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27/04/2015

Di cooperanti e droni e altre storie.

Sorprende, ma non troppo, la sorpresa di chi si sorprende che i droni infallibili possono sbagliare, che i servizi segreti più efficienti al mondo hanno bisogno di tempo per completare gli accertamenti sulle salme, che le azioni militari producono danni collaterali compresa qualche vittima del fuoco amico, che se non metti gli scarponi sul terreno non riesci a controllare tutto dall’alto.

Lo scandalo sulla tragica morte del cooperante italiano in quella Terra di Mezzo che è l’Afpak, crasi efficace quanto brutta di Afghanistan e Pakistan, ha un tratto di dolore rispettabile e un tratto di “cinéma” (per dirla alla francese) che quello sì scandalizza. Il Ministro degli Esteri riferisce in Parlamento dell’accaduto e una quarantina di deputati assiste, fra gli assenti molti di quelli che avevano invocato le dimissioni del Governo per la figuraccia. E se il Ministro fosse andato alla Camera a promettere dimissioni? Gli assenti avrebbero mancato lo spettacolo? Qualcuno ha commentato che tanto vale che le indennità parlamentari siano pagate da Twitter, Facebook, Porta a porta. I parlamentari guadagnerebbero di più e finirebbe la storiella dei costi della politica.

L’affare è disgraziatamente serio e dovrebbe indurre a prudenza quelli che chiedono azioni mirate – sottinteso: droni intelligenti che mirano sicuro – contro gli scafi degli scafisti. A leggere l’ennesimo libro sul Mossad appena uscito da Feltrinelli, si capisce che la micidiale efficienza di quel servizio sta nella segretezza delle sue azioni. Se vuoi colpire un bersaglio, certo non lo avverti in anticipo. Quello prende le contromisure e annulla il vantaggio della sorpresa. Nel caso degli scafisti, a furia di minacciare azioni senza attuarle, si consente loro la più ovvia delle contromisure: o spostare altrove gli scafi o sistemare a bordo qualche migrante, meglio donne e bambini, in modo da offrire un indesiderato bersaglio umano. Quale drone per quanto intelligente eviterebbe l’errore? E sarebbero capaci, i teorici dell’azione mirata, di sopportare ulteriori perdite di innocenti?

La risposta semplice a problemi complessi non è mai semplice. Solo il semplicismo italiano con cui si affronta la politica estera può nutrire un’illusione del genere. Ciò che importa non è analizzare il problema e sceverare le possibili soluzioni, conta annunciare, possibilmente in opposizione ad altro annuncio. Lo scontro si scatena fra annunci e non fra opzioni.

La televisione brilla nell’alimentare il pressapochismo. Ora e sempre non interroga gli esperti, fossero anche in pensione e dunque con licenza di parlare, che so un generale, un ambasciatore, un capo dei servizi. I giornalisti TV s’interrogano a vicenda, io intervisto te e tu intervisti me eventualmente presentando ciascuno il libro dell’altro, oppure chattano in diretta con il politico che parla in misura inversamente proporzionale alla conoscenza dei fatti. Il circo mediatico offusca per fortuna la modestia della politica estera e di difesa istituzionale. La Marina Militare sostiene che coi mezzi a disposizione presto pattuglierà poco o nulla. La rete diplomatica è in via di smantellamento. Dei servizi poco si sa, com’è giusto che sia, ma c’è da supporre che come branca della pubblica amministrazione non stiano neanche loro tanto bene.

L’estate è alle porte. Si prevedono nuove ondate di migranti, la totalità dei quali ormai ha imparato la lezione e chiede asilo in modo da infilarsi nell’infinita procedura (commissione di valutazione più tre gradi di giudizio) che li tratterrà qui per anni. Il Viminale si danna per trovare attraverso la rete delle prefetture siti dove sistemarli. I prefetti sono in balia delle autonomie locali, che dichiarano di non avere i fondi per i concittadini, figurarsi per quelli di fuori. A Roma certe cooperative avevano individuato la soluzione. Dateci i soldi e ci pensiamo noi. L’indagine Mafia Capitale è cronaca di mesi fa: archiviata, come presto archivieremo i droni e i cooperanti per lanciarci in altre storie meritevoli di effimera indignazione.

TAG cooperanti droni afpak

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Di Il Cosmopolita il 27/04/2015 alle 16:39 | Non ci sono commenti

19/03/2015

La vittoria della Destra.

Il Likud rivince le elezioni in Israele sulla scorta di una campagna elettorale giocata sulla figura del Premier uscente, e probabile rientrante, e di un programma dichiaratamente di destra. Nessun infingimento centrista nelle parole che Netanyahu ha pronunciato davanti al Congresso americano e davanti all’elettorato di casa sua, fino all’anatema che, con lui al governo, non vi sarà stato palestinese. La formula magica due popoli – due stati con Gerusalemme capitale condivisa è così sepolta, almeno nelle dichiarazioni preelettorali di una parte.

Le dichiarazioni sono talmente di destra che l’Amministrazione americana ha ostentato distacco rispetto al risultato: congratulandosi con il popolo (per avere votato?) e non col vincitore, come se la vittoria non avesse un nome. Netanyahu ha giocato il tutto per tutto proprio nella discussa trasferta americana. Lo sgarbo diplomatico di parlare al Congresso poteva costargli caro, e invece gli ha dato la spinta per presentarsi al suo popolo come il difensore dei valori occidentali. Ma qual è il suo popolo? Netanyahu ha manovrato abilmente il tasto della doppia appartenenza, israeliana e americana, per parlare agli americani da concittadino e non da leader straniero. Per dire loro che i valori d’Occidente, prima ancora che gli interessi, sono minacciati da varie parti e soprattutto dalla prospettiva di un Iran che, sia pure a termine, si doti di arsenale nucleare. Non convincono i termini dell’intesa che il Quintetto starebbe per concludere con Teheran. Il divieto del nucleare non è assoluto e perenne. E questo prima che scoppiassero i fatti di Tunisi e dunque di avere ulteriori argomenti nel descrivere un Occidente insidiato fin sulle sponde del Mediterraneo.

