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15/03/2004

Il vuoto europeo del governo italiano

La politica europea del nostro Governo in questa fase post-presidenziale sembra confermare le pessimistiche previsioni di quanti temevano che - assolto un obbligo gravoso ma ineludibile - l'attuale maggioranza sarebbe ricaduta in un vuoto di proposte e di azioni che origina dalle perdurante assenza di una visione univoca del processo di integrazione. Su un piano generale, questo primo trimestre del 2004 è stato caratterizzato dalle scontate proteste contro le derive direttoriali di Francia, Germania e Regno Unito rapidamente rientrate dopo una rassicurante visita di Blair a Roma e la pubblicazione di una anodina Dichiarazione congiunta italo-britannica. Nessuna rilevante iniziativa politica è stata però lanciata per ridare impulso al negoziato costituzionale, unica vera risposta ai rischi di frammentazione di una Unione ampliata e sempre più eterogenea. L'imminente scadenza delle elezioni euro-parlamentari del prossimo giugno è vissuta esclusivamente in termini di un anticipo del confronto Berlusconi-Prodi del 2006 e la decisione di accorpare il turno europeo e quello amministrativo obbedisce pure a considerazioni meramente domestiche. La stessa gestione corrente della politica europea denota distrazioni e divisioni: l'Italia è l'unico Paese a non avere ancora recepito l'Atto Elettorale (che reca una nuova disciplina delle incompatibilità) ed ove non riuscisse a rispettare il termine ormai vicinissimo del 31 marzo si troverebbe in una situazione decisamente imbarazzante nei confronti degli altri Stati membri e delle Istituzioni dell'Unione. Analoghe incertezze caratterizzano la posizione italiana rispetto all'applicazione del principio di libera circolazioni nei riguardi dei lavoratori dei Paesi di imminente adesione: come diamo loro il benvenuto? Sembra che il Governo, per evitare 'invasioni'- peraltro poco probabili secondo un recente studio della Commissione che quantifica in circa 200.000 il possibile flusso emigratorio complessivo dai nuovi Paesi membri verso i 'vecchi' fra il 2004 e il 2009 - si stia orientando verso l'applicazione di restrizioni e sta studiano i mezzi di 'difesa'. Permangono inoltre, ormai cronicizzate altre 'amnesie' (mandato di arresto europeo'). Complessivamente, la credibilità italiana sulla scena comunitaria appare in deciso ribasso (grazie soprattutto al ruolo centrale del Presidente del Consiglio e ad una trattazione sempre più dilettantistica e volontarista delle questioni europee) e tale circostanza peserà verosimilmente nei negoziati che condurranno alla nomina di un nuovo Presidente della Commissione ed alla ridefinizione di equilibri ed assetti di potere all'interno dell'Unione ampliata.

