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14/01/2015

Je suis Charlie.

Lo slogan è facile ed ha largo seguito con le variazioni je suis juif je suis musulmain je suis Ahmed eccetera. Esaurita la commozione per le vittime e esecrato il crimine, restano sul terreno le ceneri di un breve conflitto che ha messo in ginocchio la Francia e posto l’Europa di fronte a se stessa. Non è la prima volta che riceviamo attentati, non è la prima volta che gli attentatori sono concittadini. Non è la prima volta che ci accorgiamo che il nostro vicino, quella personcina così perbene, ha l’animo oscuro di chi  trama ai nostri danni.  L’Europa si trova nel mezzo di una crisi di identità. Rispondere con fermezza agli attentati significa inasprire le misure di sicurezza, significa indebolire le guarentigie che sono a presidio delle nostre libertà. Rispondiamo agli attentati attentando alle libertà comuni.

Marine Le Pen fa il suo mestiere invocando la pena capitale. Essa dimentica che la pena capitale è stata già comminata agli attentatori, tutti (almeno  quelli noti) uccisi in battaglia e senza l’onore delle armi. A ripercorrere le cronache del caso Moro ritroviamo in anticipo molti elementi del dibattito oggi vivo attorno alla strage di Parigi. Noi italiani possiamo commentare: sappiamo tutto, ci siamo già passati. Eppure non è così.

Il terrorismo islamista reca tra l'altro il marchio della politica estera deficitaria d’Europa e degli errori dell' Occidente. E’ il portato delle esitazioni a darci una politica estera di ampio respiro – di “grande envergure”, per dirla alla francese – senza cadere nel piccolo cabotaggio e nel tirare a fregarsi a vicenda. L’attacco a Qaddafi era esclusivamente diretto a proteggere le popolazioni minacciate di martirio dal regime?  Il post-Qaddafi era stato in qualche modo prefigurato? E Assad figlio era così peggiore del padre da meritare il generale ludibrio e l’attacco alle sue posizioni? Il vuoto apertosi in Iraq nel dopo Saddam, in Siria nel quasi spodestamento di Assad, in Libia nella cacciata di Qaddafi, è frutto dell’immaturità di quei popoli a darsi regimi democratici? O affonda in cause che chiamano in causa anche le nostre valutazioni? Per non parlare poi dell’allontanamento di Mubarak a favore di un potere islamista subito rimpiazzato dal ritorno al passato.

Il rapporto con Israele resta centrale. Alcune vittime dei fatti di Parigi erano ebrei e quattro di loro hanno ricevuto sepoltura a Gerusalemme. Il Primo Ministro invita gli ebrei francesi a “tornare” nella terra di origine. Poniamo il caso che  buona parte della comunità ebraica francese decida di tornare, dove verrebbero sistemate decine se non centinaia di migliaia di persone? Il territorio d’Israele è angusto, bisognerebbe espandersi nel Negev o nelle terre palestinesi, che qualcuno considera terre di nessuno e dunque occupabili per usucapione.
La riflessione sul terrorismo islamista ci spinge a riflettere su quella che genericamente chiamiamo questione mediorientale, ma che tende ad allargare i confini al Golfo e al Maghreb e all’Africa nera musulmana. Una colossale questione mediorientale abbraccia tutto il mondo confinante con l’Europa.

La Francia ha poi un problema specifico: il rapporto irrisolto con l’Algeria. Chiunque abbia vissuto in Francia sa quanto difficile sia la questione algerina che ricade nella politica estera e nella politica interna. Milioni di francesi hanno origini algerine e solo una parte di loro è pienamente integrata. E’ singolare nella sua tragicità che i due attentatori e il poliziotto fossero di origine algerina. Esponenti della stessa comunità schierati su fronti opposti. Non colpisca il paragone. Il primo poliziotto americano a indagare sulla Mano Nera (la mafia dei primordi) fu Giuseppe Joe Petrosino, di chiara origine campana.  

Il romanzo ha una forza evocativa maggiore del saggio. Per tuffarsi nella vicenda algerina basti rileggere Chourmo di Jean-Claude Izzo, anch’egli campano di origine. Marsiglia è la Algeri dell’altro versante del Mediterraneo; al pari di  Algeri  “Marsiglia non è una città per turisti”. O il recente L’arte francese della guerra di Alexis Jenni sui militari francesi impegnati prima in  Indocina e poi in Algeria.

