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05/06/2014

Il nodo della crisi istituzionale europea

Le elezioni per il rinnovo del Parlamento Europeo e il successo di forze politiche euroscettiche in tale competizione (sia pure in proporzioni minori del temuto) hanno riportato il tema istituzionale al centro del dibattito sul futuro dell’Unione. Nell’ultimo quinquennio, le questioni istituzionali erano state trattate in modo marginale e discontinuo quasi sempre come un sottoprodotto del magniloquente e confuso dibattito sulla crisi finanziaria e sul salvataggio dell’ EURO. Strettamente interconnesse, le tematiche economico-monetarie e quelle istituzionali continuano ad essere sovente evocate in termini superficiali e contraddittori sulla base di grossolane semplificazioni e di superati stereotipi. Da un lato, non è raro ascoltare responsabili politici ed autorevoli commentatori che sottolineano la necessità di una sempre maggiore condivisione di sovranità (segnatamente tra i Paesi dell’Eurozona) al fine di assicurare il funzionamento del complesso apparato di regole adottate per stabilizzare la Moneta Unica; d’altro canto, si levano voci che enfatizzano l’esigenza di un più incisivo ruolo degli Stati nazionali (e delle istituzioni parlamentari e giurisdizionali in essi operanti) per evitare una centralizzazione tecnocratica ed una “deriva” democratica.

La questione non è nuova ed il convulso dibattito sull’Unione Economica e Monetaria ne ha solo acuito e distorto i termini. Per cercare di fissare alcuni punti fermi, occorre tornare alla generosa e sfortunata stagione “costituente” che abbraccia il periodo intercorrente tra la firma del Trattato di Nizza (febbraio 2001) e le consultazioni referendarie in Francia e nei Paesi Bassi (primavera 2004) che decretarono la fine del disegno costituzionale. Durante tale periodo (caratterizzato da profonde divisioni interne all’Unione Europea sulla posizione da adottare rispetto al brutale unilateralismo dell’Amministrazione americana dell’epoca) venne condotto il tentativo di superare l’antico metodo funzionalista dotando l’Unione ampliata (da 15 a 27 Stati membri) di una più solida base giuridica e valoriale. Le ragioni di quel decisivo fallimento sono state ampiamente dibattute e non è quindi il caso di tornarvi. E’ invece, rilevante cogliere l’avvio, durante il periodo della Convenzione, di un dibattito dalle durature conseguenze sulle fonti di legittimità della costruzione europea. La teoria della doppia legittimità individuava i fondamenti dell’Unione negli Stati e nei cittadini. Tradotto in termini di equilibrio interistituzionale (o di “triangolo istituzionale” come soleva dirsi all’epoca), il teorema della duplice legittimità conduceva ad esaltare il ruolo del Consiglio Europeo (espressione suprema della concertazione negoziale fra Stati membri) e del Parlamento Europeo (diretta emanazione dei cittadini/elettori) relegando in una posizione meno profilata la Commissione Europea (istituzione-cardine del funzionalismo monnetiano, giunta all’apice della sua autorevolezza durante la Presidenza Delors). Caduto il disegno costituzionale e ripristinato il carattere pattizio come base della integrazione europea attraverso il rabberciato Trattato di Lisbona, il dilemma della legittimità è rimasto parzialmente irrisolto dando luogo a discussioni collaterali astruse e controverse (si pensi alle complessità del calcolo della maggioranza qualificata in Consiglio ed alla graduale introduzione di un principio di doppia maggioranza volto a tenere conto del numero degli Stati e delle rispettive popolazioni).

Il principale retaggio della fase costituzionale è stato quello di creare la figura di un Presidente stabile del Consiglio Europeo, garante della continuità dell’indirizzo politico-strategico dell’Unione sia verso l’interno che verso l’esterno (in questo secondo ambito in “coabitazione” con un ibrido “Alto Rappresentante”, per metà consiliare in quanto Presidente del Consiglio Affari Esteri e per metà sovrannazionale in quanto Vice-Presidente della Commissione). In assenza di un disegno strategico coerente e di una volontà politica di approfondimento del processo di integrazione europea, l’esistenza di un vertice esecutivo “bicefalo” (Presidente del Consiglio Europeo e Presidente della Commissione) non ha tardato a mostrare le sue notevoli controindicazioni. L’intera legislatura 2009-2014 è stata caratterizzata da una ridefinizione dei ruoli rispettivi delle varie Istituzioni (Consiglio Europeo e suo Presidente stabile; Consiglio e sua Presidenza rotativa semestrale; Commissione e sua Presidenza) e dalla ricerca di nuovi punti di equilibrio. La crisi finanziaria e monetaria, entrata nella sua fase acuta a partire dalla primavera 2010, ha determinato una ridefinizione della gerarchia di potere fra gli Stati membri ma anche fra le diverse istituzioni europee (alcune delle quali come la BCE hanno assunto un rilievo centrale). A complicare ulteriormente il panorama, è sopravvenuta la crescente divergenza fra le necessità istituzionali della “zona Euro” e quelle dell’Unione. Ne è conseguita una ricorrente torsione dei classici meccanismi comunitari attraverso una ambigua commistione di strumenti tipici (Regolamenti, Direttive) e di accordi intergovernativi a sensi del diritto internazionale classico. Perfino un elemento fondamentale della ventura Unione Bancaria (il Fondo Unico di Risoluzione) risulta disciplinato da una intesa fra Stati, al di fuori del quadro giuridico dei Trattati europei.

A pagare il prezzo più alto in un contesto di prolungata confusione istituzionale è stata la Commissione. Il decennio della Presidenza Barroso (un candidato di compromesso emerso nell’epoca della crisi irachena in opposizione a figure di maggiore prestigio e di radicate convinzioni europeiste) è stato caratterizzato da abili tatticismi e da una sostanziale assenza di qualsiasi visione strategica ed idealistica. Stretta tra la maggiore assertività del Parlamento Europeo e l’ipertrofia di un Consiglio Europeo a Presidenza stabile che si è riunito, in alcune fasi, a cadenza quasi mensile, la Commissione Europea ha visto ridursi sia la sua visibilità politica, sia la sua credibilità tecnocratica. Sotto il primo profilo, il Collegio dei Commissari si è limitato ad attuare mandati conferitigli dal Consiglio Europeo senza svolgere una reale attività di impulso; sotto il secondo aspetto, l’Istituzione suppostamente guardiana dei Trattati e garante della pari dignità degli Stati membri, si è sovente trasformata nel “braccio esecutivo” dei Paesi più robusti e nella arcigna custode di una ortodossia rigorista di cui si cominciano a misurare compiutamente i devastanti effetti politici, economici e sociali.

