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02/12/2011

Nuovi cittadini, vecchi pregiudizi

Dobbiamo ringraziare ancora una volta il Presidente Napolitano per aver riportato all'attenzione pubblica una questione fondamentale di giustizia e democrazia ancora irrisolta come è quella della concessione della cittadinanza ai minori d’età nati in Italia da genitori stranieri. Va detto che in Italia tutta la materia della cittadinanza è stata regolata durante il secolo scorso in modo episodico e fluttuante, con norme spesso di difficile interpretazione e di ancor più difficile applicazione. Il criterio ispiratore è stato sempre quello di un paese di emigrazione preoccupato unicamente di mantenere il legame 'di sangue' con i connazionali espatriati e i loro discendenti, ignorando o trattando tutt'al più come un fenomeno residuale - se non come un male da evitare - l'acquisizione della cittadinanza italiana da parte di stranieri. Una visione che poteva forse essere giustificata quarant'anni fa ma che oggi è evidentemente superata dagli eventi, e lo era già probabilmente nel 1992, anno in cui fu approvata la legge che tuttora regola la questione della cittadinanza. Quella legge, esempio da manuale di scarsa lungimiranza del legislatore, contiene norme estremamente restrittive (molto più di quella della precedente legge, che risaliva al 1912) per quanta riguarda le naturalizzazioni di stranieri, sia di quelli immigrati legalmente sia di quelli nati in Italia da genitori stranieri, e quindi stranieri sulla base dello jus sanguinis. In compenso, la stessa legge ha allargato a dismisura i criteri di concessione o 'riacquisto' della cittadinanza da parte di discendenti di cittadini italiani nati e residenti all'estero. Gli italiani nel mondo sono unanimemente riconosciuti come un patrimonio di valore inestimabile ma siamo proprio sicuri che, per favorire la diffusione della nostra cultura o le nostre esportazioni, sia necessario dotare milioni di “oriundi” di passaporto italiano? E che dire della ormai “schizofrenica” realtà del voto degli italiani all’estero, in base alla quale i discendenti di quarta e quinta generazione di un nostro connazionale emigrato in Australia o in Brasile più di cent’anni fa– senza aver mai messo piede nel nostro Paese e senza conoscere neanche la lingua – decidono, tra l'altro, da chi e come debbano essere amministrate milioni di persone che hanno un regolare permesso di soggiorno, partecipano attivamente alla produzione della ricchezza nazionale, vivono, lavorano e pagano le tasse in Italia? Ma torniamo alle naturalizzazioni. E’ una questione che riguarda oltre un milione e mezzo di persone presenti in Italia (stranieri residenti regolarmente da almeno cinque anni), a cui si aggiungono quasi 600 mila i giovani 'stranieri' perché nati in Italia da genitori stranieri (un minorenne su 5 è straniero e il 13,9% del totale dei nati in Italia non è italiano). Per questi ultimi le norme prevedono che possano richiedere la cittadinanza al compimento della maggiore età, dimostrando almeno tre anni di residenza continuativa legale, nonché soddisfare un'altra lunga serie di condizioni. Per gli stranieri che non sono nati in Italia, invece, il requisito di residenza legale sale a 10 anni. E' una normativa così restrittiva, anche nel confronto con le altre legislazioni europee fondate sullo jus sanguinis, da apparire vessatoria, oltre che superata ormai dalla realtà e, per fortuna, anche dalla sensibilità della maggioranza dell'opinione pubblica. Un normativa che, in sostanza, ha creato un'ampia categoria di bambini e adolescenti di lingua e cultura italiana, già appartenenti a tutti gli effetti alla 'comunità nazionale', costretti fino ai 18 anni e oltre in una situazione di limbo giuridico ed esclusi da un'ampia gamma di diritti e benefici legati alla condizione di cittadino. Una follia, l’ha definita giustamente il Presidente davanti ad un platea di 'nuovi cittadini' di seconda generazione. Anche perché il procedimento di naturalizzazione è tutt'altro che semplice e scontato ma è sottoposto alla più ampia discrezionalità degli uffici amministrativi (questure, prefetture) e dipende da parametri vari, e variamente applicati, quali la situazione economica della famiglia e il profitto scolastico. Se poi i genitori sono immigrati illegalmente e non possono accreditare il soggiorno legale per almeno tre anni consecutivi, la cosa diviene impossibile e la prospettiva è quella di essere espulsi a vent'anni verso un paese del quale questi giovani per lo più non sanno nulla e con il quale non hanno più alcun legame. Oltre ad essere essenzialmente iniquo, il procedimento amministrativo è anche lento e farraginoso, come dimostrano i dati statistici, che certificano, negli ultimi cinque anni, una media annuale di circa 40 mila concessioni di cittadinanza a fronte di circa 200 mila richieste, con arretrati crescenti e tempi di attesa di almeno due-tre anni. A titolo di raffronto, la Francia concede circa 200 mila cittadinanze all'anno mentre negli Stati Uniti la cifra annuale oscilla tra 600 mila e 1 milione nel corso dell'ultimo decennio. Qualcuno potrà obiettare che la questione non sia così urgente e che in questo momento vi siano altre priorità. Non è così: anche volendo lasciare da parte le ingiustizie e le discriminazioni prodotte dalla situazione attuale, che di per sé dovrebbero rappresentare un'emergenza per un paese democratico, la modifica di questa normativa rappresenta una priorità sociale ed economica che investe tutti, non solo perché riguarda centinaia di migliaia di giovani ma perché contribuisce in modo determinante a definire la società che vogliamo e il futuro che immaginiamo per l'Italia. Bisogna rimettere in moto le intelligenze e abbandonare definitivamente l'approccio sterilmente difensivo e identitario. E' una di quelle decisioni che possono fare da spartiacque tra una visione della società chiusa e destinata al declino, da una parte, e le istanze di un paese aperto che vuole ricominciare a crescere e a credere in se stesso.

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Di Il Cosmopolita il 02/12/2011 alle 00:00 | Non ci sono commenti

21/11/2011

Riconquistare la credibilità

L’obiettivo è al tempo stesso ambizioso e obbligato: la riconquista della credibilità del nostro Paese sul piano internazionale. Questa però passa necessariamente per una riforma seria di alcuni vizi di fondo della nostra politica estera, che sono culturali prima ancora che politici. Si tratta, alla fine dei conti, di tornare a fare tutti il proprio dovere: niente di più e niente di meno. Senza idee insolite, furberie o trovate geniali. Senza dichiarazioni magniloquenti, quasi sempre fuori tono nella forma e nella sostanza, il cui unico scopo è conquistare 15 secondi al telegiornale. E, naturalmente, senza barzellette, pacche sulla spalla e corna nelle foto di famiglia. Si tratta cioè di ricostruire pazientemente, giorno dopo giorno – con la presenza alle riunioni, le visite ben preparate, il rispetto degli impegni e delle scadenze, la conoscenza dei dossier – la credibilità perduta – la poca o molta che avevamo prima dell’avvento di Berlusconi – che abbiamo gioiosamente dilapidato, ben prima che salissero gli spread. Di diventare prevedibili, un poco noiosi anche, di smentire con i comportamenti il cliché dell’italiano furbo, simpatico, sostanzialmente inaffidabile. Una forte discontinuità di stile, come pre-condizione necessaria alla necessaria discontinuità politica. E basta con il mito della natura bi-partisan politica estera, che tutto copre e tutto giustifica. Troppo facile? Banale? Scontato? Non proprio, anzi forse siamo ai confini dell’utopia. Parliamo di comportamenti opposti a certe caratteristiche storiche degli italiani, che il berlusconismo non ha inventato, semmai grottescamente accentuato, magnificate dai modelli politico-mediatici dominanti degli ultimi anni. Si tratta anche di riconoscere alcune verità sgradevoli, che toccano direttamente la nostra amministrazione. Ad esempio, che esiste, e non da ieri, un serio problema di selezione della classe dirigente del MAE, grazie alla quale si è affermato in questi anni un establishment nel quale primeggiano i furbi, più o meno abili, più o meno intelligenti, accomunati dalla volontà pervicace di appiattirsi sempre e comunque sul volere del capo di turno, senza mai rivendicare alcuna reale indipendenza né coltivare quel rigore e quella rettitudine dei comportamenti che avrebbero potuto almeno arginare il declino. Il problema è che, al generale crollo di legittimità che ha investito le istituzioni, l’amministrazione degli Esteri ne aggiunge di propri che l’hanno fatta precipitare nella considerazione dei cittadini e delle altre istituzioni: il prevalere di una cultura aziendalistica contrassegnata da cinismo e mancanza di ideali; una realpolitik de noantri che tutto accetta e tutto digerisce, pur di difendere il proprio piccolo tornaconto; la continua diminuzione di risorse finanziarie e umane, anch’essa frutto di remissività e insipienza; l’assenza di una seria politica di formazione, i cui risultati, anche in termini di preparazione tecnica, sono sotto gli occhi di tutti (come dimostra il modesto numero di funzionari italiani ammessi al SEAE). Proviamo a mettere a confronto due istituzioni che, fino a qualche anno fa, passavano per essere le due “eccellenze” della Pubblica Amministrazione, la Banca d’Italia e il MAE. La prima, nonostante l’oggettiva perdita di funzioni dopo l’ingresso nell’Euro e l’affaire Fazio, ha continuato a costituire negli anni un punto di riferimento indiscusso, fino ad essere vista come la “riserva della Repubblica”. Grazie, certo, alla competenza dei suoi tecnici ma anche alla capacità di rivendicare un margine ampio di autonomia rispetto alle politiche governative. Un’autonomia non fine a se stessa ma vitale per mantenere alla Banca le funzioni e il prestigio necessari a svolgere i suoi compiti. Come con i bambini, anche con i politici la credibilità si acquista imparando a dire qualche no. Al Ministero degli Esteri della parola “no” si sono perse le tracce. E sì che le occasioni non sarebbero mancate. Sappiamo che il Ministero degli Esteri è parte del Governo e non può rivendicare un ruolo “terzo”, come altre istituzioni. Ma sappiamo altrettanto bene nella pratica quotidiana sono centinaia le decisioni che si potrebbero prendere su basi di buona amministrazione e di buon senso e che invece sono costantemente inquinate dalla politica, non quella “alta” delle grandi scelte, quella sì necessaria, ma quella “politicienne” dei favori, del piccolo cabotaggio, delle clientele, degli interessi interni di breve periodo. Insomma, anche al Ministero degli Esteri, la scelta sarà tra perpetuare il trasformismo dei furbi o fare un tentativo forte di cambiare sul serio stile e persone.

