe aree e certe materie in priorità. Se un certo posto è di suprema importanza, si deve incentivare in ogni modo la sua copertura, anche aumentando e non riducendo l’ISE. Altrimenti lasciamo le sedi problematiche al gioco della domanda e dell’offerta e ci ritroviamo con nessuna domanda, ad esempio, per Abuja ed una pletora di aspirazioni per New York Bruxelles eccetera. Qui il discorso stinge in politica e perciò avrebbe bisogno di un confronto che vada al di là di quello, pur corretto e doveroso, con le organizzazioni sindacali. Un discorso che dovrebbe investire anche l’opinione pubblica. Signore e Signori della stampa, è vero che gli ambasciatori in alcune sedi ricevono un assegno eccessivo, è pure vero che se non teniamo alto l’assegno in certe altre sedi, queste rimangono scoperte. La loro mancata copertura può recare danno agli interessi del paese. Sempre che naturalmente siamo convinti che il paese abbia bisogno di perseguire gli interessi con un servizio diplomatico pubblico.

TAG ise

ARCHIVIATO IN Sindacale

Di Il Cosmopolita il 19/06/2014 alle 17:54 | Non ci sono commenti

24/09/2010

PEC: la pubblica amministrazione nell’era informatica

PEC (Posta Elettronica Certificata): è la novità della publica amministrazione fiore all’occhiello del Ministro Brunetta. Basta con l’utilizzo della posta: gli uffici dell’amministrazione centrale e periferica (leggi anche rete diplomatico-consolare) si modernizzano e comunicano fra di loro solo in rete con risparmio di risorse (spese postali)e assicurando l’erogazione di servizi in tempi reali. Questo è il principio ispiratore ed è ovviamente del tutto condivisibile, ma veniamo alla pratica. La burocrazia con il suo pesante fardello di normative e di prassi centenarie nel procedere verso il nuovo e abbandonare i vecchi modelli ha comunque bisogno di certezze assolute. Non basta cioè inviare per posta elettronica un documento da un ufficio all’altro, occorre che chi riceve il documento informatico e lo deve poi trattare (ad esempio un comune che deve trascrive un atto di nascita formato all’estero) non avendo più a disposizione l’originale, abbia la certezza che si tratti di un atto “conforme” all’originale e che provenga da chi è abilitato all’invio . Da qui l’esigenza che la comunicazione e lo scambio all’interno della pubblica amministrazione avvenga tramite caselle postali certificate (una per ogni ente ) e con una procedura che appare alquanto faragginosa e complessa.

L’operatore è tenuto quindi ad espletare numerosi passaggi: 1) formare il documento da inviare e la relativa dichiarazione di conformità all’originale 2)stampare il documento e gli allegati 3) scannerizzare il documento e gli allegati (gli attuali programmi in uso nei Consolati non consentano un invio automatico allo scanner 4) inserire il tesserino individuale la cosiddetta“Carta Nazionale dei servizi” (con codice di accesso che bisogna fornire ogni volta che si procede) per firmare digitalmente il file e trasformarlo in PDF 5) cercare l’indirizzo PEC del destinatario tramite il sito deputato, www.indicepa.gov.it, dove a tutt’oggi mancano gli indirizzi di moltissimi Comuni, Prefetture e persino di Uffici fondamentali del Ministero dell’Interno (come quello della Divisione Cittadinanza) – a volte una ricerca su google dà maggiori risultati -. 6) inviare il messaggio, con allegato il documento tramite una casella di posta individuale dell’operatore o dell’Ufficio, alla postazione (normalmente l’archivio) deputata ad utilizzare la PEC ( unica per ogni Ufficio diplomatico-consolare). A questo punto finalmente la procedura è conclusa e il documento fornito di certificazione di conformità e di firma digitale viene spedito via PEC all’Uffcio destinatario. A volte (spesso) torna indietro perché il destinatario non è in grado di aprirlo o perché in realtà la sua casella PEC non è ancora in funzione. Ci si può chiedere: sono veramente necessari tutti questi passaggi? Non è immaginabile una procedura più agile?

Il risultato dell’introduzione della famosa PEC è che la produttività dell’operatore (numero dei casi trattati) si è improvvisamente e notevolmente ridotta. I tempi di trattazione di una pratica tipo come quella dell’invio di un atto di stato civile per la trascrizione in Italia sono quanto meno triplicati. Quindi se da una parte si verifica una velocizzazione del servizio per ulcuni utenti (i fortunati) dall’altra aumentano gli utenti la cui richiesta rimane a lungo insoddisfatta. La PEC viene anche utilizzata nell’ambito della procedura per il rilascio dei passaporti per acquisire il nulla osta della Questura competente. Al riguardo c’è da sottolineare che la necessità di ottenere il nulla osta della Questura anche nel caso dei connazionali residenti nelle circoscrizioni consolari è un’altra delle novità più recenti ed è dovuta al diniego da parte del Ministero dell’Interno di consentire (come precedentemente avveniva) l’accesso alle informazioni contenute nel Bollettino delle Ricerche da parte di amministrazioni diverse dalla propria. Tale “novità” in pieno periodo estivo (le disposizioni risalgono a maggio) e con la contemporanea introduzione del passaporto con le impronte digitali, ha comportato un notevole aggravio di lavoro per i Consolati e un allungamento significativo dei tempi di rilascio dei passaporti.

Non tutte le Questure sono dotate di PEC e anche nei casi in cui è possibile reperire un indirizzo PEC è necessario verificarne l’effettiva attivazione . Spesso poi la conferma di consegna della PEC lungi dall’avvenire in tempi “elettronici” può richiedere anche diversi giorni. Di conseguenza il passaporto non può più essere rilasciato a vista ma occorre una trattazione in due fasi: il momento della trattazione della richiesta per l’acquisizione del nulla osta e quello della convocazione del richiedente per la presa delle impronte e il rilascio del passaporto. Come è facile immaginare le pratiche in attesa si moltiplicano e anche le lamentele dei connazionali. Tutte queste belle novità, a fronte di attrezzature informatiche spesso obsolete e di una costante diminuzione dei fondi, si traducono, in particolare nei grossi Consolati (sempre più elefantiaci a causa della discutibile politica dell’Amministrazione di chiusura dei Consolati più piccoli), in un notevole aumento dei carichi di lavoro, già recentemente incrementati dal rilascio delle carte d’identità, per il personale in servizio in progressiva riduzione. E’ indubbio che le procedure più sono innovative più hanno bisogno per la loro applicazione e sperimentazione di un numero adeguato (superiore a quello precedentemente impiegato) di personale debitamente formato altrimenti nella pratica le innovazioni possono diventare nefaste sia per l’operatore che per l’utente.

ARCHIVIATO IN Sindacale

Di Il Cosmopolita il 24/09/2010 alle 00:00 | Non ci sono commenti

11/02/2009

Imposizioni decisioniste o regole condivise?