TAG elezioni europee 2014

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Di Il Cosmopolita il 05/06/2014 alle 17:02 | Non ci sono commenti

05/06/2014

Gli scenari per la prossima legislatura europea

Le scadenze istituzionali del 2014 offrono una potenziale opportunità per sciogliere alcuni dei nodi emersi nella legislatura apertasi nel 2009. Su impulso del Parlamento Europeo, si è progressivamente affermata l’idea di conferire effettivo contenuto politico alla scadenza elettorale del 25 maggio p.v. attraverso la creazione di un legame istituzionale tra il risultato di tali elezioni e la nomina del futuro Presidente della Commissione. Dopo un sofferto dibattito interno, le principali famiglie politiche europee (popolari, socialisti, liberali, ecologisti, sinistra radicale) hanno convenuto di indicare un proprio “capolista” quale candidato alla Presidenza della Commissione. Tra le considerazioni che hanno spinto verso tale evoluzione, vi è stato certamente il timore di una scarsa affluenza alle urne e di una conseguente massiccia affermazione di forze euroscettiche alle consultazioni dello scorso maggio. L’affluenza è rimasta ai livelli molto bassi del 2009 e l’affermazione delle forze euroscettiche ha comunque assunto in alcuni importanti Stati membri (Francia, Regno Unito) proporzioni allarmanti.

Senza la “parlamentarizzazione” della procedura di nomina del Presidente della Commissione gli esiti sarebbero stati verosimilmente ancora peggiori. Ma non è affatto scontato che la rottura rispetto agli equilibri attuali consistente nella nomina a Presidente della Commissione del capolista della famiglia politica che ha ottenuto la maggioranza relativa (ovvero Juncker) possa effettivamente realizzarsi. Tale soluzione è infatti apertamente osteggiata da vari Governi e scarsamente caldeggiata da molti altri. Anche tra osservatori, commentatori e addetti ai lavori prevale un moderato scetticismo. Le argomentazioni contrarie si fondano su elementi di natura giuridica e/o di opportunità politica. E’ indubbio che la formula del Trattato di Lisbona secondo cui occorre tener conto dei risultati elettorali ai fini della designazione di un candidato alla Presidenza della Commissione è molto cauta e lascia sussistere la preminenza del Consiglio Europeo nella valutazione della personalità da selezionare. A tale rilievo, si può replicare che il Parlamento Europeo può comunque respingere la proposta dei Capi di Stato o di Governo e che quindi la previa indicazione di candidati espressi da forze politiche europee rappresenta una forzatura ma non uno stravolgimento delle disposizioni del Trattato. Tale forzatura risulterebbe giustificabile in nome della maggiore trasparenza rispetto ai cittadini/elettori la cui scelta influenzerebbe direttamente il processo di designazione del Presidente della Commissione. La vera ragione di opposizione di molti Governi alla creazione di un nesso diretto tra risultato elettorale e nomina del Presidente della Commissione è di natura politico-diplomatica e non giuridica. Ancorare la scelta del Presidente della Commissione (e subordinatamente degli altri membri della Commissione, incluso il Vice Presidente /Alto Rappresentante PESC) al risultato elettorale, impedirebbe al Consiglio Europeo di operare in una logica di diplomazia intergovernativa calibrando gli equilibri di genere, di provenienza geografica, di affiliazione politica, di relazione fra le dimensione dei vari Stati membri in un’ ottica di pacchetto globale per la spartizione di tutti gli incarichi apicali disponibili nell’Unione (Presidente del Consiglio Europeo, Presidente della Commissione, Alto Rappresentante PESC).

Una seconda obiezione riconduce al tema della duplice legittimità: secondo alcuni osservatori, un legame troppo diretto tra risultato elettorale e Presidenza della Commissione rischierebbe di creare una conflittualità istituzionale permanente sulla base di una linea di contrapposizione tra Presidente del Consiglio Europeo/Consiglio Europeo, da un lato, Parlamento Europeo/Commissione, dall’altro. Il rilievo è pertinente e richiama l’esistenza di alcuni nodi irrisolti del dibattito costituzionale europeo quali la possibile fusione tra le figure di Presidente del Consiglio Europeo e di Presidente della Commissione nonché l’eventuale attribuzione a quest’ultimo del potere di dissoluzione del Parlamento Europeo. Quanto alla presunta perdita di imparzialità di una Commissione troppo “politicizzata”, si tratta di un argomento sintomatico del notevole scadimento concettuale dell’ attuale dibattito istituzionale europeo. In tutti i sistemi costituzionali, l’Esecutivo svolge sia funzioni di Governo, attraverso il perseguimento di un indirizzo politico sostenuto dalla maggioranza parlamentare, sia una attività amministrativa finalizzata alla corretta gestione delle attività pubbliche.

La nozione di imparzialità si applica alla sfera amministrativa non a quella della politica governativa. Una concezione del ruolo della Commissione fondata unicamente sulla legittimità tecnocratica poteva giustificarsi agli albori della costruzione europea (tale era in effetti il ruolo dell’Alta Autorità della CECA negli Anni Cinquanta) ma appare anacronistica nell’attuale stadio della integrazione europea. Una critica più radicale ma di impostazione parzialmente diversa proviene da alcuni Stati membri (in primo luogo il Regno Unito) che contestano non solo l’attribuzione alla Commissione di un ruolo politicamente più propositivo ma soprattutto la legittimità del Parlamento europeo a concorrere all’elezione di un Esecutivo. Secondo tale approccio, solo i Parlamenti nazionali sono detentori di un’autentica legittimazione democratica e quindi i Governi da essi espressi hanno titolo ad adottare le decisioni fondamentali per l’Unione (spinto al suo estremo questo ragionamento induce a vagheggiare un ritorno al Parlamento Europeo nella sua versione “pre-1979”, composto da parlamentari nazionali invece che eletto a suffragio universale diretto). Un’ultima obiezione al collegamento diretto tra elezioni parlamentari e nomina del Presidente della Commissione ripropone il ricorrente dilemma circa la praticabilità di introdurre a livello dell’Unione prassi ”costituzionali” in assenza di un “demos” europeo. La persistenza di culture politiche nazionali non potrebbe essere superata attraverso accordi tra i vertici dei partiti europei..

