Archivio

luglio 2017 maggio 2017 marzo 2017 dicembre 2016 ottobre 2016 luglio 2016 maggio 2016 febbraio 2016 gennaio 2016 dicembre 2015 novembre 2015 ottobre 2015 settembre 2015 luglio 2015 aprile 2015 marzo 2015 febbraio 2015 gennaio 2015 dicembre 2014 novembre 2014 ottobre 2014 settembre 2014 agosto 2014 luglio 2014 giugno 2014 aprile 2014 marzo 2014 febbraio 2014 gennaio 2014 dicembre 2013 novembre 2013 ottobre 2013 settembre 2013 agosto 2013 luglio 2013 giugno 2013 maggio 2013 aprile 2013 marzo 2013 febbraio 2013 gennaio 2013 dicembre 2012 novembre 2012 ottobre 2012 settembre 2012 agosto 2012 luglio 2012 giugno 2012 maggio 2012 aprile 2012 marzo 2012 febbraio 2012 gennaio 2012 dicembre 2011 novembre 2011 ottobre 2011 settembre 2011 agosto 2011 giugno 2011 maggio 2011 aprile 2011 marzo 2011 febbraio 2011 gennaio 2011 dicembre 2010 novembre 2010 ottobre 2010 settembre 2010 luglio 2010 giugno 2010 maggio 2010 aprile 2010 marzo 2010 febbraio 2010 gennaio 2010 dicembre 2009 novembre 2009 settembre 2009 luglio 2009 aprile 2009 marzo 2009 febbraio 2009 gennaio 2009 dicembre 2008 novembre 2008 ottobre 2008 settembre 2008 agosto 2008 luglio 2008 giugno 2008 maggio 2008 aprile 2008 marzo 2008 febbraio 2008 gennaio 2008 dicembre 2007 novembre 2007 ottobre 2007 luglio 2007 giugno 2007 maggio 2007 marzo 2007 gennaio 2007 dicembre 2006 novembre 2006 ottobre 2006 settembre 2006 luglio 2006 giugno 2006 maggio 2006 aprile 2006 marzo 2006 febbraio 2006 gennaio 2006 dicembre 2005 novembre 2005 ottobre 2005 settembre 2005 agosto 2005 luglio 2005 giugno 2005 maggio 2005 aprile 2005 marzo 2005 febbraio 2005 gennaio 2005 dicembre 2004 novembre 2004 ottobre 2004 settembre 2004 agosto 2004 luglio 2004 giugno 2004 maggio 2004 aprile 2004 marzo 2004 febbraio 2004 gennaio 2004 dicembre 2003

26/10/2014

I 50 anni di Mafalda

Francesca Morelli

In occasione del suo compleanno sono state inaugurate mostre, spettacoli itineranti e canori con le musiche dei Beatles, a Godoy Cruz e in tante altre città argentine, per festeggiare la creatura di Joaquín Lavado, Quino, la bambina più famosa del mondo. Mafalda è denuncia e riflessione, è lo specchio di una classe media latinoamericana e di una gioventù progressista. E’ irriverente, curiosa, intelligente e acida. Un personaggio preoccupato per l’umanità e la pace nel mondo, che si ribella a un mondo triste con al collo il cartello fragile. E’ stata tradotta in più di trenta lingue e le inquietudini che manifesta insieme ai suoi amici sono universali.

Nel 1962, il mendozino Quino già aveva dedicato dieci anni a esprimere il suo umore che poco dopo trasformò in fumetto. All’inizio nel 1964 grazie al direttore della rivista Planeta Plana Julián Delgado, inizia la collaborazione che vede come protagonisti dei fumetti Mafalda e i suoi genitori; col passar del tempo Quino aggiungerà altri personaggi quali Felipe, Manolito, Susanita, Miguelito Libertad e suo fratello Guille. Un’interessante mostra inaugurata recentemente a Buenos Aires, nell’Usina del Arte del quartiere La Boca mette il visitatore in contatto con decine di scene di vita quotidiana di questo personaggio uscito dall’immaginazione dell’autore, per celebrare anche i 60 anni delle prime pubblicazioni di Quino come disegnatore umoristico a cui è stato assegnato il premio Príncipe de Asturias de Comunicación y Humanidades.

Secondo una giornalista del quotidiano LaNacion le chiavi per interpretare Mafalda sarebbero le sue annotazioni sociali, il suo senso comune, la sua spontanea filosofia e le sue osservazioni che non si sono fatte influenzare dai ragionamenti dei suoi genitori, ma trasforma in pensieri, graficamente espressi in nuvolette, i grandi dubbi esistenziali dell’essere umano. Quino negli anni sessanta manifestò l’incertezza di quel periodo che prometteva di cambiare la storia, appellandosi a metafore, allegorie e stereotipi.

Mafalda è nata quando la femminista Betty Friedan nel 1963 scrisse la Mistica della femminilità, mettendo in discussione la situazione di subalternità della donna e un anno dopo vinse il premio Pulitzer; Quino in una delle sue vignette disegna la bambina che chiede alla madre, che ha lasciato l’università per dedicarsi alla famiglia nel quartiere di San Telmo a Buenos Aires, scavalcando una pila di panni da lavare e stirare “ mamma, chi ti piacerebbe essere se vivessi?” Quino si occupa anche di politica e i suoi fumetti trattano della condizione umana e non di regimi. Da bambino aveva vissuto la guerra civile spagnola, la seconda guerra mondiale , il fascismo la guerra di Corea lo sbarco in Vietnam successivamente lo avevano profondamente segnato, influenzando la sua opera.

