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15/11/2015

Helmut Schmidt e la socialdemocrazia europea

La scomparsa di Helmut Schmidt stimola riflessioni sul ruolo suo e della socialdemocrazia tedesca nella costruzione d’Europa. Lo spunto di base è il suo europeismo poco romantico e assai pragmatico, secondo una cifra che gli era abituale e lo rendeva meno attraente, specie agli occhi della sinistra – sinistra, del predecessore Willi Brandt. E non solo perché Brandt aveva avuto il Nobel per la pace per essersi inginocchiato nel Ghetto di Varsavia.

Schmidt aveva il torto, per buona parte della sinistra italiana, di aver istallato sistemi d’arma di fattura americana (gli euromissili) per contrastare i missili che l’Unione Sovietica teneva puntati contro l’Europa avendo come primo bersaglio la Germania Ovest. Schmidt non si allineava al generico pacifismo della sinistra italiana ed europea preferendo reagire in maniera forte alla prova di muscoli di Mosca. Anni dopo Schmidt esternò il sospetto che l’URSS in realtà voleva dividere la sicurezza europea dall’americana per rendere di fatto l’Europa imbelle e, appunto, genericamente pacifista.

Con Valéry Giscard d’Estaing, Presidente di Francia, e Roy Jenkins, Presidente della Commissione, lanciò il Sistema Monetario Europeo, il meccanismo di cambi fissi fra le valute europee che, a termine, avrebbe dovuto portare alla moneta unica. L’Ecu (european currency unit) ne era la derivazione, ma si trattava di una valuta virtuale e non cartacea che definiva il bilancio comunitario e andava convertita nelle valute nazionali. L’Euro sarà creatura di una stagione successiva. Stagione che Schmidt rivendicò in parte a merito suo e degli altri promotori dello SME.

Anche nel caso del serpente monetario, come pure lo SME si chiamava per la sua forma tortuosa, la posizione della sinistra italiana fu ondivaga. Una certa corrente di pensiero lo avversava. I cambi fissi diminuivano il margine di flessibilità della Banca d’Italia e la possibilità di operare al ribasso per favorire le esportazioni. Poco importava che i cambi fluttuanti avevano come conseguenza un alto tasso d’inflazione. La decisione di Roma di entrare nello SME, sia pure collocando la lira nella fascia larga di fluttuazione, fu sofferta e contrastata. Fu un altro caso (come nel 1951 e nel 1957) in cui la diplomazia italiana si adoprò a sposare la causa europea con una motivazione che apparve subito ineccepibile: stare fuori dallo SME significa rinunziare al plotone di testa e confinarsi nelle retrovie, una posizione inadatta ad uno stato membro fondatore. Non diverso fu l’atteggiamento della diplomazia quando si trattò di entrare nella prima ondata dell’Euro.

Schmidt dunque ci mette di fronte alla nostra coscienza, ci spinge a guardarci allo specchio. La socialdemocrazia tedesca dopo Bad Godesberg fu indicata a sinistra come lontana dai “veri” valori del socialismo. Anzi, maggiore era il suo pragmatismo in economia e in politica estera e maggiore era il  richiamo di altri ai “veri” valori. La terza via che qualcuno invocava, il porsi a metà strada fra capitalismo e comunismo, sembrava, e probabilmente era, la nowhere island di Peter Pan. 

TAG helmut schmidt ue solcialdemocrazia europa

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Di Il Cosmopolita il 15/11/2015 alle 21:47 | Non ci sono commenti

12/11/2015

Helmut Schmidt.

Se n’è andato a 96 anni Helmut Schmidt. Difficile da credere che un uomo di tale statura subisca le leggi della natura. Ha continuato a rilasciare interviste fino a poco tempo fa. La sua lucidità era impressionante. La sua attenzione spaziava con inesauribile lucidità sui temi a lui tradizionalmente cari. E che dovrebbero essere cari agli Europei di allora e di oggi. La forza d’Europa è la sola garanzia per renderci di nuovo scrittori della storia e non spettatori degli eventi altrui. Questo era in sintesi il messaggio che lanciava anzitutto ai concittadini. Avvertiva i Tedeschi che quanto essi decidevano non era cucina interna, era cucina europea, e come tale andava condivisa con i partner.

All’origine del Sistema Monetario Europeo, da cui l’Ecu e l’Euro, assieme a Valéry Giscard d’Estaing e Roy Jenkins (un francese e un britannico), Schmidt aveva segnato la storia europea prima dell’unificazione tedesca. Si era ritirato dalla politica attiva per coltivare l’altro suo interesse: la musica classica. Da ascoltare la sua incisione di Johann Sebastian Bach – KlavierKonzerte Piano Concertos BWV 1060. In memoria di Helmut.