Mentre il mondo intero riscopre le virtù dell’intervento pubblico in economia, della coesione e della giustizia sociale e di una seria politica dei redditi come risposta alla crisi economica globale, il Governo Berlusconi è impegnato in un attacco senza precedenti alle condizioni lavorative del Pubblico impiego, abilmente preceduto ed alimentato dalla populistica e velleitaria campagna di marketing contro i fannulloni. Poco importa se non si riesce a dare risposte adeguate al problema degli, ammortizzatori sociali, se non si avvia un vero piano di sostegno ai consumi, se non si ha uno straccio di politica industriale, se non si ridistribuiscono le risorse fiscali a favore dei pensionati e dei lavoratori a reddito fisso (a parte la tanto pubblicizzata “social card” che poteva quanto meno essere fatta in una maniera non umiliante). L’importante è chiudere i contratti, mostrando “decisionismo” e non soluzioni condivise, cercando anzi di approfittare proprio della crisi per assestare un colpo possibilmente mortale al potere contrattuale, all’unità sindacale ed alle RSU.

La verità è che il Governo punta esclusivamente a ridimensionare lo stato sociale (in perfetta coerenza con i contenuti del Libro verde di Sacconi del luglio 2008) e allo stesso tempo recuperare risorse da destinare ancora una volta al sostegno della finanza e dell’impresa. Il blocco delle assunzioni e il conseguente licenziamento di migliaia di precari, i provvedimenti della Gelmini su scuola università, ricerca e Afam, l’emanazione dei primi regolamenti attuativi relativi alla scuola, la legge 133/2008 che toglie diritti ai lavoratori e taglia drasticamente le risorse in tutti i comparti della conoscenza, la firma separata dell’Accordo quadro per il rinnovo del contratto del Pubblico impiego e gli accordi separati dei contratti nazionali dei ministeri, agenzie fiscali, enti pubblici non economici, sanità privata, scuola e università e per ultima l’intesa sulle nuove regole contrattuali, senza la firma della CGIL, che sancisce l’indebolimento del contratto nazionale, la riduzione delle retribuzioni e il drastico ridimensionamento del potere contrattuale del sindacato e delle RSU, evidenziano il tentativo di mortificare la funzione e la dignità dei dipendenti pubblici per poter privatizzare i beni comuni. Il via libera definitivo al contratto dei ministeri e della scuola, per il biennio economico 2008-2009 è arrivato lo scorso 23 gennaio con la stipula, dopo il parere favorevole del governo e della Corte dei Conti, avvenuta all'Aran di un accordo “sperimentale” per i prossimi quattro anni, e che racchiude in 19 punti le nuove regole della contrattazione collettiva, che sostituiscono l'accordo siglato nel 1993 dal governo presieduto allora da Carlo Azeglio Ciampi.

Le maggiori innovazioni prevedono che il contratto collettivo nazionale di lavoro di categoria avrà durata triennale, tanto per la parte economica che per quella normativa. Per quanto riguarda la dinamica degli effetti economici sugli aumenti salariali, si stabilisce di individuare un indicatore della crescita dei prezzi al consumo assumendo (in sostituzione del tasso di inflazione programmata) un nuovo indice previsionale costruito su base europea. Il più grande sindacato italiano è clamorosamente rimasto fuori da quella che è nei fatti la nuova costituzione per le relazioni sindacali. Una situazione che non ha precedenti e che - come sostiene Guglielmo Epifani - è molto più grave delle rotture dell'84 sulla scala mobile e del 2001 sul “patto per l' Italia'. Va infatti ricordato che la CISL e la UIL, nel mese di maggio del 2008, avevano sottoscritto con la CGIL un accordo che prevedeva di sottoporre a referendum i contratti del pubblico impiego, prevedendo il coinvolgimento dei lavoratori, perché sono sempre stati i lavoratori ad approvare le piattaforme e perché sarebbe grave l’abbandono del carattere vincolante di un fondamentale strumento di democrazia. In mancanza di un esplicito sostegno dei lavoratori, la CGIL ha quindi deciso di non firmare un accordo che prevede:
- stanziamenti per il rinnovo del CCNL del 2008 che equivalgono a 40 euro medi per i lavoratori statali (nei due precedenti bienni, con una inflazione che era la metà dell’attuale si ottennero aumenti medi di 101 e 105 euro) non garantendo il potere di acquisto delle retribuzioni (3,2% per due anni, a fronte di un’inflazione reale che, per il solo 2008, si è attestata al 3,3%);
- 8 euro mensili di vacanza contrattuale per il 2008 senza alcun recupero del salario accessorio (FUA) tolto dal governo a partire dal 2009 (da 80 a 250 euro in meno per tutti i lavoratori dei comparti pubblici);
- la condanna al licenziamento di 57.000 precari;
- nessuna modifica delle norme contenute nella legge 133 (Brunetta-Tremonti) sul pubblico impiego che di fatto riducono il diritto alla contrattazione nei settori pubblici e la facoltà di indire scioperi da parte delle organizzazioni sindacali;
- una implicita rinuncia al contratto per il biennio 2010/2011, prevedendo sola la vacanza contrattuale.

Ma c'è di più: l’accordo contiene un'idea di derogabilità del contratto nazionale tutta in negativo e un'interpretazione del diritto di sciopero gravemente lesiva del dettato costituzionale, perché si fa stabilire alle parti sociali chi ha diritto a proclamare lo sciopero e chi no. Il futuro stesso dei servizi viene messo in discussione dalle politiche dei tagli del governo, non solo da un punto di vista finanziario e gestionale ma anche e soprattutto da una filosofia improntata allo smantellamento delle strutture, non compensato da alcun progetto concreto di rilancio, di ammodernamento e di maggiore efficienza. La Funzione Pubblica della CGIL ha proclamato, unitamente alla Federazione metalmeccanici, uno sciopero per il 13 febbraio, per denunciare questa grave prospettiva ed evidenziare che le scelte economiche del governo non danno le garanzie che servono ai lavoratori per fronteggiare la crisi. Appare del tutto incomprensibile, oltre che molto preoccupante, il comportamento di Cisl e Uil, visto che i due sindacati hanno accolto un accordo identico a quello che avevano già rifiutato mesi fa e contro il quale avevano organizzato iniziative di sciopero e protesta. Non c'è alcuna ragione per comprendere, né tantomeno condividere tale scelta, a meno che non sia legata al tentativo di isolare la Cgil rendendo il governo più forte e legittimato.