Il rapporto fra Francia e Algeria è in dimensione macro quello che in diversa taglia è il rapporto fra Italia e Libia. Anche in questo caso il romanzo – la Trilogia del male di Roberto Costantini – rende lo scenario più vivido di qualsiasi saggio. Izzo e Costantini e in qualche misura Jenni scrivono noir. Il noir è il fedele scandaglio delle società europee multietniche e dal difficile amalgama culturale.

TAG charlie ue

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Di Il Cosmopolita il 14/01/2015 alle 17:07 | Non ci sono commenti

08/01/2015


 Je suis CHARLIE



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Di Il Cosmopolita il 08/01/2015 alle 16:24 | Non ci sono commenti

08/01/2015

Il conflitto permanente.

L’area che va dal Medio Oriente al Golfo è teatro dell’ennesima tensione che a tratti sfocia in guerra aperta. Il filmato delle due cooperanti italiane nelle mani del gruppo Al Nusra porta nelle nostre case le immagini del conflitto. Inutile ora commentare, secondo l’uso della stampa di destra, che le due  inneggiavano alla libertà di quei popoli che ora le tengono prigioniere. Puoi propendere per la parte sbagliata - sbagliata a saperlo per tempo - e pur tuttavia meritare la massima assistenza nella prigionia. Non esiste l’ostaggio che se l’è cercata. Resta il problema della presenza italiana nelle zone di crisi, una presenza che non è fatta solo da militari e pubblici funzionari come quelli del servizio diplomatico, è fatta anche da cooperanti, laici e religiosi, che assecondano in senso lato la politica estera del paese.

Il nostro paese è sordo al dibattito sulla politica estera, salvo animarlo per scosse emotive come negli episodi delle cooperanti e di quello, più lungo e non meno penoso, dei fucilieri di marina. Non si ascolterà una sola voce chiedere  perché il Medio Oriente vive un conflitto permanente dal 1948, che presto rivaleggerà per durata con la guerra dei cento anni dei nostri manuali di storia. Rileggiamo un classico del pensiero moderno per capirne di più.

Nel 1795 Immanuel Kant scrive Per la pace perpetua prendendo spunto dalla Pace di Basilea fra la Francia e la Prussia. Una tregua piuttosto che una pace duratura fra due paesi irrimediabilmente antagonisti. Il concetto di pace perpetua non è nuovo, prima di Kant ne scrivono l’Abate di Saint-Pierre e Jean Jacques Rousseau. Con il suo libretto Kant teorizza il moderno concetto di cosmopolitismo, un presagio della Società delle Nazioni di Ginevra e dell’Organizzazione delle Nazioni Unite di New York, creature ambedue del XX secolo e ambedue malamente idonee a garantire la pace perpetua.

Nelle relazioni internazionali si distinguono i conflitti caldi, quelli combattuti con le armi in pugno, dai conflitti congelati, quelli che stanno in freddo e in attesa di essere riscaldati o risolti alla bisogna delle parti. Un terzo tipo di conflitto ha un carattere tristemente perpetuo: è quello che infiamma il Medio Oriente. Il conflitto perpetuo oppone Israele dapprima agli Arabi in senso lato e poi  ai Palestinesi.  

Il conflitto perpetuo ha conosciuto momenti caldi come nelle guerre generali fra Israele e Arabi e come nelle azioni e reazioni nei confronti di questo e quel vicino (Libano e Siria). Perpetua è l’opposizione con i Palestinesi, che sono trattati come popolo e, in quanto tali, meritevoli di riconoscimento giuridico internazionale soltanto dagli anni novanta con gli accordi di Oslo e Parigi. Quegli accordi generarono la breve illusione della pace perpetua e produssero nell’immediato il Premo Nobel per la pace a Arafat, Rabin, Peres, nonché la famosa stretta di mano fra Arafat e Rabin sul prato della Casa Bianca, alla presenza di Bill Clinton.