La nozione di Occidente a questo punto è assai vasta e labile. Stanno idealmente in Occidente tutti i paesi che si riconoscono in certi valori (quali?), stanno altrove tutti quelli che certi valori li minacciano. E non importa se si tratta di sciiti o sunniti. Una chiamata alle armi rivolta a tutti i likeminded perché non nutrano illusioni di appeasement nei confronti di nemici attuali e potenziali.

L’appello alla sicurezza come bene supremo d’Israele ha trovato terreno propizio presso l’elettorato, che pure Unione sionista aveva cercato di fare ragionare in termini meno emotivi. La risposta, non plebiscitaria ma comunque maggioritaria, è stata nel segno della continuità Si continuerà cioè a gestire il conflitto e non a valutare le prospettive di soluzione. E d’altronde il tentativo del Segretario di Stato americano di rianimare il processo di pace è ormai un ricordo dell’anno passato.

Si aspetta a Gerusalemme il cambio di guardia alla Casa Bianca per riprendere i giochi sul serio. Un biennio circa di pausa (quanto tranquilla?) ci attende.

Inutile chiudere con il tradizionale appello ad una presa di posizione dell’Unione europea. Il realismo, e il peso dei precedenti, fanno pensare che sarebbe una pia quanto inutile attesa. L’Alta Rappresentante ha appena nominato un diplomatico italiano quale inviato per il Medio Oriente. La scelta è caduta su un funzionario di valore, che riuscirà laddove i predecessori non sono riusciti soltanto se avrà adeguato sostegno politico. Gli auguriamo di fare bene.

TAG israele pesc palestina

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Di Il Cosmopolita il 19/03/2015 alle 14:58 | Non ci sono commenti

18/03/2015

I win and take it all.

Vinco e prendo tutto: più che linguaggio da croupier è la pratica in uso nella generalità dei paesi arabi, dove il gruppo che vince vuole stravincere e prende tutto, lasciando poco o nulla ai perdenti. I quali hanno una sola possibilità per divenire vincenti: ribaltare il tavolo, ovvero riprendersi il gioco per via insurrezionale. La metafora sui paesi arabi si può applicare, con una certa dose di ironia, alle vicende del centrosinistra italiano, o della sinistra che guarda ai movimenti e alla società civile in cerca di rappresentanza. Un partito di centrosinistra diventa di maggioranza relativa, è diretto con piglio battagliero da un gruppo che ha la maggioranza più che relativa, ecco partire la corsa ai distinguo ed alla ricerca della rappresentanza perduta. Alcuni si distinguono stando dentro, altri guardando fuori. E dove? Verso i movimenti e la società civile in cerca di rappresentanza.

La tendenza irresistibile alla frammentazione, che il Labour britannico e la Socialdemocrazia tedesca seppero contenere e così costruirono un ciclo vincente, s’insinua nel sindacato: più precisamente nel Sindacato di riferimento del Cosmopolita. Non useremo mai la parola “ditta” perché sindacato e partito hanno la loro nobiltà da tutelare come un bene lessicale. Non riuscendo a conquistare il vertice confederale per via istituzionale e interna, il segretario generale dei metalmeccanici, e cioè di una componente neppure maggioritaria della Confederazione, tenta l’OPA aggirando l’ostacolo dall’esterno. I romani, bloccati a Masada dagli ebrei zeloti, costruirono un terrapieno per superare la barriera degli assediati e sconfissero la resistenza dopo anni di inutile assedio. Così la compagine metalmeccanica tenta l’assalto alla fortezza confederale aggirando il codice degli iscritti mediante l’aiuto esterno di movimenti e società civile in cerca di rappresentanza. Non più sindacato e non ancora partito, Coalizione sociale, la nuova creatura dell’officina metalmeccanica, qualcosa diverrà entro il 2018, data di scadenza dell’attuale vertice confederale.

La scalata riuscì ad altro dirigente FIOM: si trattava di Bruno Trentin, e non so se mi spiego, avrebbe detto Totò. Ora ci prova Landini, staremo a vedere. Un punto è essenziale nell’analisi landiniana: il sindacato, così com’è, stenta a farsi classe dirigente. Una volta si sarebbe detto: a esercitare un ruolo egemonico di rappresentante della classe generale. Lo diceva più o meno Trentin nel suo libro “Da sfruttati a produttori” (Bari, 1977). Altra epoca e altra temperie culturale. Il sindacato non riesce a stare dietro al cambiamento ed è letteralmente fagocitato dal centrosinistra di governo che col suo riformismo turbo fa le riforme (o le controriforme, secondo i punti di vista) senza o addirittura contro il sindacato. Si prenda la legge sul lavoro che mangia qualche guarentigia del vecchio statuto dei lavoratori. Il sindacato deve fare politica (“buttarsi in politica”, “scendere in campo”) per tornare a contare? O deve contemplare inerte il proprio declino come l’asceta osserva il mondo dal trespolo? La domanda è solenne e merita risposta altrettanto solenne.

Non vi è dubbio che il sindacato, in Italia e non solo, è stato prima spiazzato dalla crisi finanziaria, che lo ha costretto a salvare il poco da salvare, e poi sorpreso dalla ripresa. E’ sempre la finanza a dettare le regole: prima quella privata e fallimentare dei Lehman Brothers a seguire, ora quella della Federal Reserve e della BCE. Può più Draghi per il rilancio dell’occupazione che ore di marce sindacali e picchetti davanti alle fabbriche. Il sindacato dovrebbe “finanziarizzarsi”? Una quotazione nella City o alla Borsa di Zurigo?