Vi è ora da chiedersi quali potrebbero essere gli esordi della legislatura parlamentare 2014-2019 (coincidente con l’avvio del semestre di Presidenza italiana del Consiglio dell’Unione Europea). Come spesso avviene nei recenti dibattiti sull’Europa, si discute più di pericoli ipotetici che di quelli reali. Una corrente pessimista prefigura un rischio di contrapposizione tra Parlamento Europeo e Consiglio Europeo per la nomina della Commissione in seguito a veti incrociati sui nomi di Juncker, di Schultz o di altri candidati non legittimati dal voto del 25 maggio. Ne conseguirebbe l’ esigenza di prorogatio fino ad inizio 2015 dell’Esecutivo Barroso ed una sostanziale paralisi del funzionamento dell’Unione. Non è questo lo scenario più realistico. La soluzione che potrebbe delinearsi nella prossima estate è quella di una “Grande Coalizione” su scala europea con un’accurata (quantunque non agevole) ripartizione di incarichi apicali tra socialisti, popolari (e forse liberali). Un esito siffatto – verosimilmente realizzato sotto la ferrea ma discreta regia della Cancelliera tedesca - riproporrebbe, a livello dell’Unione Europea, i rischi di immobilismo e di stanca perpetuazione dello status quo già rilevati in alcuni Stati membri che hanno vissuto l’esperienza di Governi “allargati”, proprio nel momento un cui urgono invece iniziative capaci di contrastare il fenomeno del distacco tra pubbliche opinioni ed istituzioni europee sulla base di piattaforme programmatiche chiare ed incisive.

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Di Il Cosmopolita il 05/06/2014 alle 17:01 | Non ci sono commenti

05/06/2014

Dalle Istituzioni alle politiche

Dalle dinamiche istituzionali dipenderanno in sostanza le sorti del processo di integrazione europea nel prossimo quinquennio. Nel corso della recente campagna elettorale, sono state riproposte formule accattivanti come “la legislatura della crescita” o l’esigenza di un nuovo equilibrio tra dimensione sociale e dimensione finanziaria. E’ lecito dubitare che tali formulazioni possano bastare da sole a riavvicinare larghe fasce di cittadini all’universo di “Bruxelles”.

La legislatura 2014-2019 costituirà quindi un periodo denso di sfide per il futuro dell’Unione e soltanto un radicale ripensamento (se non un deciso superamento) delle politiche seguite negli ultimi anni potrà assicurare un rilancio del processo di integrazione. Esiste uno scenario ottimistico secondo il quale la lunga espiazione rigorista dell’ultimo quadriennio consentirà agli Stati membri di ritrovare il cammino della crescita, della competitività e dell’occupazione. Talea rosea prospettiva riposa sull’auspicio che l’economia mondiale si sviluppi a ritmi sostenuti e che i cittadini europei (soprattutto i più giovani) si rassegnino ad accettare una radicale revisione dell’economia sociale di mercato con una strutturale riduzione delle proprie aspettative di ascensione sociale e di autorealizzazione esistenziale. Una più realistica alternativa imporrà di riconoscere che l’Unione Europea non può differire ulteriormente il riconoscimento di alcuni gravi fallimenti.

L’approccio funzionalista, dopo molti indiscutibili successi (dai Trattati di Parigi fino a Maastricht), ha perduto l’ultima e più importante scommessa. L’assunto secondo il quale l’unificazione monetaria avrebbe, di fatto condotto, ad una federazione politica non si è realizzato. La centralità assoluta dell’UEM rischia anzi di divorare tutte le altre dimensioni del processo di integrazione. Perfino le quattro libertà fondamentali (libero movimento di persone, merci e capitali, libertà di stabilimento) si trovano confrontate ad ostacoli e minacce crescenti. Con la “nobile” motivazione di combattere il terrorismo, la criminalità organizzata, l’evasione fiscale, i reati telematici, la contraffazione industriale ed agro-alimentare, gli Stati membri stanno introducendo normative che estendono i controlli sui cittadini e limitano il concetto di libera circolazione mettendo a rischio l’integrità del Mercato Unico e di altri elementi qualificanti dell’acquis comunitario. In luogo di elaborare una politica comune e solidale in materia di immigrazione, si ipotizza una ridiscussione del sistema Schengen. Invece di rafforzare l’azione europea in aree di interesse comune (ambiente, energia, agenda digitale), si vagheggiano immaginifici “rimpatri di competenze”. Anche il sistema valoriale dell’Unione – consegnato nella Carta dei Diritti allegata al Trattato di Lisbona con pari forza giuridica – risulta esposto a revisionismi regressivi.

Si arriva al paradosso di una tacita tolleranza verso disposizioni costituzionali di alcuni Stati membri di tenore palesemente discriminatorio a fronte di un intransigente rigorismo rispetto alla sacralizzazione di discutibili criteri di politica economica (il “mito” del pareggio di bilancio). Negli ultimi anni, l’Unione europea ha cessato di essere una fonte di progresso civile, economico e sociale per i cittadini degli Stati membri e per tutti coloro che risiedono legalmente nel suo territorio trasformandosi in una fucina di vincoli e di obblighi. Solo riaffermando il principio che l’UEM (di cui andrà completata la riforma segnatamente introducendo una capacità fiscale propria dell’Eurozona a finalità anti-cicliche) è un progetto al servizio dell’integrazione europea e non un feticcio al cui funzionamento condizionare l’intera attività dell’Unione sarà possibile avviare la ricostruzione di un rapporto fiduciario con le pubbliche opinioni. Si tratta di un compito di enorme portata rispetto al quale una maggiore unità di intenti fra Commissione e Parlamento Europeo rappresenta un necessario pre-requisito.

Una Commissione maggiormente responsabile nei confronti del Parlamento di Strasburgo potrebbe meglio resistere alle pressioni intergovernative del Consiglio e , soprattutto, alla pretesa di alcuni Stati membri di dettare l’agenda dell’Unione anteponendo gli interessi nazionali ad obiettivi di integrazione sovrannazionale. Un severo scrutinio parlamentare sui Commissari designati potrebbe limitare la nomina di personaggi che fungono da agenti dei Governi senza rispettare i richiesti requisiti di indipendenza. Si tratta dell’inizio di un percorso difficile ma indispensabile se si vorranno evitare in futuro negoziati dall’esito disastroso per il futuro dell’Europa come quello sul Quadro Finanziario Pluriennale 2014-2020 che non è in grado di assicurare alcuna seria politica di crescita e di redistribuzione. Su questi temi e intorno a queste sfide, si giocherà a partire dalle prossime settimane la sfida sull’avvenire dell’Unione Europea e sul ruolo futuro dei suoi Stati membri e dei suoi cittadini sulla scena internazionale.

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Di Il Cosmopolita il 05/06/2014 alle 16:59 | Non ci sono commenti

25/07/2012

Controcorrente.