ARCHIVIATO IN Internazionale

Di Il Cosmopolita il 15/03/2004 alle 00:00 | Non ci sono commenti

15/03/2004

Per una identità della cooperazione internazionale

Le brevi note che seguono traggono spunto da un interessante incontro promosso dal Cespi sul futuro della cooperazione allo sviluppo. Rispetto a questo credo che il primo punto da affrontare, all'interno di una riflessione su questi temi, sia quello di partire da alcune parole chiave e, in particolare, da due termini: identità e sviluppo. Lavorare quindi attorno alle politiche capaci di costruire le condizioni per lo sviluppo per interrogarsi su una pluralità ed una ricchezza di percorsi che tengano conto della storia, delle tradizioni, delle politiche, delle culture, delle condizioni sociali, del livello istituzionale di ciascun paese. L'idea quindi che politiche e azioni restino profondamente legate alle differenti condizioni dei singoli territori e da questo bisogna partire per riuscire a costruire coerenti strategie in grado di garantire il successo di percorsi di sviluppo. Uno sviluppo che, partendo da risorse, opportunità e valori locali è tanto più forte quanto più riesce a sviluppare il dialogo con altri territori, sia capace di arricchirsi misurandosi con esperienze di altri percorsi di sviluppo. Da questo nasce un nuovo interrogativo fondamentale per noi: ossia quale siano le esperienze e le identità di cui possiamo essere portatori nelle politiche e nelle azioni di sviluppo; quali siano i valori che possiamo proporre nel confronto, incontro e dialogo con altre realtà territoriali nella cooperazione internazionale. La prima identità ed i primi valori che riesco ad identificare sono quelli legati all'Europa, alla stessa evoluzione di questo continente. Anzi credo che si possa affermare con forza che l'esperienza dell'Europa possa costituire elemento di grande interesse anche per altre aree del mondo a partire da una identità politica capace di rappresentare la sintesi di territori uniti nella consapevolezza del proprio patrimonio di differenti tradizioni, storie, lingue. Una unità che trova le proprie basi proprio nel riconoscimento e nel rispetto delle differenze. E accanto a questo l'Europa propone un'identità dello sviluppo legato almeno ad altri aspetti: · Coesione territoriale, · solidarietà, · articolazione territoriale delle politiche · ruolo dei governi locali e del decentramento istituzionale. L'esperienza dell'Europa è stata infatti quella di essere cresciuta a partire anche dalla consapevolezza delle enormi differenze presenti all'interno del continente fra zone ricche zone povere e cercando di rafforzare la coesione fra i propri territori realizzando politiche a favore delle aree più svantaggiate del continente. Un percorso di sviluppo legato anche alla solidarietà ed alla tenuta del modello complessivo di benessere e di sostegno, tutela ed attenzione verso i settori più svantaggiati della società europea. Ma anche uno sviluppo legato ad una articolazione territoriale delle politiche e ad un forte attivismo dei territori protagonisti di proprie, autonome scelte di sviluppo.Da questo punto di vista basti pensare a cosa hanno significato le politiche regionali per la crescita di alcuni Paesi come, per citarne uno, la Spagna. Nello stesso tempo i Governi Locali hanno anche rappresentato un punto fermo per la realizzazione di un forte ed articolato dialogo sociale ed hanno favorito la partecipazione dei cittadini alle scelte dell'Europa.. Assieme a questo credo si possa identificare una identità italiana, una capacità di questo Paese di aver promosso originali percorsi di sviluppo a partire da due elementi: 1 - la specificità delle esperienze di sviluppo locale 2 - il ruolo rilevante degli Enti Locali nel costruire percorsi di sviluppo 3 - il formarsi di veri e propri sistemi territoriali. L'Italia rappresenta un'esperienza interessante soprattutto per uno sviluppo caratterizzato da sistemi locali di piccola e media impresa, sistemi economici, sociali e istituzionali. Sistemi che anche in agricoltura si sono rivelati sempre più capaci di valorizzare risorse ed opportunità locali, valorizzando progressivamente qualità ed eccellenza della produzione. Un percorso impensabile senza un forte ruolo dei Governi Locali nell'essere guida ed animazione dei propri territori, capaci di misurarsi - pur con forti differenze all'interno del Paese - con sempre nuove sfide. Accanto a questo, per la tenuta complessiva del modello italiano è stata fondamentale - in molte regioni - la crescita dell'associazionismo (anche produttivo) e, più in generale, della società civile capace di costruire nuovi percorsi di cooperazione e solidarietà nel dialogo con le istituzioni locali. Credo che questi siano gli elementi che noi possiamo offrire nel dibattito sui processi di sviluppo. Un dibattito che mi pare sempre più vivo e nel quale cresce la consapevolezza delle nuove opportunità connesse a percorsi di sviluppo endogeno, di quello sviluppo legato alla crescita degli attori locali, del decentramento, della affermazione della democrazia - che non può che formarsi lentamente, col tempo, con tenacia, con pazienza e partendo dal basso - sulla tutela dell'ambiente e dei lavoratori, Da qui la necessità di una cooperazione internazionale che si basi sul confronto, sul dialogo, sull'incontro fra territori, sulla collaborazione stretta ed intensa fra territori del nord e del sud del mondo, su quello che potremmo definire partenariato territoriale. Un dialogo tra omologhi che deve crescere in partenariati territoriali, fondati sulla reciprocità, sulla persistenza di un rapporto capace di costruire uno sviluppo duraturo e partecipato rifiutando la logica di interventi episodici e disorganici. Una cooperazione che ha tempi e modalità profondamente diverse da quella conosciuta fino ad oggi e che ha bisogno di nuovi studi e ricerche. Un esempio fra tutti è dato da quello che potremmo definire, in modo semplicistico, come il fattore tempo ossia come la necessità di far maturare e costruire un rapporto fra due territori. Si tratta è di un elemento decisiva per la comprensione e la formazione di partenariati territoriali. Come potremmo definirlo, come potremmo misurarlo in termini quantitativi e qualitativi rispetto alle diverse aree del mondo. Altro esempio è dato dal livello istituzionale presente nei diversi paesi: sta qui l'interrogativo del differente ruolo dei protagonisti dei partenariati territoriali, dei diversi poteri, della costruzione di processi di decentramento e democrazia. Uno nuova cooperazione ha bisogno di misurarsi anche con nuove sfide nel campo della teoria ed anche su questo credo vi possa essere, per gli elementi che ricordavo prima, una specificità tutta italiana che dobbiamo cogliere immediatamente. La sfida che oggi abbiamo davanti è, sempre di più, quella di costruire reti globali di attori locali, soggetti aperti al dibattito ed al confronto a livello internazionale. Credo che sull'insieme di questi elementi, in un mondo in profondo cambiamento, ci siano sempre di più ascoltatori attenti ed interessati e credo che questo sia il patrimonio di identità e valori che possiamo portare in un dibattito sulle politiche di sviluppo a livello internazionale. Sta qui una rinnovata sfida per i Governi nazionali e le stesse organizzazioni internazionali nella capacità di confrontarsi con questi nuovi aspetti e per sapere se avranno la volontà di sostenere questi inediti processi di sviluppo. *Responsabile Attività Internazionali Regione Toscana