Passare dai massimi interrogativi (chi siamo? dove andiamo?) alle vicende di casa nostra è sempre arduo ma ha un certo senso comune. La CGIL – Esteri si conferma prima sigla a Roma nelle elezioni RSU. All’estero sta ben messa anche se divide la rappresentanza col sindacato degli impiegati a contratto. Facile per quest’ultimo vincere: promette molto e a tutti, salvo poi lasciare ad altri (a chi?) l’improbabile mantenimento delle promesse. La CGIL Esteri non promette, cerca di fare.

Stiamo però in un deficit di rappresentanza. La nostra base elettorale, le vecchie qualifiche funzionali, stanno diventando vecchie in senso anagrafico, fra poco saranno ridotte al lumicino. I giovani entrati sono tutti, o quasi, impiegati a contratto (soltanto all’estero) e diplomatici. Gli uni e gli altri guardano altrove: ai sindacati di categoria, per loro natura autonomi, oppure al non schierarsi. Il senso dell’aggregazione sociale latita. Manca la prospettiva finalistica dello stare insieme, quella che dava corpo all’ambizione della CGIL di farsi interprete di interessi generali. Cambia il quadro sociale, deve cambiare il quadro sindacale. Altrimenti restiamo al palo. Ad amministrare un patrimonio in rapido dissolvimento.

TAG rsu sindacato farnesina

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Di Il Cosmopolita il 18/03/2015 alle 14:36 | Non ci sono commenti

09/03/2015

La Farnesina e il neo-conservatorismo.

Il conservatorismo va sempre di moda alla Farnesina, quali che siano il Governo e il Ministro in carica. Anzi: il tasso di conservatorismo aumenta con i responsabili democratici perché alla loro ombra può manifestarsi impunemente senza il timore di essere tacciato per quello che è. Basta che si presenti in veste modernista e riformatrice. E del resto in Italia chi può non dirsi riformista? Qualche luogo comune sul primato dell’utenza, sulla diplomazia per la crescita, sull’invarianza dei servizi, sulle sfide della globalizzazione. Affermazioni che hanno il pregio di gettare fumo sulla realtà che è decisamente meno rosea. Sotto al fumo, a differenza che nel proverbio, non cuoce alcun arrosto perché questo è stato già spolpato.

Un centro studi bruxellese (ne dà notizia Il foglio) decreta che fra gli stati membri l’Italia ha una politica estera poco visibile e poco incisiva, mentre svetta decisamente la Germania. Pare che dopo la breve parentesi Bonino il declino si accentui malgrado che abbiamo ceduto un Ministro all’Unione europea in funzione di Alto Rappresentante. All’Italia lo studio bruxellese addebita l’infilarsi negli interstizi: una pratica tipica già nell’era democristiana, che non cesseremo di rimpiangere noi che pure l’avevamo avversata, quando si valeva della politica dei due forni. Euro-occidentali quanto bastava ma attenti a coltivare certi interessi nazionali che ci portavano fra le braccia di arabi e sovietici.

Ora non si capisce granché di dove andiamo a parare. Sulla Palestina il Parlamento ha accolto due mozioni che, si dice, si completerebbero a vicenda. Una vuole il riconoscimento dello Stato e l’altra chiede di promuoverlo. Promuovere presso chi? La duplice mozione è stata apprezzata da Israele e meno apprezzata dalla Palestina. Le missioni a Teheran e Mosca dovrebbero ritagliarci il solito spazio di mediazione. Il Primo Ministro d’Israele se ne cura talmente poco che davanti al Congresso americano mette in guardia rispetto a qualsiasi appeasement nei confronti dell’Iran. L’Iran, peggio se nuclearizzato, è una minaccia: nessuno in Occidente si illuda di usarlo come comune nemico dell’ISIS. Amos Oz, coraggioso militare oltre che grande scrittore, adopera parole adamantine sulla necessità di avere in Medio Oriente due stati e due popoli. Solo che il suo articolo esce sul Corriere della sera il 5 marzo, troppo tardi per essere letto e meditato dai nostri parlamentari.

Ripetiamo ormai stancamente quanto Il cosmopolita sostiene da tempo. La politica estera ha bisogno di analisi di base, come la ricerca applicata necessita della ricerca di base. Se disinvesti in ricerca, nel nostro caso in politica estera, ottieni risultati miseri. La Farnesina non è il solo centro di elaborazione e gestione della politica estera. Verrebbe da dire: per fortuna. E’ pur tuttavia il centro istituzionale della stessa prima che venga totalmente privatizzata. Le cifre del bilancio, sempre più grame, producono analisi altrettanto grame all’interno e all’esterno (basti pensare ai tagli ai nostrani think tank). La gestione è affidata ad un nucleo di funzionari che si guardano dai colleghi che abbiano un qualche guizzo di originalità. I primi procedono in carriera, gli altri stanno al palo. Ciò che importa è l’attivismo fine a se stesso, la vana disponibilità H24. Il diplomatichese, questo linguaggio per iniziati, ne è la lessicale conseguenza.

Se è lecito un riferimento agli affari minori ma non meno significativi: le elezioni al Circolo Esteri riflettono quanto vale per il corpo della Farnesina. L’assetto precedente è tutto o quasi confermato. Prevale il principio di continuità, non importa che la fuga degli iscritti lascerà il Circolo ai soli dirigenti. Conservare occorre.

TAG farnesina

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Di Il Cosmopolita il 09/03/2015 alle 13:39 | C'e' un commento

09/03/2015

Morti per denutrizione

Francesca Morelli

In Argentina le smentite sulla denutrizione della popolazione infantile nel nord del Paese non tardano ad arrivare, dopo la morte di sette bambini in pochi mesi; “continuare a cercare i colpevoli significa non capire il problema”, così si è espresso il responsabile della prima infanzia della regione di Salta.