TAG europo helmut schmidt ue

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Di Il Cosmopolita il 12/11/2015 alle 16:24 | Non ci sono commenti

12/11/2015

La nipote n.117

Francesca Morelli


Claudia ha recuperato da un anno la sua vera identità. Le nonne di Plaza de Mayo esultano e con loro tutta l’Argentina. In una conferenza stampa ha confermato di essere la nipote di Maria Dominguez e ha raccontato il percorso seguito per arrivare alla verità, aiutata anche dai suoi genitori adottivi che, da sempre, le hanno detto di non essere la loro figlia biologica. E’ figlia di mendozini scomparsi e solamente lo scorso luglio le fu comunicato di essere nata da una madre sequestrata. A gennaio ha comunicato ai suoi genitori adottivi di voler continuare quello che aveva già iniziato; si è messa in contatto con una persona del CONADI – Comision Nacional Por el derecho a la identidad, persona che l’ha seguita durante le varie fasi del procedimento. Si è fatta le analisi al Banco de datos Geneticos a Mendoza, dove le hanno detto che i risultati si sarebbero saputi al massimo dopo tre mesi.

Claudia è una giovane donna di trentasette anni madre di tre figli coraggiosa e pragmatica. Quando il test del DNA è risultato positivo e che quindi la certezza di essere figlia di
desaparecidos si è palesemente manifestata, Claudia ha provato un forte shock. Per un certo lasso di tempo ella racconta “ non sapevo cosa pensare né cosa fare, solamente con l’aiuto di mio marito sono riuscita lentamente a processare la nuova realtà”. “I primi interrogativi che mi sono posta” - ella continua – “ fu pensare a ciò che accadde tra me e i miei padri bilogici”. Dopo aver parlato con i suoi genitori adottivi Claudia mise a fuoco che le nonne di Plaza de Mayo la continuavano a cercare e che non poteva perdere più tempo senza incontrarle.

Nella conferenza stampa che ha indetto subito dopo la certezza delle sue origini, ha usato parole di elogio per la vita meravigliosa che i genitori adottivi le hanno offerto che le hanno permesso di essere la persona che attualmente è oggi. La sua principale paura era il rapporto con i media e la conferenza stampa era una maniera per calmare la sua ansia. Claudia era la figlia biologica di
Walter Hernán Domínguez y Gladys Cristina Castro, militanti del Partito Comunista Marxista Leninista (PCML), rispettivamente autista di autobus e impiegata di una panetteria che furono sequestrati il 9 dicembre del 1977 nella casa dove abitavano a Godoy Cruz, Mendoza. E’ la nipote di Maria Dominguez, presidente delle Madri della provincia di Mendoza e importante attivista per il riconoscimento dei diritti umani.
Sembrerebbe che Claudia abbia una forte somiglianza con i suoi genitori di cui al principio non si era resa conto attraverso le foto mostratele. Sicuramente è certa di amare le stesse cose amate dai suoi genitori, come dipingere e suonare la chitarrà.

Le nonne di Plaza de Mayo sostengono che esistono ancora 400 figli di desaparecidos rubati dai repressori o persone similari durante l’ultima dittatura che, a tutt’oggi, non conoscono la loro vera origine familiare ma che loro sperano di poter riabbracciare.

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Di Il Cosmopolita il 12/11/2015 alle 16:22 | Non ci sono commenti

15/10/2015

Chi voterà la guerra?

Un “frisson” (brividino…) percorre le schiene – e soprattutto le penne dei media e della frastornata corporazione della politica “politicienne”, stremata dai colpi di maglio “riformatori” del Primo Ministro e del suo pacchetto di mischia (Boschi, Finocchiaro, Zanda più vari comprimari tratti da un’inesauribile bisaccia di “antemarcia”): l’agitazione è stata sparsa a piene mani dalla notizia del possibile invio di qualche bombardiere in azione armata in Iraq.    Dunque “andiamo in guerra”?   Ancora non si sa.. almeno non lo si sa fuori dal ristretto entourage di Renzi e di decisori che manco conosciamo.

Questa volta, però, la reazione dell’esecutivo ha perfino preceduto il probabile (ed impotente…) fuoco di sbarramento di tutti quelli che ritengono l’art 11 della Costituzione (“ripudio della guerra”, eccetera eccetera) prescrittivo e non mero flatus vocis.   L’azione preventiva renziana è stata quella di assicurare un “passaggio” parlamentare preventivo (di fatto contestuale alla partenza dei boys).    La Ministra Pinotti (“Difesa”) - che era da tempo uscita dal radar - irrompe in tutte le cronache battendo di ora in ora la grancassa (vuota…).