ARCHIVIATO IN Cooperazione allo sviluppo

Di Il Cosmopolita il 15/03/2004 alle 00:00 | Non ci sono commenti

15/03/2004

Politica estera condivisa: mito o realtà?

Nei momenti più difficili e controversi dell'azione italiana in campo internazionale viene spesso richiamata l'esigenza di un dialogo fra maggioranza di governo ed opposizione parlamentare per individuare principi ed azioni condivise sulle tematiche di politica estera. Facendo astrazione dalla situazione contingente, che fa registrare una contrapposizione netta in merito alla nostra presenza in Iraq, sembra opportuno approfondire l'argomento, al fine di verificare la possibilità di individuare linee guida comuni, basate su concetti accettati da tutte le forze politiche e dall'opinione pubblica italiana, almeno nelle sue componenti principali. Rispetto ad alcuni anni or sono è innegabile che molti passi siano stati compiuti, non soltanto per fattori esterni - fra i quali spicca, naturalmente, la caduta del muro di Berlino - ma anche per l'evoluzione che sui temi di politica estera tutti i nostri gruppi politici hanno fatto registrare. E' proprio tale constatazione che consente di avviare una riflessione mirata ad individuare alcuni punti di riferimento per la nostra posizione internazionale e le conseguenti decisioni in tema di politica estera. Ad esempio, non risultano più presenti riserve di rilievo circa la nostra presenza alla NATO ed all'Unione Europea, sino agli inizi degli anni '80 vista con 'sospetto' da importanti gruppi politici e consistenti settori della nostra opinione pubblica. Ancor più convinta appare la nostra partecipazione alle Nazioni Unite, considerata come elemento caratterizzante della nostra azione internazionale; i nostri importanti contributi finanziari alle Agenzie dell'ONU, a volte purtroppo decisi in maniera non coordinata e quindi non particolarmente efficaci per rafforzare la nostra posizione all'interno dell'organizzazione, testimoniano l'interesse che in Italia esiste per quello che viene considerato l'unico strumento al momento disponibile per regolare le controversie internazionali ed approfondire le tematiche di rilievo mondiale. Anche l'alleanza transatlantica e la partecipazione al G8 rappresentano sempre più, nella percezione dell'opinione pubblica, irrinunciabili elementi della nostra politica estera; non a caso le accese polemiche pro o contro l'azione anglo - americana in Iraq si sono sviluppate infatti intorno al metodo migliore per sviluppare il rapporto con gli USA: se attraverso la semplice adesione al richiamo della potenza egemone o non piuttosto mediante un confronto, anche serrato, sulle diverse opzioni disponibili prima del ricorso all'uso della forza. Sullo sfondo, naturalmente, il ruolo delle Nazioni Unite, da rafforzare con l'avvio di un processo di incisive riforme capace di potenziarne operatività e rappresentanza ed al contempo esercitare un'azione moderatrice sulle posizioni della super - potenza americana. Sotto un altro profilo è innegabile che fra i motivi ispiratori della politica estera italiana, caratterizzata da un difficile e precario equilibrio dettato dalla peculiare situazione interna, la ricerca del dialogo con tutti gli interlocutori, anche i più difficili ed a rischio, abbia costituito un filo conduttore fondamentale. I recenti esempi del 'dialogo critico' con gli Stati 'canaglia' (in primo luogo Iran e Libia ma anche Siria ed Iraq e perfino Corea del Nord) portato avanti con determinazione dal Ministro Dini ed in precedenza anche dai Ministri Andreotti e De Michelis, costituiscono un esempio significativo al riguardo. La stessa oscillazione fra le tentazioni di far parte di un direttorio europeo e la volontà di non trascurare il rapporto con i 'piccoli' membri dell'Unione Europea può essere vista non tanto come l'incapacità di effettuare una scelta definitiva in un senso o nell'altro quanto la proiezione della nostra determinazione a tener conto di tutte le opinioni e di tutti i parametri presenti prima di formulare ipotesi di lavoro definitive. Tali considerazioni consentono quindi di immaginare un percorso comune per gran parte delle forze politiche presenti in Parlamento e la quasi totalità dell'opinione pubblica; a condizione che sia portato a conclusione il dibattito svoltosi in questi anni, senza approfondimento adeguato, intorno alle principali tematiche di politica estera. Dagli atti parlamentari, come dalle piattaforme programmatiche dei partiti politici emergono infatti sostanziali convergenze, che sarebbe opportuno utilizzare per mettere a punto una strategia complessiva capace di dotare l'Italia di una politica estera coordinata e di ampio respiro. Un tale approccio comporterebbe la conseguente riformulazione degli strumenti del settore, a cominciare dal Ministero degli Affari Esteri, cui andrebbero restituite capacità di analisi e proposizione gravemente compromesse negli ultimi anni a causa della progressiva riduzione delle risorse, umane e finanziarie, disponibili. L'inserimento in tale disegno complessivo delle attività internazionali dei Ministeri 'tecnici' e delle Regioni costituirebbe il corollario indispensabile a rendere più incisiva ed efficace la nostra azione in campo internazionale. Per far avanzare nel Paese e nella direzione auspicata il disegno complessivo sopra elaborato non è peraltro sufficiente da sola la semplice, anche se autorevole, strada parlamentare delle raccomandazioni e degli ordini del giorno votati all'unanimità e fatti propri dal governo; sono invece necessarie iniziative 'dal basso', frutto della collaborazione fra i diversi attori presenti sullo scenario internazionale, per adottare nuove forme di programmazione dei nostri interventi, lungo le linee guida di carattere generale fissate dal governo. La penuria di risorse che caratterizza le attività del settore pubblico costituisce un richiamo irresistibile ad una utilizzazione oculata dei fondi disponibili, mirata a sviluppare quelle sinergie di cui tutti discutono ma che restano ancora in troppi casi un puro e semplice esercizio verbale, non accompagnato da una reale determinazione a privilegiare l'interesse generale rispetto alla sterile affermazione del proprio ruolo e delle proprie competenze in questo o quel settore. L'occasione dalla irripetibile coincidenza delle due Presidenze (quella di turno dell'Unione Europea e quella della Commissione) è andata perduta anche per la debolezza di un quadro condiviso di priorità ed azioni da svolgere in ambito internazionale, a cominciare dallo scenario europeo. Questo contributo rappresenta il primo di una serie di interventi dedicati alla politica estera condivisa. Confermiamo al riguardo la disponibilità, anche per questa importante tematica, ad ospitare su www.ilcosmopolita.it opinioni ed interventi di tutti coloro che vorranno partecipare al Forum.