Il ministro del Welfare Maurizio Sacconi, in relazione alle motivazioni del no della CGIL ha dichiarato: “L’ultima volta che la Cgil e il partito comunista dissero che volevano una politica industriale era la fine degli anni ’70 quando avevano un’influenza ed imposero una linea che voleva la sparizione del sistema moda, dell’arredo, di tutti quei settori che definivano allora maturi e che poi in realtà erano e sono ancora grande motivo di crescita dell’economia”. Per Sacconi, il fatto che sia stato rinnovato il contratto del pubblico impiego senza la Cgil, “conferma un’antistorica posizione” del sindacato di Corso Italia “ancorata ad un vecchio approccio ideologico che si isola dalle altre organizzazioni sindacali e da larga parte dei lavoratori”. Le dichiarazioni dei leaders degli altri due principali Sindacati non appaiono molto distanti da quelle del Governo: Luigi Angeletti prospetta un futuro fosco per la CGIL richiamando analogie con la storia della Cgt francese: “Un sindacato forte - ha detto il leader della Uil - finché ha firmato accordi, ma che da quando si è messo solo a manifestare sventolando qualche bandiera è diventato un sindacato assolutamente marginale'. Il segretario generale della Cisl, Raffaele Bonanni, ha invece commentato così la mancata firma della Cgil: “Ognuno di noi vorrebbe di più, ma bisogna saper soppesare le situazioni, il contesto”

ARCHIVIATO IN Sindacale

Di Il Cosmopolita il 11/02/2009 alle 00:00 | Non ci sono commenti

22/02/2008

Piste ciclabili: una strada ecologica per avvicinare la Farnesina alla città

Migliorare le condizioni di lavoro ed intervenire sull’efficienza dei servizi non ci può impedire di parlare della qualità della vita dei pubblici dipendenti (rapporto tra tempo di lavoro e tempo libero) e dell’intreccio con varie problematiche (livello di inquinamento, trasporti, salute, famiglia), Per questo è sempre più necessario affrontare argomenti che finora erano sempre stati considerati al di fuori delle problematiche più prettamente sindacali. Se assistiamo a quanto avviene a Parigi, Copenaghen, Amsterdam, Londra e… Roma, sembra quasi che la Farnesina voglia rendere più visibile lo splendido isolamento dal contesto urbano che la circonda. Un consiglio per tutti: provate a raggiungerla in bicicletta; negli ultimi anni sono stati costruiti vari chilometri di piste ciclabili da Prati, Parioli, Flaminio, Labaro che permettono di rinunciare a rumorosi ed inquinanti mezzi di locomozione con incredibili vantaggi per la puntualità, il risparmio e la salute, ma non è stato mai inventato un sistema per connetterle direttamente con la Farnesina. Provate infatti a raggiungere il nostro palazzo provenienti da ognuna delle direttrici delle piste ciclabili. Sarete costretti a fare faticosi giri per raggiungere il Ministero degli Esteri attraverso piazza Maresciallo Giardino o Piazza di Ponte Milvio, con notevoli pericoli per la vostra sicurezza, mentre sarebbe molto più efficace costruire un’agevole ed economico “svincolo ciclistico” all’altezza dell’incrocio con il Viale del Ministero degli Affari Esteri che incentiverebbe l’utilizzo del mezzo a due ruote con incredibili vantaggi ecologici, culturali,di sicurezza, sanitari ed economici nonché di immagine. Non solo, ma con l’avvio dell’esperimento del “bike sharing” nel centro storico di Roma (a proposito perché nessun centro di noleggio sul percorso della pista in direzione della Farnesina!?), acquista sempre più spazio l’impegno del Comune per la mobilità ciclabile e la tutela dell’ambiente urbano. Sarebbe auspicabile che il Ministero Affari Esteri, per assecondare tale lodevole iniziativa, facesse richiesta di realizzare un breve percorso ciclabile di collegamento di poche centinaia di metri dal Lungotevere. Non solo, ma provasse anche a montare dei parcheggi per le biciclette nelle due entrate laterali!! Un progetto che renderebbe finalmente possibile spostarsi con la bicicletta dentro il perimetro delle Mura Aureliane in direzione della Farnesina. E nel quale sarebbero estremamente vantaggiosi anche i costi, i tempi ed i benefici per la salute degli utenti e dei lavoratori..

ARCHIVIATO IN Sindacale

Di Il Cosmopolita il 22/02/2008 alle 00:00 | Non ci sono commenti

20/12/2007

Elezioni RSU 2007

Ci troviamo a commentare un risultato elettorale davvero lusinghiero: la CGIL è il primo sindacato del Ministero degli Esteri, in base ai voti espressi sia a Roma che all’estero. Questo risultato è ancor più sorprendente se si pensa che il nostro distacco dalla UIL alle ultime elezioni per le Rsu del 2004 era di ben 300 voti!!! Coloro che consideravano la CGIL parte integrante del Governo Prodi e quindi corresponsabile delle sue scelte hanno dovuto ricredersi, i lavoratori hanno riconosciuto l’impegno quotidiano, la serietà e la passione e con il loro voto lo hanno premiato. Bisogna innanzitutto sottolineare che il personale del MAE, pur con le difficoltà di funzionamento delle RSU a Roma e ancor più all’estero (che sarà accentuato a causa degli ultimi consistenti accorpamenti) riconosce nel voto un valore da mantenere. Ha infatti votato oltre il 70% degli aventi diritto. Altro elemento di notevole importanza è il ridimensionamento delle organizzazioni sindacali autonome, compreso il SICIS, sedicenti alla “sinistra” della CGIL. Il voto romano oltre confermare la CGIL Sindacato maggioritario evidenzia alcune belle novità. La candidatura volti nuovi, persone che per la prima volta si affacciavano sul proscenio sindacale è stata un successo: infatti, dove erano presenti queste persone sono state molto votate. Per l’ennesima volta si è confermata la tendenza dei colleghi ad investire sulle persone a premiare i candidati eletti sulla base di un rapporto di fiducia. Quando i colleghi sono chiamati a scegliere lo fanno sulla base di un’affidabilità dei candidati che prescinde dall’iscrizione alle singole sigle sindacali. E non solo, per la prima volta la CGIL è riuscita ad eleggere una Rsu al Cerimoniale e ha ottenuto voti al Servizio Stampa con un candidato arrivato nel CDR da pochi mesi. Importanti affermazioni sia numeriche che di eletti ci sono state nella Segreteria Generale, dove per la prima volta superiamo nettamente la UIL, presso la DGCE e la DGEU. dobbiamo segnalare che il numero dei votanti è diminuito fortemente, come temevamo, anche se non avevamo scelta nella predisposizione delle RSU. Primo dato importante è che siamo riusciti a candidare iscritti nella quasi totalità delle sedi. Per quanto riguarda l’estero l’affermazione della CGIL è ancor più importante se si pensa che a fronte di un forte calo dei votanti (elemento che avrà bisogno di una approfondita riflessione) è riuscita a mantenere inalterati il numero dei voti. Rimane aperta la questione della rappresentanza del personale a contratto locale che non ha mai potuto partecipare al voto in quanto non è destinatario dell’Accordo/quadro in materia, nonostante le numerose richieste avanzate dalla FP CGIL al MAE e presso l’ARAN. Per modificare la situazione è necessario che venga approvata una legge separata perchè al momento l’Accordo Quadro fa riferimento esclusivamente al personale destinatario del CCNL. E’ necessario e urgente arrivare ad un accordo con l’Amministrazione che consenta di esprimere una rappresentanza anche ai lavoratori a contratto a legge locale. Ciò implicherebbe che ogni RSU avrebbe, accanto agli eletti ai sensi dell’Accordo Quadro, eletti

ARCHIVIATO IN Sindacale

Di Il Cosmopolita il 20/12/2007 alle 00:00 | Non ci sono commenti

10/10/2007

Per un nunca mas!!