Insomma, appena i motori romberanno, o gli aerei verranno allestiti, il Parlamento (e perfino noi) verranno informati.  E’ la democrazia, ragazzi…

Fuori di scherzo (perché c’è poco da scherzare…) il punto è tutt’altro e non è un punto contingente perché il contesto è quello che è, i focolai ormai sono teatri di guerra e non ipotesi geopolitiche e sono verosimilmente in via di moltiplicazione e di raccordo negativo.   La questione riguarda la riduzione del Parlamento (per non parlare della pubblica opinione o – Dio guardi – dei semplici cittadini..) a “convitato di pietra” della politica internazionale del Paese.    Da decenni si assiste ad un sistematico svuotamento dell’indirizzo e del controllo parlamentare a vantaggio dell’Esecutivo e – se mai – della Presidenza della Repubblica.     Questa,  a partire dall’ormai remota epoca del “Capitano di vascello” Francesco Cossiga, è diventata nella lunga “era Napolitano” il punto in cui si concentra un vero e proprio “Cabinet du Roi”.     E, dunque, quando si parla del “vasto mondo”  il numero degli intitolati a decidere (e soprattutto a sapere) si restringe ad una strettissima piramide.     Dunque, altro che “passaggio” parlamentare: in Italia non esiste nulla di comparabile agli Stati Uniti e neppure alle democrazie “liberali” d’Europa.  Infatti non si registra a memoria non si dica un dibattito decisionale ma neppure un dibattito (o un’analisi) di fondo.     Del tipo di quello a suo tempo dedicato al numero di embrioni prescritto nella fecondazione artificiale…

Del resto, sulla politica estera, sulla pace e guerra (e perfino sul “chi siamo e dove andiamo” al di là dell’informazione mediatica…) la norma consolidata è “non disturbate il manovratore”. Ed infatti nessuno lo disturba, grazie anche all’inamovibilità di tutti i punti nevralgici dal Copasir, ai Servizi, e così via.    Grazie a “passaggi” parlamentari tipo il “Decreto (omnibus…) Missioni” approvato “a peso”e così via senza che nessuno metta becco.   Esempio minore: la oscura vicenda delle due “pacifesse” riscattate in Siria.

C’è poi il livello ufficiale con “stranezze” come il Presidente della Repubblica che si intrattiene a colloquio al Quirinale con il Segretario alla Difesa USA che normalmente avrebbe dovuto incontrare il suo omologo italiano o – al massimo – il “Premier”.

Breve: tutto il sistema non dista trent’anni da Sigonella, quando Craxi (benchè “americano”…) difese la nostra sovranità nazionale di fronte alle aggressive pretese dell’Amministrazione statunitense, bensì gli anni luce che dividono un Paese vero (o che tenta di esserlo) da un Paese da operetta.

Se ne è perfino accorto – felpatamente – il già ultraprudente e moderatissimo ex Segretario Generale della Farnesina l’Ambasciatore Salleo  (della stirpe liberal-democristiana messinese Martino) che ha pubblicamente individuato i limiti della politica estera italiana non già nella nostra fragilità geopolitica, bensì nella evanescenza della nostra Costituzione materiale.

Quanto a quella scritta le cronache del furibondo “delenda” capitanato da Matteo Renzi, ci lasciano ben poche speranze.     Dunque auguri Ministra Pinotti: faccia come meglio crede, con o senza “passaggio” parlamentare.      Tanto così non serve….

TAG guerra politica estera costituzione

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Di Il Cosmopolita il 15/10/2015 alle 17:10 | Non ci sono commenti