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Di Il Cosmopolita il 21/11/2011 alle 00:00 | Non ci sono commenti

05/03/2010

Voto all’estero

«È una legge che va immediatamente cambiata perché il voto per corrispondenza è uno scandalo e consente tipologie di attività illecite come l'acquisizione del voto addirittura pagandolo: dobbiamo immediatamente procedere a una rivisitazione». Lo ha detto il presidente del Senato, Renato Schifani replicando a chi gli chiedeva se secondo lui la legge elettorale per gli italiani all'estero vada rivista dopo l'inchiesta che ha coinvolto il senatore Di Girolamo. L'esordio del 2006 «fu disastroso», poi «brogli» e «dubbi sui finanziamenti» a ogni elezione. Ma il caso Di Girolamo dimostra che «il sogno s'è trasformato in incubo e l'esperimento è fallito». Lo dice in una intervista al Giornale il sottosegretario Carlo Giovanardi, convinto che «gli italiani all'estero devono poter votare, qui o per corrispondenza, ma per deputati e senatori che stanno in Italia». Bisogna insomma, «tornare indietro», anche perché «essere eletti in circoscrizioni così ampie» richiede finanziamenti difficili «da controllare». Gli fanno eco in parecchi, anche se con toni più pacati: Gaetano Quagliariello, vicepresidente vicario dei senatori Pdl, che invita ad «avviare una seria riflessione» in quanto «La giusta esigenza di dare voce e rappresentanza alle comunità italiane all'estero non deve sottrarci alla responsabilità di valutare gli esiti della normativa elettorale che ne regola l'espressione»; Eugenio Marino, responsabile nazionale del Pd all'estero che, pur avvertendo l’esigenza di non agire sull'onda emotiva di un evento, sottolinea che «occorrerebbe prendere la palla al balzo per ragionare con lucidità su come garantire un diritto costituzionalmente riconosciuto già dal 1948, ma nella pratica negato per mezzo secolo» e il leader dell’UDC, Pierferdinando Casini, «Gli italiani all'estero sono una grande risorsa, ci sono personalità importanti in Parlamento ma per la loro elezione ci vogliono più garanzie, occorre eliminare i rischi di brogli». Esiste da sempre un chiaro problema di compatibilità delle norme sul voto all’estero con la nostra Costituzione e “il Cosmopolita” si è più volte reso portavoce, anche sulla scorta del parere di insigni giuristi e politologi, della necessità di gestire in modo corretto e trasparente il più fondamentale dei diritti democratici. E’ tuttavia poco elegante, oltre che poco utile, dire semplicemente “l’avevamo detto”. Se si vuole riflettere finalmente con serietà bisogna avere il coraggio di abbandonare gli schemi, i tabù e le logiche della “politique politicienne”, riaffermando un primato del diritto da cui, nel nostro Paese, si prescinde ormai troppo spesso con disinvoltura se non con arroganza. Il voto per corrispondenza, tanto per cominciare, non é compatibile con l’articolo 48 della Costituzione Italiana che impone un’esercizio “libero e segreto”. A prescindere dai comportamenti criminali veri e propri, che riempiono puntualmente le cronache elettorali, è evidente che nei giorni che intercorrono tra la ricezione del plico contenente le schede elettorali e la loro restituzione all’ufficio consolare, il connazionale è soggetto ad ogni tipo di pressione: le associazioni, i patronati, i vari “notabili” possono facilmente indirizzare il voto, avvalendosi dell’ “ignoranza” dell’elettore e del suo scarso interesse per la consultazione elettorale. Che dire poi delle case di cura e dei centri di assistenza dove spesso gli anziani hanno la residenza e dove qualcuno gestisce direttamente la loro corrispondenza? E delle possibilità di inquinamento del voto nei Paesi con un servizio postale inaffidabile? Chi può escludere che i plichi elettorali giungano in mani diverse da quelle dei legittimi destinatari, vuoi per semplici disservizi, vuoi perché “comprati” dal postino o dalla società di spedizione? In sostanza, chiunque venga in possesso delle schede elettorali può votare al posto dei connazionali e nessuno sarà mai in grado di accertarlo. Ma c’é di più e di peggio: in Italia se un cittadino vota al seggio e fotografa la scheda elettorale come prova della propria lealtà clientelare, rischia l'incriminazione penale. Se 200 cittadini residenti all'estero si riuniscono in un ristorante e votano collettivamente per un candidato, in cambio di una ricca cena o di una somma di denaro, probabilmente nessuno se ne accorge. Così come nessun controllo e nessuna verifica sono possibili se 200, 2.000 o 20.000 cittadini residenti all'estero vendono il loro materiale elettorale, ricevuto per posta, ad un terzo che ne compila su scala industriale le schede in cambio di un qualche tipo di favore. Il voto per corrispondenza si presta dunque meravigliosamente a quel “voto di scambio” che tanto ci si preoccupa di estirpare dal nostro sistema politico ! Come rimediare a ciò? Semplice. Non basta “migliorare” la gestione del sistema: il voto per corrispondenza va risolutamente abbandonato. Questa pur fondamentale “questione organizzativa” non è tuttavia l’unica aberrazione introdotta dalla legge Tremaglia: vi sono questioni sostanziali, squisitamente giuridiche e politiche forse ancora più critiche ed inquietanti. La libertà di scelta sul “dove”votare e/o candidarsi, concessa ai soli residenti all'estero, determina una clamorosa disparità di trattamento nei confronti degli elettori residenti in Italia. La legge 27 dicembre 2001 n.459 prevede che ai residenti all'estero sia data la singolare prerogativa di decidere in quale circoscrizione votare: nella circoscrizione estera di residenza oppure, previa opzione scritta, in quella del territorio nazionale relativa alla sezione elettorale in cui sono iscritti (comma 3, art. 1). Per quanto riguarda poi l'elettorato passivo, mentre ai cittadini italiani residenti in Italia non è data la possibilità di candidarsi nella circoscrizione estero (lettera b, art. 8), gli italiani residenti all'estero possono tranquillamente candidarsi dove vogliono, dopo aver esercitato l’ opzione per il voto in Italia (comma 4, art. 8). Si tratta di un’evidente discriminazione, che non trova alcun fondamento nel dettato costituzionale: l'elettorato passivo coincide con l'elettorato attivo con il solo limite dell'età (25 anni per l'elezione a deputato e 40 anni per l'elezione a senatore), fissato dagli art. 56 e 58 della Costituzione. Una simile limitazione della capacità elettorale passiva non è prevista in alcuna legislazione dei paesi democratici e pluralisti contemporanei non potendosi considerare legittima alcuna differenziazione tra elettori basata sulla residenza: nella generalità degli Stati, le moderne forme di rappresentanza degli interessi “territoriali”, eventualmente previste, si aggiungono, alla rappresentanza politica generale, ma non la sostituiscono. Nel sistema derivante dalla riforma degli art. 56 e 57 della nostra Costituzione il numero dei seggi spettanti alla circoscrizione estero è fissato dalla legge e si tratta di un vero e proprio “numero protetto” con lo scopo di assegnare una consistente rappresentanza parlamentare legata agl'interessi degli italiani all'estero, pochi o tanti che siano o che saranno. Quindi: mentre agli elettori residenti in Italia non è dato modo d'interferire sulle vicende elettorali della circoscrizione estero, gli elettori residenti all'estero possono ben decidere di esprimere il proprio voto sui candidati presenti sul territorio nazionale, mantenendo in ogni caso inalterato il diritto alla medesima quota di rappresentanza protetta anche se, per assurdo, tutti i residenti all'estero dovessero decidere di votare in Italia. Vi è infine un aspetto di fondo che rende particolarmente iniqua la legge: la perdita di collegamento fra cittadino e territorio. Abbiamo milioni di immigrati che stanno in Italia da decenni e senza di loro la nostra vita domestica e pubblica rischia il tracollo. Non si capisce perchè, se un cittadino extracomunitario ha diritti e doveri per la scuola o per il lavoro, non debba averli per la scelta di chi deve amministrare il territorio. L'integrazione degli stranieri (quella stessa integrazione che abbiamo reclamato per oltre un secolo per i nostri emigrati) deve essere concreta e non solo a parole: bisogna smetterla con le strumentalizzazioni, perchè qui stiamo parlando non di clandestini, ma di persone che vivono e lavorano regolarmente nel nostro Paese da molto tempo. Sono maturi i tempi per discutere del diritto di voto per gli immigrati, mentre è molto discutibile che siano i discendenti di quarta e quinta generazione di un nostro connazionale emigrato in Australia o in Venezuela più di cent’anni fa che – senza aver mai messo piede nel nostro Paese e senza conoscere neanche la lingua – possano decidere da chi e come debbano essere amministrate milioni di persone che hanno un regolare permesso di soggiorno, partecipano attivamente alla produzione della ricchezza nazionale, vivono, lavorano e pagano le tasse in Italia.