Per non stare sempre controcorrente, stavolta Il Cosmopolita si pone in direzione del vento e si compiace della novità. E’ da tempo che la Farnesina finisce sui giornali per i tagli e le mobilitazioni e le nostalgie fascio – rock. Stavolta merita la prima pagina del Corrierone grazie al contributo del Ministro degli Esteri su “L’interesse nazionale europeo” (24 luglio 2012). L’ossimoro “interesse nazionale europeo”, in realtà non lo è affatto. Soltanto quando interesse nazionale (interessi nazionali) e interesse europeo saranno declinati nella stessa lingua, quella dell’Unione e non in tedesco né in inglese né in francese e neppure in italiano, soltanto allora potremo dire di avere dato vita al sogno dei padri fondatori. Potremo così consegnare alle future generazioni non l’incubo paventato da Terzi (terrorismo, minacce militari, migrazioni incontrollate) ma un mondo almeno tendenzialmente armonioso. Più nella scia dell’universalismo kantiano che del nazionalismo hobbesiano. Non “un continente di scorta”, ma un continente che sappia vivere la modernità. E d’altronde chi pratichi studi sull’Islàm ricorda che il cruccio principale dell’Islàm politico è quello di coniugare tradizione e modernità. Ora l’Islàm politico si sta cimentando con le fatiche del buon governo (Egitto, Tunisia), mentre l’Europa della rivoluzione francese, per non dire del retaggio giudaico – cristiano, regredisce verso forme di nazionalismo che neppure hanno la tragica dignità della Prussia e del Reich. Queste forme si riducono al superficiale richiamo alla pancia degli elettori. Come quella canzone di Edoardo Bennato che racconta di due amici che, al ristorante, ordinano uno l’aragosta e l’altro il baccalà e che il conto “lo pagano a metà”. La crisi finanziaria scoppia negli Stati Uniti e per gli effetti tipici del secolo americano si trasferisce in Europa, che paga il prezzo più alto: quello proprio e quello d’importazione. E così gli americani possono esortare gli europei a comportarsi da “veri uomini”: schiena dritta e sguardo fiero a fronteggiare le durezze della crisi. Nel contempo essi, gli americani, non possono contemplare alcuna forma di austerità in pieno anno elettorale. Insomma, qualcuno continua a mangiare l’aragosta e qualcuno s’accontenta del baccalà, ma il conto va diviso per due. Lo scatto che l’Europa deve compiere riguarda il profilo politico. Nella nozione di “Europa politica” si sottintendono molti contenuti che andrebbero esplicitati. Terzi ne indica alcuni: la sicurezza, la dimensione sociale, la politica di vicinato, la sicurezza energetica. Altri elementi possono aggiungersi. Resta il fatto che senza Unione politica non vi è neppure Unione economica e monetaria. Il paradosso di una moneta unica senza stato è un paradosso che si sta consumando nella maniera peggiore: nel ritorno a tante monete nazionali quanti sono gli stati nazionali. Ecco allora realizzarsi la triste profezia di un continente di scorta. Peggio: di un continente di scarto. Non lo vogliamo per le future generazioni, non lo vogliamo neppure per noi. La svolta politica s’impone ora e subito.

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Di Il Cosmopolita il 25/07/2012 alle 00:00 | Non ci sono commenti

07/02/2008

L’Unione Europea alla ricerca di una costituzione materiale

Scoperto il gusto del reclutamento di personalità provenienti dai ranghi della Sinistra per incarichi governativi o istituzionali, il Presidente Sarkozy ha lanciato la candidatura dell’ex Primo Ministro britannico, Blair, alla carica di primo Presidente stabile del Consiglio Europeo. Ci si potrebbe interrogare sulle motivazioni di una indicazione per molti versi prematura: favorire la ratifica del nuovo Trattato nel Regno Unito, lanciare un segnale alla Germania della Merkel con la quale i rapporti sono assai meno calorosi di quanto prospettato nel linguaggio ufficiale (su Unione mediterranea e Governo dell’Euro i contrasti sono piuttosto evidenti), affermare da subito che la nuova figura istituzionale dell’Unione deve essere almeno inizialmente attribuita ad un grande Stato membro. Al di là delle roboanti quanto superficiali esternazioni del “Presidente-star”, la questione dei futuri assetti istituzionali dell’Unione presenta aspetti delicati e complessi. Il futuro Trattato delinea la coesistenza tra una pluralità di ruoli e figure il cui concreto interagire dipenderà anche dalle personalità che si troveranno investite delle relative funzioni. Il Presidente del Consiglio Europeo (nominato per 2 anni e mezzo, rinnovabile per un mandato e sostanzialmente irresponsabile davanti al Parlamento Europeo), il Presidente della Commissione (a capo per 5 anni di un collegio, investito dal Parlamento Europeo), l’Alto Rappresentante dell’Unione per la Politica Estera e di Sicurezza/Vice Presidente Commissione (figura dalla doppia natura, organicamente incardinato nella Commissione ma al contempo Presidente di una formazione consiliare e vertice di una struttura amministrativa interistituzionale, il Servizio Europeo di Azione Esterna), i residui elementi di Presidenza rotativa semestrale (peraltro inseriti in un sistema di Presidenza collegiale lungo l’arco di 18 mesi) compongono un tessuto istituzionale fortemente innovativo il cui effettivo operare dipenderà da evoluzioni materiali ancor più che dalla lettera del Trattato (su molti punti deliberatamente generica). La sortita di Sarkozy è anche sintomatica della volontà francese di dare il colpo d’avvio al dibattito sulla distribuzione delle cariche istituzionali a fine 2008 durante la prossima Presidenza transalpina del Consiglio dell’Unione Europea (nell’ipotesi – invero ottimistica – che il ciclo delle ratifiche sia in via di completamento e quindi imminente l’entrata in vigore del nuovo Trattato). In un’ottica di rafforzamento del processo di integrazione europea, un ticket Blair- Barroso- Solana presenta controindicazioni e squilibri molto marcati. Attribuire la carica simbolica di “volto istituzionale” dell’Unione al rappresentante di un Paese fuori dalla Moneta Unica e da Schengen, personalmente legato al divisivo fiasco iracheno, incapace di avvicinare di un solo centimetro il Regno Unito agli ideali europei costituirebbe un segnale negativo, un omaggio alle più bieche tendenze intergovernative. Il mantenimento alla testa della Commissione di Barroso accentuerebbe il senso di distacco della nuova Unione dalla sua migliore eredità storica. Toccherà probabilmente alla Germania e al Parlamento Europeo condurre la battaglia in favore di candidature più degne (ad esempio quella di Juncker per la Presidenza del Consiglio Europeo). Quanto alle condizioni nelle quali l’Italia (che pure avrebbe autorevoli personalità da mettere in campo segnatamente per il posto di Alto Rappresentante PESC/Vice Presidente Commissione) rischia di arrivare a queste decisive scadenze, ogni commento risulterebbe inevitabilmente amaro e deprimente: si preferisce quindi rinviarlo ad eventuali, successivi approfondimenti.