Il conflitto israelo – palestinese ha natura prettamente territoriale. L’occupazione da parte di Israele di terre che i Palestinesi rivendicano per la loro gente.  La divisione dei Territori palestinesi in due blocchi principali, Gaza e Cisgiordania, e la parcellizzazione della Cisgiordania con insediamenti israeliani a macchia di leopardo. Il futuro ipotetico Stato di Palestina avrebbe un territorio discontinuo e in parte condiviso con la popolazione dei coloni che fruiscono, e presumibilmnete continueranno a fruire, di accessi riservati e protetti. Uno stato siffatto sarebbe scarsamente viabile sotto il profilo economico e strutturalmente inane sotto il profilo politico. Ma si tratta di ipotesi diplomatica e non di contenuto concreto di trattative concrete. I fatti sul campo vanno in altra direzione.

Il nodo principale è il controllo del territorio, che raggiunge l’acme nel controllo di Gerusalemme. Ambedue le parti rivendicano la Città Santa (Al-Quds per gli Arabi) come capitale dello Stato d’Israele e capitale dello Stato di Palestina. L’occupazione di crescenti porzioni di Gerusalemme da parte degli Israeliani è pratica abituale, talché la presenza araba nella Città si riduce fino a rendere meno pressante l’esigenza di eleggerla a capitale del futuro stato palestinese.

Gerusalemme è il Muro del Tempio (o Muro del Pianto) e la Spianata delle Moschee. Una vecchia tradizione, quasi una consuetudine, vuole che gli Ebrei si astengano dal frequentare la Spianata per riservarla al culto dei Musulmani. Qualsiasi incursione ebraica sulla Spianata è percepita come provocatoria. La passeggiata di Sharon nel 2000 innescò la Seconda Intifada. A Gerusalemme, nel 2014, l’attentato ad alcuni ebrei a opera di un Palestinese di Hamas scatena la reazione delle Autorità d’Israele. Queste chiudono provvisoriamente la Spianata dopo che un gruppo di Ebrei è penetrato per pregare per il Rabbino Glick, che essi presumono ferito da un attentatore palestinese. 

Il conflitto dalla fisicità del territorio si trasferisce all’immaterialità della religione. Ad essere colpiti sono i luoghi di culto, a morire sono i praticanti delle due religioni. Se già il negoziato sugli aspetti territoriali è ostico, quello sugli aspetti religiosi si profila impossibile. L’opposizione fra le fedi ha un tale portato di irriducibilità che, al cospetto, qualsiasi negoziatore si sente impotente. Come si è arrivati al punto che dirigenze laiche siano trascinate nel conflitto religioso?    La proposta di legge alla Knesset di riconoscere Israele come stato della nazione ebraica aggiunge un tassello alla tensione?  Per il momento la proposta ha portato al dissolvimento della coalizione di governo ed a nuove elezioni per la primavera 2015. Nel frattempo è facile prevedere che nulla accadrà riguardo al  negoziato di pace.

 

TAG kant medio oriente onu

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Di Il Cosmopolita il 08/01/2015 alle 16:22 | Non ci sono commenti

08/01/2015

Con Francesco al mio fianco

Francesca Morelli

Il quotidiano argentino Clarin ha bandito un concorso per bambini di due fasce di età, il cui premio finale è un viaggio a Roma, con un accompagnatore adulto, per conoscere il Papa. I ragazzi fino a sei anni e dai sette ai dodici anni potranno riflettere e disegnare su un foglio bianco, allegato alla copia domenicale del giornale che pubblica le 15 dispense de “Con Francisco a mi lado “ il valore messo in evidenza dal fascicolo in allegato al quotidiano e disegnare o rappresentare graficamente detta virtù, come ad esempio la solidarietà. Con il consenso dei genitori e l’eventuale aiuto di un adulto verrà scattata la foto del disegno che si vorrà pubblicare sul giornale. Per accedere al percorso si dovrà essere registrati a Facebook e completare le informazioni personali richieste. La foto pubblicata non potrà essere cambiata e farà parte della galleria di disegni del bambino che verrà votata dal pubblico e/o dagli amici durante quindici settimane. Chi riuscirà ad ottenere più voti avrà maggiori possibilità di vincere il premio finale. Nella settimana successiva all’uscita delle dispense 5, 10 e 15 le cento categorie più votate per categoria di età passeranno ad essere finaliste. Una giuria formata da Scholas e Clarin sceglierà le immagini che, per ciascuna fascia di età, vinceranno il concorso. Lo svolgimento della gara è già in corso, iniziata lo scorso 19 ottobre, terminerà il 31 gennaio 2015.