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Di Il Cosmopolita il 05/03/2010 alle 00:00 | Non ci sono commenti

16/02/2010

La commedia del nucleare

La storia, come ricordava il vecchio di Treviri, nel suo pamphlet sul 18 Brumaio di Napoleone “il piccolo” è prima una tragedia e quindi si ripete sotto forma di farsa. E’ forse ciò che può o sta accadere alle prospettive ed ai progetti di ritorno al nucleare in Italia? Si ricorderà che l’Italia fa il suo autonomo ingresso nell’era nucleare alla fine degli anni 50 con un progetto (Ansaldo-Fiat-Cnel) di nave mercantile a propulsione nucleare, progetto che non vide mai la luce, mentre, nello stesso scorcio di tempo, Edison inizia a costruire centrali congiuntamente a compagnie anglo-americane. Nei primi anni 60, testimone “Civiltà delle Macchine” dell’epoca di Sinisgalli e come ricordano svariati commentatori (Iacuelli, Castronuovo, Sacco) l’Italia “ è’ il quarto paese al mondo dopo USA, URSS e Gran Bretagna a disporre di centrali funzionanti e anche delle relative, autonome competenze e tecnologie”. La nazionalizzazione dell’energia elettrica e soprattutto i “casi” Ippolito e Mattei cambiano sostanzialmente il quadro politico-imprenditoriale di riferimento: l’Italia abbandona progressivamente la ricerca nei settori alternativi al petrolio e, quindi, sia il nucleare sia il solare. Malgrado tali difficoltà, all’inizio degli anni ’70 il CNEN lancia due avanzati programmi di reattori di ricerca (Pec e Cirene) mentre alla fine degli anni ’70, Enel mette in esercizio la centrale di Caorso e l’industria italiana del settore collabora in modo qualificante a progetti europei (Superphenix) ed avvia nuove collaborazioni internazionali. La creazione dell’ENEA, che succede al CNEN acquisendo competenze anche nelle alternative ed il tardivo impulso dato alla diffusione del metano cambiano nuovamente il quadro energetico complessivo del paese, poi ulteriormente modificato dall’esito del referendum popolare dell’87. Questo ha di fatto sancito l’abbandono del nucleare come forma di produzione lasciando solo le attività di smantellamento e decontaminazione delle centrali e degli impianti di ricerca. Il black-out del settembre 2003 – per molti esperti causato soprattutto da problemi gestionali e di frammentazione del sistema - il “rientro” surrettizio dell’Enel nel nucleare con l’acquisizione di due (obsolete) centrali slovacche, il riordino legislativo, l’esistenza di residue, qualificate competenze tecniche e considerazioni di carattere politico, economico e finanziario, hanno spinto ad una ripresa del nucleare in Italia. Questa si è concretizzata nel “Protocollo di Accordo” italo-francese del febbraio 2009 che prevede, grazie all’insistenza di alcuni esperti, anche una positiva collaborazione nei campi scientifico e del ciclo del combustibile ed impegni operativi per singole realtà del settore. Ma, la situazione italiana si inserisce, come ovvio, nel più vasto contesto della crisi economico-energetica ed ambientale che caratterizza lo scenario mondiale. Mentre scienziati di chiara fama, quali Rubbia e qualificati esponenti dell’INFN si interrogano su limiti e contraddizioni gestionali ed economiche del “ritorno al nucleare”, in questi ultimi anni si sono moltiplicati studi di Organismi multilaterali, Autorità nazionali , Enti di ricerca e Ong volti ad affrontare il problema della scarsità e costo reale delle risorse energetiche, della loro migliore gestione e di un utilizzo sempre più “virtuoso” Fra questi, guardiamo all’annuale rapporto OCSE-NEA che si sofferma sugli “aspetti positivi di un ricorso rinnovato al nucleare”. Secondo lo studio, la domanda di energia- elettricità in particolare- dovrebbe aumentare di un fattore 2,5 all’orizzonte del 2050 con emissioni di CO2 drasticamente ridotte. Per raggiungere tale obbiettivo, secondo gli autori, è “opportuno ricorrere al nucleare che può al tempo stesso soddisfare una parte significativa dell’aumento di domanda ed alleviare gli effetti indesiderati di carattere ambientale, politico ed economico connessi con i combustibili fossili.” Viene ottimisticamente asserito che quella nucleare sarebbe “la sola tecnologia allo stesso tempo matura e disponibile a livelli di scala necessari e che le riserve di uranio e plutonio già identificate e le nuove tecnologie (gli autori pensano probabilmente anche al riprocessamento) potranno assicurare un rifornimento di combustibile per svariate migliaia di anni”. Malgrado tale assunto, in parte futuribile, lo studio non può dimenticare le criticità, prima fra tutte sicurezza e non proliferazione, il problema tuttora irrisolto, specie in Italia delle scorie, la carenza di risorse umane qualificate in molti paesi, la necessità di migliorare l’efficienza dei controlli multilaterali e di superare l’inerzia complessiva in materia energetico-ambientale delle autorità nazionali ( temi questi evidenziati in un convegno accademico G8 ai Lincei) e, naturalmente la questione delle sensibilità politiche locali .(il c.d. effetto Nimby). E non si può certo scordare che se negli anni 60 il nucleare italiano era pensato come un elemento della crescente indipendenza energetica nel Paese, l’attuale ritorno deve essere pensato nel più vasto quadro europeo, dove molti segnali sembrano invece indicare indirizzi ed opzioni diverse. A quando un vero, approfondito dibattito parlamentare sulle varie opzioni connesse con le rinnovabili (eolica, solare, geotermica ed altre) su diversificazione e mix delle fonti,sulle “reti del futuro”? Comunque, A Iacuelli ricordava che per il nucleare i punti cardine sono : entità degli investimenti, contrarietà delle popolazioni ( e vedasi le recenti dichiarazioni di molti politici e quelle ambigue di svariati candidati alle regionali) stato delle competenze, sicurezza . Quest’ultimo punto, nella realtà ambientale e geologica italiana richiede un forte e prioritario controllo pubblico, un assioma peraltro della Convenzione sulla protezione fisica di materiale ed impianti i cui emendamenti sono stati recentemente firmati (ma non ancora ratificati) ed una ricerca volta a realizzare centrali realmente più efficienti e sicure (la c.d. quarta generazione, le nuove sperimentazioni ecc.) In caso contrario, rimarranno aperte solo opportunità commerciali residuali per alcune imprese italiane del settore. (impiantistica, strumentazioni, decommissioning) e interessi, questi si corposi, per molti consolidati gruppi finanziari e produttivi essenzialmente stranieri. E’ evidente comunque che se, come autorevolmente ricordato il c.d. “rinascimento nucleare” italiano (e non del nucleare in Italia) postula ed implica l’esistenza di tre imprescindibili condizioni “sicurezza nucleare europea e ciclo del combustibile; politica di ricerca e di sviluppo europea; politica europea di non proliferazione nucleare.”, almeno altrettanto delicata e prioritaria appare la trasparenza delle scelte (quid delle localizzazioni: torneremo per l’ennesima volta a Montalto come indicano numerose fonti, e sempre a spese del contribuente?) il nodo delle competenze “concorrenti” Stato-Regioni e soprattutto una risposta politica e consapevole alle scelte democratiche e sovrane dei cittadini.

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Di Il Cosmopolita il 16/02/2010 alle 00:00 | Non ci sono commenti

02/12/2008

Il diritto al cognome

Nella storia che si racconta più di centomila persone sono state sottoposte a disagi morali e burocratici. Tali disagi, per quasi tutte loro, non sono ancora terminati.

Iniziano le difficoltà.

Le difficoltà per gli interessati erano iniziate con l’entrata in vigore del DPR 396/2000, che stabilisce all’art. 98, c. 2, che l’ufficiale dello stato civile, nel trascrivere l’atto di nascita di un italiano nato all’estero, se riscontra che gli è stato attribuito un cognome diverso da quello previsto dalla legge italiana, ha il dovere di rettificarlo per renderlo conforme alla nostra legge.
Ora, la normativa sul cognome varia da un paese all’altro. Quella italiana stabilisce che ai figli deve essere attribuito il cognome del padre; quella argentina ed in genere dei paesi di cultura spagnola prevede l’attribuzione ai figli del cognome del padre e della madre; quella brasiliana lascia liberi i genitori di scegliere il cognome dei figli – molti scelgono il cognome della madre e del padre, altri scelgono un altro cognome, ad esempio quello di un ascendente; ecc.
Tenendo presente che in questi anni si è verificata una crescita esponenziale dei riconoscimenti della cittadinanza italiana e che il fenomeno ha riguardato essenzialmente discendenti di italiani nati in Argentina, Brasile ed alcuni altri paesi dell’America meridionale, ossia di cultura spagnola, si può comprendere perché vi sia stata una crescita esponenziale dei cittadini con cognome diverso da quello previsto dalla legge italiana.
Il suddetto articolo, oltre a prevedere l’obbligo di rettifica del cognome, stabilisce al successivo comma 3 che l’interessato a cui viene rettificato il cognome (o il procuratore della Repubblica o chiunque vi abbia interesse) ha diritto di presentare ricorso al tribunale contro tale provvedimento entro 30 giorni dal ricevimento dell’avviso di rettifica. L’ art. 95, c. 3, specifica che l’interessato può chiedere il riconoscimento del diritto a mantenere il cognome originariamente attribuitogli se questo costituisce ormai un autonomo segno distintivo della sua identità personale. Secondo la giurisprudenza questa ipotesi si verifica sempre quando una persona nasce e cresce con uno stesso cognome.
Quindi i doppi cittadini nati in Argentina, Brasile, ecc., hanno tutti il diritto di ricorrere contro la rettifica del loro cognome effettuata al momento della trascrizione in Italia del loro atto di nascita. D’altra parte, come abbiamo visto e come confermato dal Ministero dell’Interno con la circolare n. 27 del 2004, gli ufficiali dello stato civile hanno tutti l’obbligo di rettificare il cognome nell’ipotesi considerata.
La rettifica del cognome ha riguardato anche i cittadini stranieri che si sono naturalizzati italiani ai sensi dell’art. 5 della legge 91/1992, ossia per il fatto di avere un coniuge italiano. Il Ministero dell’Interno, nel decreto di conferimento della cittadinanza italiana, specificava il cognome spettante secondo la legge italiana.
Vediamo concretamente come sono andate le cose in questi otto anni.