15/10/2015

L’Argentina accoglie i siriani

Francesca Morelli

In Argentina, popolata da immigrati dalla fine del secolo XIX  e dall’inizio del XX,  una numerosa comunità siriana si è installata nelle province del nord. L’ex presidente della nazione, Carlos Menem, aveva i genitori nati a Yabrud; l’associazione  Cultural Siria  svolge un’intensa attività  a  Caballito, un importante quartiere di Buenos Aires.
Dall’ottobre del 2014 il Programma Siria, sostenuto dalla Direzione Nazionale dell’Immigrazione Argentina, si occupa di facilitare l’ingresso di stranieri che fuggono dalla guerra in Siria, nel quadro di una politica di protezione dei diritti umani e davanti alla crisi umanitaria che affligge la popolazione civile da più di quattro anni. E’ entrato in vigore grazie alla pubblicazione sul Boletin Oficial della disposizione 3915/2015 che si estende fino ad ottobre di quest’anno, ma  la Direzione Nazionale dell’Immigrazione Argentina ne ha già comunicato l’estensione fino al 2016. L’obiettivo del Programma è quello di dare una risposta concreta alla grave crisi che riguarda milioni di rifugiati, la cui metà è composta da bambini.
I siriani e i loro familiari e/o i palestinesi che hanno risieduto in Siria e hanno ricevuto assistenza da parte dell’Onu, possono iniziare in forma gratuita la richiesta d’ingresso in Argentina ,attraverso i familiari o persone con cui hanno un vincolo parentale o affettivo. I requisiti richiesti sono consultabili digitando un numero di telefono istituito ad hoc, o attraverso uno specifico indirizzo di posta elettronica.
Il programma  prevede che i beneficiari possano ottenere un visto d’ingresso al Paese  che concederà loro una residenza temporanea di due anni prorogabili e ricevere infine un documento – DNI – come residente temporaneo. A seguito di tre anni di residenza in Argentina le persone ospiti potranno  richiedere la residenza permanente secondo quanto prevede l’art. 22, comma c della legge 25871 e il relativo decreto attuativo.
La Direzione Nazionale dell’Immigrazione dipende dal Ministero degli Interni e Trasporti,  ha facoltà, grazie all’articolo 34 della legge 25872  di consentire l’ingresso di stranieri “quando esistano motivi speciali di natura umanitaria, interesse pubblico o il rispetto di accordi sottoscritti dall’Argentina.
Martin Arias Duval , responsabile della Direzione Nazionale dell’Immigrazione, il giorno  in cui è stata celebrata  la festa dell’immigrato, ha dichiarato che nel corso dello svolgimento del Programma Speciale, cento persone siriane sono già state accolte e inserite nella società locale. Oltre le facilitazioni per ottenere il visto attraverso i familiari che già vivono in Argentina il programma vuole stimolare la “ società ad accogliere i profughi perchè possano vivere in un ambito di contenimento adeguato”. L’accoglienza è una tradizione storica argentina ha sottolineato il capo di Gabinetto Anibal Fernandez nel giorno dell’immigrante “nel facilitare l’ingresso di cittadini di altri paesi in situazioni tragiche quali la guerra”. “La Repubblica Argentina ha un enorme prestigio nel riconoscere situazioni con queste caratteristiche con il proposito di aprire le sue frontiere quando le situazioni umanitarie lo richiedano” nell’ambito di una gravissima emergenza umanitaria che si registra con gli immigrati africani e medio orientali che vogliono entrare in Europa, egli ha concluso incoraggiando i profughi ad andare in Argentina, dove pochi semplici passi burocratici per presentare la domanda di visto consentiranno loro la fine delle persecuzioni.


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Di Il Cosmopolita il 15/10/2015 alle 17:09 | Non ci sono commenti

15/10/2015

I giorni nefasti

Francesca Morelli

Sono in molti a credere che certi giorni della settimana e del mese siano da vivere in punta di piedi, per evitare che la cattiva sorte si accanisca contro chi li affronta.
In diversi Paesi del mondo esistono credenze e superstizioni che affollano la mente di chi ne ha paura. La giornalista argentina Cristina Bajo ha dedicato un interessante articolo ai giorni avversi che, in America Latina sono  molto temuti, infatti in quasi tutte le province argentine, in Bolivia, in  Cile e  in Messico, si preferirebbe cancellarli dal calendario.
Le superstizioni giudeo cristiane si sono unite ai tabù indigeni e due mesi l’anno in particolare  a  aprile e a agosto parrebbe che i cambi climatici non siano favorevoli alla vita di anziani e neonati. In Bolivia la giornalista Bajo ha scoperto che il primo lunedì di aprile, giorno in cui furono arsi vivi Sodoma e Gomorra, così come il primo agosto, nascita di Caino o il primo settembre, compleanno di Giuda Escariota non sono date particolarmente apprezzate dalla popolazione.
Di giorni sfortunati era pieno anche il calendario romano che su 354 ne indicava 109 come nefasti e solamente  245  positivi. Ogni tre giorni in pratica gli amministratori della giustizia non potevano lavorare.
Numa Pompilio è stato il primo a differenziare nel calendario romano con una F i giorni fortunati e con una N  quelli nefasti. I primi erano dedicati all’attività umana,  in particolare a quella giudirica, i secondi erano riservati agli dei,  tutte le altre attività, tranne quelle religiose, venivano interrotte; ma con il passar del tempo questa suddivisione si andò complicando perchè  i giorni furono ulteriormente suddivisi.
Nel Nord Est argentino fino agli anni ’40 il 24 agosto, festa di San Bartolomeo, era proibito seminare, ferrare o mietere. I viaggiatori a cavallo o su un carro non potevano pretendere che i vettori proseguissero il viaggio anche se avevano impegni  urgenti da rispettare. En la Rioja negli anni ’70 gli animali non venivano uccisi e il macellaio davanti alla richiesta dei clienti si scusavano, dicendo che le bestie erano scappate sulle colline. A  General Paz e a Corrientes il primo novembre si celebra la Festa di tutti gli Angeli, si credeva che in questa giornata i piccoli morti andassero a far visita ai genitori e a chiedere l’elemosina in tutta la città. All’alba lasciavano le proprie abitazioni con una piccola croce in mano adornata di fiori e nastri e nell’altra una campanella e andando di casa in casa cantilenavano:”Angeli, siamo scesi dal cielo  a chiedere un’ elemosina e una benedizione”I padroni di casa chiedevano loro  una preghiera e li accoglievano con dolcetti gustosissimi e donavano loro una moneta. I piccoli morti proseguivano dunque per il loro cammino intonando “ questa è la casa delle rose dove vive la gente buona” se invece erano stati mal accolti cantavano:” questa è la casa delle spine dove regnano i meschini”. A  Catamarca il 15 agosto le madri vestivano i bambini da angioletti che cantavano per le strade :”Siamo angeli veniamo dal cielo portiamo serenità e chiediamo i soldini”.
Anche in Cile il giorno di San Bartolomeo è considerato un giorno nefasto perchè tutti sanno che il diavolo ha il permesso di uscire dall’inferno e farsi un giretto per il mondo divertendosi a fare cattiverie davanti alle quali anche i santi rimangono muti, o non reagiscono, o se ne vanno a dormire.
Tutti noi abbiamo giorni negativi o positivi conclude Cristina Bajo e suggerisce ai suoi lettori di cercare  nel Dizionario delle credenze e delle supposizioni quello che la gente più tradizionale o più umile le ha raccontato sui giorni nefasti del calendario.