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Di Il Cosmopolita il 07/02/2008 alle 00:00 | Non ci sono commenti

29/03/2007

L’azione esterna dell’Unione Europea

La seconda edizione del libro a cura di Cosimo Risi, edito a Napoli per i tipi di editorialescientifica@gmail.com, con prefazione di Luigi Ferrari Bravo e postfazione di Pasqualina Napoletano esce a due anni di distanza dalla prima, con lo stesso titolo e con contributi profondamente modificati. Una revisione necessaria perché dal 2005 il mondo attorno all’Unione europea è cambiato e dunque l’azione esterna UE non può che cambiare. E poi la pausa di riflessione decretata attorno al trattato costituzionale rischia di durare a lungo, almeno fino al 2009 quando si voterà per il rinnovo del Parlamento europeo. Il 2009 è l’ultima data utile perché accada qualcosa. Cosa non si sa. Né è lecito sapere fino a quale limite si spingerà l’allargamento (i fines Europae del contributo introduttivo), né se saranno promosse forme di integrazione diverse dall’adesione, né se il sistema delle relazioni internazionali avrà la pazienza di aspettare che l’Europa faccia qualcosa di significativo. Eppure alcuni eventi colpiscono positivamente. E’ presto per dire se la risposta alla crisi libanese dell’estate 2006 (il ruolo dei contingenti europei in UNIFIL 2) sia tale da risarcire la frattura del 2003 (la risposta all’intervento in Iraq) o se invece la crisi con l’Iran porti a nuove divisioni. Certo è che, nel vivo della crisi mediorientale, l’Unione ha dato buona prova di sé mettendo in campo una strumentazione PESC e PESD destinata a lasciare traccia. A fare precedente. I contributi, oltre che dello stesso Risi, di Vincenzo Grassi, Piero Pennetta, Roberto Ridolfi, Alessandra Schiavo, Andrea Silvestri, Luca Trifone consentono di affrontarne i diversi aspetti. Il mondo non si arresta ai vicini europei e mediterranei dell’Unione. Asia e Pacifico e varie organizzazioni regionali si muovono sulla scena internazionale con crescente rilievo. Di qui la necessità di volgere loro lo sguardo.

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Di Il Cosmopolita il 29/03/2007 alle 00:00 | Non ci sono commenti

12/12/2006

Verso l’Unione Eurasiatica? Diventeremo tutti generali turchi o teologi bizantini?

Improvvisamente tornata alla ribalta delle cronache per il viaggio papale ed il congelamento negoziale, l’adesione della Turchia all’Unione Europea è diventato – insieme al problema della Costituzione cui è legato più strettamente di quanto non appaia – il grande tema divisivo tra gli Stati membri e nel dibattito interno a ciascuno di essi. La questione è complessa e come ormai spesso accade in questa fase molto post-moderna delle relazioni internazionali non si capisce più nemmeno dove stia la Destra e dove la Sinistra (né come direbbero gli amici turchi dove si trovi il Partito della Giusta Via). Proviamo a fissare alcuni punti. I fautori incondizionati di una prospettiva di adesione della Turchia nel medio-termine sono in linea di massima gli atlantisti acritici dell’Europa. I grandi sponsors di Ankara si trovano a Washington e ciò spiega il disinvolto entusiasmo del terzetto Blair- Berlusconi- Aznar nel sostenere l’avvio dei negoziati di adesione. Nel caso di Berlusconi ed Aznar, non ci si è neanche impacciati con spiegazioni sulla compatibilità di siffatto approccio con la coeva richiesta di inserire un riferimento a “valori”e “radici” cristiani nel Preambolo della Costituzione (nella speranza forse che il partito di Erdogan si rassegni ecumenicamente a chiedere l’ingresso nel PPE). I principali avversari dell’adesione rappresentano una galassia eterogenea: vi si ritrovano i francesi, contrari alla logica stessa di ulteriori ampliamenti, sospettosi per la fragilità del tessuto democratico turco ed ormai spinti verso una logica di confronto estremo dall’azione delle lobbies armene (che ha condotto all’adozione di una Legge che punisce la negazione del genocidio armeno allo stesso modo previsto per la negazione dell’Olocausto), gli austriaci mai completamente liberati da suggestioni storiche (battaglia di Lepanto e assedio di Vienna), gli olandesi definitivamente di cattivo umore rispetto ad idee di integrazione del prossimo dopo l’omicidio Van Gogh, i ciprioti che hanno sostituito i greci nell’opera di interdizione sistematica del dialogo con una Nazione, considerata “nemica storica”. In posizione evidentemente chiave si trova la Germania che ospita la più numerosa comunità turca d’Europa. Il Governo rosso-verde aveva deciso di giocare (anche per ragioni elettorali) la carta dell’apertura condizionata all’adesione turca. Nel programma della Grande Coalizione, figura l’impegno a proseguire i negoziati mantenendo quindi tale posizione ma di fatto la Merkel sta operando in senso inverso moltiplicando rilievi critici e richieste di pause di riflessione. Il nostro