La creatività e l’espressività sui valori quali l’allegria, il coraggio, la semplicità, la speranza, l’autostima, la solidarietà, lo sforzo, la creatività, la prudenza, l’amicizia, la dignità, la generosità la famiglia e la pace disegnate dai bambini darà loro l’opportunità di usufruire di un viaggio di andata e ritorno dall’Argentina all’Italia; saranno accompagnati da un genitore o da un adulto e usufruiranno di un soggiorno di tre notti in un albergo a tre stelle e la partecipazione all’udienza del Papa che stabilirà la data esatta in cui potrà riceverli e apprezzare gli originali delle opere disegnate dai vincitori del concorso. Il regolamento rigoroso e chiaro che regolamenta la competizione fa da contrappunto alla fantasia e all’estro dei tanti bambini argentini che con gioia e allegria si sono messi di buzzo buono per arrivare in finale.

Scholas, l’altro giudice del concorso in esame è l’entità formativa sostenuta dal Papa che attraverso la tecnologia, l’arte e lo sport vuole stimolare l’integrazione sociale e la cultura dell’incontro; come obiettivo ha il recupero di una visione antropologica e dei valori umani essenziali e si rivolge a tutta quella realtà che i bambini vivono, le figure popolari più amate educano milioni di bambini con il loro esempio, l’arte e lo sport e sono strumenti eccellenti per diffondere i sani valori dell’umanità.

 

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Di Il Cosmopolita il 08/01/2015 alle 16:20 | Non ci sono commenti

08/01/2015

Sempre a parlare di stesse cose…

Non è d’uso che Il Cosmopolita evochi vicende artistiche. L’eccezione è sempre possibile perché l’evento merita il nostro ricordo. Pino Daniele era un compagno di strada – come una volta si sarebbe detto – della sinistra italiana. Basti ricordare le sue partecipazioni alle Feste de L’unità e le sue dichiarazioni di voto “rosso”. Je so’ pazzo sintetizza meglio di qualsiasi manifesto la condizione del disoccupato napoletano. Omaggio a Pino, al quale la natura  diede talento musicale e cuore fragile.  

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Di Il Cosmopolita il 08/01/2015 alle 16:09 | Non ci sono commenti

10/12/2014

Sempre a parlare di politica estera.

Sempre a parlare di politica estera. Suona ironico, il titolo, perché la piccola estera continua ad essere la grande sconosciuta del dibattito italiano. Scrive su La repubblica Mario Pirani che, a parte qualche ambasciatore in pensione, nessuno in Italia s’interessa professionalmente dell’argomento. Eppure – continua – qualche motivo d’interesse generale ci sarebbe. Peccato che lo stesso Pirani si limiti a elencare i punti e non ne approfondisca alcuno né tocchi il nodo di fondo.

Il nodo di fondo sta nella sistematica e di successo opera di smantellamento dell’apparato pubblico, in primis quello che si occupa di politica estera e di sicurezza. L’opera si consuma non solo nel silenzio delle voci contrarie, salvo quelle dei classici ambasciatori in pensione, ma nel giubilo dell’opinione pubblica. La quale opinione pubblica si forma l’opinione sulla base di dati lacunosi se non infondati.

Gaudio circonda la decisione di ridurre le commesse di aerei militari. La decisione è corretta, ma nessuno ha avuto il piacere di ascoltare un dibattito in televisione, e cioè nel luogo dove si forma il pubblico sentire, in cui invitare qualche ufficiale dell’aeronautica. Uno che ne capisca o per avere pilotato gli aerei oggi in dotazione o per essere addestrato a pilotare quelli che verranno. Sarebbe come parlare di terremoti senza il vulcanologo o di temporali senza il meteorologo. Le sole bombe che il pubblico ama commentare sono quelle d’acqua. Che poi nel resto del mondo piovano altre bombe, il problema non ci riguarda. Qualcuno le lancia per qualche motivo. E se qualcuno le lancia, vuol dire che è attrezzato per farlo: dispone di un’aviazione adeguata allo scopo.