La dichiarazione è avvenuta a seguito dell’imputazione di morte per denutrizione al capo di Gabinetto nazionale e ai ministri dello Sviluppo Sociale e Salute, per la morte di un bambino Qom di sette anni. Cercare i colpevoli secondo il funzionario “salteño” significa voler continuare ad ignorare una realtà oramai storica, che deve essere affrontata collegialmente nel Paese. Abeleira ha smentito che nella regione di Salta ci sia una crisi nutrizionale, nonostante le morti per denutrizione degli ultimi mesi e il deficit alimentare che affetta 1900 bambini sotto i cinque anni. “I valori su cui discutono i media sono quelli degli anni precedenti”, egli ha aggiunto, con un tasso di mortalità infantile del 13,9 per mille.

Anche se il funzionario Abeleira ha più volte sottolineato nella sua dichiarazione che la situazione nella regione è costantemente monitorata, gli agenti sanitari di un piccolo paese, Pichanal, descrivono una realtà ben diversa da quella che le autorità locali si affannano a smentire. Al mattino presto, l’ospedale pubblico del paese è silenziosissimo. In una stanza attigua agli ambulatori, gli agenti sanitari con una camicetta celeste preparano l’equipaggiamento che, come ogni mattina, li porterà con i loro zaini e gli strumenti medici di base a visitare le famiglie che vivono nelle comunità indigene, lontane da Pichanal. Con loro l’ospedale esce per strada e la morte di un bambino è un grave fallimento. Il servizio di Atención Primaria en Salud (APS) è nato trentotto anni orsono, come programma di salute rurale. Negli anni è andato crescendo e si è adattato ai cambiamenti di un popolo di contadini specializzato nella coltivazione di frutta e verdura. Oggi sono 42 gli agenti sanitari che assistono 6243 famiglie al mese. Jorgelina Amun dietologa dell’APS ha esposto in un’intervista rilasciata a un quotidiano locale quali sono i problemi nutrizionali che affettano la popolazione, “ scarso consumo di verdura , varie difficoltà nell’abbinamento degli alimenti e poche nozioni sull’importanza dell’allattamento al seno. Le mamme hanno molta più fiducia nel latte in polvere che credono migliore. Il nostro compito è riuscire a modificare queste abitudini, installate da generazioni in queste famiglie “ella conclude. La popolazione di Pichana è passata da 10.000 abitanti del 1991 a circa 32.000 nel 2014. ” Il paese è ubicato al nordest di Salta e da provincia produttrice di arance, limoni, cetrioli zucchine e legumi è passata ad essere un ottimo terreno per la canna da zucchero e la soia, che utilizzando mezzi meccanici per la semina e la raccolta, hanno lasciato fuori dal sistema di coltivazione i contadini Wichi e gli Aba Guaranì.

Daniela una giovane donna di 22 anni, semianalfabeta e disoccupata ha perso recentemente il suo Martin, il terzo dei suoi figli, di otto mesi con chiari segni di denutrizione. Racconta all’intervistatore la sua storia di violenza domestica da parte del marito e di fame. “A volte io e i bambini mangiavamo tutti i giorni, quando mio marito mi dava un po’ di soldi, altre volte saltavamo il pasto e mi arrangiavo con la sacca di alimenti che il governo dà a fine mese, un pacco di riso, uno di pasta, due confezioni di latte in polvere e una bottiglia di olio”.

Le morti per denutrizione a Salta e l’occultamento di alcuni casi hanno generato la reazione della chiesa. Il presidente della Pastoral Social monsignor Jorge Lozano ha affermato che “esistono situazioni di denutrizione infantile in vari posti del Paese che ci mostrano una realtà molto dura”, contraddicendo quanto detto più volte dal capo di Gabinetto Jorge Capitanich, secondo cui le recenti morti dei bambini sono da considerarsi solamente casi isolati.

 

 

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Di Il Cosmopolita il 09/03/2015 alle 13:33 | Non ci sono commenti

12/02/2015

La dinastia.

E’ tempo di elezioni alla Farnesina. Si vota al Circolo degli Esteri per le cariche sociali. Si è appena votato al SNDMAE, il sindacato autonomo della carriera diplomatica, per le cariche sociali. Un filo comune lega i due eventi.

A leggere l’albo d’oro del Circolo, in bella mostra all’ingresso del ristorante, si nota che il primo presidente fu niente meno che il Conte Galeazzo Ciano. Durò poco per le note vicende che lo videro declassato da Ministro a congiurato meritevole della pena capitale. Alla fine degli anni novanta diventò presidente l’allora segretario generale del MAE. Una tradizione non scritta voleva che a dirigere il Circolo fosse un ambasciatore di grado e in servizio, meglio se in posizione di vertice. Chi meglio allora del segretario generale? La presidenza Vattani (Vattani Primo) durò fino al 2011. La più lunga nella storia del Circolo e fra le più proficue: molte delle innovazioni si devono a quel periodo.

Nel 2011, dopo avere lasciato il servizio, Vattani Primo lasciò pure la presidenza del Circolo. A chi? Al fratello minore, Vattani Secondo, che lo guida fino al 2015 quando si candida per un nuovo mandato. Perché al Circolo - si argomenta regolamento alla mano - non vi è limite di mandato. Accade poi, sempre ai sensi del regolamento, che il membro dimissionario del consiglio direttivo non è sostituito dal primo dei non eletti, come persino in Parlamento, ma da un esterno cooptato. E naturalmente, alla prima dimissione nel consiglio in carica, il Presidente Vattani Secondo coopta Vattani Primo.