Riceviamo e volentieri pubblichiamo l'appello degli impiegati a contratto degli Istituti Italiani di Cultura. Sul caso anche la FP CGIL Coordinamento Ministero Affari Esteri ha fatto interventi sia con il Min. D'Alema che con il precedente Direttore Generale del Personale, Amb. Massolo. “L’Umiliazione è grande, non si possono recuperare gli anni perduti e soprattutto non si può dimenticare il calvario vissuto” (Amelia Maria Rossi) Volendo citare le parole della collega Amelia Maria Rossi, noi Colleghi di tutto il mondo vogliamo testimoniarle solidarietà e condanniamo con veemenza l’atteggiamento di alcuni Dirigenti della nostra Amministrazione che abusano del proprio potere per soddisfare insane voglie di persecuzione. La nostra collega Amelia Rossi del Consolato Generale d’Italia in Buenos Aires, attivista sindacale e impegnata nella difesa dei diritti umani (collaboratrice e membro della commissione “Familiares de desaparecidos Italo-Argentinos del Plan Condor de los Pises de Uruguay, Paraguay, Brasil, Chile, Bolivia y Peru”) in Argentina, è stata licenziata a seguito di una sentenza del Consiglio di Stato. Artefice di tutto ciò è l’attuale Console Generale d’Italia a Buenos Aires, Dott. Giancarlo Curcio, il quale, fin dal suo primo mandato nel 1993 a Buenos Aires in veste di secondo Console e dal 2007 come Console Generale, ha dato il via a tutta una serie di persecuzioni (diffamazioni, minacce, arresto davanti alla porta del Consolato di Buenos Aires da parte della polizia argentina, fino al ricorso al Consiglio di Stato per il licenziamento della suddetta). Come mai questo accanimento, questa arbitrarietà? È lecito perseguitare una persona solo perchè ha le sue idee politiche anche se durante il proprio orario di lavoro si dedica con devozione al proprio operato (tanti sono nel caso di Amelia Rossi i ringraziamenti da parte di altri Consoli e degli utenti)? Ci chiediamo seriamente chi dovrebbe essere licenziato da parte dell’Amministrazione? Siamo profondamente indignati e alziamo la nostra voce affinchè la nostra Collega venga riassunta a tutti gli effetti con tutti i risarcimenti che le spettano! Qui si tratta della dignità offesa di una persona. E la dignità, come tutti sanno, non ha prezzo!! Il Coordinamento degli impiegati a contratto degli Istituti Italiani di Cultura Cristina Rizzotti (IIC Stoccarda); Giuseppe Scorsone (IIC Monaco di Baviera); Nicola Fresa (IIC Amburgo) Per solidarietà: CGIL FP Coordinamento Ministero Affari Esteri; Cesare Ghilardelli (IIC Stoccarda); Dario Losciale (IIC Stoccarda), Martin Miller (IIC Stoccarda), Anna Civale (Consolato Generale d’Italia Stoccarda); Nicoletta Ritter (IIC Monaco di Baviera); Maria Cristina Salati (IIC Monaco di Baviera); Marlies Ottimofiore (IIC Wolfsburg); Michele Santoriello (IIC Francoforte sul Meno); Stefania Frusciante (IIC Amburgo); Ciro Pascale (IIC Colonia); Udo Verda (IIC Berlino); Stephanie Hamm (IIC Berlino); Georg Gehlhoff (IIC Berlino); Giuseppina Grasso (IIC Grenoble); Silvia Terribili (IIC Amsterdam); Giuseppina Candia (IIC Los Angeles); Alessia Rigo, Marco Gerbi (IIC Bratislava); …

ARCHIVIATO IN Sindacale

Di Il Cosmopolita il 10/10/2007 alle 00:00 | Non ci sono commenti

20/06/2007

Carta d’identità, It.Card… ginnastica consolare

Nel corso del mese di giugno, in applicazione di quanto previsto dalla finanziaria, agli uffici consolari verrà addossato il compito di rilasciare ai connazionali residenti all’estero, oltre che il passaporto, anche la carta d’identità . Restando tuttavia la piena esclusiva competenza dei Comuni al rilascio delle carte d’identità, gli Uffici consolari non avranno nessuna autonomia al riguardo. Quindi per poter rilasciare il documento d’identità, anche a coloro che risultano iscritti negli schedari consolari da più di ventanni, occorrerà ottenere una delega scritta da parte dei comuni italiani. Per facilitare il compito il soft ware che perverrà alle sedi non sarà, per il momento (?!), in rete con gli altri programmi in uso e di conseguenza i dati anagrafici dovranno essere inseriti ex novo per poi procedere alla stampa del documento con una apposita stampante da acquistare in loco. Per la felicità e salubrità di coloro che hanno la fortuna di prestare servizio nei Consolati “maggiori”, gli uffici assomigliano sempre più a quelli della NASA tenuto conto del numero di apparecchiature istallate in locali spesso angusti e poco areati. Gli addetti, per tenersi in forma, saltellano da un computer all’altro (per immettere gli stessi dati), e da una stampante all’altra. Poiché “al momento” (sappiamo bene come in Italia il provvisorio tende a diventare definitivo..) ogni programma ha un software diverso abbiamo quelli con il programma AIRE, quelli con il programma passaporti, quelli per il rilascio dei visti, quelli per rilasciare le carte d’identità; ovviamente ad ogni specifico computer è accoppiata una stampante anch”essa “specializzata” . Avendo paura di annoiarsi il personale in servizio nei consolati aspetta con ansia le altre novità annunciate : verifica dei requisiti di coloro che si candidano per venire a lavorare in Italia (liste di collocamento?), la modifica della legge sulla cittadinanza che amplia la platea dei potenziali cittadini e la simpatica iniziativa del Vice ministro Danieli della cosiddetta “carta di sconto” o “It.card” (suona bene) per incentivare il “turismo di ritorno” (?!) che consentirà ai nostri connazionali di ottenere sconti e benefici per l’acquisto di beni e servizi in occasione delle loro vacanze in Italia. A tale scopo le sedi dovranno distribuire tali carte a coloro che ne faranno richiesta, “verificandone l’iscrizione negli schedari” , inserendo il nome dell’intestatario e prendendone nota su un “foglio excel infomatico”! Per tale meritevole iniziativa ogni sede dovrà assolutamente avere un “referente” che dovrà curarne l’avvio. Gli italiani possono comunque stare tranquilli tutte le iniziate e proposte di legge all’esame a favore degli italiani all’estero, sono a costo zero, non comportando oneri aggiuntivi per lo stato italiano : tutti i costi ce li prendiamo noi.