Non siamo militaristi, amiamo la pace universale, ma neanche possiamo ignorare che il mondo attorno a noi è grigio e freddo. Non è Paolo Conte a cantare Vieni via con me, sono le armate libiche e dell’ISIS che non si acquetano e portano la loro minaccia alle nostre porte. L’ISIS recluta le matricole come Mediaset per il Grande Fratello: con annunci in rete cui rispondono gli aspiranti candidati più disparati e da tutte le parti anche d’Europa. Si chiama turismo della jihad, la nuova moda del viaggio fuori porta. Come le gite domenicali prevede il viaggio a ritroso. Finita la missione, il turista della jihad torna a casa con i panni sporchi.

La politica estera è fatta di analisi e di azione. L’analisi dovrebbe illuminare l’azione affinché non ci si limiti alla reazione. Che è quella che siamo abituati a praticare. Succede un disastro – bomba d’acqua o di altro tipo – e s’invocano la Protezione Civile e le Forze Armate. Se queste nel frattempo sono state debilitate da tagli e cattiva gestione, poco importa. Devono rivelarsi efficienti alla bisogna e poi scomparire dal radar della pubblica attenzione.

Fra qualche giorno la CGIL – Esteri celebra la sua riunione annuale alla Farnesina. La CGIL è conservatrice in generale. Quella degli Esteri non è da meno. Pretende di conservare quel che resta della struttura pubblica preposta alla politica estera italiana. Un’opera talmente controcorrente che incontra pochi proseliti e molte resistenze. I proseliti sono pochi non tanto per scarsa convinzione quanto per il timore di andare appunto controcorrente: di sostenere posizioni scadute come il vecchio yogurt. Le resistenze sono a volte passive anche all’interno della Casa. Il sistema comunque regge: quanto meno per gli happy few, quelli che passano da un prestigioso incarico romano a un prestigioso incarico all’estero. Se poi la maggioranza del personale si arrangia in qualche modo per andare avanti, vuol dire che non è collocata nel mainstream del pensiero dominante. Più che spirito di conservazione, quello della CGIL – Esteri è anelito di resistenza.

TAG cgil - esteri politica estera isis

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Di Il Cosmopolita il 10/12/2014 alle 16:05 | Non ci sono commenti

03/12/2014

Le trattative per l'accordo di libero scambio Patenariato Trans-Pacifico (TTP) devono fermarsi

Pubblichiamo il comunicato stampa dell'associazione che raccoglie le organizzazioni sindacali più rappresentative del mondo

La Confederazione Internazionale dei Sindacati ha chiesto ai governi di interrompere le trattative sull'accordo di Partenariato Trans-Pacifico, criticando la segretezza e l'orientamento a favore delle imprese nei negoziati in corso. Sharan Burrow, Segretaria generale della Confederazione Internazionale dei Sindacati, ha affermato: “Questo accordo di libero scambio segreto va bene per alcune imprese multinazionali, ma è estremamente dannoso per la gente comune e per il ruolo stesso dei governi. Gli interessi delle imprese sono sul tavolo negoziale, ma i parlamenti nazionali e gli altri protagonisti della vita democratica sono lasciati all'oscuro. Quello che sappiamo ora, per lo più attraverso fughe di notizie, è che la proposta di questo accordo non garantisce migliori condizioni di vita alle persone, ma garantirebbe alle imprese multinazionali un grosso aumento dei profitti.

I governi dovrebbero fermare le trattative, e non riaprirle, a meno che non ricevano mandati nazionali pubblici veri e trasparenti che mettano l'interesse delle persone al centro”.