Umberto Eco ha definito Mafalda " un’eroina iraconda che respinge il mondo così com’è, rivendicando il suo diritto a essere una bambina che non vuole farsi carico di un universo adulterato dai genitori”.

Quino sostiene che se oggi disegnasse la bambina probabilmente parlerebbe di Aids, di ecologia e di manipolazione genetica con la veemenza di sempre e sarebbe certamente più informata della Mafalda degli anni sessanta e altrettanto lucida.


 

TAG mafalda

ARCHIVIATO IN Succede a...

Di Il Cosmopolita il 26/10/2014 alle 15:09 | Non ci sono commenti

08/10/2014

Riforma ISE e controriforma Farnesina.

Da anni la Farnesina vive sull’orlo del precipizio. Ci sporgiamo giù e ci prende lo sgomento del vuoto. Il vuoto ha il suo fascino come in Vertigo di Alfred Hitchcock. Il vuoto sta là e ci attira irresistibilmente.

Il precipitare ha una data d’inizio: la controriforma Frattini – Massolo del 2010. Quando si eliminarono le direzioni geografiche per tornare alle direzioni tematiche e si lasciò sul terreno un certo numero di dirigenti generali, in anticipo rispetto alle richieste del MEF. Tagliamoci da soli prima di essere tagliati da altri. Come il soldato che si infligge da solo la ferita per non finire in prima linea. Una tattica così avveduta che i tagli poi decisi dal MEF si basarono sui tagli già operati a titolo volontario. Onda su onda, il mare mi porterà alla deriva, come in Paolo Conte. La controriforma Frattini – Massolo avviò un processo che le dirigenze successive hanno incrementato. Essi nutrivano, e ancora nutrono, la speranza di sacrificare i rami secchi (sedi, attività, personale non diplomatico) per salvare il nucleo duro della Farnesina: stipendi metropolitani e ISE. Solo che la battaglia dell’ISE partiva da posizioni di retroguardia. Difendere l’ISE in termini monetari significava attestarsi su una situazione già compromessa dal suo mancato adeguamento in termini reali. Gli scossoni che colpirono l’Euro all’avvio della crisi finanziaria fecero il resto. Rispetto alle valute forti, l’Euro perse valore. Quanti vivevano, e spendevano, in paesi dalla valuta forte si videro decurtata l’ISE in termini reali, pur conservando la stessa massa monetaria.

Ora l’attacco all’ISE è diretto. L’ISE va ridotta e in percentuali che giungono fino al 50 %. L’indennità di rappresentanza è la prima a essere toccata. La controriforma del 2010 introdusse pure un nuovo lessico ministeriale. La controriforma passata per riforma, il ridimensionamento della rete presentato come riorientamento, ora la riduzione della rappresentanza come diversa modulazione. Tutto in realtà cambia nel senso della riduzione: di attività, rete, retribuzioni. Si è sempre detto che l’indennità di rappresentanza si presenta male all’esterno: gonfia indebitamente l’ISE specie del Capo Missione. Meglio inserirla come capitolo di sede da cui il Capo Missione attinge per sé e per i collaboratori che intende insignire di attività di rappresentanza. L’indennità di rappresentanza globale del capitolo di sede sarà eguale alla somma delle indennità personali di oggi? O la somma algebrica sarà negativa? Meno indennità di rappresentanza per tutti e quel che resta al Capo Missione, con la motivazione che dall’Ambasciatore d’Italia ci si aspetta la munificenza del signore rinascimentale.

Dopo l’indennità di rappresentanza la riforma ora riguarda l’ISE nei suoi profili retributivi ed è trasversale. Ancorché il procedimento si ammanti di tinte socialisteggianti: togliamo di più a chi ha di più, meno o quasi nulla a chi ha di meno. L’argomento politico è che l’ISE costituisce il privilegio di una casta. E i nomi privilegio e casta invitano al pubblico scandalo. Bisogna portare l’ISE a numeri fisiologici, che nessuno per ora indica, e il MAE corre più leggero. Questa corrente di pensiero ignora alcuni rischi. Il primo è che certe sedi non saranno coperte per mancanza di incentivo adeguato. Il secondo è che in certe sedi si profilino manovre per arrotondare le retribuzioni. A fronteggiare i rischi scattano gli anticorpi del sistema – ritengono i riformatori. Ma possiamo onestamente pensare di gestire una rete così estesa con l’ispettore dietro alla porta, con la minaccia della sanzione, con i trasferimenti coatti? Un organismo complesso come il nostro funziona con la volontaria adesione di tutto il personale. L’obbligo, la sanzione devono avere carattere eccezionale. La normalità è la leale collaborazione fra colleghi a fini di pubblico servizio.

Sembra un passaggio didascalico, questo del Cosmopolita, ma non è superfluo insegnare in un momento di riformismo facilone. Quello che sostiene “fare di più con meno”, che il personale di ruolo va rimpiazzato da quello a contratto, che la promozione culturale la fanno gli sponsor privati, e via modernizzando.