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Di Il Cosmopolita il 15/10/2015 alle 17:08 | Non ci sono commenti

11/09/2015

Una Germania “kantiana” alla guida dell'Europa?

Ci sarebbe da sorridere – se sorridere si potesse di fronte a tanti lutti e disumane sofferenze – nel riportare gli sviluppi registrati negli ultimi giorni in Europa sulla questione delle migrazioni. Si potrebbe perfino richiamare una delle più italiche fanfaronate: quella del Mussolini a cui sarebbero “bastati” ventimila morti per “sedere al tavolo della pace” (sic)… e raffrontarlo con le –almeno – tremila vittime del Canale di Sicilia. Infatti, e in fondo, la sparagnina Europa ed il suo centro “pensante” (la Germania della cristiana Angela Merkel) si sono accontentate di qualche migliaio di morti (più un puntuto rimbrotto di Barack Obama…) per scoprire ciò che era ben evidente anche al più stolido osservatore: il fenomeno non era emergenziale, bensì strutturale. Anzi maturato in un trentennio di politica delle “tre scimmiette” (quelle che non vedono, non sentono, non parlano): il trentennio in cui si sarebbe dovuta avviare una qualche forma di riequilibrio Nord Sud (e per noi specificamente quello tra riva Nord e riva Sud del Mediterraneo)  e – viceversa – il massimo registrato (almeno in Italia…) fu la farneticante e rapinosa “campagna” contro lo sterminio per fame in quello che allorasi chiamava “Terzo Mondo”.

Il “sorriso” potrebbe potrebbe perfino diventare un ghigno arrogante al solo ricordare che già nei primi anni ’80 del secolo scorso documenti dell’OCSE invitavano ad una qualche riflessione sulle “piramidi” demografiche (la “nostra” larga sopra e smilza sotto e la “loro” larga sotto con sterminate plebi giovanili e stretta sopra con ben pochi anziani…) ed avrebbero dovuto indurre a comprendere (già prima della palpabilità della globalizzazione) come la globalizzazione monetaria e finanziaria erano l’ultimo e non il primo passo da compiere… Ma tant’è: il Signore acceca quelli che vuole perdere…

Di più.   Il “pensiero” italiano che fino ad ieri pompava sui bruti leghisti (chissà forse alla ricerca di un Orban italiano? Oppure di un alter ego al “riformatore” de “noantri” Matteo Renzi cucinato da altri potenti “riformatori” della tempra di Carlo De Benedetti e Sergio Marchionne), è passato in un battibaleno alla riscoperta dell’anima “kantiana” della Germania: noi che kantiani - ma “veramente” - siamo sempre stati come testimonia l’attività ultradecennale di questo (ed altri..) fogli di riflessione inascoltati (e repressi) rimaniamo stupefatti. Un’improntitudine più che politica culturale tale da illustrare l’abisso che separa Roma da Berlino. Tanto per esemplificare si pensi alla nostra volatilità. A proposito dove è finita l’inchiesta sulla Mafia romana stemperata nella novella delle vacanze del giulivo Marino, ma anche quelle sul terremoto aquilano (a parte la precipitosa fuga renziana da quegli ingrati luoghi montani). Chissà? Ora che il già “braccio destro” del desaparecido Berlolaso è assurto a nuovo “Deus ex machina” dell’”emergenza” romana e giubilare.

Più che kantiana – e cioè cosmopolita, razionale e al fondo paradossalmente umanista – la Germania si è dimostrata (con i suoi 500mila possibili immigrati) capace di capire e seguire il corso degli eventi. Quanto a noi siamo e restiamo un volgare Paese dei campanelli: il Paese che confonde la politica internazionale con il “pasticcio” dei marò, che manda aerei di Stato con leggiadre neo-ministre in cerca di notorietà a prelevare bambinetti congolesi adottati da cittadini più che amorosi insensati. Mentre altri bimbi non baciati dalla fortuna dell’occhio dei “missionari” affogano stretti alle loro madri. Si sa il mondo è oltrechè ingiusto, anche irrazionale. Ma non è scritto che il nostro “destino manifesto” sia quello di dargli una mano.