attuale Governo ha confermato la posizione del precedente Esecutivo ma anche in questo caso con un mutamento di accenti volto ad enfatizzare il rilievo e l’urgenza della prospettiva europea per i Balcani e collocando invece il riaffermato favore per l’adesione turca in un’ottica temporale di più lungo periodo. Passando dall’analisi della posizione degli Stati membri a quella delle forze politiche europee, il panorama è altrettanto frastagliato, come confermato dalla risicata maggioranza filo-turca emersa al Parlamento Europeo nei dibattiti in materia. Il PPE è tendenzialmente critico verso l’opzione della piena adesione turca soprattutto per l’azione della CDU-CSU che propende per altre formule (come la non meglio identificata “partnership privilegiata”) ma italiani e spagnoli si sono schierati sul versante opposto. I Socialisti – per la spinta di laburisti, SPD e PSOE, ispirato dalla posizione al solito articolata ed intelligente di Zapatero - hanno maggioritariamente sostenuto la causa turca ma con significative defezioni francesi, austriache ed olandesi. Verdi e Liberali sono stati più compatti nell’ammettere il principio dell’avvio dei negoziati di adesione al quale si sono mostrate contrarie le formazioni di estrema destra (Lega in testa) ed estrema sinistra. La tipica autoreferenzialità di classi dirigenti ed opinioni pubbliche europee è testimoniata dal fatto che il dibattito nell’Unione è quasi completamente indifferente ad un’analisi della simmetrica discussione in atto in Turchia. Ove l’opzione di un percorso verso l’adesione è sostenuto dagli islamici moderati e dalle forze politiche progressiste e filo-occidentali ed invece apertamente (o surrettiziamente) osteggiato da militari tanto laici ed atlantisti quanto menacciuti e golpisti e da radicali, fondamentalisti, teocrati assortiti (di recente ringalluzziti dalle colte intemperanze del Pontefice-Teologo). Non esiste quindi soluzione teorica ideale al dilemma dell’adesione turca. L’Unione Europea non potrebbe evidentemente accogliere un Paese che non rispetti determinati requisiti democratici (soprattutto dopo l’esperienza di alcuni recenti acquisti come la Polonia dei gemelli Kazcinsky) ovvero l’integrità territoriale di un altro Stato membro. Ma non può neppure fondare la sua strategia di ampliamento sulla “cristianità” dei candidati o restare indifferente alla questione della possibile evoluzione democratica di una Paese di cultura islamica e di tradizione politica laica. Probabilmente la via di uscita potrebbe trovarsi all’intersezione della ricorrente dialettica tra approfondimento ed ampliamento dell’integrazione europea. Se il Trattato costituzionale europeo entrasse in vigore nei prossimi anni (nella versione firmata il 29 ottobre 2004 o in una sostanzialmente analoga), la risposta al dilemma dei futuri ampliamenti (quello turco ma anche quello dei Paesi dei Balcani occidentali) andrebbe cercata nella Carta dei Diritti (la Parte seconda del testo costituzionale) che fissa gli autentici confini dell’Unione (che sono valoriali non religiosi o territoriali). Si avrebbe allora una solida base – più coerente e comprensibile di quella dei criteri di Copenaghen – alla quale ancorare i negoziati con Ankara mobilitando le forze progressiste turche contro gli apparati repressivi e le forze conservatrici e reazionarie di quel Paese. Ove il negoziato per ricostruire il tessuto costituzionale dopo il fiasco delle consultazioni referendarie in Francia ed Olanda fallisse, si possono ipotizzare due scenari: la stagnazione del processo di integrazione sulla base del Trattato di Nizza che implicherebbe il sostanziale blocco dei negoziati per nuove adesioni ed in particolare di quella turca; una frammentazione dell’Unione con la graduale creazione di un nucleo costituzionale (sostanzialmente incentrato sull’Eurozona) e di un gruppo più esterno. In tale seconda ipotesi, la questione turca potrebbe paradossalmente sdrammatizzarsi e la Turchia potrebbe negoziare il proprio ingresso nella Unione meno integrata, almeno come ulteriore tappa verso una successiva adesione al “nucleo interno”. L’Italia dovrebbe contribuire con realismo a soluzioni di questo tipo nella consapevolezza che l’Europa non deve incorrere nei confronti della Turchia in esclusioni pregiudiziali e definitive ma nemmeno in sconti o cedevolezze né sulle modalità dell’adesione, né sui tempi di un cammino che sarà comunque lungo. In definitivo il vero interrogativo non è chiedersi astrattamente quanto europea sia la Turchia o come ci piacerebbe che evolvessero le Istituzioni di Ankara ma ridefinire invece il progetto europeo in coerenza con i suoi ideali originari (sia pure adattati ai mutamenti della realtà internazionale) e verificare su tali basi quali candidati (ma anche quali tra gli attuali Stati membri) è in grado di proseguire il percorso verso un approdo autenticamente sopranazionale.