La campagna per il rinnovo delle cariche sociali vede contrapposte varie liste. Le liste che per comodità chiamiamo di opposizione si vedono negato l’accesso all’elenco dei soci, cui inviare la loro propaganda elettorale. L’elenco - si argomenta regolamento alla mano - è confidenziale per la solita e “passepartout” normativa sulla privacy. I Soci non ne vogliono sapere di diffondere i loro nomi, o almeno così si lascia credere. Essi sono adepti di una setta o membri di un circolo ricreativo? E così il presidente in carica, e candidato a ripresiedere, può inviare i suoi messaggi a tutti i soci dei quali ovviamente conosce gli indirizzi, mentre le opposizioni sono tagliate fuori da questo elementare strumento di propaganda. Non dome, le opposizioni chiedono che i soci aggregati, gli esterni che pagano una quota tripla ma non hanno diritti elettorali attivi né passivi, possano essere rappresentati nel consiglio al pari dei soci interni. L’ordinamento del Circolo non prevede tale diritto. Al Lungotevere dell’Acqua Acetosa il principio “no representation without taxation” diventa il suo contrario: meno paghi e più sei rappresentato, più paghi e non sei rappresentato affatto.

Il SNDMAE ha eletto gli organi sociali e fra i nuovi dirigenti figura Vattani Terzo, il figlio del Primo, noto alle cronache per la cantata in musica neonazista. Un’ottantina di diplomatici lo vota, non si sa se perché ha dimenticato i suoi trascorsi (in Italia si riabilitano i terroristi, perché non i cantanti trasgressivi) o perché simpatizzano con le sue idee. In un caso e nell’altro stiamo di fronte ad un fenomeno che un diplomatico di buone maniere definirebbe “inquietante”. La carriera diplomatica conta ottanta smemorati o ottanta filo-neonazisti?

Tutto questo accade mentre alla guida della Farnesina si susseguono tre Ministri con sicure credenziali democratiche. Tutto questo accade mentre all’ultima tornata di nomine ad Ambasciatore si assiste al solito spettacolo degli amici degli amici che vanno avanti e dei non amici che restano al palo. I primi sono funzionari “puri” nel senso che, come gli ottanta elettori SNDMAE, o non sanno o simpatizzano. I secondi invece sanno e disgraziatamente per loro fanno: non meritano considerazione.

La Farnesina, al pari di ogni repubblica dinastica, è permeata di ideologia conservatrice e destrorsa. Stiamo dalle parti di credere, obbedire, combattere. Che in chiave moderna si traduce in pedalare e tacere. A tacere sono pure i dirigenti con le credenziali democratiche. Fosse durato più a lungo, neppure Galeazzo Ciano avrebbe immaginato un conformismo del genere.

TAG farnesina

ARCHIVIATO IN Farnesina

Di Il Cosmopolita il 12/02/2015 alle 14:48 | Non ci sono commenti

31/01/2015

Farnesina: missione compiuta. Prima Parte.

Mentre è giocoforza attendere il risultato del “Toto-Quirinale” (in calendario per il prossimo fine settimana) per tracciare un primo bilancio del lavoro “parallelo” (?) del Ministero degli Esteri e della presidenza del Consiglio nel primo anno (come vola il tempo…) del Governo Renzi, ci appaiono utili e necessarie alcune considerazioni preliminari sullo stato della “Casa”: uno stato – lo diciamo subito – che non ci rallegra e, purtroppo, non ci conforta sul ruolo che il Ministro Gentiloni potrà svolgervi.

Anche da noi – come in tutto il Paese e nelle Istituzioni – il ventennio berlusconiano non si è affatto chiuso con una cesura, ma è viceversa proseguito all’insegna di una continuità restauratrice di cui proprio non si sentiva il bisogno. Al punto che – con una sola rimarchevole eccezione (quella dell’arci-conservatore Ambasciatore Sergio Romano scatenato nel nostalgico ricordo della Farnesina pre-Moro ed auspice di una sorta di epurazione “a futura memoria” contro gli scalmanati degli anni ’70 peraltro pensionati o in via di pensionamento) nessuno si era sognato di sollevare la questione.

Del resto Romano poteva sentirsi ampiamente soddisfatto dal “lavoro” compiuto dal quasi ventennale Segretario Generale Vattani (un reazionario manifesto ancorchè via via camuffato da democristian.andreottiano, forza-italiota “ante-marcia” ed infine da “super-tecnico”): rilancio dell’immagine, scelte rigorosamente di destra e comunque mai “smarcate” rispetto al Ministro di turno: quanto a questi (nessuno escluso…) sono stati i peggiori – politicamente e/o amministrativamente - della storia repubblicana.

Ma, poiché non c’è limite al peggio, l’ultimo triennio non è stato quello della pacificazione bensì quello di una recrudescenza all’insegna del precetto di Romano. L’infelice scelta compiuta da Mario Monti di un Ministro degli Esteri quale Giulio Terzi (già collaboratore principe di Umberto Vattani) ha fatto fare un balzo in avanti alla restaurazione “tombale” della Farnesina. Del resto lo stesso Terzi tra i Radicali (sempre alla ricerca di un caso disperato…) e l’estrema destra del suo amico La Russa (a sua volta artefice principe nell’edificazione dell’”autodafé dei marò) continua a cercare una chiassosa – e del tutto improbabile – rivincita. E nel frattempo illumina l’opinione pubblica sul livello a cui è scesa la Farnesina.