I disagi

La rettifica del cognome effettuata dal comune italiano comporta per il connazionale l’acquisto di una nuova identità in Italia che si aggiunge a quella posseduta nel paese di origine. Quindi, per chi viaggia, un passaporto italiano con un cognome ed uno straniero con un cognome differente.
Le norme in discussione sono generali e pertanto si applicano a tutti gli interessati senza distinzione di sesso o di età: quindi a maschi, femmine, giovani, vecchi e bambini.
La rettifica del cognome crea spesso difficoltà burocratiche che gli interessati devono sforzarsi di superare per far valere in Italia pagelle scolastiche e titoli di studio ottenuti all’estero; e per spiegare in paesi terzi il fatto che il loro biglietto aereo acquistato nel paese di origine esibendo il passaporto straniero contenga un cognome diverso da quello che figura nel passaporto italiano esibito.
Ma l’aspetto più grave è quello morale. Quando pensiamo a noi stessi, ci identifichiamo con il nostro nome e con il nostro cognome. La rettifica del cognome senza il consenso del suo titolare è una violenza morale. E’ la lesione di un diritto fondamentale riconosciuto dalla Costituzione (articoli 2 e 22).

Il lavoro dei consolati e dei comuni

La rettifica in parola ha determinato un sovraccarico di lavoro per i consolati e per i comuni nei settori cittadinanza, stato civile, anagrafe e notifiche.
Il consolato, quando riconosceva il possesso della cittadinanza italiana individuava in genere il cognome spettante, cercando di anticipare la decisione in Italia dell’ufficiale dello stato civile. Era così possibile rilasciare agli interessati il passaporto con il cognome rettificato; e se la decisione del consolato risultava uguale a quella del comune, si evitavano loro serie difficoltà soprattutto se decidevano di fissare la residenza in Italia.
Quando poi i comuni effettuavano la trascrizione degli atti dello stato civile, individuavano a loro volta il cognome previsto dalla legge italiana, provvedevano alla rettifica e chiedevano ai consolati di notificarle agli interessati.
L’origine italiana di coloro che chiedono il riconoscimento della cittadinanza italiana risale in genere a diverse generazioni e spesso non era facile individuare il cognome loro spettante. Per questo motivo frequentemente i consolati ed i comuni giungevano a conclusioni diverse e ciò dava origine ad un contenzioso che alle volte si protraeva a lungo e che si manifestava anche sotto l’aspetto di dati AIRE non allineati.

Tentativi di aiutare i connazionali

La maggior parte di coloro che chiedono il riconoscimento della cittadinanza italiana presso un consolato italiano non è mai stata in Italia, non conosce la lingua italiana e non ha contatti nel nostro Paese. Che fare quando un connazionale si rivolge al consolato per chiedere lumi esibendo l’avviso di rettifica del cognome che lo stesso consolato gli ha notificato? Senz’altro spiegargliene il significato con una traduzione in lingua locale del documento. In qualche consolato si è deciso di aiutare i connazionali redigendo un modello di ricorso e mettendolo a disposizione degli interessati.
Da un punto di vista procedurale sono stati seguiti nel corso del tempo tre iter diversi.
Per prima cosa si è provato ad inviare il ricorso al comune, con preghiera di inoltrarlo al procuratore della Repubblica. Come sopra indicato, l’art. 98, c. 3, del DPR 396/2000 attribuisce al procuratore della Repubblica il potere di ricorrere. Sperando pertanto nella decisione del procuratore di sollevare il caso. Per motivi di praticità e per semplificare il lavoro si trasmetteva al comune il ricorso insieme alla documentazione da trascrivere in Italia. Questa idea è stata poi seguita da diversi altri consolati. Successivamente, approfittando di internet, si è inserito il modello di ricorso nel sito del consolato, suggerendo agli interessati (secondo iter) di inviare il ricorso al procuratore della Repubblica ed in seguito (terzo iter) suggerendo di inviarlo al tribunale. A queste informazioni sono state accompagnate le istruzioni su come trovare attraverso internet gli indirizzi di procuratori e tribunali.
Con ognuno dei tre iter si sono registrati successi, ma con il passare del tempo è aumentata drasticamente la percentuale dei fallimenti. Infatti, ad un certo punto, con l’aumentare del numero dei ricorsi ricevuti, i comuni hanno iniziato ad informare che la procedura seguita dal consolato era irrituale in quanto le norme non prevedevano un intervento del comune nel procedimento; ed i procuratori della Repubblica hanno iniziato a dire agli interessati che dovevano rivolgersi al tribunale e a respingere pertanto la documentazione.
I tribunali, a loro volta, hanno informato che, in base alle norme vigenti, i ricorsi dovevano essere depositati in cancelleria personalmente dagli interessati o da un loro procuratore e che era necessario pagare i diritti di cancelleria. Così, dopo una serie di tentativi durata anni e nonostante i numerosi risultati positivi ottenuti, non restava che prendere atto che per gli interessati residenti all’estero era praticamente impossibile ricorrere. Meglio quindi togliere di circolazione il modello di ricorso, piuttosto che illudere i connazionali sulle possibilità di successo.

Il chiarimento

Circa un anno e mezzo fa, arriva in un consolato la risposta di un tribunale ad uno degli innumerevoli ricorsi inviati. E’ la richiesta di notifica all’interessato di un’ordinanza del tribunale di Sala Consilina (Prov. di Salerno) nella quale è scritto che il ricorso viene respinto per motivi procedurali. Il giudice però approfitta dell’occasione per esprimere la sua posizione in tema di diritto al cognome, sostenendo il seguente principio.
“Considerato che il nome e il cognome della persona vengono determinati dalla legge dello Stato di cui è cittadina al momento della nascita, la successiva attribuzione di una seconda cittadinanza non comporta la venuta ad esistenza di un nuovo soggetto al quale debbano applicarsi le norme italiane sull’imposizione del nome”. Si tratta invece di “un soggetto di diritto già esistente, i cui diritti fondamentali (tra i quali è compreso quello dell’identità personale) sono inalienabili alla stregua della nostra Costituzione”. Conseguentemente “non si sarebbe dovuta applicare la normativa italiana sull’imposizione del cognome ai nuovi nati”.
E’ la soluzione! Si trasmette subito copia dell’ordinanza al Ministero degli Affari Esteri DGIT Ufficio III, che prende in seria considerazione la questione e si rivolge al Ministero dell’Interno. Dopo circa un anno il Ministero dell’Interno emana la circolare n. 397 del 15/05/2008 che stabilisce che l’obbligo di rettifica del cognome di cui all’art. 98, c. 2, del DPR 396/2000 non riguarda i doppi cittadini italiani e stranieri. Nella circolare è scritto, tra l’altro:
“Infatti, sono state emesse ormai numerose decisioni dell’autorità giurisdizionale italiana di annullamento dei provvedimenti di correzione effettuati dagli ufficiali dello stato civile. La gran parte di tali provvedimenti riguarda cittadini italiani in possesso anche della cittadinanza di un paese sudamericano, dove vige l’uso, di tradizione spagnola e portoghese, di attribuire al minore sia il cognome paterno sia il cognome materno. Le decisioni hanno messo in luce che il testo dell’art. 98 si riferisce ai soli casi di cittadini italiani nati all’estero e non menziona la diversa ipotesi di soggetti muniti di doppia cittadinanza.”
Quindi adesso i comuni non rettificano più i cognomi dei doppi cittadini ed i consolati, quando trasmettono gli atti dello stato civile ai comuni, iscrivono alla propria anagrafe i cognomi delle persone senza più alterarli; e non si verificano più discrepanze fra le registrazioni anagrafiche dei consolati e dei comuni per quanto si riferisce ai cognomi. Centinaia di ore di lavoro risparmiate! E niente più violazioni della Costituzione!
In questa storia, la presentazione di un grande numero di ricorsi – alcune migliaia - ha reso probabile che una parte di loro finisse sulla scrivania di ufficiali dello stato civile, procuratori o giudici favorevoli ai ricorrenti. A differenza di quanto avviene quando un pescatore lancia numerose esche per poter mettere in cesta per lo meno alcuni pesci, nel nostro caso il pesce è adesso per tutti gli interessati.

Problemi rimasti

Si tratta delle più di centomila persone a cui è stato rettificato il cognome in seguito all’applicazione del suddetto art. 98, c. 2, ora considera errata. Si ritiene che la situazione vada sanata. Chi vorrà occuparsene?

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Di Il Cosmopolita il 02/12/2008 alle 00:00 | Non ci sono commenti

25/09/2008

Di razza ce n’è una sola. Quella umana.

La Toscana non è nuova all’illuminismo della ragione. A suo tempo, mentre il Papa Re mutuò dalla Rivoluzione francese soltanto l’uso della ghigliottina, il Granducato di Toscana abolì la pena di morte ed introdusse forme di habeas corpus. Per non parlare dell’Umanesimo e del Rinascimento che ne seguì: quell’Umanesimo che ora viene assunto come deterrente dello scontro di civiltà. Se mettiamo l’uomo al centro del pensiero contemporaneo, vi è motivo di riconoscersi gli uni cogli altri sulla base di questa semplice e “naturale” constatazione. Uno jus naturale dei giorni nostri contro tutti gli isterismi da guerra di contrapposizioni fra sistemi inconciliabili. Non stupisce allora che oggi la Regione Toscana lanci il Manifesto degli scienziati antirazzisti 2008, detto anche Manifesto di San Rossore. La parola d’ordine è netta: “Di razza ce c’è una sola. Quella umana”. Il manifesto è redatto e firmato da un gruppo di docenti fra i quali spicca Rita Levi Montalcini, nella molteplice veste di studiosa, premio Nobel, ebrea. Il pregio del manifesto è che è redatto in modo semplice e piano e mira prima a sfatare certi perniciosi luoghi comuni e poi a lanciare il messaggio nuovo. Messaggio nuovo che pare alla fine quasi ovvio. Alcuni passaggi andrebbero scritti in lingua padana, ammesso che tale lingua esista. Ad esempio quello che smentisce la leggenda (“del tutto falsa”) che i veri italiani discendono da famiglie che abitano l’Italia da almeno un millennio. I Romani, tanto per dire, inglobarono con lo jus gentium popolazioni alloctone e riconobbero lo status di cittadini, nonché posizioni di primo piano, a barbari della sterminata provincia dell’impero. L’Imperatore Adriano delle Memorie di Marguerite Yourcenar veniva da fuori. E così il Gladiatore del film di Ridley Scott! La pagina più toccante, nel senso letterale che tocca un tasto del dibattito domestico, riguarda gli ebrei italiani. Dopo le storie sul fascismo “buono” prima delle leggi razziali e “cattivo” dopo, il manifesto tira una linea decisa. Gli ebrei, come molti popoli migranti, fanno parte di diverse culture “pur mantenendo contemporaneamente una loro identità di popolo e di religione”. Essi arricchiscono anche le altre culture senza annullarle. L’ideologia razzista, basandosi sul timore che la propria razza si alteri a contatto delle altre, è cieca rispetto al fatto che i matrimoni fuori casa sono incoraggiati proprio per cementare le alleanze meglio di qualsiasi trattato diplomatico. Anche il matrimonio, questo istituto così scosso della contemporaneità, è un antidoto sempre efficace contro la malattia razzista. Il Cosmopolita aderisce al Manifesto di San Rossore!