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Di Il Cosmopolita il 12/12/2006 alle 00:00 | Non ci sono commenti

24/01/2006

L’esempio danese ed il mercato del lavoro

Negli ultimi mesi il dibattito sul modello del mercato del lavoro danese ha subito una netta accelerazione da parte di giornalisti ed esperti italiani. Il concetto della “sicurezza flessibile” applicato in Danimarca ha alimentato la discussione di esponenti universitari, economisti di partito e rappresentanti sindacali.Vediamo di analizzare tale esempio in un paese che ammette i licenziamenti, garantisce una continua formazione professionale per i disoccupati che ricevono per ben 4 anni il 90% del loro ultimo salario. 16.1.2006 – Nelle ultime settimane si è assistito ad un crescente interesse per l’esempio economico-sociale rappresentato dal sistema danese. Articoli sono apparsi su alcuni quotidiani italiani – tra gli altri Repubblica e Manifesto – su quel modello di stato sociale. E’ stato segnalata soprattutto la cosiddetta “sicurezza flessibile” nel settore occupazionale, rappresentata da una legislazione del lavoro che permette la libertà di licenziamento dei dipendenti temperata da un forte intervento dello stato sociale. Per comprendere la relativa ampiezza del fenomeno occorre ricordare che la Danimarca ha una superfice inferiore a quella complessiva di Calabria e Basilicata ed una popolazione superiore a 5 milioni di abitanti pari a quella della Liguria. E’ un paese che non há vissuto i drammi della seconda guerra mondiale in virtù di un patto di neutralità firmato con i tedeschi e che negli anni settanta há goduto dei vantaggi della scoperta del petrolio nel Mar Baltico, oltre a possedere un sistema economico integrato con gli altri paesi scandinavi (Norvegia, Svezia e Finlandia) e di confinare esclusivamente con i paesi della UE. Al di là dei dati macroeconomici del 2005 – incremento del 2,4% del PIL, aumento dei consumi privati al 4,3%, degli investimenti fissi lordi al 5,5%, delle esportazioni al 4,6%, crescita delle costruzioni di tipo residenziale del 5,0 %, positivo saldo della bilancia commerciale, riduzione delle imposte sul reddito, bassi tassi di interesse al 2%, incremento degli investimenti pubblici al 4,7% - va segnalato che l’economia danese è strettamente integrata nello scacchiere scandinavo nel quale solamente la Finlandia mostra segnali di una certa autonomia (accettando l’EURO e gestendo ad esempio una compagnia aerea nazionale a differenza della SAS di Danimarca, Svezia e Norvegia). Tra l’altro è di questi giorni la notizia che nel paese finnico la rappresentante socialdemocratica Tarja Halonen ha vinto il primo turno delle elezioni presidenziali con il 46.3% dei consensi contro il 24.1% del conservatore Sauli Niinisto. Il ballottaggio avrà luogo il prossimo 29 gennaio. Inoltre anche le caratteristiche delle leggi fondamentali di questi 4 paesi (che contano una popolazione totale di circa 24 milioni di abitanti) godono di alcune deroghe, in particolare la Danimarca (che applica il sistema dell’”opt-out”: decisione di non partecipazione), alle leggi dell’Unione Europea che non potranno essere mantenute a lungo; nessuno tra i paesi scandinavi adotta l’EURO tranne la Finlandia, la Danimarca non applica le convenzioni NATO per l’utilizzo dell’esercito, ha una legislazione restrittiva per la cittadinanza (non accetta la doppia cittadinanza se non alla nascita) ed è estremamente rigida sulle leggi di immigrazione. Tra l’altro esistono grandi distese di territorio danese come la Groenlandia e le Isole Far Oer che non fanno parte della UE in seguito a referendum abrogativi. Ma anche se l’economia danese rimane così forte, mantenendo un tasso di disoccupazione relativamente basso al 5% fino al 2007, la vera realtà è quella che emerge da uno studio dal National Institute of Social Research che, in una recente conferenza, ha informato che sono stati ridotti i benefici per i nuovi immigrati e rifugiati politici. Nello stesso tempo le organizzazioni dedite agli interventi di assistenza sociale hanno segnalato un forte incremento di nuclei familiari con un solo genitore in situazioni di grossa difficoltà economica. Un dato che non emerge dalle statistiche economiche e’ il fatto che l’organizzazione danese “Salvation Army” ha visto aumentare nel corso del 2005 gli aiuti ai poveri da 3.900 a 5.500 unita’. E’ stato anche hanno segnalato che “gli immigranti in Danimarca hanno meno disponibilità economiche per vivere al confronto con altre situazioni europee, secondo quanto pubblicato in una ricerca della Fondazione Rockwool” (da un articolo del quotdiano Politiken del 30.11.2005). Alcune scelte economiche interne stanno modificando il tradizionale quadro d’insieme: è di questi giorni la minaccia di azioni di lotta e di sciopero da parte delle organizzazioni sindacali delle linee aeree scandinave (SAS) se verra’ confermata l’assunzione di personale cinese a bassi salari. Anche dal punto di vista occupazionale il dato è più contradditorio: secondo gli ultimi dati circa 38.000 disoccupati richiedono i sussidi di disoccupazione mensili nonostante non risultino iscritti nei locali centri di collocamento come richiesto dalle leggi danesi. Secondo la Confederazione delle Associazioni Imprenditoriali, una sorta di Confindustria locale, questo gruppo di disoccupati non è stato mai incluso negli ultimi dati ufficiali che stimano in 151.600 il livello di disoccupazione. Di consequenza il Ministro del Lavoro Clus Hjort Frederiksen ha definito “grottesco” il fatto che un così alto numero di lavoratori risultino dispersi nel sistema statistico danese, soprattutto in un momento nel quale i datori di lavoro cercano mano d’opera. Ma anche la situazione dell’invecchiamento delle popolazioni dei paesi scandinavi presenta non poche preoccupazioni. Secondo uno studio di un centro demografico danese la quantità di popolazione del paese scenderà di circa il 15% nei prossimi 40 anni, mentre i cittadini stranieri, attualmente stimabili a 270.000 unità saliranno a 900.000. Il vero problema, secondo i demografi locali, è che il tasso di rimpiazzo attuale è di 1,75 a coppia mentre quello necessario per mantenere la stessa quantità di popolazione è di 2,5. Gli studiosi prevedono che mantenendo tale tendenza nel 2045 la maggioranza della popolazione danese sarà oriunda, con il declino demografico che inizierà inesorabilmente a partire dal 2017. Un altro aspetto che emerge da un esame più attento della situazione è che un quarto della popolazione attiva – 900.000 cittadini compresi tra i 15 ed i 64 anni – sono ai margini del mercato del lavoro e richiedono frequentemente il ricorso a benefici sociali nonostante esistano attualmente 100.000 posti di lavoro disponibili. Questi dati sono stati pubblicati il 3 dicembre 2005 dalla Commissione Parlamentare sul Welfare in un lungo rapporto di 1.000 pagine. I risultati del rapporto –“Il futuro del welfare, una nostra scelta” – prevedono 100 raccomandazioni per “riparare un malridotto stato sociale”. I risultati che emergono sono in qualche maniera sconvolgenti, rispetto ad una situazione sociale storicamente molto bene organizzata su un patto di solidarietà tra deboli e forti e non sulla competizione tra le classi, se l’economista Peter Birch Sorensen ha affermato che “occorre limitare il ricorso all’assistenza sociale nel futuro”. La quota del livello base dell’indennità di disoccupazione ammonta al 138% del salario medio di un operaio in Turchia. Da questo dato emerge la convinzione che la riduzione di tale sussidio al 65% limiterebbe l’arrivo di emigranti da quel paese che rappresenta di fatto il flusso più alto di arrivi dall’estero. L’altro aspetto di forte tensione politica è rappresentato dalla proposta di riforma del sistema pensionistico fatta dalla sinistra attualmente all’opposizione – con l’indicazione di elevare l’età pensionabile di anzianità nel pubblico impiego (efterløn) da 60 a 62 anni, oltre a quella dell’età pensionabile di vecchiaia da 65 a 67 anni - che ha causato una pioggia di critiche ed una forte caduta di consenso alla nuova leader del Partito Socialdemocratico Helle Thorning Schmidt. Va detto che tale impostazione è stata ripresa in questi giorni dal partito di estrema destra Danish People Party (DF) che la sosterrà nel corso dei negoziati che il governo sosterrà durante la prossima estate e che potrà essere oggetto di forte tensione nel panorama socio-politico danese. Se questo è il quadro di riferimento non si può che riflettere sul fatto che la situazione in Danimarca è ben differente da come economisti e studiosi l’hanno descritta. Certamente la economia del paese è una delle piu ricche e produttive del mondo, ma si assiste anche in questo paese scandinavo al medesimo fenomeno, presente in altre realtà occidentali, di una costante differenziazione delle condizioni economiche e sociali tra le classi. Anche in Danimarca si va sempre più allargando il divario fra i ricchi ed i poveri. E mentre si assiste ad una costate diminuzione della tassazione sui redditi e sulle imprese si è in presenza di circa 25.000 persone senza fissa dimora con la povertà di nuovo in forte crescita. Anche in Danimarca la “vecchia/nuova” cultura neoliberista è in marcia.

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Di Il Cosmopolita il 24/01/2006 alle 00:00 | Non ci sono commenti