Nell’austerità generale la Farnesina si accinge a spendere per le elezioni dei Comites. La rete consolare è mobilitata a spedire lettere. Nell’epoca della posta elettronica e delle applicazioni più svariate, noi scriviamo ai connazionali con buste francobolli timbri. Nel mondo si vota persino alle elezioni politiche per via elettronica e noi torniamo al passato. In Parlamento ci hanno spiegato che i connazionali all’estero, probabilmente i soli al mondo, non sanno usare la posta elettronica. Sono anziani e circondati da anziani: tutti ignari d’informatica. La democrazia e la rappresentatività valgono qualche spesuccia in più. La si compensa con il taglio di privilegi come l’ISE.

TAG ise mef farnesina

ARCHIVIATO IN Editoriali

Di Il Cosmopolita il 08/10/2014 alle 15:18 | Non ci sono commenti

08/10/2014

All’università

Francesca Morelli

 

Il sistema universitario argentino è composto da 47 università nazionali pubbliche, da 50 università private, da 7 istituti universitari statali, da 14 istituti universitari privati, da 3 università provinciali, da un’ università straniera e da una internazionale.

I media argentini hanno recentemente pubblicato i dati relativi alla formazione terziaria, da cui emerge che le università pubbliche non hanno molti motivi di cui essere fiere. Il 44% degli iscritti non dà più di un esame l’anno; il 29% non ne sostiene neanche uno. I peggiori risultati sono stati registrati nelle università di Jujuy (57,3%), di Misiones (46,5%) e di Salta; i migliori sono i risultati rilevati a Villa Maria (Cordoba), Lomas de Zamora e La Rioja.

Il Cea - Centro di studi d’istruzione argentina - dell’università di Belgrano, diretto da Alieto Guadagni ha analizzato le statistiche universitarie relative al 2011, pubblicate dal ministero dell’Istruzione della nazione. Oltre ad osservare l’alta percentuale di alunni che ha dato pochi esami, è stata rilevata la breccia esistente tra università con minori o maggiori fondi, sottolineando che il costo per ogni laureato sfiora come minimo i 60.000 dollari. L’indagine mostra come paradossalmente nelle università in cui minori sono gli esami dati, maggiori sono le risorse spese per ogni laureato. L’università di Buenos Aires, che figura fra le migliori 500 al mondo è a metà strada per la percentuale studente/esame tra quelle fin qui citate.

I corsi nelle accademie private costano tre volte tanto di quanto costassero nel 2009, ma la richiesta d’iscrizione aumenta di circa un 5% annuo. La qualità delle lezioni impartite, gli orari dei corsi e la distanza dovrebbero essere elementi importanti in base ai quali scegliere un’università. Negli ultimi anni tuttavia, il peso determinante nella scelta sono i costi dei corsi di laurea. Da un’indagine effettuata dalle principali facoltà private di Buenos Aires risulta che durante il percorso di studi vengono aumentati i costi d’iscrizione, le quote mensili, introdotti i diritti di esame e gli universitari, pur di terminare rapidamente i corsi, accettano rassegnati le variazioni. I costi aumentano a seconda delle facoltà, in quella di Scienze Impresariali e Sociali e di Sociologia le quote sono aumentate del 265%. Nell’università Catolica Argentina la situazione è simile, con un aumento del 253%. Un' iscritta lamenta che le università private fanno pagare anche chi non si presenta a dare l’esame e che gli aumenti sono ben superiori all’inflazione degli ultimi cinque anni.

Osvaldo Riopedre di Adecua - associazione in difesa del consumatore- sottolinea che gli aumenti salariali che le università private danno al personale si ripercuotono in maniera diretta e non proporzionale sui costi per gli studenti.

Gli iscritti all’Universidad Argentina de la Empresa hanno pubblicato su facebook una tabella con l’inflazione UADE- informazione istituzionale delle facoltà e dei servizi accademici delle università private specializzate in scienze impresariali- dettagliando i progressivi aumenti dei costi: l’iscrizione annuale che nell’agosto del 2011 costava 810 pesos è passata a 1650 pesos(+103%), frequentare il corso di Ingenieria Industrial nell’Instituto Tecnologico de Buenos Aires costava 2100 pesos nel 2010 e 5100 pesos nel 2013. Dati che sconcertano anche la classe medio alta, che sognava di far studiare i propri figli in accademie esclusive, a prezzi accessibili e che oggi deve far i conti con un’inflazione che non dà tregua.

ARCHIVIATO IN Succede a...

Di Il Cosmopolita il 08/10/2014 alle 15:17 | Non ci sono commenti

30/09/2014

Breve agenda per il Ministro che verrà.

Lo scrupolo istituzionale del Presidente del Consiglio è commendevole. Non posso sostituire la Ministra degli Esteri finché non riceve il benestare del Parlamento europeo a insediarsi come Alta Rappresentante. Il voto parlamentare verrà a ottobre e sarà con ogni probabilità favorevole. Sarebbe il caso di pensare subito alla sostituzione alla Farnesina. Il fatto che se ne parli poco e nel quadro di un ipotetico rimpasto, non depone bene. Conferma la scarsa considerazione che media e politica,  uniti nella lotta a stordire il pubblico con dichiarazioni altisonanti, nutrono per i destini della Farnesina. Che dopo tutto rappresenta il principale strumento istituzionale di politica estera dell’Italia. La sottovalutazione della casella Farnesina corrisponde alla sottovalutazione della casella politica estera. La prima può essere lasciata al suo omeopatico declino, la seconda è data in assegnazione perpetua, e a volte acritica, a attori esterni.