E non è neppure scritto che la Farnesina – con la sua politica “spot” e con i suoi flash pubblicitari tipo l’ultimo degli Angela (televisivi) che reclamizza la vetrina della cosiddetta “Unità di crisi.   Altro che Unità di “crisi” e telefonate alle “famiglie”, sarebbe ora che il (finalmente dopo una sfilza di predecessori irrilevante e/o dannosa) senziente Ministro Gentiloni mettesse mano alla più difficile delle iniziative: sottrarre la strategica Amministrazione degli Esteri al predominio parafascista che la ha sgangherata ed asservita nell’ultimo quarto di secolo. Ciò non ci trasformerebbe nella Germania “kantiana”, ma – almeno – ci permetterebbe di capire cosa fanno (e cosa pensano) i nostri vicini.

L’evidente fallimento (inconcludenza ad essere sconsideratamente generosi) del semestre di Presidenza italiano, i “successi” come la riapertura della Fiera Campionaria della “gran Milan” (perché questo è stato l’Expo in salsa meneghina), le pacche sulle spalle e gli abbracci renziani a tutti i leader mondiali disposti a subirli non sono – ripetiamo non – sono espressioni di politica internazionale. Non è politica internazionale detenere posizioni (comunque subalterne) nella nomenklatura finanziaria internazionale, non è politica internazionale lo slalom furbetto tra posizioni contrapposte.

Politica internazionale è innanzi tutto pensiero, previsione, analisi, proposta. In breve essere “kantiani” come gli altri, possibilmente prima degli altri.

TAG migranti farnesina ue mediterraneo kant

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Di Il Cosmopolita il 11/09/2015 alle 16:09 | Non ci sono commenti

22/07/2015

L'Italia nella scena internazionale.

Il “Renzi Way” (come lo chiama il quotidiano conservatore britannico “Times” saldamente nelle mani del tycoon Murdoch, tradizionale “fratello-coltello” di Silvio Berlusconi) domina incontrastato la politica estera italiana e, dunque, la Farnesina. Naturalmente per quanto ad essa rimanga della proiezione esterna del Paese. Cosa sia questo “modus renziano” non è difficile immaginare: ce lo spiega bene il foglio dell’imprenditore australiano. Trattasi dell’opposto del “distruttivo” estremismo del Premier greco Tsipras e, piuttosto, richiama alla memoria la felice (per Murdoch e co) era del ragionevole, ragionevolissimo (per il grande capitale, per affari ed affarucci di ogni genere e per avventure belliche come quella irachena della quale ancora – e per chissà quanto – pagheremo i costi) dell’indimenticabile pragmatista (opportunista?) Tony Blair.

Ecco dunque “Matteosubito” che - appena reduce della piroetta Merkel Tsipras e ritorno sull’affare euro-greco – vola a Gerusalemme per portare affetto, solidarietà, infefettibile amicizia al furibondo Premier Nethaniahu ferito dalla ragionevolezza USA, Iran, magari Russia: “la sicurezza di Israele è la nostra sicurezza” proclama il Nostro…. Bene, bravo, giusto: peccato che questo allineamento “perinde ac cadaver” spetterebbe – se mai – al Parlamento italiano piuttosto che all’ansia di protagonismo del giovanotto toscano. D’altro canto la formula è semplice ed assai funzionale in questi incerti tempi: tacere sempre, allinearsi con il più forte (normalmente la Germania merkelliana ormai quasi diventata una “zietta” a cui portare i pasticcini dell’Italia renziana) ed inscenare poi una “mediazione” sui “resti”.

Un’operazione questa quasi di servizio per diplomazie tanto impietose quanto timorose dei contraccolpi internazionali e delle rispettive opinioni pubbliche. E qui arriva il super-tattico Renzi al quale – in fondo – tutto va bene.

Questo stile piacerà a Murdoch, ma è dubbio che risponda agli interessi nazionali italiani e, d’altro canto, chi lo sa? Il Parlamento, questo Parlamento (per quello che vale e per il pochissimo che è in grado di capire e di valutare…) viene convocato “ad audiendum” solo quando ci scappa qualche morto e/o qualche foto o video imbarazzante per la pubblica opinione.

E, purtroppo, l’immissione in extremis al vertice della Farnesina di un politico responsabile e decoroso come Paolo Gentiloni (al quale Renzi avrebbe preferito una delle sue ragazzotte) non ha portato alcuna novità. Piuttosto soltanto una patina di rispettabilità. Meglio di niente, ma certo un po’ poco per un Paese ridotto alla litania dell’Expo e della “genialità” del modello italico (quale? quello di Buzzi e Odevaine? Quello dell’internazionalismo alla Marchionne? Quello dell’imbalsamato Draghi?). Ovvero quello del taciturno più che riservato Gentiloni, che sembra ormai “muoversi sulle uova”, invocando tutti a non romperle.