10/10/2005

Vittorie e sconfitte della socialdemocrazia scandinava

Le elezioni politiche in Norvegia hanno parzialmente ricostituito il quadro politico d’insieme delle democrazie scandinave con una quasi integrale presenza delle socialdemocrazie al potere. Manca all’appello solamente la Danimarca che, nelle elezioni politiche del febbraio 2005, per la prima volta nella sua storia, aveva confermato al potere la coalizione di centro-destra del candidato primo ministro Anders Fogh Rasmussen. 21.9.2005 - A Oslo ha vinto l’alleanza rosso-verde (laburisti, ecologisti, sinistra socialista e partito centrista) di Jens Stoltenberg che si è aggiudicato la maggioranza assoluta del Parlamento com 88 seggi su 169. La situazione economica e’ estremamente positiva: PIL al 4%, minima disoccupazione al 3,7% ed un welfare efficentissimo finanziato grazie alle ingenti risorse perolifere. Lo sconfitto partito conservatore di Kjell Magne Bondevik e’ stato punito elettoralmente per aver fatto aumentare le disuguaglianze economiche, puntando ad una riduzione delle tasse per i ceti benestanti. Ma in Norvegia come negli altri paesi scandinavi la coabitazione tra i diversi partiti di sinistra è alquanto problematica in quanto l’alleato socialista e’ contro la NATO, contro la costruzione di centrali a gas e le prospezioni petrolifere nel mare di Barents e contro la EU (il paese ha rifiutato la sua entrata nella Unione Europea in due referendum nel 1972 e nel 1994). Nelle elezioni che si sono svolte in Scandinavia nei mesi passati abbiamo assistito sempre più frequentemente al consenso elettorale sempre più marcato alle formazioni politiche xenofobe e razziste come il norvegese Partito del Progresso (37 seggi - 11 in più rispetto al 2001, al secondo posto) e il danese Partito Popolare (24 seggi 2 in più rispetto al 2001, al terzo posto) che vengono considerati vicini alle posizioni di Haider in Austria e Le Pen in Francia. Le loro posizioni sull’ingresso della Turchia sono di netta chiusura, ma anche le rispettive idee sull’integrazione degli emigranti di colore nel tessuto locale (“Pericolosi africani camminano per strada”) dimostrano una crescita di consenso nei confronti delle loro politiche discriminatorie. In verita’ la posizione geografica ed economica della Scandinavia permetterebbe di affrontare il fenomeno della migrazione dalle zone povere del pianeta in una situazione di evidente relativa tranquillità, se solo si considera che i flussi di popolazione dall’Africa, dall’Asia e dall’Europa orientale sono soprattutto diretti in prima istanza verso Italia, Spagna, Portogallo e Grecia successivamente verso Svizzera, Francia, Germania, Benelux e Gran Bretagna e solo in ultima istanza verso la Scandinavia; tra l’altro quest’area geografica dal giugno 2005 (momento del’entrata nella UE di dieci nuovi paesi) confina integralmente con i paesi della EU (godendo di una formidabile rete di protezione), tranne uno spazio Finlandese ai limiti del nord della Russia. Ma anche la situazione dell’invecchiamento delle popolazioni dei paesi scandinavi presenta non poche preoccupazioni. Secondo uno studio di un centro demografico danese la quantità di popolazione del paese scendera’ di circa il 15% nei prossimi 40 anni,, mentre i cittadini stranieri, attualmente stimabili a 270.000 unità saliranno a 900.000. Il vero problema secondo i demografi locali è che il tasso di rimpiazzo attuale è di 1,75 a coppia mentre quello necessario per mantenere la stessa quantità di popolazione è di 2,5 a coppia. Gli studiosi prevedono che con questo limitato tasso di rimpiazzo nel 2045 la maggioranza della popolazione danese sarà oriunda, con il declino demografico che inizierà inesorabilmente a partire dal 2017. Un altro elemento critico che indica chiaramente la difficoltà di un mondo che si è considerato per troppo tempo separato dal contesto europeo è quello relativo alla riforma del sistema pensionistico – con la proposta di alzare l’età pensionabile di anzianità nel pubblico impiego da 60 a 62, oltre a quello di elevare l’età pensionabile di vecchiaia da 65 a 67 – che ha causato una pioggia di critiche ed una forte caduta di consenso alla nuova leader del Partito Socialdemocratico Helle Thorning Schmidt che l’aveva proposta. Inoltre anche le caratteristiche delle leggi fondamentali di questi paesi (che contano una popolazione totale di circa 24 milioni di abitanti) godono di alcune deroghe, come e’ il caso della Danimarca (che applica il sistema dell’”opt-out”: decisione di non partecipazione), alle leggi dell’Unione Europea che non potranno essere mantenute a lungo; nessuno tra i paesi scandinavi adotta l’EURO tranne la Finlandia, la Danimarca non applica le convenzioni NATO per l’utilizzo dell’esercito, ha una legislazione restrittiva per la cittadinanza (non accetta la doppia cittadinanza se non alla nascita) ed e’ estremamente rigida sulle leggi di immigrazione. Tra l’altro esistono grandi distese di territorio danese come la Groenlandia e le Isole Far Oer che non fanno parte della UE in seguito a referendum abrogativi. L’esempio di quanto accaduto in Germania con i risultati delle ultime elezioni politiche rappresenta uno spaccato che può essere utile anche per comprendere la realtà scandinava con la difficoltà per quelle popolazioni a sbrogliare l’intreccio delle problematiche economiche e sociali che non possono essere affrontate solamente all’interno, ma hanno bisogno di un più stretta interrelazione con il resto dell’Europa.

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Di Il Cosmopolita il 10/10/2005 alle 00:00 | Non ci sono commenti

10/06/2005

Molestie sessuali? No grazie

La direttiva del Consiglio della Comunità Europea del 1990 finalmente è stata recepita anche dall'Italia. Di conseguenza la nuova legge che regolamenta le molestie sessuali nei luoghi di lavoro, intesa non solamente come mero apprezzamento fisico rivolto alla persona, ma come 'ogni atto o comportamento, anche verbale, a connotazione sessuale o comunque basato sul sesso che sia indesiderato e che di per sé ovvero per la sua insistenza sia percepibile secondo ragionevolezza, come arrecante offesa alla dignità e libertà della persona che lo subisce...', è stata approvata dai due rami del Parlamento. L'Università di Roma 'La Sapienza' ha svolto un'indagine sulle molestate ed i numeri sono apparsi allarmanti: si calcolano in oltre settecento mila le italiane che hanno subito molestie sul lavoro e che, per quieto vivere, hanno finora taciuto. Il campione maggiormente colpito sembra sia formato dalle pubbliche dipendenti di età compresa fra i 25 e i 40 anni. Il molestatore è stato anche lui oggetto di studio. Il criminologo dott. Marco Strano, collaboratore di Psichiatria dell'Università Cattolica di Roma, ne ha individuati tre tipi, il 'seriale' che agisce spinto da un impulso incontrollabile, l'occasionale' e il 'semiconsapevole'. I tredici articoli di cui si compone la nuova legge, vertono su molestie sessuali, ambito di applicazione, nullità di atti discriminatori, obblighi del datore di lavoro, competenze dei/delle consigliere di parità, conseguenze di comportamenti scorretti, dimissioni per giusta causa, responsabilità disciplinare, azioni in giudizio, pubblicazione del provvedimento pretorile, azioni positive e attività d'informazione, nullità dei provvedimenti di ritorsione, assemblee. Essi pongono fine ad anni di vessazioni, minacce, ricatti, a quel mobbing sottile e perverso, per altro già riconosciuto dall'Inail come fonte d'infortunio e di malattia professionale, di cui, in qualità di pubblica dipendente posso testimoniare l'esistenza. Il Parlamento Europeo ha nel frattempo approvato l'inversione dell'onere della prova, direttiva ancor più rivoluzionaria della nostra 'nuova' legge sulle molestie sessuali. Essa prevede infatti che in caso di denuncia per molestie, dovrà essere il molestatore, 'seriale' 'occasionale' o 'semiconsapevole' a dover difendersi e non già chi denuncia, a dover dimostrare di aver subito molestie. La direttiva andrebbe recepita in tre anni dai paesi membri dell'Unione Europea, noi italiane e pubbliche dipendenti ci auguriamo tutte di non dover attendere ulteriori quindici anni perché il nostro Paese la adotti.

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Di Il Cosmopolita il 10/06/2005 alle 00:00 | Non ci sono commenti

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