Le proposte attuali dell'accordo di Partenariato Trans-Pacifico contengono disposizioni che dovrebbero:

  • Sottomettere i governi alle cosiddette procedure per la risoluzione delle controversie Investitore-Stato (ISDS) con cui gli investitori possono agire contro i governi su un'ampia gamma di politiche, incluse le politiche ambientali e sociali;

  • Introdurre una protezione dei brevetti che aumenterebbe i profitti delle case farmaceutiche, ma che porrebbe i medicinali di importanza vitale fuori dalla portata di milioni di persone più povere;

  • Limitare seriamente la capacità dei governi di elaborare leggi nazionali nel campo della sanità pubblica, della sicurezza e del welfare generale con il capitolo di “coerenza normativa”;

  • Fermare i governi dal dare priorità agli obiettivi della politica nel settore pubblico quando si assumo decisioni in materia di appalti pubblici;

  • Imporre una serie di restrizioni alle capacità dei governi di regolamentare il settore finanziario, così da rallentare gli sforzi per riformare la speculazione finanziaria dannosa e impedire ai governi di adottare misure volte a sostenere la loro bilancia dei pagamenti.

Le proposte di proteggere i diritti dei lavoratori hanno incontrato una forte resistenza da parte di alcuni Paesi, e sembra che non coprano tutte le convenzioni ILO che stabiliscono i diritti fondamentali sul lavoro e la legislazione del lavoro a livello sub nazionale (statale o provinciale). Le proposte non contengono, inoltre, nessuna obbligatorietà delle disposizioni ambientali e non affrontano la necessità di agire per mitigare il cambiamento climatico.

Un sistema globale di scambi equo ed aperto è essenziale per la prosperità, ma la proposta di questo Partenariato Trans-Pacifico non vi ha nulla a che vedere. Gli scambi a livello globale e regionale devono creare posti di lavoro e prosperità per molti, non solo fornire benessere alle imprese e trasferire maggiore potere dai parlamenti ai consigli di amministrazione”, ha affermato Burrow.

Le centrali sindacali nazionali nei Paesi che negoziano l'accordo di Partenariato Trans- Pacifico chiedono oggi formalmente ai loro governi di fermare i negoziati e di cercare un mandato negoziale adeguato se vorranno impegnarsi nuovamente nei negoziati.

Insieme alla Confederazione Internazionale dei Sindacati, le centrali sindacali nazionali che sostengono questo appello sono: ACTU, Australia; CSN e CSD, Canada; JTUC- RENGO, Giappone; UNT, Messico; NZCTU, Nuova Zelanda; CUT e CAPT, Perù; AFL – CIO, Stati Uniti. Alcuni di questi sindacati, come pure i sindacati del Cile (CUT-Cile) e della Malesia (MTUC) avevano chiesto di interrompere le trattative già in una fase precedente.

La Confederazione Internazionale dei Sindacati rappresenta 176 milioni di lavoratori in 161 Paesi e territori con 324 organizzazioni sindacali affiliate.

TAG ttp confederazione internazionale dei sindacati

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Di Il Cosmopolita il 03/12/2014 alle 12:23 | Non ci sono commenti

03/12/2014

Il satellite è in orbita

Francesca Morelli

Ci sono voluti sette anni, cinquecento tecnici e 1.300.000 ore lavorative per mettere a punto il primo satellite latino americano Artsat-1. Lanciato dalla Guyana francese e in perenne contatto con la stazione di Benavidez in Argentina è già entrato nella sua orbita, a 36.000 chilometri dalla terra. “E’ un satellite complesso che vincolerà la geografia sociale del Paese a una nuova tappa delle telecomunicazioni a livello mondiale” ha affermato Héctor Otheguy, amministratore generale dell’impresa statale rionegrina Invap.

Hugo Nahuys, l’ingegnere responsabile della qualità e sicurezza dell’impresa satellitare statale ha dichiarato ai media e all’agenzia Telam che Artsat è in perfetto stato, che i parametri sono normali e i procedimenti sono stati realizzati in rispetto delle operazioni pianificate. Ha attrezzature in grado di trasmettere dati continuamente analizzati da un software nella stazione di Benavidez, dove secondo i giornalisti, in filo diretto con i lettori e gli ascoltatori il lancio è stato molto emozionante e indescrivibile l’allegria che si respirava nella stazione di terra. “Sono serviti sette anni di disegni “armati” e prove per la fabbricazione del satellite” ha dichiarato Otheguy a Bariloche, nella Patagonia argentina, fino al suo trasferimento nella Guyana francese per il lancio in orbita e per poterlo gestire nei prossimi 15 anni. E’ previsto che riceva segnali dalla stazione di Benavidez per restituirli al territorio.