Questa – tanto per dire l’ultima – è la scelta per il sequestro dei quattro tecnici in Libia. Magari potrebbe funzionare – il silenzio – per l’affare (autoprodotto ed autolesionista) dei marò, ma difficilmente ci restituirà un ruolo dopo il fallimento del semestre europeo italiano e l’esplosione della crisi europea che ha, ormai, polverizzato la “chimera” chiamata appunto “Europa”. Chissà che ne pensa l’Italia a parte la “canizza” del’immigrazione? Meglio non chiederselo e certamente la Farnesina è l’indirizzo sbagliato per avere delucidazioni.

Oltre tutto questo “Ente semi-inutile” si consuma in un sinistro letargo che precede l’arrivo del Ministro Gentiloni ma che questi non ha fatto nulla (tradizionalista…..) per modificare. L’assenza totale di qualunque interlocuzione sindacale interna ne è una prova “ad abundantiam” che stupisce ed addolora soprattutto tenuto conto delle pregresse esperienze del neo-Ministro sul come ed il perchè della crisi di una tecnostruttura di servizio pubblico condannata da decenni alla decadenza, alla lottizzazione reazionaria, agli spot pagati a suon di quattrini dei contribuenti. Dovrebbe ben ricordare Gentiloni che la Farnesina non si riduce all’Unità di crisi (o “viaggiare sicuri”… ah, ah) ma ha ben altra storia e funzioni. Da risanare e riavviare, non archiviare dentro il contenitore arlecchino degli spot cucinati dalle fervide (spesso febbricitanti) menti di Palazzo Chigi.

Ma questa è la storia di un’Italia che non c’è più, che forse non ci sarà mai e che – direbbero gli scrivani di Murdoch – forse non serve a nessuno. Tranne agli Italiani medesimi che – a loro volta – forse manco lo sanno. Ma risvegliarli non era la funzione delle classi “dirigenti”?

 

 

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Di Il Cosmopolita il 22/07/2015 alle 21:09 | Non ci sono commenti

22/07/2015

Grexit.

E se la Germania avesse ragione, e con lei il fronte del nord? Siamo talmente abituati all’idea che la Grecia è la culla della democrazia, e dunque quanto vi accade risponde ai supremi precetti di quel regime, che neppure ci sfiora il dubbio che anche altri stati membri, Germania compresa, abbiamo sistemi democratici e rispondano a precetti analoghi. La personalizzazione del dibattito – Merkel avverso Tsipras con gli annessi Ministri delle Finanze – offusca la complessità delle posizioni a confronto. Non due o quattro personalità dibattono, ma molteplici sistemi dibattono sotto la comune egida del diritto europeo primario (il Trattato) e derivato (le varie regole finanziarie). Dare conto della complessità del sistema sarebbe il primo compito della buona informazione e della buona politica. Le nostre collettività sono abbastanza preparate da comprendere che la posta in gioco supera quella della vittoria in una partita simulata di calcio, dove come agli ultimi mondiali la Germania trionfò dopo avere “passeggiato” sui pretesi squadroni sudamericani.

 

Il sistema europeo è complesso, a tratti francamente indecifrabile perché tende ad appoggiarsi ad una “costituzione reale” che si discosta da quella formale. A Bruxelles la prassi politica tende a soverchiare la lettera e persino lo spirito del diritto primario. Si prenda il caso della Commissione. Se il duello si profila fra i capi di governo di Germania e Grecia, con quello francese ad arbitrare, lo spirito europeo è travolto e con esso la mediazione che è frutto del dibattito corale a Ventotto più le istituzioni europee. Si tende a dimenticare che la Commissione siede nel Consiglio europeo, che non è dunque la dépendance dell’asse franco-tedesco, e che in certe materie la stessa Commissione ha potere esclusivo.

 

Scrivere che la Merkel acconsentirà ad un certo aiuto, significa fare torto alla Merkel attribuendole un potere che non ha per toglierlo a chi quel potere ce l’ha, anche se lo esercita in sordina. Il continuo rimpallo delle competenze fra istanze europee e stati membri genera confusione nell’opinione pubblica e alla lunga logora lo spirito europeo che resta, deve restare, alla base della costruzione comune. Se il dibattito si frantuma in una sequenza di colloqui bilaterali, il quadro comune ne risente in maniera irrimediabile. Tanto vale trasferire certe istituzioni da Bruxelles a Berlino e così la Germania, che già ospita la BCE a Francoforte, avrà tutto e gli altri ben poco. Esattamente il contrario di quanto era nelle intenzioni dei padri fondatori, che sparpagliarono deliberatamente le istituzioni fra varie città ad evitare la concentrazione.