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Di Il Cosmopolita il 25/09/2008 alle 00:00 | Non ci sono commenti

21/09/2006

Da Ellis Island a Lampedusa

Il dibattito, dai toni spesso concitati se non addirittura apocalittici, sul disegno di legge governativo che modifica tempi e modalità di concessione della cittadinanza agli stranieri, non sembra aver colto una contraddizione socio-giuridica quasi schizofrenica e tipicamente italiana: la convivenza di emigrazione ed immigrazione, di italiani nel mondo e stranieri in Italia, in un’epoca di profonde trasformazioni, induce ed accompagna fenomeni estremamente delicati e complessi, che evidenziano come non mai l’endemico ritardo normativo e di analisi delle nuove realtà con cui dobbiamo confrontarci. Ci troviamo oggi di fronte alla doppia necessità di integrazione degli immigrati e di gestione di una enorme collettività all’estero, cresciuta a dismisura anche per l’anacronismo dello ius sanguinis, diventato ormai un evanescente fil rouge tra l’italiano partito con un piroscafo alla fine del secolo XIX ed i suoi bis-bis-bis nipoti che vivono a Sidney, San Paolo, Buenos Aires, New York o Toronto. Anche da un punto di vista numerico (sono poco più di tre milioni gli emigrati come gli immigrati) sembra esistere una singolare corrispondenza tra i due fenomeni, mentre si calcola che potrebbero essere addirittura più di 60 milioni gli oriundi aventi titolo al riconoscimento della cittadinanza italiana. In circa un secolo e mezzo si sono verificati oltre 28 milioni di espatri dal nostro Paese, dando origine ad una vera e propria epopea dell’emigrazione, un’enorme diaspora che fa ormai parte del nostro patrimonio storico, culturale e politico. Gli “Italiani nel mondo”- secondo la nuova accezione - rappresentano tuttavia, senza nulla togliere al loro ruolo di grande risorsa per il nostro Paese, non tanto una “Italia fuori dell’Italia” come vorrebbe la semplicistica retorica “tremagliana” ma un frastagliato arcipelago di vicissitudini, situazioni e percorsi estremamente diversificati, non riconducibili ad unità, se non a prezzo di artificiali forzature: dai cartoneros di Buenos Aires, che per mettere insieme pochi spiccioli rovistano tra i cartoni delle discariche, ai vari presidenti della Repubblica ministri e/o membri delle istituzioni di molti paesi di accoglienza, dai numerosi oriundi di seconda terza e quarta generazione diventati parte integrante dell'amministrazione, dei sindacati, della vita artistica e culturale, dell'imprenditoria a tutte le persone “normali” che, a milioni, sono semplicemente entrati a far parte, della società, ossia della “cittadinanza” locale. E’ evidente che il modello tradizionale di “cittadinanza” si trova di fronte ad una grave crisi nel momento in cui riconosce l'esistenza di un 'terzo', lo “straniero residente” o l’ “italiano potenziale” collocato praticamente a metà strada tra il cittadino e lo straniero. La cittadinanza, secondo la migliore dottrina del Diritto Internazionale, è infatti un criterio di collegamento tra l’individuo e lo Stato ed indica uno status al quale corrispondono precisi diritti e doveri: il diritto di libera circolazione nel territorio dello Stato, i diritti di partecipazione pubblica (elettorato attivo e passivo), il diritto di accedere a cariche e uffici pubblici, alcuni diritti sociali (assistenza sociale, mantenimento ecc), il dovere di fedeltà e, infine, il dovere di prestazioni personali (difesa del paese) e patrimoniali (tasse e contributi). La realtà mostra che molti Uffici di Stato Civile dei Consolati stanno lavorando da anni, soprattutto in America latina, alla ricostruzione della cittadinanza di numerosissimi italiani cosiddetti “strumentali”, e cioè discendenti di terza, quarta o quinta generazione che, pur avendo sempre avuto il diritto a richiedere il riconoscimento del nostro “status civitatis”, solo oggi lo esercitano, spinti dalle ricorrenti crisi economiche e dall’intenzione di stabilirsi in un Paese dell’Unione Europea (fra l’altro più la Spagna che l’Italia) con un passaporto italiano. E lo stesso discorso può ripetersi per i rampanti neo-laureati americani o canadesi, che hanno magari interesse a trasferirsi senza ostacoli a Londra per lavorare nella City. E’ molto verosimile che tali “nuovi” italiani, motivati da ragioni esclusivamente strumentali, non avranno alcun interesse a partecipare alla vita politica italiana con il proprio voto né ad assumere doveri connessi alla condizione di cittadino. E’ logico ed opportuno mantenere in funzione dei “cittadinifici” permanenti senza mai interrogarsi sul significato e sulle prospettive di tutto ciò? Come facciamo ad esigere agli stranieri di parlare la nostra lingua o di sottoporsi a non meglio precisati “test d’integrazione”, quando non siamo in grado di assicurare un sufficiente grado di integrazione linguistica, culturale e civica di coloro che, a migliaia ogni anno, rivendicano un’appartenenza “di sangue” (quindi sostanzialmente “etnica”) al nostro Paese? E siamo sicuri che ciò debba avvenire senza altro onere se non quello di fornire una prova ancorché remota della propria discendenza da antenati che popolavano un’Italia magari pre-unitaria? L'attività dei consolati si è svolta per decenni e continua a svolgersi in una situazione di spaventosa carenza di organico e di strategia, sotto la forte pressione della “domanda” di cittadinanza e la conseguente impossibilità di esaudire tutte le richieste. Dal punto di vista legislativo si è cercato più volte, senza successo, di introdurre qualche meccanismo (la c.d. opzione) capace di limitare gli automatismi della normativa sulla cittadinanza, anche per non snaturare il concetto stesso di appartenenza al nostro Paese. Sono andati invece regolarmente a buon fine tutti i tentativi di estendere quanto più possibile l’applicazione dello “ius sanguinis” (da ultimo la legge 14 dicembre 2000, n. 379, concernente disposizioni per il riconoscimento della cittadinanza italiana alle persone nate e già residenti nei territori appartenenti all'impero austro-ungarico ed ai loro discendenti). Nessuno immaginava che il voto degli italiani all’estero sarebbe stato così decisivo per le sorti della politica nazionale ed il fatto che - quasi miracolosamente – il MAE sia riuscito a gestire l’operazione con efficienza, non ci esime dall’evidenziare i punti critici di un impianto normativo che non può essere certo considerato un modello di modernità e coerenza. Stiamo parlando, come del resto nel caso del diritto all’integrazione dello straniero legalmente residente in Italia, di diritti fondamentali, che non possono essere limitati o resi inaccessibili per difetto di elaborazione giuridica teorica e/o pratica. Ebbene, quando si passa dall’enunciazione di un diritto, sicuramente sacrosanto come quello di voto, all’applicazione pratica di esso, non si può prescindere dagli inevitabili problemi connessi al trasferimento sul piano mondiale di una disciplina elettorale nata per il territorio nazionale e dall’applicazione di norme sulla cittadinanza obsolete, sostanzialmente finalizzate a preservare almeno un’illusione di appartenenza all’Italia per gli emigrati transoceanici. La prima operazione logica da compiere è per esempio quella di individuare esattamente il corpo elettorale che partecipa all’esercizio. Teoricamente, il problema non dovrebbe neppure porsi: sono elettori tutti i maggiorenni in possesso della cittadinanza italiana e che risiedono legalmente all’estero. In realtà, nessuno è attualmente in grado di fornire la cifra complessiva degli aventi diritto, né di prevedere quali potrebbero essere gli sviluppi a breve, medio e lungo termine della consistenza di questo corpo elettorale (se per assurdo gli oltre 60 milioni di oriundi decidessero di andare a votare, dovremo “raddoppiare” il Parlamento? Se volessimo adeguare la rete consolare alla quantità di “aspiranti cittadini” dovremmo aprire qualche migliaio di Uffici?) Prima del 1988, anno di entrata in vigore della legge 470 sull’Anagrafe Consolare, i fascicoli dei singoli connazionali residenti all’estero in possesso degli uffici consolari erano esclusivamente cartacei, e in essi si ritrovavano spesso pochi dati incompleti. E’ poi faticosamente iniziato un processo di informatizzazione degli schedari - non ancora concluso e che continua ad assorbire, in epoca di “vacche magre” ingentissime risorse finanziarie ed umane - affidato prevalentemente ad operatori esterni (i cd. digitatori) . Il risultato di questa interminabile, superficiale ed indiscriminata operazione di “data entry” ha portato ad ulteriori confusioni con l’inserimento di molti nuovi dati erronei, che hanno spesso vanificato la riduzione dei famosi “disallineamenti” fra le cifre degli iscritti nelle Anagrafi consolari ed iscritti presso l’AIRE dei Comuni. Le periodiche guerre di cifre ed i tentativi delle singole Amministrazioni coinvolte di scaricarsi reciprocamente le responsabilità danno la chiara dimensione di un fenomeno che é lungi dall’essere risolto. Bisogna quindi finalmente avere il coraggio e l’onestà di dire che qualsiasi operazione di bonifica, (mailings, campagne pubblicitarie, concorsi a premi ecc..) pur condotta con i migliori strumenti informatici e con fondi adeguati, é condannata all’insuccesso senza il concorso attivo degli interessati. Ammesso e non concesso che si riuscisse oggi ad avere una Anagrafe perfetta ed efficiente cosa succederebbe di qui a qualche anno in mancanzadi meccanismi di aggiornamento? L’ unica soluzione é quella di introdurre meccanismi precisi ed affidabili che contemplino la partecipazione obbligatoria dei connazionali residenti all’estero (stabilmente o temporaneamente). Ciò vorrebbe dire, in termini tecnici, che l’ attuale impostazione della legge sul voto all’estero e della legge sulla cittadinanza andrebbero capovolte, inserendo meccanismi semplici e chiari di “opzione”. Si eviterebbe cosí la cittadinanza puramente “strumentale” e si avrebbe un corpo elettorale definito su base volontaria e ragionevolmente molto più motivato e consapevole nell’esprimere il proprio voto. Questa ipotesi potrebbe comportare inoltre il vantaggio di costituire una base solida per la gestione di un’ Anagrafe Unica degli italiani all’estero, svincolata dalle singole AIRE dei Comuni, come già avviene in Francia con buoni risultati. Si avrebbe un’ Anagrafe Centrale in Italia, soggetto unico con cui dialogherebbero informaticamente tutte le Sedi consolari, invece di avere oltre 8100 interlocutori, quanti sono i Comuni italiani, con enormi vantaggi per la celerità e affidabilità delle operazioni, nonché per una eventuale futura realizzazione del voto elettronico. In sostanza, si avrebbe una platea di cittadini ed elettori forse più ridotta, ma certamente più rappresentativa e con percentuali di partecipazione sicuramente maggiori. Essa, inoltre, risulterebbe raggiungibile con affidabilità (visto che gli indirizzi sarebbero forniti dagli stessi interessati), innescando un meccanismo di responsabile coinvolgimento dei connazionali nella vita pubblica del nostro Paese e permettendo un’erogazione di servizi, da parte della nostra rete diplomatico-consolare, sicuramente più mirata ed efficace, oltre che, molto probabilmente, meno dispendiosa.