Dall’inizio del progetto al lancio di
Artsat-1, il costo sostenuto dall’Argentina è stato di 270 milioni di dollari, il lancio è costato 100 milioni di dollari. Il suo acronimo è formato dalle parole Argentina e satellite, un nome pensato a lungo e abbastanza banale; l’emozione che ha destato nella maggior parte degli argentini, degli ingegneri, dei costruttori dei fisici e tecnici dell’Istituto Balseiro nel vedere il razzo Ariane che lo trasportava verso lo spazio nella Guyana francese è stata enorme. Il primo satellite nazionale costruito completamente nel Paese e che fornirà servizi collegati alla telefonia, alla televisione e internet è un vero fiore all’occhiello di cui vanno fieri gli argentini, soprattutto per dimostrare al mondo che “lo storico investimento pone il Paese in un luogo privilegiato, ottenuto attraverso l’impresa statale Artsat proprietaria del satellite e dell’Invap responsabile del suo disegno e costruzione” ha sottolineato Pablo Costanzo Caso, direttore della facoltà d’Ingegneria e Telecomunicazioni di Balseiro.



Per il suo lancio è stata scelta la
Guyana francese perché è un territorio irredento dell’America, di cui nessuno parla perché non c’è nessuno che protesti. Kourou è stato il posto individuato da cui è partito il missile al cui interno c’era Artsat-1.
I commenti più diffusi sono che “è arrivato il momento di sommarci alle nazioni cosmiche”. Il primo satellite argentino già sta girando intorno al pianeta come un insetto intorno al fuoco.

Arsat è il primo satellite del Sistema Satellitare geostazionario Argentino che prevede la fabbricazione di altri due , Arsat-2 e Arsat-3. Il nuovo satellite sostituisce quello in affitto ed è previsto che offra un range di servizi molto ampio, televisione, telefonia, internet non solamente all’intero Paese ma anche al Cile, all’Uruguay e al Paraguay.

 

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Di Il Cosmopolita il 03/12/2014 alle 12:21 | Non ci sono commenti

03/12/2014

Dove vuol seminare la strategia dell'orrore del'IS?

Fabio Cristiani

Alla fine, di questo “Stato Islamico” si parla perfino poco. Siamo così presi da noi stessi – articolo 18, riforma del Senato, Tor Sapienza… – che di questa guerra ci interessiamo fino a un certo punto. Oltretutto, è ancora parecchio lontana. Ogni tanto qualche politico rinnova l’allarme, ma il sospetto che lo faccia più che altro per ammorbidire l’opposizione agli F 35  e alle altre spese militari, è abbastanza forte. Del resto, quale potrebbe essere il ruolo militare dell’Italia in un’eventuale guerra su larga scala ?

Nel frattempo, i tagliagole dell’IS ci sbattono in faccia un’orrenda esecuzione ogni due-tre settimane. Si dice che sia per spaventarci. Non credo. Sono ancora troppo deboli militarmente e troppo lontani per distoglierci dalle nostre angosce economiche e esistenziali. Credo piuttosto che sgozzino la gente ritenendo così di conquistare prestigio e rispetto nel mondo islamico. Infatti, se è ben possibile che l’IS prima o poi sia costretto a ritirarsi, il prestigio guadagnatosi con queste efferatezze resterà a lungo presente nella memoria dei più giovani.

Ed è proprio qui il vero pericolo. Ogni giorno, in Italia - ma anche altrove in Europa - migliaia di giovani musulmani sono trattati come schiavi, insultati e derisi sui luoghi del lavoro nero, dove nostri connazionali del genere di quelli comparsi sulle piantagioni di pomodori fino al civile nord-est, danno sfogo ai loro istinti sadici. Meno cruentemente, ma con grande efficacia, i leghisti fanno di tutto per creare una barriera culturale fra noi e loro, per una manciata di voti.

Cosa passerà per la testa di questi ragazzi umiliati, offesi e perfino picchiati per 5 euro e 16 ore di lavoro al giorno ? Quanti sono quelli che si augurano nel silenzio della loro mente che un giorno la bandiera nera dell’IS sventoli sul serio a piazza San Pietro e che magari possano anche tagliare la testa di qualche loro schiavista ?