ARCHIVIATO IN Sindacale

Di Il Cosmopolita il 20/06/2007 alle 00:00 | Non ci sono commenti

13/03/2007

Memorandum governo-sindacati sul pubblico impiego

Limitare il ricorso all’outsoucing e alle consulenze nelle pubbliche amministrazioni, promuovere la mobilità del personale con agevolazioni economiche, trasformare i dirigenti in manager e ridurne il numero, eliminare progressioni automatiche, vincolare incarichi e retribuzioni ai risultati. Sono queste le principali proposte di riforma della pubblica amministrazione previste dal memorandum d’intesa firmato al ministero della Funzione pubblica tra governo e sindacati, oltre all’assorbimento nel breve termine del precariato attraverso prove selettive. Il sindacato crede da molto tempo nella modernizzazione del Pubblico impiego. E crede fermamente nel processo di privatizzazione, ossia di applicazione all'azienda pubblica dei criteri che, nella gestione e nell'opinione comune, caratterizzano l'azienda privata: efficienza, managerialità e responsabilità, obiettivi, verifiche periodiche. Crede tanto in questo processo da essersene reso promotore già nei primi anni novanta, con una serie di analisi e di interventi che permisero l’emanazione dell’ormai lontano D.L. 29 del 1993. Inizia lì la cosiddetta privatizzazione del Pubblico impiego, che ha conosciuto in questi anni alterne e non propriamente gloriose vicende. Ma quali sono i principi ispiratori del rilancio della privatizzazione ? Proviamo a riassumerli brevemente. 1 - Gli aumenti di efficacia e di efficienza della Pa andranno perseguiti “limitando il ricorso alle esternalizzazioni ‘no core’ e alle consulenze”. Andranno inoltre realizzati risparmi sull’acquisto di beni e servizi e misure che diano piena garanzia di imparzialità e di trasparenza nel sistema degli appalti pubblici. In tale ultimo senso è diretta anche l'ottimizzazione dei servizi ispettivi e di vigilanza in materia di lavoro”. 2 - Per favorire la mobilità del personale pubblico, statale, regionale e locale, “anche a seguito di riorganizzazioni e in attuazione del trasferimento di funzioni fra livelli istituzionali” verranno individuati meccanismi anche contrattuali e “sarà strutturato un sistema che favorisca l'incontro fra la ‘domanda’ di amministrazioni con carenze di personale e ‘l’offerta’ di dipendenti che intendono cambiare collocazione”. In caso di accertato esubero di personale non ricollocabile con processi di mobilità - si legge nel testo - si devono prevedere forme incentivate di uscita o attuare norme già previste nei contratti collettivi. Forme volontarie incentivate di uscita andranno inoltre previste, con modalità da definire, anche tenendo conto di esperienze di altri paesi europei. 3 - Del tutto nuova appare la figura del dirigente manager, più autonomo nel lavoro e nelle scelte. In generale il governo punta a “una riduzione del numero complessivo dei dirigenti, abbassando il rapporto medio dirigente-personale con vantaggi di efficienza, razionalità organizzativa e di spesa” e togliendo “alla attuale graduazione degli uffici la funzione di meccanismo automatico di differenziazione retributiva”. Il nuovo dirigente manager sarà più autonomo “nell’individuare la migliore organizzazione della propria struttura” nonché nell’utilizzo del proprio budget per conseguire gli obiettivi di gestione e potrà avere “l’opportunità di reinvestire nella propria struttura parte di risparmi conseguiti”. Tale autonomia verrà controbilanciata dalla preventiva informazione e dalla documentata motivazione alle organizzazioni sindacali degli atti organizzativi assunti oltre che da forme di valutazione ex-post dei risultati conseguiti. 4 - Vengono dettate forti limitazioni dello ‘spoil system’ che dovrà essere rigorosamente circoscritto alle figure apicali e a quegli incarichi di natura strettamente fiduciaria degli organi di governo a cui possono essere chiamati esterni all’amministrazione”. 5 - Entro la fine della legislatura si dovrà sanare interamente il precariato. Il ricorso al lavoro flessibile potrà avvenire, con limiti individuati nella contrattazione collettiva, “solo per fallimento o documentato ritardo” delle forme ordinarie di reclutamento e per casi che “non attengano a funzioni ordinarie e permanenti delle amministrazioni”. Nel breve periodo, invece, “il precariato esistente sarà assorbito mediante ricorso a prove selettive”. Accedere alla pubblica amministrazione sarà possibile solo con concorso, “che resta la modalità ordinaria per tutti i livelli della Pa” anche se si pensa all'introduzione di sistemi utili a decongestionare le procedure sperimentando “selezioni comuni” a diverse amministrazioni. L’accesso alla dirigenza sarà possibile “ordinariamente con concorsi pubblici, integrati da appropriate attività formative, come strumento di selezione”. Inoltre, per l’accesso alla dirigenza dall’interno “le valutazioni dei candidati da parte dei livelli dirigenziali superiori confluiranno in una valutazione comparativa fra gli aspiranti, in cui si verifichi, a opera di un soggetto esterno alle amministrazioni interessate, la ‘capacità generale’ di esercitare la funzione dirigenziale, indipendentemente dal settore di provenienza”. 6 - La base dell’intero impianto di riorganizzazione della Pa si baserà “sul rafforzamento e la diffusione di un metodo fondato sulla fissazione di obiettivi e sulla misurazione dei risultati dell’azione amministrativa. La misurazione dei servizi in tutte le amministrazioni diverrà lo strumento con cui valutare il conseguimento degli obiettivi delle politiche”. Secondo quanto stabilisce il ‘memorandum’, “si tratta di produrre e pubblicizzare informazioni di qualità, in via continuativa, sia sulle realizzazioni di ogni amministrazione, sia sugli effetti ottenuti in termini di benessere dei cittadini, imprese e lavoro pubblico, anche sulla base delle percezioni degli utenti”. Si prevedono sedi e momenti di misurazione anche sperimentali che vedano la partecipazione delle amministrazioni, delle organizzazioni sindacali e degli utenti. Particolare attenzione viene dedicata alla formazione che, svincolata da meccanismi di progressione interna, “può riacquistare una natura effettivamente funzionale a incrementare la qualità e offrire al personale l’opportunità di aggiornarsi e di corrispondere all’evoluzione del fabbisogno di capacità”. Il riordino terrà conto della ridefinizione delle competenze dello Stato e del sistema regioni-autonomie locali, unitamente ai livelli più appropriati di governo dei processi di innovazione e di coordinamento e controllo dei risultati. Per quanto riguarda gli enti pubblici non economici, il governo realizzerà un apposito tavolo di confronto con le organizzazioni sindacali applicativo dell’accordo”. Attraverso la contrattazione integrativa nei prossimi rinnovi andranno definiti gli obiettivi mirati da conseguire, dagli orari di apertura dei servizi, alla riduzione dei tempi di attesa alle misure integrative di stabilizzazione del precariato. Che riflessioni possono indurre queste prime ed incomplete indicazioni ? Siamo sicuramente di nuovo ad una possibile svolta epocale nel complicato processo