Ma, incredibilmente, gli ultimi mesi sono andati ancora peggio, quasi si volesse dannare perfino la memoria di un tempo in cui il Ministero degli Esteri tentava di adeguarsi ad una nuova Italia e ad un più complicato mondo. Colpe da mondare, possibilmente inventando nuovi paria, colpevoli di convinzioni democratiche. La vicenda delle nomine ai gradi “apicali” - purtroppo interinata dal neo-Ministro - è lì a dimostrare che non siamo noi stessi vittime di una paranoia simmetrica ed opposta a quella dell’Ambasciatore Romano, ma che da tempo abbiamo saputo riconoscere che la Farnesina del XXI secolo assomigliava maledettamente a quella degli anni ’50 e ’60 del secolo scorso. Nomi, famiglie, culture archiviate nel Paese venivano preservate “in vitro” nel palazzaccio bianco. E sono sopravvissute fino alla piena restaurazione odierna. Peccato che i prediletti fogliacci come lo “Specchio” di Giorgio Nelson Page non esistano più, se no sarebbero gli ’”house organ” della Farnesina. E, d’altro canto, Casa Pound vi ha ampie radici… Con la “riabilitazione” del Fascio-rock rampollo Vattani che – invece di essere cacciato – per certificata infedeltà alla Repubblica (insulti in rete ed apologia del fascismo di Salò e di Casa Pound) ricopre oggi incarichi strategici verso l’intera Asia. Senza commenti….

D’altro canto, un‘astuzia “sublime” ha fatto sì che non più la discriminante democratica, ma quella di genere (in senso lato) fossero chiamate a risolvere i casi di ultima istanza, cioè quelli non “coperti” dal familismo e dalla pura e semplice cooptazione. Le ultime promozioni al grado di Ambasciatore sono l’ultima prova di questa degenerazione (peggio che pura e semplice restaurazione..) e il caso dell’Ambasciatore a Berna – ovviamente “pretermesso” – è lì a dimostrare la tracotanza del gruppo dirigente che promuove (oltre che sé stesso in un girotondo di “onori”) carneadi destrorsi e notoriamente inetti quando non addirittura “pericolosi” ed ignora Ambasciatori di primo rango che hanno il “difetto” di risolvere dossier di primaria importanza per il nostro Paese o di impegnarsi in sedi di prima linea e, dunque, ignorate dall’Amministrazione. Completamente sparito il “bon ton” della vecchia Farnesina… Non sappiamo cosa pensi Gentiloni, ma certamente quanto è accaduto e sta accadendo non porta con sé neppure un barlume della “rottamazione” renziana. Qui è la solita minestra, riscaldata per l’ennesima volta ed imbellettata di “politically correct”. Ma non si pretenda che diciamo: “quant’è buona! Grazie…”.

E così eccoci ridotti ad un Ministero degli Esteri dépendance della sua Unità di crisi e vassallo dei milioni di Euro a disposizione dei “servizi”. E a questo punto all’ottimo Gentiloni non resta che vantare le “levatacce” a Ciampino per accogliere le velate “eroine di Aleppo”. Viva l’Italia, viva la Farnesina “restaurata”.

(Fine della prima parte. Continua….)

 

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Di Il Cosmopolita il 31/01/2015 alle 16:29 | Non ci sono commenti

31/01/2015

Il riavvicinamento Usa-Cuba

Bruno Granata

L’insorgere di una nuova geo-politica, la crisi Ucraina, le turbolenze legate alla prematura morte delle primavere arabe, alla nascita dell’Isis e degli islamismi “globalizzati” con tutta la loro virulenta carica di fondamentalismo, hanno ulteriormente concentrato l’attenzione degli analisti di politica internazionale sugli avvenimenti della tormentata area mediterraneo-mediorientale, offuscando,parzialmente, un evento di portata epocale: il riavvicinamento tra Stati Uniti e Cuba. Si tratta invece di una svolta “storica”

Nei sessant’anni che intercorrono tra il trionfo della rivoluzione cubana e l’annuncio della volontà di ristabilire le relazioni diplomatiche tra Washington e L’Avana, si è consolidata una delle più nette e profonde fratture ideologiche della storia, che ha trasformato Cuba in un laboratorio politico-simbolico e diviso il passato ed il presente del continente latinoamericano in due campi radicalmente opposti ed irriducibili.
 

A causa dei gravi errori e dell’incredibile ostinazione comuni ai dirigenti politici delle due nazioni, la caduta del muro di Berlino, non solo non aveva dato vita a sostanziali passi in avanti nelle relazioni tra i due stati ma aveva ulteriormente confinato l’isola al ruolo di ultima fortezza ideologica, custode dell’ortodossia marxista. Il Venezuela era subentrato all’Unione Sovietica come supporto economico, garantendo in qualche modo le necessità di base ad una popolazione stremata da oltre mezzo secolo di “bloqueo”e permettendo a Cuba di prolungare la propria purezza ideologica e la propria agonia,ma la crisi del “chavismo” rischia di far precipitare definitivamente la disastrata economia cubana. Le riforme avviate da Raul Castro dopo l'uscita di scena del fratello Fidel nel 2008 appaiono del resto ancora troppo timide ed insufficienti a porre rimedio all’ormai intollerabile inefficienza e corruzione del socialismo cubano.

Riuscirà il tentativo di Barack Obama di aprire insieme al rassegnato Raul Castro una nuova storia per Cuba? Finirà il totalitarismo e nascerà una nuova democrazia come è avvenuto in altre realtà latinoamericane? Quello che sperano, da una parte e dall'altra dello Stretto della Florida, le generazioni più giovani e meno coinvolte nella vecchia battaglia ideologica fra il regime e l'esilio, è una piena liberazione delle relazioni, dei commerci, degli spostamenti.

Dopo una lunga storia di duri ed ostinati confronti ideologici, economici e quasi bellici,il riavvicinamento USA-Cuba potrebbe dunque finalmente segnare l’inizio di una nuova era, che è stata preceduta, come tutti sanno, da un anno e mezzo di trattative segrete, fortemente volute dal Vaticano.

Al di là delle dichiarazioni di principio e della comprensibile euforia è a indispensabile soffermarsi sui principali motivi di carattere strategico che hanno portato alla clamorosa svolta e sui vantaggi che il riavvicinamento può offrire in termini soprattutto economici ad entrambi i paesi.