Ora che la Ministra si trasferirà a Bruxelles, potremo completare la cessione di sovranità in materia di politica estera e sicurezza. Se finora ci profiliamo appena nelle scelte europee, con la “nostra” Alta Rappresentante  potremo indugiare nella fiducia che qualcuno dirige per noi. Ecco allora la proposta del Cosmopolita: passiamo la nostra diplomazia in carico al SEAE e non se ne parli più. A sessanta anni dal fallimento della CED, la Comunità europea di difesa bocciata dall’Assemblea francese, diamo sostanza al sogno integrazionista: tutti a Bruxelles.

Il nuovo Ministro degli Esteri e della Cooperazione avrebbe l’esigenza di darsi un’agenda che sia insieme di azione esterna e di azione interna, le due essendo strettamente legate. Sull’azione esterna l’impulso giusto dovrebbe riceverlo dalle forze politiche in Parlamento. Sull’azione interna, qualche segnale potrebbe raccoglierlo presso chi nel Ministero ci sta da tempo e con qualche guizzo d’intelligenza delle cose. Certo, la parola “sindacato” fa tanto démodé, sa di conservatorismo, ma la CGIL – Esteri non si sente così vetusta da meritare la subitanea rottamazione. E non solo la CGIL, anche altre forze vivono e pensano.

Si prenda il caso della politica culturale. I responsabili degli istituti di cultura si riuniscono attorno all’interrogativo di fondo: con questi chiari di luna serviamo ancora a qualcosa? La risposta, sospetta di spirito corporativo, è sì, serviamo ancora a qualcosa. La risposta vera, troppo cruda per essere pronunciata a chiare lettere, è che serviamo praticamente a nulla. Bilanci più che ridotti, chiusure a go-go, personale demotivato salvo i pochi direttori di chiara fama che fanno il colpo dei quattro anni di mandato e via. Si prenda il caso della politica consolare.

I consolati subiscono anch’essi la falcidie del riorientamento, sia pure con la nobile motivazione che si chiude qui per aprire lì. Quando si apra non è dato sapere, mentre la chiusura è istantanea e inappellabile. Si trovano i fondi per le elezioni Comites: fondi non nuovi ma dirottati da altre voci di bilancio, la somma algebrica dovendo essere pari a zero. E’ giusto dare rappresentanza agli emigrati tramite i Comites che, pur ridotti di numero e componenti, continuano ad essere numerosi e pletorici. E soprattutto a rappresentare poco o per nulla il fenomeno della nuova emigrazione. Cosa ne è dei nuovi migranti, i giovani masterizzati che rendono onore al nostro sistema universitario e disdoro al nostro mercato del lavoro? Essi non si riconoscono nei Comites, spesso i Comites neppure sanno cosa siano. Non pare che ci siano in cantiere iniziative per intercettare quei giovani. Se ne sono andati per tempo, beati loro.  E invece ci gioverebbe censirli e intercettare i loro saperi in vista non di improbabili ritorni delle persone ma di possibili ritorni del frutto delle ricerche. Una consulta nazionale dei giovani neo-migranti: ecco un punto nella possibile agenda del nuovo  Ministro. Il punto darebbe smalto anche agli Istituti di Cultura. Meno dantisti e qualche ricercatore scientifico in più da reclutare fra i giovani espatriati.

Lasciamo da parte deliberatamente gli aspetti alti dell’agenda. La sicurezza europea, con la Russia che fa la faccia feroce e le nostre imprese che non vi esportano per le sanzioni. L’ISIS, che resta un soggetto misterioso malgrado il clamore che accompagna le sue feroci gesta. La Libia dove giace il “nostro” petrolio.

Questi aspetti attengono alla decisione politica. Com’è giusto e doveroso. Limitiamoci al fronte interno: Signor Ministro, ascolti in priorità chi in questa casa ci sta da anni e con qualche guizzo d’intelligenza delle cose.

TAG seae pesc farnesina

ARCHIVIATO IN Editoriali

Di Il Cosmopolita il 30/09/2014 alle 22:05 | Non ci sono commenti

24/09/2014

Tutti a occuparsi di estero.

Tutti a occuparsi di politica estera. Il Presidente del Consiglio attraversa gli Stati Uniti a ritroso rispetto ai primi coloni: da ovest a est, dalla San Francisco della Silicon Valley, dove giacciono silicio e eminenze italiane, alla New York di Leonardo Di Caprio e Emma Watson, i veri anchorman e anchorwoman della Conferenza sul clima. Il primo scende dalla tolda del Titanic arrotondato e con barba e codino, la seconda abbandona la bacchetta magica di Hermione per il fiore degli anni. La Ministra degli Esteri, in attesa di trasferirsi a Bruxelles dopo l’audizione al Parlamento europeo, partecipa ai colloqui americani. La Ministra della Difesa assicura l’appoggio italiano alla coalizione che combatte l’ISIS. Niente truppe di terra, quelle non le schiera nessuno salvo i Curdi, e neppure aerei. Supporto logistico, armi, qualcos’altro. La decisione di schierarsi per il clima pulito e la green economy e la decisione di schierarsi con la coalizione fanno il pieno di consensi nel Parlamento. Fatto salvo lo scontato dissenso di M5S e Lega, che sono battaglieri a parole ma molto restii a affrontare la battaglia in campo aperto. Quando il gioco si fa duro, i duri arretrano. Altro che la vecchia frase che nel gioco duro giocano i duri. I nostri, duri lo sono su Twitter e Facebook.