di privatizzazione della Pa, che impone un costante richiamo al realismo ed alla razionalità, all’interno del Mae come in ogni altra realtà. Questo dovrà essere il principale strumento di contrattazione collettiva ed integrativa, perché appare assolutamente illusorio modificare nel breve periodo gli aspetti di carattere strutturale e/o culturale della Pa (e dei suoi abitanti) mentre appare doveroso soffermarsi sulle questioni organizzative pratiche per tentare di delineare possibili strategie di intervento ed ottimizzazione delle risorse. Il passato ci ha purtroppo insegnato che le buone idee e le buone intenzioni si infrangono spesso sui primi scogli della difficile e perigliosa navigazione che le dovrebbe portare alla concreta attuazione. Se é vero che il buongiorno si vede dal mattino appare estremamente preoccupante constatare che a solo un mese di distanza dal 18 gennaio sia già calato un generale silenzio sulle prospettive attuative del Memorandum e, quel che è più grave, non sia stato avviato neanche uno degli atti preliminari previsti. Come se ciò non bastasse, si fanno insistenti le voci secondo le quali le risorse per i contratti definiti nella Legge Finanziaria non avrebbero una reale caratteristica di certezza, mentre la previdenza integrativa per i lavoratori pubblici sarebbe stata bloccata dal Ministero dell’Economia di un governo ora anche formalmente in crisi. Vanno quindi sicuramente abbandonati i toni troppo enfatici delle dichiarazioni ufficiali dei primi giorni (siamo addirittura, invece, alla proclamazione dello stato di agitazione) concentrandosi inmediatamente sulle contraddizioni o quanto meno sui punti “sensibili” dell’impianto riformatore. Vediamone “a caldo” alcuni. Occorreranno molta lucidità e molto buon senso nella messa a punto dei concreti meccanismi di misurazione della qualità e quantità dei servizi, che non dovranno trasformarsi in una inutile “caccia all’untore” (non credo fosse neanche nelle intenzioni del Prof. Ichino quando ha scritto l’ormai famoso saggio sui fannulloni) ma contenere elementi oggettivi di attenta ponderazione dei contesti di riferimento, mettendo in discussione non tanto (o non solo) l’efficienza del singolo lavoratore ma quella della struttura nella quale é spesso costretto ad agire. Non si capisce bene poi come, in presenza della forma pubblica di bilancio, si possa estendere il ricorso agli indicatori provenienti dalla contabilità economica e usarli come “benchmark”. Sulla sperimentazione dei concorsi va detto che il risparmio di tempo e di spesa non può essere il criterio guida; infatti, il concorso comune a più Amministrazioni determina da parte dei concorrenti migliori la scelta delle Amministrazioni che garantiscono il migliore trattamento economico mentre ai meno brillanti non rimarranno che le meno “ricche” le quali, di pari passo, recluteranno personale di qualità inferiore. Occorrerà quindi accompagnare una misura di per sé intelligente e razionale con adeguati meccanismi di perequazione e correzione di quella che una volta veniva chiamata “giungla retributiva”. Meno dirigenti, dice il memorandum. Ridurre anche il numero delle posizioni dirigenziali, bisognerebbe forse aggiungere. Al MAE si tratta di un fenomeno assolutamente macroscopico per l’inserimento a pettine di una carriera diplomatica non contrattualizzata nel tessuto connettivo dell’Amministrazione, che stravolge il rapporto tra dirigenti, quadri ed impiegati. Se è corretta l’equazione “meno dirigenti = più efficienza, razionalità organizzativa e di spesa” bisogna drasticamente rivedere i meccanismi di reclutamento ed allargare la base di quadri ed impiegati o ridurre quella dei dirigenti. Finalmente emerge, sia pure in forma stentata e limitata alle sole posizioni organizzative, l’esigenza di valutare anche il personale non dirigente. Sorprende invece l’assenza di ogni riferimento all’obbligo di valutazione di fine incarico per i dirigenti, che appare contraddittorio con la volontà di limitare lo spoil system. In materia di formazione e aggiornamento appare interessante la previsione della possibilità di individuare enti bilaterali di formazione, come nel settore privato. Anche qui tuttavia….tra il dire ed il fare… Le croniche ristrettezze finanziarie del bilancio statale rendono vano il riferimento alle agevolazioni economiche dirette e indirette conseguibili anche attraverso il ricorso all’autonomia di bilancio. Sembra alquanto velleitario far incontrare domanda ed offerta di personale subordinando a ruolo passivo l’Amministrazione cedente rispetto al positivo incontro tra la domanda di personale da parte di Amministrazioni carenti e l’offerta di lavoratori che intendono cambiare collocazione. Ciò appare inoltre in palese contraddizione con le conclamate esigenze di prolungamento dell’attività lavorativa. I profili organizzativi che scaturiranno dagli impegni assunti con il Memorandum dovranno indurre necessariamente nel nostro Ministero profonde modifiche della rete diplomatico-consolare, degli strumenti di raccordo tra le attività dei diversi settori (la Segreteria Generale può ancora considerarsi uno strumento adeguato di coordinamento nel XXI secolo ?) spesso collegati in modo poco produttivo in relazione alle principali necessità di erogazione dei servizi, dei principali indicatori rappresentativi della quantità e qualità dell’output prodotto. E tutto ciò, si badi bene, in un contesto nel quale ancora non siamo riusciti a stabilire nemmeno dei parametri oggettivi per la misurazione dei carichi di lavoro. Dall’osservazione anche più profana e ad “a occhio nudo” del funzionamento dei nostri uffici emerge inoltre un ormai cronico ritardo nell’utilizzo e nella pianificazione delle strumentazioni informatiche. Si tende ancora ad intervenire “di volta in volta” senza far rientrare in una logica organizzativa globale i singoli interventi. In tali condizioni il potenziamento delle attrezzature non é di per sé sufficiente ad imprimere efficienza: é necessaria una seria preparazione professionale e la puntuale collaborazione degli operatori che molto spesso rispondono in maniera poco flessibile - se non addirittura ostile - ai cambiamenti (anche a causa dell’elevata età media ministeriale). Last but not least: la comunicazione. Si bada troppo a quella esterna abusandone in modo vergognoso per dare lustro al politico e/o al dirigente di turno e si trascura quella interna, erroneamente considerata di minore importanza. L’acquisizione di nuove tecnologie e di nuovi modelli organizzativi non può prescindere da un’adeguata opera di sensibilizzazione ed addestramento, per far sí che ciascun operatore possa diventare un “terminale” consapevole del fatto che il cambio di procedure e lo snellimento amministrativo comportano vantaggi sia per gli utenti che per gli stessi addetti. Sviluppare risolutamente la comunicazione e la partecipazione, non vuol dire semplicemente fare una scelta “ideologica” di trasparenza e democratizzazione, ma anche e soprattutto promuovere un “feedback” efficace e raccogliere preziose indicazioni per la standardizzazione delle procedure ed il miglioramento dei servizi.