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Di Il Cosmopolita il 21/09/2006 alle 00:00 | Non ci sono commenti

21/09/2006

Cittadinanza e integrazione

Il consiglio dei ministri ha approvato il 4 agosto scorso un disegno di legge che modifica le condizioni di acquisto della cittadinanza italiana da parte degli stranieri. Le novità sostanziali della nuova normativa, che consta di soli sei articoli, riguardano la riduzione da 10 a 5 anni del periodo di soggiorno legale ininterrotto richiesto agli stranieri extracomunitari per poter avanzare domanda di cittadinanza e l'introduzione di un 'test di integrazione' i cui contenuti dovranno essere meglio precisati ma che implicherà sicuramente una 'perfetta padronanza' della lingua italiana. Saranno inoltre previste anche se non ancora definite, delle non meglio precisate verifiche della 'serietà delle intenzioni' dell'aspirante cittadino. Per capire l’importanza di questa modifica è bene ricordare che oggi, su tre milioni di immigrati regolari, circa il 30 per cento risiede stabilmente in Italia da almeno cinque anni. Il disegno di legge stabilisce inoltre che i nati in Italia da genitori stranieri, di cui almeno uno residente legalmente in Italia da più di cinque anni, acquistino immediatamente la nostra cittadinanza senza dover aspettare la maggiore età, come è previsto dalle norme attualmente vigenti. Viene introdotta poi un’ulteriore possibilità: può chiedere il passaporto italiano “chi nasce in Italia da genitori stranieri di cui almeno uno, residente legalmente all’atto della nascita del figlio, sia nato in Italia”. Il requisito della nascita in Italia del genitore, si spiega nella relazione introduttiva, come quello della residenza legale, è un indice della volontà del richiedente di “stabilmente dimorare nel nostro Paese e di inserirsi, con la propria discendenza, nel tessuto sociale creando le condizioni per una reale integrazione”. Cittadino italiano potrà diventare anche il minore che vive da cinque anni in Italia (pur senza essere nato qui), e “che ha frequentato un ciclo scolastico o un corso di formazione professionale o ha svolto regolare attività lavorativa per almeno un anno”. L’acquisizione della cittadinanza italiana, che sarà concessa con decreto del ministro dell’Interno e non più del Presidente della Repubblica, verrà sottoposta alla verifica della “reale integrazione dello straniero nel territorio dello Stato”. La legge punta anche a contrastare il fenomeno dei “matrimoni di convenienza”, rendendo più difficile acquisire la cittadinanza grazie alle nozze con un italiano. Si stabilisce che “il coniuge straniero o apolide, di cittadino italiano acquista la cittadinanza quando, dopo il matrimonio, risieda legalmente due anni (finora bastavano sei mesi) nel territorio della Repubblica”. Sull’iniziativa legislativa c’è già un dibattito abbastanza articolato e qualche problema di carattere amministrativo (la Ragioneria Generale dello Stato avrebbe dato parere negativo al provvedimento in quanto non sarebbe a costo zero). La riduzione a cinque anni del periodo di permanenza legale in Italia, che ha suscitato le critiche più aspre, non sembra in realtà particolarmente innovativa: la legge anteriore all’ultima riforma in materia di cittadinanza, avvenuta nel 1992, prevedeva già un termine di cinque anni per poter richiedere la naturalizzazione, cinque anni sono richiesti dalle legislazioni francese e britannica mentre la stessa legge n.91 del 1992 prevede varie ipotesi di abbreviazione dei termini (tre anni di residenza legale per i discendenti di ex cittadini italiani per nascita fino al secondo grado e per gli stranieri nati sul territorio italiano; quattro anni di residenza legale per i cittadini di uno Stato appartenente alle Comunità Europee; cinque anni di residenza legale per gli apolidi e i rifugiati, così come per gli stranieri maggiorenni adottati da cittadini italiani ecc…) Alla base delle polemiche più genuine ed illuminate (e quindi non di quelle più rozze razziste e xenofobe che purtroppo godono più facilmente del favore dei media) si fronteggiano le due classiche visioni della cittadinanza: quelle di tipo identitario e quella contrattualistica. Per le prime, cittadinanza e nazionalità tendono a coincidere: è cittadino italiano chi nasce da genitori italiani, e c'è poco spazio per le eccezioni. Per le seconde, la cittadinanza è essenzialmente un patto tra gli individui di una comunità che decidono di legarsi gli uni agli altri in un ordinamento giuridico comune. La legge sulla cittadinanza misura in qualche modo il livello di civiltà giuridica e democratica di un ordinamento ed è sicuramente auspicabile anche nel nostro il superamento dello “ius sanguinis”, principio sostanzialmente “etnico”, in favore di una concezione più moderna e cosmopolita che riconosca agli stranieri una capacità giuridica sostanziale. Più complesso appare l’elemento della “dimostrata volontà di integrazione” dello straniero, che appare per altro eccessivamente indeterminato e pertanto di difficile o troppo discrezionale applicazione. La conoscenza della lingua è di certo un requisito fondamentale, ma sarebbe opportuno esplicitarne chiaramente degli altri, per contribuire ad affermare l’idea che l’acquisto della nuova cittadinanza non è un atto di natura esclusivamente giuridica, o ancor peggio burocratica, ma implica (e dunque richiede) l’adesione a valori storico-politici che sono carichi anche di conseguenze morali e culturali. La cittadinanza, per lo straniero non comunitario, non significa solo diritto di voto, ma anche uscire dal tunnel della pesante burocrazia cui sono particolarmente soggetti, tra un rinnovo del permesso di soggiorno e l'altro, e poter accedere a posizioni lavorative e benefici che la legge riserva ai soli cittadini. Se non si vuole perpetuare un odioso e permanente regime di separatismo e sfruttamento a danno di centinaia di migliaia di uomini, donne e bambini, l’unica soluzione è di cercare di integrarli nel modo più ampio e radicale, come solo il godimento della cittadinanza può fare. Al di là dell’aspetto giuridico è evidente che esiste oggi anche in Italia un problema di convivenza tra culture diverse che per poter comunicare tra loro hanno bisogno di riconoscere nelle leggi dello stato un parametro di riferimento chiaro e sicuro. Il criterio della cittadinanza va in tal senso accompagnato da un sistema di garanzie che potremmo definire di “qualità di vita”, basato sui principi fondamentali che la semplice appartenenza giuridica al nostro paese di per sé non garantisce. La cittadinanza non ha del resto impedito la messa a ferro e fuoco delle banlieue francesi o addirittura le bombe nella metropolitana di Londra. Rendere più accessibile l’acquisto della cittadinanza é quindi sicuramente di un passo importante che però è ben lungi dal garantire un processo di integrazione. Se le comunità di immigrati con tanto di cittadinanza italiana rimangono nei ghetti e non hanno prospettive di lavoro si sentiranno sempre “altro” rispetto al paese in cui vivono. Si tratta di un tema molto profondo e delicato con il quale non si può fare a meno di confrontarsi perché, come tutti sanno, esistono religioni e culture patriarcali ed arcaiche, che molte comunità portano con sé, che fanno a pugni con i principi ispiratori delle nostre leggi o con i percorsi di progresso civile che in Italia sono stati fatti. Non si tratta di insistere sulle battaglie “immigrati dentro o fuori” come si fa ormai da troppi anni: i recenti tragici fatti di cronaca dimostrano che convivono già nel nostro paese realtà ed individui perfettamente in regola dal punto di vista formale (il padre della pakistana Hina era considerato quasi un cittadino modello) con tradizioni, culture e modalità, in particolare di sottomissione delle donne, che sono assolutamente intollerabili per la nostra cultura. Ciò va fatto tuttavia con intelligenza ed umiltà senza mai dimenticare che non tantissimi anni fa nel nostro paese esistevano situazioni sostanzialmente analoghe, riconosciute non solo dal costume ma anche, in molti casi, dalla legge. Il dialogo tra comunità diverse è estremamente difficile ed anche collaudati modelli di società “multiculturale” come quello del Regno Unito (dove esiste, sulla scorta di quanto era stato realizzato nelle colonie, una sorta di patto tra Stato e le varie comunità che garantisce, in cambio di un’autonomia nelle decisioni interne alla vita della comunità, i comportamenti dei singoli verso il resto della società) appaiono insufficienti in un mondo in cui gli “input” fondamentalisti o comunque antisociali superano agevolmente qualsiasi confine di comunità ed arrivano attraverso internet. Le regole devono riguardare ciascuno singolarmente: bisogna parlare ai singoli, confrontarsi con le loro culture ed avere anche il coraggio di criticarle apertamente: non è che non ci possano essere scuole islamiche ma sicuramente ciò non può comportare l’accettazione di pratiche barbariche (p.es. l’infibulazione o più semplicemente i matrimoni forzati per impedire i quali in Francia è stata fatta una legge “ad hoc”). Il percorso che porta alla cittadinanza non è del resto mai automatico ma sempre legato alla volontà del singolo. Quando chiediamo agli stranieri di fare un giuramento di fedeltà alle leggi dello Stato non dobbiamo chiedergli di aderire ai valori della nostra civiltà ma fare riferimento in modo inequivocabile ai valori della nostra Costituzione, cioè di accettare e rispettare i valori fondanti della nostra legislazione che sono basati sull’eguaglianza, sulla tolleranza e sulla democrazia. Le politiche per l’Immigrazione vanno studiate e coordinate su diversi piani che non sempre sono vicinissimi tra loro. Non sarebbe sbagliato prevedere un vero Servizio o addirittura un ministero dell’Immigrazione, come avviene in altri paesi, con persone adeguatamente preparate ad affrontare le complesse problematiche dell’integrazione e che non siano semplicemente, come avviene oggi, particelle di una incredibile frammentazione di competenze fra ministeri, questure, enti territoriali.