Insomma tutto è bene quel comincia bene. L’attenzione per la politica estera è segno di apertura del dibattito politico. Guardiamo al mondo come al cortile di casa. Non se ne accorge la TV che, col palinsesto d’autunno, farcisce le serate di talk di approfondimento e di giornalisti che si trainano a vicenda: io invito te e tu inviti me e insieme pubblichiamo sui massimi giornali. Nessuno prova a approfondire i temi di politica estera se non per note sentimentali. Il fuciliere di marina che rientra per malattia è notizia triste e lieta al tempo stesso, di certo non esaurisce il complesso dei rapporti con l’India.

La Farnesina dovrebbe giovarsi di cotanta attenzione. Ingenuamente ci diciamo che, se il mondo politico e forse un giorno quello dell’informazione si occupano di politica estera, verrà il nostro turno di addetti ai lavori. Un diplomatico chiamato a dire la sua sui fatti del giorno e sugli scenari futuri. Un diplomatico e un militare a discutere di sicurezza con un industriale del settore. Niente di tutto ciò, possiamo rassicurarci e continuare nella nostra routine di appunti e messaggi. La Farnesina continua a perdere tasselli. E’ il prezzo da pagare alla spending review che, con Cotarelli e predecessori e successori, suona sempre la stessa musica. Tagliare, tagliare, qualcosa resterà, e se non resta, pazienza. Ciò che importa è viaggiare, dichiarare, apparire. Il vuoto, in politica estera come in fisica, non esiste. Qualcuno lo riempie per forza. Probabilmente non la Farnesina degli anni duemila, la cui principale novità è di aggiungere “Cooperazione internazionale” al classico nome di Ministero degli Affari Esteri.

TAG spending review mae farnesina cooperazione internazionale

ARCHIVIATO IN Editoriali

Di Il Cosmopolita il 24/09/2014 alle 15:38 | Non ci sono commenti

19/09/2014

La secessione in kilt.

Cadono i venticinque anni dell’unificazione tedesca e li celebriamo con la vittoria del “no” al referendum scozzese. La Scozia resta ancorata al Regno Unito, sia pure con crescente autonomia. I due eventi, distanti nel tempo, hanno il tratto comune di puntare a aggregare e non a separare. Dal 1989 l’Europa è striata dalle separazioni, alcune indolori come fu in Unione Sovietica, altre sanguinose come fu nella Jugoslavia. Ma anche quelle consensuali lasciano tracce. La controversia fra Russia e Ucraina è un cascame della dissoluzione sovietica: la ripresa di protagonismo della Russia dopo la stasi eltsiniana, la vocazione europea e occidentale dell’Ucraina. Tutti elementi che, mescolati, non producono il cocktail caro a James Bond ma una cacofonia di sapori e dunque di contrasti.

Nel 1989 la geografia europea si ridefinì attorno a confini diversi da quelli stabiliti nell’immediato dopoguerra. Mai tanti stati in Europa come dopo la scomparsa di URSS e Jugoslavia, mai tante tensioni dopo la caduta del blocco comunista. La vicenda di Scozia s’iscrive in altro contesto, lo stesso grosso modo del Belgio e della Spagna dove convivono sotto lo stesso tetto popolazioni e lingue diverse. Solo che in Scozia ha prevalso il senso di appartenenza alla Corona e, per questo verso, all’Unione europea. Efficace è stato il monito venuto da Bruxelles. Diretto agli Scozzesi e, loro tramite, a Catalani e Fiamminghi e Baschi: le secessioni portano all’esclusione dall’Unione, chi voglia rientrare deve puntare al processo di adesione. La Scozia, membro UE sin dagli anni settanta, si sarebbe trovata d’improvviso nel girone purgatoriale dei paesi candidati, alla stregua di Macedonia e Serbia e Turchia. Un prezzo troppo alto da pagare anche a fronte della piena sovranità sul petrolio del Mare del Nord.

Il messaggio unionista tiene, e qui adopriamo unionista sia nel senso dello Union Jack che in quello delle dodici stelle in campo azzurro. Ora la parola passa a Londra. Tenere fede alle promesse di autonomia spese alla vigilia del voto. Tenere fede al mandato unitario non solo sul piano interno ma anche su quello continentale. L’altalena sull’altro referendum – quello del “si” o del “no” alla membership – dovrebbe cessare di oscillare. Come la Scozia è parte del Regno Unito così il Regno Unito è parte dell’Unione. La partecipazione di Londra al gioco dell’Unione va a beneficio della squadra. E questo specie nel campo, ora di nostra priorità, della politica estera e di sicurezza e difesa. Nessuna PESC, nessuna PSDC sarà credibile senza il convinto apporto britannico. Le forze armate britanniche, con le francesi, sono il nucleo duro dell’ipotetica force de frappe d’Europa. Tutto il resto conta relativamente. Il mandato dell’Alta Rappresentante comincia sotto fausti auspici.