ARCHIVIATO IN Sindacale

Di Il Cosmopolita il 13/03/2007 alle 00:00 | Non ci sono commenti

12/12/2006

Call center Farnesina

La crescita quantitativa e qualitativa della domanda di servizi, la presenza consolidata di fornitori privati in ambiti che comprendono alcune attività strumentali della Pubblica Amministrazione, una sempre maggiore capacità di valutazione della qualità da parte degli utenti, le pressioni per la riduzione della spesa pubblica con la crisi delle finanza pubblica, stanno spingendo sempre di più le amministrazioni pubbliche a fare ricorso all’outsourcing. L’etimologia del termine outsourcing, tradotto in italiano esternalizzazione, rende perfettamente l’idea della cessione all’esterno di attività precedentemente svolte internamente ad un’azienda o amministrazione. L’outsourcing ha un’origine squisitamente commerciale ed ha come obiettivo principale l’abbattimento dei costi fissi: le aziende lo applicano per ridurre o addirittura eliminare i costi relativi al personale e/o all’installazione o al potenziamento di specifiche attività produttive. Non a caso, parallelamente alle politiche di outsourcing, si parla della necessità di rendere il lavoro (e di conseguenza il mercato del lavoro) più flessibile. Sin qui nulla – aprioristicamente – di male, la flessibilità quando non sconfini nella precarietà può, in determinati contesti ed a determinate condizioni essere vantaggiosa per tutti. La questione dell’outsourcing in materia di visti è molto delicata e dibattuta anche a livello europeo. La cosiddetta 'rete mondiale visti' è infatti un complesso sistema di collegamenti telematici fra le Rappresentanze diplomatico-consolari italiane all'estero ed il Ministero degli Affari Esteri e, per il tramite di quest'ultimo, con il Sistema di Informazione Schengen, con le Autorità nazionali per la sicurezza e con le Autorità centrali degli altri Paesi 'partners' che applicano la Convenzione di Schengen. L’attività di outsourcing può articolarsi in vari modi : può essere un semplice call certer per la prenotazioni degli appuntamenti presso gli uffici consolari competenti, può consistere in generici servizi di assistenza alla predisposizione della documentazione, può arrivare anche a fornire una prima indicazione ai consolati sul tipo di visto da concedere nonché alla delega per la riscossione dell’importo del visto o alla restituzione del passaporto ai richiedenti. Evidentemente a seconda che si tratti di funzioni più o meno “leggere” i problemi che ne derivano sono diversi. In particolare le questioni sulle quali sono ancora in corso le riflessioni a livello comunitario riguardano la protezione dei dati, gli interessi commerciali della ditta incaricata (e i conseguenti eventuali “conflitti d’interesse”) e i rischi di “visa shopping”. Sarebbe pericolosamente superficiale sottovalutare tali aspetti connessi in modo quasi indissolubile alla moltiplicazione delle esternalizzazioni: alcuni “intermediari” potrebbero infatti più facilmente infiltrarsi nelle file di società private, millantando conoscenze e relazioni d'amicizia con personaggi del governo locale e del governo di destinazione, incoraggiando e gestendo ogni tipo di attività illegale. Le Rappresentanze diplomatico-consolari territorialmente competenti in base al luogo di residenza dello straniero sono e devono restare le sole responsabili dell'accertamento e della valutazione dei requisiti necessari per l'ottenimento del visto, nell'ambito della propria discrezionalità e tenuto conto delle particolari situazioni locali. Il visto rappresenta infatti una vera e propria autorizzazione a soggiornare o transitare nel territorio italiano o in un altro Paese Schengen, concessa al cittadino straniero, mediante l’apposizione di uno sticker con particolari requisiti di sicurezza sul passaporto o su un altro documento di viaggio valido. L’Italia è stato uno dei primi paesi europei ad utilizzare l’outsourcing (le prime esperienze sono state presso il Consolato del Cairo mentre l’Ambasciata di New Delhi per facilitare l'accesso ai visti da parte dell'utenza residente nelle varie parti del sub-continente indiano, a partire dall'agosto del 2004 ha attivato un servizio gestito dall’agenzia VFS, che dispone di quattro Uffici (Mumbai, Bangalore, Chennai e Cochin), avente il compito dichiarato di raccogliere la documentazione e trasmetterla al Consolato. Il sistema si è poi esteso ad una cinquantina di sedi complessivamente ma si tratta di un lavoro di “filtro” o di supporto elementare che difficilmente si può immaginare di estendere in quanto la valutazione delle domande é compito esclusivo dell’Autorità consolare. Analoghe esperienze sono state messe a punto dalla Francia, dalla Germania e dal Belgio mentre al di fuori del sistema Schengen risulta che anche il Regno Unito faccia ampio uso dell’outsourcing. La scelta di esternalizzare esige in ogni caso la progettazione e l’attuazione di un efficace sistema di monitoraggio, in un contesto, quale quello delle amministrazioni pubbliche, che vede assai spesso notevoli carenze ed inadeguatezze nei sistemi di controllo direzionale e controllo gestionale, e che non sembra aver ancora introdotto e sperimentato sistemi di controllo strategico veramente affidabili. Un discorso a parte merita il problema della tutela dei lavoratori che operano indirettamente per erogare servizi propri della Farnesina e che non possono essere lasciati pilatescamente in balia di datori di lavoro che spesso non esitano a calpestare i diritti sindacali più elementari, quando non addirittura gli stessi diritti umani. I call center sono solo la punta dell'iceberg di una situazione devastante dal punto di vista sociale ed economico, oltre che avvilente per i lavoratori. Senza regolazioni o interventi “etici” si rischia dunque di contribuire a precarizzare ulteriormente un settore in cui la competitività si gioca già tutta sul “dumping contrattuale” che colpisce in particolare il Sud del mondo. Da un punto di vista “strategico” va inoltre chiarito che il lavoro precario uccide il lavoro a tempo indeterminato provocando un impoverimento generalizzato delle risorse umane che va decisamente contrastato se non si vuole demolire l’intera struttura di un servizio pubblico affidabile e dotato delle garanzie adeguate. Occorre guardare al futuro in modo aperto ed intelligente investendo in tecnologia, organizzazione e riqualificazione delle risorse umane, passando magari dall’outsourcing al co-sourcing e coinvolgendo gli operatori esterni nel miglioramento dei servizi stessi. Bisogna puntare alla “qualità del prodotto” indissolubilmente associata alla “qualità del lavoro” mantenendo al tempo stesso fermo un principio classico per il sindacato: la necessità, senza cadere in un retorico ed abusato egualitarismo, di unificare e tenere insieme tutto il mondo del lavoro.

ARCHIVIATO IN Sindacale

Di Il Cosmopolita il 12/12/2006 alle 00:00 | Non ci sono commenti

08/11/2006

Rete diplomatico-consolare: tagli o riorganizzazione ?