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Di Il Cosmopolita il 21/09/2006 alle 00:00 | Non ci sono commenti

23/03/2006

Il centro-destra sta avvelenando i pozzi della politica estera italiana

E’ molto preoccupato Luciano Vecchi, responsabile esteri dei Democratici di Sinistra, e le sue affermazioni sono nette. La crisi dei rapporti con la Libia (dopo che Berlusconi aveva affermato che, con quel Paese, il suo governo aveva stabilito rapporti solidissimi) è solo l’ultima tappa – per ora – di una retrocessione che l’Italia ha purtroppo subito, in questi anni, nel sistema di relazioni internazionali. E questa crisi è sicuramente sintomatica dei danni che l’estremismo ed il dilettantismo del centro-destra e le sue scelte acritiche hanno fatto al ruolo tradizionale dell’Italia come mediatore tra il mondo Arabo, l’Europa e gli Stati Uniti: ruolo del quale si sente più che mai il bisogno. Lo spot elettorale che il Presidente statunitense ha concesso al Premier italiano non riesce a nascondere un fallimento che sta toccando molti degli aspetti strategici della proiezione internazionale del nostro Paese. Balcani, America latina, Mediterraneo, Corno d’Africa, Africa australe. Queste sono state e dovrebbe essere aree in cui la presenza italiana assume un carattere di importanza strategica: in questi ultimi anni siamo sostanzialmente scomparsi. Unione Europea. L’Italia ha il proprio interesse nazionale fondamentale nell’essere motore del processo di integrazione. Sono note a tutti le posizioni politiche euroscettiche che hanno contraddistinto gran parte della compagine di governo. Il governo Berlusconi ci ha sostanzialmente isolati in Europa e ha contribuito non poco alla crisi attuale del processo di integrazione europea. Solo ora, dopo il No francese all’OPA dell’ENEL, Tremonti è costretto ad ammettere che servono regole comuni e che il protezionismo danneggia l’Italia. Ben poco è stato fatto per collocarci in posizione avanzata verso i nuovi Paesi emergenti dell’Asia orientale e meridionale, ai quali dobbiamo comunque guardare per avviare nuovi e più duraturi rapporti di collaborazione, in sintonia con gli interessi delle nostre imprese, attraverso politiche innovative e coraggiose, anche cogliendo le migliori pratiche dei Paesi europei più dinamici in quell’area. Non è quindi un caso che, oggi, non vi siano italiani in posizioni apicali nelle organizzazioni internazionali e che l’Italia sia, con poche eccezioni, esclusa dalle sedi decisionali più importanti. I problemi della politica estera italiana di questi anni sono quindi innanzitutto politici, frutto di mancanza di una visione complessiva degli interessi nazionali e anche frutto di dilettantismo e di improvvisazione della classe politica del centro-destra. Nelle ultime settimane molti organi di stampa hanno anche denunciato lo stato di abbandono in cui è stato messo il Ministero degli Esteri e scelte arbitrarie nella determinazione delle carriere diplomatiche Si tratta di un allarme più che giustificato, anche se, come spesso accade, l’eccesso di personalizzazione sarebbe un errore. In questi anni difficili la parte più consapevole della diplomazia italiana, che per fortuna esiste ed è motivata da un forte senso dello Stato e spirito di servizio, ha fatto del proprio meglio, in condizioni materiali spesso proibitive, per tutelare, per quanto possibile, l’immagine dell’Italia. Ciò che occorre è una politica di valorizzazione delle risorse umane, all’interno del Ministero degli esteri, che premi le capacità, il merito, che favorisca una formazione adeguata, che non mortifichi la professionalità, le energie e le intelligenze, in particolare quelle dei giovani e che si faccia carico anche del personale non diplomatico. Vi sono naturalmente responsabilità gravi del governo nel non avere, in questi anni, utilizzato bene le potenzialità esistenti, per avere frustrato capacità riconosciute, e per avere più volte privilegiato l’ affiliazione politica invece dei principi della sana e trasparente amministrazione. Oltre a ciò si pongono ormai problemi drammatici per quanto riguarda le risorse e gli strumenti a disposizione della proiezione esterna del Paese. Ricordate il Berlusconi ministro ad interim degli esteri, quando prometteva mirabolanti innovazioni in grado di promuovere l’economia italiana nel mondo? Ebbene, non solo non è successo nulla ma sono stati tagliate le risorse indispensabili anche al funzionamento quotidiano del Ministero e della rete diplomatico-consolare. La situazione è davvero preoccupante. Oltre alla continua riduzione di risorse degli ultimi anni, per il 2006 si è raggiunta una situazione paradossale, che la dice lunga su quanta (poca) considerazione il governo attuale abbia per la politica estera del Paese. Infatti, con gli ulteriori tagli apportati dall’ultima finanziaria al già martoriato bilancio del Ministero degli Affari Esteri tutte le nostre rappresentanze diplomatiche corrono il rischio di chiudere a metà di quest’anno. Il grido di allarme è ormai generalizzato e proviene da tutti i Paesi del Mondo. Solo il Ministro Fini ed il Governo fanno finta di non sentire, anzi proclamano dall’alto dei megamanifesti o nei talk show televisivi che il prestigio dell’Italia in Europa e nel Mondo è aumentato! Invece, con i fondi a disposizione molte sedi e molte attività riusciranno ad andare avanti al massimo fino all’estate, poi, in mancanza di sostanziali integrazioni, saranno costrette a chiudere o a ridurre allo stato larvale le loro attività. Insomma, certo di perdere le prossime elezioni il governo – e la sua maggioranza – sta “avvelenando i pozzi” per chi verrà dopo. I dati sono drammatici. Il Ministero degli Esteri non può più pagare le missioni dei propri funzionari, comprese quelle che servono per rappresentare l’Italia a riunioni di organi dell’Unione Europea. Gli stanziamenti per il funzionamento della rete diplomatico-consolare sono ridotti mediamente del 50% rispetto all’anno passato. Questo significa che in quasi tutte le sedi già da maggio-giugno non vi saranno i soldi per pagare le bollette della luce, dell’acqua, del telefono, per le spese dei collegamenti informatici, delle pulizie… Il fondo per le misure di sicurezza è sceso da 10 a 6 milioni di Euro. In questo caso non si tratta solo della funzionalità degli uffici all’estero, ma dell’incolumità fisica del personale che vi presta servizio. E’ irragionevole e foriero di gravi conseguenze da parte di questo governo pensare che siano diminuite nel Mondo le ragioni di ostilità al nostro Paese, permanendo la presenza militare in Iraq ed il servile appiattimento sulla politica estera statunitense. E per quanto riguarda la cooperazione allo sviluppo? Si parla ormai di smantellamento delle attività italiane in questo campo. E’ vero? La situazione è ormai drammatica. I fondi destinati alla cooperazione allo sviluppo invece di aumentare per cercare quantomeno di riavvicinarci alle percentuali dei partners europei hanno subito un ulteriore taglio del 33%, confermandoci vergognoso fanalino di coda nella classifica dei donatori internazionali. Non si poteva certo pensare che ad un governo di centro-destra stessero a cuore le condizioni di vita delle popolazioni più povere del pianeta, ma in questo modo, oltretutto, si disattendono impegni internazionali e si rinuncia ad un importante strumento di politica estera nei confronti di molti stati. I soggetti italiani della cooperazione internazionale (a cominciare da molte ONG) stanno riducendo o cessando le loro attività a causa dei tagli finanziari, con gravi danni sia per le popolazioni beneficiarie delle azioni di cooperazione, che per la presenza italiana sullo scenario internazionale. Alcune situazioni sono paradossali. Uno dei cavalli di battaglia della nostra politica estera degli ultimi anni è stato il tentativo di ingresso permanente nel Consiglio di Sicurezza ed ora la Rappresentanza presso le Nazioni Unite a New York non dispone dei fondi per poter affrontare operativamente l’imminente biennio, a rotazione, di presenza italiana nel medesimo Consiglio. Che cosa farà il governo del centro-sinistra? Ci sarà molto da fare per il nuovo governo se vorrà invertire la rotta e tornare a contare nel contesto internazionale. Le macerie erano già tante e la Finanziaria ha costituito la classica ciliegina sulla torta. Non c’è che dire, la degna conclusione di un quinquennio di sfascio della politica estera italiana. L’Unione ha presentato un programma di governo molto chiaro, coerente e ambizioso. Nelle parti che riguardano la politica estera ed europea vi sono scelte esplicite e condivise da tutta la coalizione. Innanzitutto l’Italia deve tornare ad essere un motore del processo di integrazione europea. A tal fine l’impegno, anche personale, del Presidente Prodi e di tutta la coalizione rappresenta la garanzia di una visione seriamente europeista. Occorre rafforzare i rapporti transatlantici tra l’insieme dell’Unione Europea e gli Stati Uniti, Non ci tragga in inganno lo show americano di Berlusconi. Per una politica estera seria non servono le pacche sulle spalle ma occorre una visione strategica che, anche in questo caso, è mancata. Noi siamo convinti che, anche nel mondo di oggi, il rapporto transatlantico tra Europa e Nord America rimane strategico. La continuità e il rafforzamento di relazioni transatlantiche efficaci, equilibrate e non antagoniste sono nell’interesse dell’Italia e dell’Europa. Se ieri, nell’epoca bipolare, quell’alleanza ha consentito l’affermarsi di comuni visioni e comuni interessi, oggi Europa e Stati Uniti sono chiamati ad affrontare insieme nuove sfide: la lotta al terrorismo, la liberazione dell’umanità dalle più gravi ingiustizie, la costruzione di una governance della globalizzazione incardinata sul multilateralismo e sul ruolo delle istituzioni sopranazionali, un mercato mondiale non più soffocato dai protezionismi e capace di offrire nuove opportunità a nazioni emergenti e a paesi in via di sviluppo. Nessuno di questi temi cruciali può essere affrontato dagli Stati Uniti da soli; né d’altra parte il mondo li può affrontare senza o contro gli Stati Uniti. L’Europa deve sentire la responsabilità di sottrarre l’America all’isolazionismo e alla solitudine imperiale, e adoperarsi per ripristinare tra le due sponde dell’Atlantico quella comune visione e quel comune agire che sono essenziali per i destini dell’umanità. Questo sarà uno dei compiti fondamentali del nostro Paese e del futuro Governo: ristabilire una visione unitaria in Europa del significato fondamentale dei rapporti transatlantici; superare i limiti di visioni subordinate o antagoniste; rifondare le basi di un rapporto che è fondamentale per contenere le pulsioni destabilizzanti presenti sia in Europa che negli Stati Uniti, favorendo invece la pace e la sicurezza nel mondo. I nuovi rapporti devono riuscire a far conoscere e dialogare tra loro le rispettive società, permettendo di superare pregiudizi e incomprensioni. E peraltro il dialogo strutturato che l’Internazionale Socialista e il PSE hanno avviato con i Democratici americani assume, in questo quadro, una valenza strategica che continueremo a perseguire. Ciò che proponiamo nel nostro programma è una visione di un mondo multipolare governato da istituzioni e regole multilaterali condivise. Proponiamo la ricostruzione di una capacità di azione di un’”Italia europea” verso le aree strategiche, a cominciare dal Mediterraneo e dai Balcani, cogliendo le opportunità offerte per tutte le componenti del nostro sistema-Paese dalle politiche di Vicinato e Pre-Adesione dell’Unione Europea. L’area mediterranea è poi strategica anche nell’ottica del commercio con le emergenti potenze economiche asiatiche, specialmente India e Cina che potranno far transitare le proprie merci dal canale di Suez. Prospettiva questa ancor più interessante nella logica di un piano di sviluppo per il mezzogiorno italiano. Proponiamo di rimotivare un impegno dell’Italia nella cooperazione internazionale, non soltanto dedicando ad essa maggiori risorse, ma anche individuando quei percorsi di riforma che possano garantire efficacia dell’azione, unitarietà di programmazione e gestione politica, pieno coinvolgimento e valorizzazione di tutti i soggetti interessati, in particolare della cooperazione decentrata e del mondo dell’associazionismo laico e cattolico. Occorre assicurare un salto di qualità alla riflessione sulla globalizzazione e sui nuovi protagonisti asiatici (Cina e India, ma anche Russia e Brasile) della economia mondiale, accantonando per sempre sogni neo-protezionisti e impostando invece una politica sana di affiancamento e promozione di una presenza stabile e strutturata del nostro sistema economico-produttivo sui mercati più dinamici. A tutto ciò si dovrà accompagnare (e – anzi – questa è una delle condizioni per la riuscita degli obiettivi che ci proponiamo) un nuovo investimento sulle strutture di proiezione internazionale del Paese, a cominciare dal Ministero degli Affari Esteri e dalle imprescindibili risorse umane che in esso operano. Mi auguro che su questi temi il dibattito possa essere serio e approfondito. In questi anni la politica estera del Paese è stata spesso trasformata in barzelletta (in tutto il mondo si raccontano le gag dei rappresentanti del governo italiano) o in oggetto di propaganda. Un grande Paese come l’Italia si merita di meglio e non solo per il proprio prestigio. Il crollo delle esportazioni italiane (in cinque anni da oltre il 4 al 3% del totale mondiale), la diffidenza che è cresciuta verso l’Italia in varie aree del mondo, riguardano direttamente la nostra sicurezza, la nostra economia, il nostro benessere. Credo che sapremo dare, a tutti i soggetti interessati, modo di potere operare per ridare all’Italia quel ruolo che deve giocare nel mondo, nell’interesse nostro e di un ordine internazionale più giusto e sostenibile.