Più che comprare nuove armi e raccontarci di poter essere protagonisti in una guerra vera, non sarebbe intanto il caso di cominciare a mandare i carabinieri nelle migliaia – si’ migliaia – di aziende dove si pratica il lavoro nero se non addirittura la schiavitù ? Se si drenasse l’acqua che alimenta questa vergogna, molti clandestini tornerebbero nei loro Paesi, molte aziende decotte chiuderebbero lasciando spazio a nuove intraprese, i salari degli occupati regolari non sarebbero così tanto taglieggiati e, alla fine, gli stranieri rimasti troverebbero un motivo per integrarsi e, un domani, per stare dalla nostra parte quando i prossimi tagliagole volessero affacciarsi da queste parti.

TAG isis

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Di Il Cosmopolita il 03/12/2014 alle 12:18 | Non ci sono commenti

05/11/2014

Lettera aperta al Ministro degli Esteri e della Cooperazione Internazionale

Signor Ministro,

a Lei vada l’augurio del Cosmopolita per il felice svolgimento dell’incarico. La Sua agenda è complessa e non vorremmo appesantirla con ulteriori punti. Ci preme dichiarare che Il Cosmopolita, in quanto espressione della CGIL – Esteri, non si ritiene un gazzettino conservatore, come non è conservatrice la CGIL – Esteri. Si fa un gran dire delle minacce all’unità del mondo del lavoro se non all’unità d’Italia, ebbene noi non spacchiamo alcunché. Cerchiamo di ragionare con lucidità e a volte ci “azzecchiamo”.

Dire che il servizio diplomatico è in crisi, “sull’orlo del precipizio” come abbiamo scritto in un precedente editoriale, non è esagerare. Il declino è di attività e di risorse. Il declino colpisce l’erogazione del servizio principale da rendere alla collettività: quello della politica estera pubblica. Non che la politica estera oggi sia appannaggio soltanto delle pubbliche istituzioni. Ma rifacendoci al messaggio che il Capo dello Stato ci consegnò, la politica estera è fra le competenze della Repubblica non delegabili ad altri soggetti, almeno nella sua espressione generale. Abbiamo ceduto, e ancora cediamo, sovranità all’Unione europea, ma si tratta di una cessione volontaria e controllata. L’Italia, in quanto stato membro, è parte della politica europea e non oggetto della stessa. La cessione di funzioni che operiamo sul fronte interno è invece involontaria, e comunque non voluta dagli addetti, e potenzialmente pericolosa.

L’Italia, e di riflesso l’Europa, perde in analisi e in azione. Lo si vede in certi scenari di crisi internazionale. Lo si vede persino nell’ordinaria gestione. Tanto per fare un esempio: le chiusure degli uffici all’estero e il ridimensionamento dei servizi all’interno sono dati irreversibili, che pregiudicano il nostro stare nel mondo in maniera irrimediabile. Le nostre campagne all’ONU ne sono pregiudicate. Non vale dire, in controtendenza, che l’italiana Gianotti è divenuta Direttore del CERN. Gianotti è un esempio luminoso della fisica italiana, e ne siamo orgogliosi. La sua elezione premia il valore della persona e della scuola piuttosto che l’efficacia di un sistema universitario che forma i talenti e li lascia scappare altrove.

La politica estera va riportata al centro del Ministero degli Esteri. Pare una banalità: come dire che una squadra di calcio si deve allenare col pallone. Non è una banalità nell’attuale temperie della Farnesina, dove la massima occupazione è nel ripartire i tagli di bilancio e nell’amministrare le carriere dei singoli. I tagli, per quanto ragionati, feriscono un corpo già provato. Le carriere prive di funzioni sono orpelli da esibire e poco più.

L’augurio a Lei, Signor Ministro, è l’augurio a tutti noi. Di lasciare l’orlo del precipizio prima di caderci giù. Di riprendere a produrre politica estera come molti da noi si attendono.

Con un cordiale saluto.

 

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Di Il Cosmopolita il 05/11/2014 alle 16:16 | Non ci sono commenti

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