Nel corso della conferenza dello scorso marzo avevamo segnalato la necessità di una strategia di largo respiro per la revisione della nostra rete estera partendo dall’individuazione di quali e quanti servizi si debbano erogare e con quale organizzazione in modo da poter stabilire con sufficiente precisione le risorse finanziarie ed umane necessarie. Ci troviamo invece ancora una volta a discutere di tagli e di come ridurne al minimo l’impatto su una struttura già depauperata ed asfittica. La Farnesina è ormai disperatamente alla ricerca di alchimie contabili che consentano di poter continuare a svolgere funzioni istituzionali sempre più complesse e delicate. I tagli previsti in finanziaria, ove non si riesca ad evitarli, avranno una ricaduta drammatica sulla rete. Sono infatti previsti ulteriori riduzioni delle spese di funzionamento (cosa possiamo ridurre se già lo scorso inverno alcune sedi sono state costrette a spegnere il riscaldamento ed altre a non potersi più servire dei telefoni?) e delle indennità percepite dal personale in servizio all’estero (il cui ammontare risulta difficilmente comprimibile non avendo subito alcun incremento negli ultimi 15 anni). Tutto ciò si tradurrà dunque, con ogni probabilità, in un drastico ridimensionamento o “congelamento” dei posti (se siamo di meno all’estero si spende di meno) camuffato più o meno enfaticamente come “riorganizzazione della rete”. Parallelamente, per consentire alla rete di “sopravvivere”, si punterà sull’utilizzo di personale a basso costo (contrattisti a tempo determinato, personale precario o interinale). Le già esigue risorse del MAE, pari allo 0,27 % del Bilancio dello Stato, nettamente inferiori a quelle di cui dispongono i Ministeri degli Esteri dei principali paesi industrializzati, sono state negli ultimi anni inesorabilmente ridotte. Nessuno sembra cosciente, per contro, dell’improcrastinabile necessità di un progetto, di una strategia ragionata. Gli interventi sono sempre congiunturali, “tattici” e prescindono da una qualsiasi ponderazione della spesa, da precise analisi costi-benefici e, addirittura, dalla puntuale ricognizione quantitativa e qualitativa dei servizi erogati o da erogare. In sostanza si continua con una logica inerziale che non riesce neanche ad individuare quali servizi si debbano erogare e con quale organizzazione, prima di stabilire con quali mezzi finanziari e quali risorse umane. Salvo qualche timido ritocco cosmetico e qualche inevitabile adattamento ai mutamenti geopolitici, la nostra rete all’estero è rimasta sostanzialmente inalterata nell’ultimo mezzo secolo. E puntualmente qualsiasi riflessione seria sull’argomento si è arenata in paludi ragionieristiche, che finiscono per banalizzare qualsiasi analisi puntuale delle situazioni ingabbiandole in un abusato quanto fuorviante mito del “risparmio”. Determinati servizi ed attività istituzionali vanno ponderati in base all’effettiva utilità per il paese, possiamo e dobbiamo discutere se è utile ed opportuna la nostra presenza diplomatica, consolare, strategica, commerciale, culturale in determinate aree ma - una volta risolta affermativamente la questione - non si può pretendere di risparmiare non accendendo l’aria condizionata o distribuendo “a pioggia” finanziamenti per le attività di istituto talmente irrisori da diventare ridicoli e quindi di fatto “sprecati”. Appare parimenti inaccettabile la tentazione, che sembra avere più di un simpatizzante al MAE, di istituzionalizzare il ricorso al lavoro precario perpetuando scelte che soprattutto nell’ambito della Pubblica Amministrazione, hanno portato, in un Paese già complicato di suo, solo conflitti, confusione ed ulteriori perdite di produttività. Le ristrettezze di bilancio non possono del resto costituire un alibi per appaltare a privati precise funzioni istituzionali finendo di fatto per snaturare lo stesso ruolo del personale appositamente formato per svolgere tali funzioni. Né si può pensare che le spese della rete siano comprimibili all’infinito: certo forse possiamo risparmiare optando per i viaggi in nave e in treno invece che in aereo per i trasferimenti e le missioni del nostro personale! Non occorre certo dilungarsi molto per evidenziare ancora una volta come, negli ultimi anni, sia radicalmente cambiata la gamma di interventi cui è chiamato il Ministero degli Esteri, in dipendenza della globalizzazione, del superamento dell’ordine mondiale post-bellico, della nascita di nuovi stati, dell’allargamento dell’Unione Europea e degli altri processi di integrazione regionale. Eppure nulla si è mosso per l’adeguamento della nostra rete diplomatico-consolare e per far fronte alle fortemente accresciute esigenze operative, né sul piano quantitativo né su quello qualitativo. Il recente risultato in termini di partecipazione del voto degli italiani all’estero ha inoltre riportato prepotentemente alla ribalta la necessità di una struttura volta non solo al perseguimento degli obiettivi di politica estera e di sostegno alle imprese ma anche all’organizzazione di un’efficiente rete di servizi alle nostre collettività all’estero. Dal nuovo Governo ci si aspettava un segnale di sensibilità nei confronti di una struttura che continua a dimostrare nonostante tutto – e le recenti vicende della nostra politica estera ( vedi ad esempio il seggio all’ONU) ne sono in qualche modo la migliore riprova – grande professionalità ed affidabilità. Prima di “tagliare” con la scure è indispensabile avviare finalmente un processo di revisione complessiva della rete ponderato in una prima fase sugli attuali vincoli finanziari e dunque realizzato mediante compensazioni interne, da integrare e consolidare progressivamente con le risorse aggiuntive che si potranno via, via ottenere. Per poter realizzare un moderno sistema di rappresentanza politica, di promozione economico-commerciale e culturale e di servizi per gli italiani all’estero, bisogna innanzitutto individuare quali siano le aree prioritarie di intervento. La prima indicazione che sembra imporsi riguarda innanzitutto gli uffici che si trovano a dover svolgere la propria attività al di sotto della soglia minima di operatività: tali strutture vanno immediatamente potenziate o risolutamente soppresse. In tal senso e al di là di puntuali interventi in alcune aree, le misure più significative dovranno essere adottate nei Paesi dell’Unione Europea dove ormai è possibile far riferimento in molti casi alle strutture ed alle autorità locali, prevedendo eventualmente il parallelo potenziamento dell’offerta di servizi on-line (omogenei e raggiungibili agevolmente da parte degli utenti) della presenza sul territorio di strutture istituzionali leggere e/o itineranti. Altrettanto evidente appare in altre aree (Cina, India, Paesi Emergenti dell’Estremo Oriente, dell’area balcanica e mediterranea e dell’America Latina) la necessità di potenziare la nostra presenza e la tutela dei nostri interessi politici, economici e culturali. In tutti i casi appare indispensabile individuare un metodo di intervento basato sulla concertazione con tutte le istanze interessate ( ovviamente i Sindacati debbono essere coinvolti in questo esercizio), e lo sviluppo di piani operativi, paese per paese, che prevedano tempi precisi di attuazione affinché la razionalizzazione avvenga attraverso provvedimenti bilanciati accompagnati anche dagli indispensabili adeguamenti in termini di organici, strutture e risorse economiche. Tale esercizio non potrà prescindere, in prospettiva, da interventi legislativi, regolamentari ed amministrativi che portino a semplificare l’azione amministrativa e a facilitare sia il lavoro degli addetti sia l’ottenimento dei servizi da parte degli utenti. Pensiamo ad interventi sulla legge sulla Cittadinanza, sul voto all’estero, sull’Anagrafe Unica degli Italiani all’Estero ecc.

ARCHIVIATO IN Sindacale

Di Il Cosmopolita il 08/11/2006 alle 00:00 | Non ci sono commenti

1 - 10 (28 record)
« 1 2 3 »