Per Washington questo avvicinamento segna politicamente un punto a favore di Obama, che negli ultimi mesi ha visto crollare il proprio gradimento in termini di politica estera. Economicamente e politicamente l’embargo si è dimostrato in effetti pressoché inutile, provocando invece perdite cospicue non solo per l’economia cubana (1.100 miliardi di dollari in 54 anni), ma anche per quella americana (1,2 miliardi di dollari l’anno).

Tenuto conto della maggioranza repubblicana nel Congresso, per sbloccare la situazione in tempi relativamente brevi Obama dovrebbe tuttavia agire con decreto presidenziale, rimuovendo una serie di restrizioni che costituiscono il cuore stesso del “bloqueo”.

Dal punto di vista cubano il riavvicinamento si spiega in termini di opportunità politica. Raul Castro, infatti, sa bene che l’eliminazione, o almeno l’allentamento,dell’embargo statunitense (condannato dalla quasi totalità degli stati membri dell’ONU) avvantaggerebbe la disastrata economia cubana e che la normalizzazione delle relazioni con gli Stati Uniti completerebbe l’inserimento di Cuba nel contesto internazionale,già fortemente sviluppato nel corso degli ultimi anni.

Per gli Usa diventerà possibile creare canali di cooperazione economica e commerciale in settori come l’agricolo-alimentare (zuccherifici e frutta), nonché aprirsi verso un mercato potenzialmente molto attraente anche in termini di basso costo della mano d’opera. Ci potrebbero essere forti interessi da parte delle aziende americane delle telecomunicazioni, del turismo e delle società di servizi (soprattutto bancari e finanziarie in generale).

Il riavvicinamento potrebbe tornare utile anche in chiave elettorale: i giovani cubano-americani sono meno ideologizzati delle vecchie generazioni e pertanto un accordo del genere potrebbe tornare utile in prospettiva del voto del 2016. La rivoluzione è agonizzante da tempo. L'alchimia politica ha mischiato la sua agonia con la pace. Esausta, scarnita, con sempre meno soccorritori, la rivoluzione cubana non suscita più l'intenso odio di un tempo, e ancor meno costituisce una minaccia. La rivoluzione disinnescata consente la pace. Barack Obama l'ha capito e cerca di chiudere il capitolo.

Chi ha vinto e chi ha perso? Ha vinto la ragione: Barack Obama cerca di liberarsi di una anacronistica persecuzione, durata troppo a lungo e che ha contribuito a deteriorare l’immagine degli Stati Uniti in America Latina; Raúl Castro amministra invece il fallimento del suo comunismo tropicale senza uscire di scena da sconfitto.

In ogni caso siamo soltanto all'inizio di un percorso probabilmente ancora lungo, anche se l’accordo Usa-Cuba ha già prodotto degli effetti politici immediati: nel prossimo Summit dei Paesi delle Americhe a Panama (10-11 aprile 2015), ci saranno sia Obama, che Raul Castro,  ed é la prima volta che i leader dei due paesi partecipano insieme ad un summit da oltre mezzo secolo. 

 

 





 

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ARCHIVIATO IN Governo mondiale

Di Il Cosmopolita il 31/01/2015 alle 16:26 | Non ci sono commenti

31/01/2015

Via libera alle importazioni

Francesca Morelli

L’OMC, Organizzazione mondiale del Commercio, ha obbligato l’Argentina a cambiare il sistema di controllo sulle importazioni. Buenos Aires deve aderire alle regole del commercio internazionale, questa in sintesi la sentenza contro il ricorso presentato dal Paese in conflitto con la Ue, gli Stati Uniti, il Giappone e altri partner. Stop quindi al ricatto imposto alle imprese intenzionate ad esportare in Argentina i propri prodotti obbligando i rispettivi governi a importare beni in contropartita. Uno dei casi che ha fatto scalpore è stato l’obbligo per la casa automobilistica Porsche di comprare vino e olio argentino per riuscire a introdurre nel Paese centinaia di auto. Anche la mancanza di tamponi femminili perché importati ha sollevato in questi giorni un vespaio sui media locali.

D’ora in avanti l’Argentina avrà un mese di tempo per presentare ricorso contro la sentenza, ma è molto probabile che venga respinto e le autorità del Paese dovranno quindi preparare lo smantellamento di quanto fin qui messo in pratica; nel caso in cui le decisioni dell OMC non vengano rispettate l’Argentina vedrà misure restrittive adottate nei confronti della proprie esportazioni.

Il rappresentante commerciale degli Stati Uniti Michael Froman ha definito la sentenza “un gran trionfo”. Le esportazioni statunitensi in Argentina nel 2014 hanno fatturavo 11.000 milioni di dollari nel settore dell’energia, beni elettronici, macchinari, ricambi per autovetture e aerei, farmaci, attrezzature mediche, prodotti agricoli e chimici.
Il capo di Gabinetto,
Jorge Capitanich, ha assicurato che il governo argentino accelererà il processo di approvazione delle importazione per evitare che la mancanza di ricambi abbiano effetti negativi sulla produzione nazionale. Il presidente della Camera delle importazioni Diego Perez Santisteban a seguito di un incontro con il capo di Gabinetto ha anch’egli sottolineato l’importanza che all’industria nazionale non manchino materie per le imprese nè che sorgano problemi di occupazione e che anche l’agricoltura abbia i prodotti agrochimici per la produzione.