TAG scozia unine europea pesc ue regno unito psdc

ARCHIVIATO IN Europa

Di Il Cosmopolita il 19/09/2014 alle 15:15 | Non ci sono commenti

19/09/2014

Unicef: allarme minori

Francesca Morelli


 

In questi giorni è stato pubblicato un rapporto dell’Unicef con l’elenco dei 23 Paesi affetti dal turismo sessuale. Insieme ad altri stati sudamericani e al Messico, l’Argentina sembrerebbe detenere un primato molto poco edificante. Il numero di europei, nordamericani e canadesi che approfittano della vulnerabilità dei bambini in centro e Sudamerica sale ogni anno in maniera esponenziale. Messico, Brasile, Colombia, Perù e Argentina sono noti a livello mondiale, per la quantità di bambini vittime del turismo sessuale. Selma Fernandez, responsabile nell’Ecpat International del Programma di Prevenzione dello sfruttamento sessuale e commerciale infantile, ha dichiarato che la maggior pare dei turisti approfitta della prostituzione infantile occasionalmente. Spesso scambiano vestiti e cibo con il sesso, approfittando dei bisogni primari che i bambini hanno nelle situazioni di povertà estrema in cui vivono.

Molti Paesi non dichiarano realmente lo stato in cui versano i propri piccoli cittadini e certamente questo elemento non aiuta a affrontare seriamente una problematica così diffusa. Sono più di mille gli attori turistici che nel mondo hanno sottoscritto un documento, il Codice di Comportamento, in cui si dichiara una lotta attiva al turismo sessuale infantile. I firmatari s’impegnano a formare il proprio personale nel paese di origine e in quello destinatario, a introdurre una clausola nei contratti in cui esplicitamente si fa riferimento al rifiuto dello sfruttamento sessuale dei bambini e degli adolescenti, ad informare i turisti attraverso cataloghi, brochure e video da distribuire nelle agenzie di viaggio, negli Information point, duranti i voli aerei.
Secondo il quotidiano El Pais nella Repubblica Domenicana sono stati raggiunti buoni risultati rispetto al problema. La cooperazione fra gli agenti turistici e alberghieri ha fatto sì che sia difficile vedere un adulto e un minore che non abbiano relazione di parentela entrare in un hotel, ma sono ancora pochi gli adulti detenuti, giudicati o condannati per questo reato.


L’Unicef e Ecpat International calcolano che circa 1,8 milioni di minori siano sfruttati sessualmente. Lorena Cobas, responsabile delle emergenze del Comitato spagnolo dell’Agenzia Onu per l’infanzia, sostiene che la coscientizzazione è senz’altro in aumento per lo meno nell’86% dei Paesi che hanno firmato il Codice di Comportamento. Ecpat invece sottolinea come alcuni risultati positivi, in Tailandia ad esempio, si ritorcano negativamente nei Paesi limitrofi come in Cambogia o in Vietnam.

Un’indagine effettuata dell’organizzazione AIDéTouS del 2002 mostrò che delle 4.214 visite a scopo sessuale in Cambogia, il 36% era effettuata da clienti locali, il 42% da asiatici e il 22% da occidentali. Ovviamente questi dati si riferiscono a molti anni fa e vanno presi con cautela, perchè sono cifre approssimative, sia riguardo ai minori che agli abusatori. Lo sfruttamento sessuale e commerciale dei minori è una grave violazione dei diritti umani e dell’infanzia, che degrada i bambini e minaccia la loro integrità psichica e sociale. Attualmente è il terzo business più lucrativo del mondo, dopo il traffico di armi e di stupefacenti.

 

ARCHIVIATO IN Succede a...

Di Il Cosmopolita il 19/09/2014 alle 15:13 | Non ci sono commenti

27/08/2014

La festa appena cominciata è già finita…

Appena cominciata, la presidenza italiana del Consiglio UE già sta nella maturità di fine agosto e si avvia alla vecchiaia di autunno. E’ presto per trarre bilanci ma stiamo ancora in tempo per porre qualche questione utile per l’avvenire.

Il Consiglio europeo dovrebbe definire il pacchetto delle nomine al vertice dell’Unione. I contatti si sono susseguiti nella ormai desueta pausa estiva. Gli aruspici danno in ripresa le quotazioni della candidata italiana al posto di Alto Rappresentante: spetta a un socialista e poiché Juncker vuole nel suo Gabinetto non meno donne che nel Gabinetto Barroso, la nostra candidata avrebbe pure la carta del genere. Le delegazioni orientali ancora si riservano. Riserve tattiche perché a uno (una) di loro vada un posto di peso come la presidenza del Consiglio europeo? Probabile. La corrente antirussa, o comunque non propriamente filorussa, sta perdendo quota. Mosca alleggerisce la pressione sull’Ucraina. Soprattutto è nostro obiettivo alleato nella crisi del Golfo, dove vige la regola che il nemico del mio nemico è mio amico. Questo vale per Assad, il despota siriano che avremmo voluto spodestare e che ora è baluardo contro l’IS (Islamic State). Questo vale per i Curdi, che non dovrebbero avere uno stato ma ricevono armi per resistere all’avanzata del Califfato e forse un giorno ne prenderanno il posto.

Dopo questa estate bagnata possiamo attenderci un inverno rigido. Senza il petrolio e il gas di Russia lo sarà di più. Cauteliamoci con sanzioni che facciano male con juicio e adottiamo posizioni non irreversibili. Merkel insegna: un pacchetto di aiuti all’Ucraina e basta con le storie. L’Europa aspetta sempre l’impulso esterno, preferisce reagire che agire. Il fronte anti russo perde perciò argomenti e farebbe cadere la riserva sulla presunta “russofilia” del Governo italiano.