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Di Il Cosmopolita il 23/03/2006 alle 00:00 | Non ci sono commenti

20/10/2005

Politica estera ai tempi della devolution

La politica estera ai tempi della devolution: tanti attori nessun copione Fra i vari aspetti del crepuscolo della Farnesina, meritano di essere segnalati anche gli effetti sulla Politica Estera del processo di “devolution alla vaccinara “ che – partito già decisamente male con la Riforma del Titolo V della Costituzione nell’ultimo anno del Governo dell’Ulivo – sta ora toccando vette di farneticazione ed autoreferenzialità di considerevole livello. Il Ministero degli Esteri, politicamente debole e finanziariamente esangue, si trova infatti a fronteggiare la disordinata irruzione sulla scena internazionale di nuovi soggetti, molto meglio attrezzati sul piano delle risorse umane e materiali ancorchè totalmente ignari di elementari nozioni di politica estera. Il risultato rischia di essere una volta ancora disastroso: il Sistema Paese si presenterà all’esterno un’immagine di confusione, disordinata sovrapposizione di approcci settoriali e locali, strutturale mancanza di qualsiasi coordinamento, totale inettitudine alla selezione di obiettivi e priorità “nazionali” (stigmatizzata all'ultima conferenza degli ambasciatori dal presidente di Confindustria). La confusa ripartizione di competenze fra Stato e Regioni (senza contare le Provincie Autonome e le Aree Urbane) si annuncia foriera di complicati contenziosi non solo sul piano interno ma anche su quello internazionale. Particolarmente allarmanti risultano ad esempio le pretese regionali nella sfera della politica europea (che si trova già in una zona grigia tra “politica estera” e “politica nazionale”). Sulla base di meccanicistiche trasposizioni tra suddivisioni di competenze interne ed attività comunitarie, le Regioni rivendicano ormai la quasi esclusiva titolarità di vaste aree di azione dell’Unione fingendo di ignorare (o talvolta ignorando davvero) che i Trattati europei si rivolgono a Stati e non a collettività locali. Invece di procedere ad una puntigliosa analisi comparativa delle modalità attraverso le quali. “veri “Stati federali (come la Germania) organizzano la prospettazione delle proprie posizioni nell’ambito delle istanze dell’Unione, le nostre Regioni (con l’aiuto di qualche Ministro “amico”) preferiscono lo strumento della rivendicazione sistematica di competenze, accompagnato da feroci accanimenti proceduralistici per decidere “chi andrà a Bruxelles” (e solo subordinatamente “per dire cosa”). Il concreto scenario che sembra profilarsi è la creazione di complicati meccanismi di consultazione (in seno alla Conferenza STATI-Regioni od altrove) che verosimilmente produrranno una posizione italiana in tempi italiani ovvero quando il negoziato europeo sarà ormai prossimo alla conclusione e la nostra possibilità di influenzarlo drasticamente ridotta. Accanto all’aspirazione di rapaci e non troppo competenti burocrazie regionali di entrare nel “salotto buono della diplomazia”, si affaccia l’ambizione di Governatori e Sindaci di condurre una propria politica delle relazioni esterne (dall’economia alla cultura fino alla Cooperazione allo Sviluppo). Disegni spesso velleitari ma che potrebbero anche risultare legittimi e perfino utili se si muovessero all’interno di un quadro di riferimento preciso fissato dal Governo ed approvato dal Parlamento. Ma di tale quadro non vi è traccia: il Governo ha ridotto all’asfissia finanziaria e all’irrilevanza funzionale lo strumento istituzionalmente competente alla conduzione della Politica Estera, il Parlamento tiene dibattiti di politica internazionale in modo distratto, episodico e frammentario, le Organizzazioni Internazionali ci bacchettano regolarmente (dal Fondo Monetario per i conti , all’OCSE per la sostanziale rinuncia ad una politica di aiuto allo sviluppo). In questo panorama le nostre rivendicazioni, anche fondate, come quella per il seggio europeo alle Nazioni Unite perdono inesorabilmente di credibilità

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Di Il Cosmopolita il 20/10/2005 alle 00:00 | Non ci sono commenti

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