 

Nel 1957 la Germania era divisa e la parte occidentale aveva la capitale provvisoria nell’anonima Bonn anziché nella storica Berlino, ma la decisione fu preveggente e tese a privilegiare stati membri minori come Belgio e Lussemburgo rispetto ai maggiori. La Francia ottenne il Parlamento per Strasburgo, ma fu un segnale di riconciliazione essendo la città alsaziana al centro dell’arco di crisi con la Germania.

 

L’equilibrio fra istituzioni e stati membri sta alla base del successo della costruzione europea. Spostarlo in un senso o nell’altro è rischioso. Bene tenerne conto quando la semplificazione mediatica riduce tutto ad una serie di duelli. Il dato personale rileva fino a un certo punto. Conta di più la solidità dell’apparato comune che, in quanto tale, deve essere impersonale. Per dirla con Monnet: le persone passano, le istituzioni restano.

 

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Di Il Cosmopolita il 22/07/2015 alle 21:08 | Non ci sono commenti

06/07/2015

La Grecia e l’Europa.

Il “no” greco era scontato. Il quesito referendario era volutamente diretto a questa risposta, la sola possibile nelle circostanze date. Da una parte le file dei pensionati che ritirano quanto possono, e cioè poco, ai bancomat. Dall’altra gli appelli all’austerità da stati membri che vendono automobili di lusso a go-go, anche ai Greci benestanti e ce ne sono, e predicano austerità a casa d’altri. La frizione fra i due modelli, quello baltico-nordico e quello mediterraneo-meridionale, non poteva essere più stridente specie agli occhi di una popolazione stremata da troppi messaggi e nessuno di speranza.

Ora tutti a citare il discorso di Pericle agli Ateniesi. Il discorso non è in diretta ma riportato da Tucidide che mira a dare del dittatore ateniese l’immagine rassicurante del padre della patria e del cantore della democrazia come governo dei molti sui pochi. Luciano Canfora, nel suo saggio sulla Democrazia per Laterza, smentisce il discorso di Pericle nella ricostruzione di Tucidide e soprattutto l’idea, così cara a noi tardo-ellenici, che la democrazia fosse il modello ideale di governo per gli Ateniesi e dunque per i Greci e dunque per l’Umanità. Neppure Aristotele nella Politica si affida alla democrazia come panacea, pur riconoscendole certi vantaggi rispetto al dispotismo asiatico. E d’altronde l’Europa dai confini così labili doveva pur trovare il modo per distinguersi dall’Asia.

La premessa è per contenere un certo entusiasmo nostrano per le sorti della democrazia, che avrebbero avuto la benedizione dell’attualità, dopo la consacrazione dell’antichità, grazie al voto del 5 luglio. La democrazia referendaria è sbrigativa e se risponde a quesiti tendenziosi, non può che dare il risultato atteso.

Questo sul piano formale. Sul piano sostanziale stiamo di fronte a un problema che l’asse franco-tedesco non può pensare di risolvere da solo con qualche comunicato di fortuna. Il problema ha natura ontologica, tanto per stare nella terminologia classica. Ripropone quell’interrogativo che i ragazzi si pongono al chiarore delle stelle: chi siamo? dove andiamo? ci stanno altri mondi? Einstein avrebbe risposto con una serie di dubbi a domande così pregne. Ma Einstein era un genio ebreo terribilmente laico e dunque relativista per filosofia oltre che per fisica.

Il duo franco-tedesco, che poco ricorda di Einstein, deve fare i conti con un’idea d’Europa parzialmente diversa da quella che avevano in mente, in verità più la Germania che la Francia, e cioè che la ricchezza reale possa aggrumarsi negli stati membri virtuosi lasciando ai viziosi i cascami delle crisi finanziarie. Noi produciamo l’eccellenza, voi fate da resort low cost. A cos’altro risponde la proposta di ridurre l’IVA turistica? I prezzi di BMW, Mercedes, Audi, si riducono di pari misura? A sfogliare Quattroruote la parte finale coi listini occupa pagine e pagine di modelli Made in Germany e quasi nessuna di modelli Made in Elsewhere: a riprova del fatto che tutti, ma proprio tutti, concupiscono l’auto tedesca e la vacanza al vento delle Cicladi.

L’economia reale deve ritrovare la centralità. E con l’economia reale l’assorbimento della disoccupazione che in Grecia , come nel nostro Sud, macina cifre da capogiro. O peggio da disperazione per milioni di giovani. Il voto greco certifica la fine del declino del modello sociale europeo. Al di sotto del punto in cui l’abbiamo spinto ci sta il baratro delle incoscienze nazionali. Tanto per non fare nomi: dei movimenti nazional-leghisti. Alle forze responsabili spetta ritrovare il senso dello stare insieme. La famiglia europea o cresce insieme o deraglia.

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Di Il Cosmopolita il 06/07/2015 alle 20:28 | Non ci sono commenti

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