Accingiamoci a salutare un Alto Rappresentante italiano. Quale sostegno riceverà dalla diplomazia di riferimento? Lady Ashton si è appoggiata al Foreign Office, della cui visione europea si può dubitare ma la cui efficienza è al di sopra di ogni sospetto. L’AR italiano potrà contare sulla Farnesina, che nutre sentimenti europeistici ma quanto a risorse qualche dubbio lo solleva. Basti pensare alle poche che mandiamo al SEAE, alla sollecitudine con cui alcuni diplomatici cercano di venirne via, altrimenti la loro carriera nella Casa va a farsi benedire. Per non parlare della capacità di analisi, che dovrebbe porsi alla base di qualsiasi diplomazia di qualche respiro.

Lo stato dell’arte lascia a desiderare nell’Europa nel suo insieme. Tolto il Regno Unito che ragiona con propri parametri ma ragiona, gli altri stati membri e il SEAE mostrano una disarmante incertezza. Mancano le risposte perché neppure si pongono le domande. Chi è l’IS, già ISIS? Chi è Hamas, che pure negozia indirettamente con Israele? Chi muove le milizie che scorrazzano in Libia? Fu buona cosa combattere i vecchi despoti, consegnare armi ai loro oppositori per combatterli poi come nuovi e più pericolosi nemici? Il gioco del si stava meglio quando si stava peggio potrebbe continuare. E’ come se la primavera araba, col suo carico di visioni e d’illusioni, ci avesse trascinati in un abbaglio collettivo: dove la rappresentazione della realtà rimpiazza la realtà. A wishful thinking – direbbero gli Inglesi, che di linguaggio sintetico se ne intendono.

TAG is alto rappresentante seae ue

ARCHIVIATO IN Editoriali

Di Il Cosmopolita il 27/08/2014 alle 16:59 | Non ci sono commenti

27/08/2014

Spostamenti veloci

Francesca Morelli

Le moto taxi sono un’alternativa per evitare il caos del traffico nelle grandi città. In Argentina non sono ancora state autorizzate ufficialmente, ma in molti optano per questa soluzione, per spostamenti più rapidi. Si tratta ancora di un’attività informale che sembra essere ben accetta dai clienti, specialmente da coloro che devono correre da un lato all’altro della città e non possono perder tempo e danaro per taxi o remis che rimangano a lungo imbottigliati nel traffico o ritardino il loro percorso a causa della chiusura delle strade, per le numerose e improvvise manifestazioni di protesta.

Un giornalista del quotidiano Perfil ha narrato come un dipendente dell’IBM tre volte a settimana dovesse spostarsi in due quartieri di Buenos Aires, molto distanti l’uno dall’altro, alla fine dell’orario di lavoro. Un giorno chiese a un fattorino motorizzato della sua impresa se potesse dargli un passaggio, per non arrivare in ritardo. Col passare dei mesi decise di contrattare il fattorino per gli spostamenti di tutta la settimana e il ragazzo si trasformò in autista privato in un batter d’occhio. Secondo alcuni, i tempi dei trasferimenti si ridurrebbero fino a un 50% e sono molte le categorie di persone che scelgono il trasporto “alternativo”.

Anche artisti, studenti e giornalisti hanno scelto di accelerare l’attraversamento della città in moto taxi, risparmiando appunto tempo prezioso da dedicare all’attività principale. Con 180 pesos Daniel Gomez Rinaldi giornalista televisivo sembra abbia risolto i suoi problemi di mobilità urbana così come gli opinionisti Polino e Evelyn Von Brocke.

La richiesta di aprire un’agenzia di moto taxi è già stata presentata a Entre Rios dove il trasporto su due ruote è già in auge; a Buenos Aires e in altre città di provincia la contrattazione avviene in forma privatissima tra centauri e clienti con il passa parola. Il problema serio di un’attività del genere, sostiene Fabian Pons, dell’Osservatorio Ovilam sembrerebbe essere l’assicurazione e il pagamento delle imposte. Il taxista infatti, in caso d’incidente dovrebbe rispondere con i suoi beni perché, non dichiarando l’uso commerciale della moto, non è coperto dalla compagnia assicuratrice.

Moto taxis Parana’ e nata lo scorso gennaio quando i suoi proprietari hanno provato il servizio a Foz de Iguazù. Entusiasti hanno presentato la proposta al comune e senza attendere il corso della burocrazia, si sono messi al lavoro. “La gente ci sceglie anche per il prezzo, una corsa in taxi costa in media 100 pesos, in moto taxi 30 pesos” dichiarano. “Il motociclista e il passeggero hanno l’obbligo d’indossare un casco e un gilet omologati e il taxista deve assicurarsi contro terzi” altrimenti non lo prendiamo.

In molte città del mondo l’uso della moto taxi è utilizzato da vari anni, a Londra, Parigi e Madrid questo tipo di trasporto è oramai ben sperimentato. In America Latina, Paesi quali il Brasile, il Perù la Colombia e l’Ecuador si aggiungono a questa modalità di trasporto. In Asia il sistema ha più di vent’anni di vita e si usano mezzi a due o tre ruote con cappottina. Anche Rosario in Argentina è interessata alla moto taxi; la proposta è stata presentata dalla Coalicion Civica-Ari affinchè l’esecutivo studi la fattibilità del progetto che prevede una moto che abbia al massimo due anni di vita e una cilindrata non inferiore ai 125 cc. ; i passeggeri non potranno prendere la moto taxi per strada, ma richiedere il servizio per telefono o via internet.