Il governo argentino, attraverso alcuni suoi rappresentanti ha smentito in più occasioni la mancanza di prodotti importati a causa delle restrizioni imposte. Il presidente del Banco Central, Alejandro Vanoli ha negato che esistano decisioni nel Paese che impediscano il pagamento di operazioni collegate alle importazioni ed ha affermato che l’ente governativo ha approvato la richiesta di 1.334 milioni di dollari fra il 20 dicembre 2014 e il 5 gennaio del 2015.” E’ assolutamente falso che non si siano autorizzate il pagamento delle importazioni nel periodo dicembre gennaio. Vanoli ha comunicato che il 22 dicembre sono stati pagati 338milioni di dollari, il 23 dicembre 23.279 milioni, il 24 dicembre 56 milioni di dollari, il 30 dicembre 97 milioni il 2 di gennaio 102 milioni come parte dei 1.334 milioni autorizzati per il periodo in questione.”

La maggior parte delle associazioni di categoria sono favorevoli alla liberalizzazione delle importazioni, ma allo stesso tempo si preoccupano di difendere la qualità dei prodotti nazionali e la capacità produttiva interna, in grado secondo loro di rifornire il mercato.


 

 

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Di Il Cosmopolita il 31/01/2015 alle 16:24 | Non ci sono commenti

14/01/2015

Je suis Charlie.

Lo slogan è facile ed ha largo seguito con le variazioni je suis juif je suis musulmain je suis Ahmed eccetera. Esaurita la commozione per le vittime e esecrato il crimine, restano sul terreno le ceneri di un breve conflitto che ha messo in ginocchio la Francia e posto l’Europa di fronte a se stessa. Non è la prima volta che riceviamo attentati, non è la prima volta che gli attentatori sono concittadini. Non è la prima volta che ci accorgiamo che il nostro vicino, quella personcina così perbene, ha l’animo oscuro di chi  trama ai nostri danni.  L’Europa si trova nel mezzo di una crisi di identità. Rispondere con fermezza agli attentati significa inasprire le misure di sicurezza, significa indebolire le guarentigie che sono a presidio delle nostre libertà. Rispondiamo agli attentati attentando alle libertà comuni.

Marine Le Pen fa il suo mestiere invocando la pena capitale. Essa dimentica che la pena capitale è stata già comminata agli attentatori, tutti (almeno  quelli noti) uccisi in battaglia e senza l’onore delle armi. A ripercorrere le cronache del caso Moro ritroviamo in anticipo molti elementi del dibattito oggi vivo attorno alla strage di Parigi. Noi italiani possiamo commentare: sappiamo tutto, ci siamo già passati. Eppure non è così.

Il terrorismo islamista reca tra l'altro il marchio della politica estera deficitaria d’Europa e degli errori dell' Occidente. E’ il portato delle esitazioni a darci una politica estera di ampio respiro – di “grande envergure”, per dirla alla francese – senza cadere nel piccolo cabotaggio e nel tirare a fregarsi a vicenda. L’attacco a Qaddafi era esclusivamente diretto a proteggere le popolazioni minacciate di martirio dal regime?  Il post-Qaddafi era stato in qualche modo prefigurato? E Assad figlio era così peggiore del padre da meritare il generale ludibrio e l’attacco alle sue posizioni? Il vuoto apertosi in Iraq nel dopo Saddam, in Siria nel quasi spodestamento di Assad, in Libia nella cacciata di Qaddafi, è frutto dell’immaturità di quei popoli a darsi regimi democratici? O affonda in cause che chiamano in causa anche le nostre valutazioni? Per non parlare poi dell’allontanamento di Mubarak a favore di un potere islamista subito rimpiazzato dal ritorno al passato.

Il rapporto con Israele resta centrale. Alcune vittime dei fatti di Parigi erano ebrei e quattro di loro hanno ricevuto sepoltura a Gerusalemme. Il Primo Ministro invita gli ebrei francesi a “tornare” nella terra di origine. Poniamo il caso che  buona parte della comunità ebraica francese decida di tornare, dove verrebbero sistemate decine se non centinaia di migliaia di persone? Il territorio d’Israele è angusto, bisognerebbe espandersi nel Negev o nelle terre palestinesi, che qualcuno considera terre di nessuno e dunque occupabili per usucapione.
La riflessione sul terrorismo islamista ci spinge a riflettere su quella che genericamente chiamiamo questione mediorientale, ma che tende ad allargare i confini al Golfo e al Maghreb e all’Africa nera musulmana. Una colossale questione mediorientale abbraccia tutto il mondo confinante con l’Europa.

La Francia ha poi un problema specifico: il rapporto irrisolto con l’Algeria. Chiunque abbia vissuto in Francia sa quanto difficile sia la questione algerina che ricade nella politica estera e nella politica interna. Milioni di francesi hanno origini algerine e solo una parte di loro è pienamente integrata. E’ singolare nella sua tragicità che i due attentatori e il poliziotto fossero di origine algerina. Esponenti della stessa comunità schierati su fronti opposti. Non colpisca il paragone. Il primo poliziotto americano a indagare sulla Mano Nera (la mafia dei primordi) fu Giuseppe Joe Petrosino, di chiara origine campana.  

Il romanzo ha una forza evocativa maggiore del saggio. Per tuffarsi nella vicenda algerina basti rileggere Chourmo di Jean-Claude Izzo, anch’egli campano di origine. Marsiglia è la Algeri dell’altro versante del Mediterraneo; al pari di  Algeri  “Marsiglia non è una città per turisti”. O il recente L’arte francese della guerra di Alexis Jenni sui militari francesi impegnati prima in  Indocina e poi in Algeria.

Il rapporto fra Francia e Algeria è in dimensione macro quello che in diversa taglia è il rapporto fra Italia e Libia. Anche in questo caso il romanzo – la Trilogia del male di Roberto Costantini – rende lo scenario più vivido di qualsiasi saggio. Izzo e Costantini e in qualche misura Jenni scrivono noir. Il noir è il fedele scandaglio delle società europee multietniche e dal difficile amalgama culturale.

TAG charlie ue

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Di Il Cosmopolita il 14/01/2015 alle 17:07 | Non ci sono commenti

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