Già cento Paesi hanno cercato una soluzione più flessibile al traffico che attanaglia le metropoli; se i sindacati o le associazioni di categoria non si opporranno molto probabilmente anche in Argentina, a breve, percorreremo le città a cavalcioni di una moto taxi, a due o a tre ruote.

ARCHIVIATO IN Succede a...

Di Il Cosmopolita il 27/08/2014 alle 16:57 | Non ci sono commenti

23/07/2014

La tattica europea.

La metafora calcistica torna buona per farsi comprendere dal grande pubblico, ma tende a semplificare tutto in una ridda di risultati. La vittoria, il pareggio, orrore: la sconfitta. Il modesto esito del calcio italiano, della nazionale e delle squadre di club, dovrebbe indurre alla prudenza. Andiamo a Bruxelles certi della vittoria, basandoci sull’assioma che, avendo vinto le elezioni in casa, la coppa continentale è nostra. Come il Brasile entrato sesto campione e uscito sotto i colpi della Germania, anche noi abbiamo dovuto fare i conti con la squadra tedesca. Che stavolta non è allenata dallo chicchissimo Joachim Loew (e un tedesco elegante è un ossimoro per chi è abituato a vedere i colleghi di Berlino coi calzini corti e bianchi)  ma dalla Cancelliera che non è tanto elegante quanto è decisa in quello che vuole. E quello che vuole finisce per divenire decisione comune. Il posto di Alto Rappresentante ci spetta, abbiamo il candidato giusto. Si sa com’è finita la prima partita, il campionato è lungo, il pareggio di luglio potrebbe mutarsi in vittoria di agosto. Un dato comunque emerge: meglio non dichiarare in anticipo le proprie intenzioni.

Juncker è stato indicato dal Consiglio europeo e confermato dal Parlamento come Presidente della Commissione. Il Trattato è stato sorprendentemente rispettato nella sostanza oltre che nella lettera. Sorprendentemente perché ad un certo punto pareva che si volesse seguire il piffero britannico e lanciarsi nella ricerca di un nome che fosse meno europeista. Mentre da altra sponda, compresa quella del nostro Movimento Europeo, si muoveva a Juncker la critica di non essere abbastanza europeista e di essere complice nelle misure di austerità del recente passato. Quelle stesse misure che ora nessuno riconosce come proprie, malgrado fossero state approvate da tutti. Alla nomina di Juncker dovrebbe seguire quella dell’Alto Rappresentante, anch’essa – a parere di alcuni – raggiungibile a maggioranza. Ragionamento impeccabile sotto il profilo formale. L’AR e Vice Presidente della Commissione può essere nominato con decisione a maggioranza. A maggioranza di chi? Del Consiglio europeo o del Parlamento europeo? La risposta alla domanda importa. L’AR è figura di mezzo. Fa parte della Commissione ma è anche e soprattutto espressione degli stati membri che attraverso lui cercano una voce unica sulla scena internazionale. Poiché buona parte delle decisioni in materia di PESC e PSDC (politiche estera, di sicurezza, di difesa) è presa all’unanimità degli stati membri, un AR che già alla nomina non la raccoglie, parte dimezzato. La sua costante dialettica con le diplomazie nazionali (quanto spazio mi consentite affinché io possa adempiere al mio compito unitario?) parte con il freno a mano tirato. Verrebbe compromessa dall’inizio quella funzione propulsiva verso una politica estera comune che è la sua ragione d’essere. Al contrario, raccogliere subito l’unanimità pregiudica positivamente la ricerca dell’unanimità nel concreto operare.  

Il posto di AR è di rilievo e non solo perché è il numero 2 della Commissione. E’ stravagante la vulgata italiana per cui l’incarico conta poco o nulla. Da cinque anni lamentiamo che Lady Ashton appare poco, che il SEAE è una scatola vuota, che le diplomazie nazionali scorazzano come e più di prima,. Da cinque anni, ad ogni crisi, non ultima quella di Gaza, invochiamo “la voce d’Europa”. Appena l’Italia crede a queste diffuse esternazioni e chiede il posto per un proprio candidato, tutti a eccepire che quel posto non serve, che ben altre dovrebbero essere le nostre aspirazioni. La concorrenza, l’energia … Persino l’agricoltura che un’altra vulgata vuole in progressivo ridimensionamento.  Nella polemica anti PESC anche la PAC viene bene. Nel coro dei detrattori  si pone l’editorialista principe di Repubblica. Aduso a dialogare con il Papa, con Benigni, con Draghi – Laura Pausini e Leo Messi seguiranno – egli segue una sua linea che finisce per influenzare, da opinion leader, il pensiero comune. Altro esempio di questo modo di ragionare è che, insistendo per l’AR, rinunciamo alla presidenza del Consiglio europeo. I due incarichi non sono alternativi sul piano formale. Anche se l’Italia ottiene la presidenza del Consiglio europeo, conserva il diritto di avere un membro della Commissione. Con portafoglio minore rispetto a quello PESC? Probabile. C’è però Draghi. Anche in questo caso il ragionamento è stravagante. Il Presidente BCE finisce per essere presentato come un ostacolo nell’attuale spartizione dei posti. Se non ci fosse Draghi a Francoforte, a Bruxelles faremmo sfracelli. Ma Draghi fin quando resterà a Francoforte? Buona domanda.

TAG bce seae unione europea psdc pac pesc

ARCHIVIATO IN Editoriali

Di Il Cosmopolita il 23/07/2014 alle 16:09 | Non ci sono commenti

51 - 60 (566 record)
« 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 »