ARCHIVIATO IN Sistema Italia

Di Il Cosmopolita il 15/03/2004 alle 00:00 | Non ci sono commenti

27/02/2004

Istituto Italiano di Cultura di Mosca: oltre le regole

L'Istituto Italiano di Cultura di Mosca è su tutti i giornali. Merito di un rilancio della 'promozione culturale'? Non sembra, a giudicare dal caos di cui ampiamente riferiscono le cronache. Tutto sarebbe iniziato con l'arrivo all'Istituto nel settembre dello scorso anno della nuova Direttrice per 'chiara fama' (ex lege De Michelis per i vertici dei maggiori Istituti italiani nel mondo sottratti ai 'tecnici' ed affidati a nomine 'politiche'), Dott.ssa Carpifave. Le difficoltà sono sorte già al momento dell'accreditamento in quanto non sembra fosse gradita alle Autorità locali per via di un contenzioso su alcuni oggetti preziosi appartenenti allo Zar Paolo I che, da Torino, dove aveva avuto luogo la mostra 'Splendori della Corte degli Zar', erano stati inviati a Firenze dalla Fondazione culturale Helikon di cui la Dott.ssa Carpifave è Presidente, facendone perdere temporaneamente le tracce al Museo Pavlosk da cui i pezzi provenivano. Nonostante le resistenze russe ai più alti livelli, la 'chiara fama', sorretta probabilmente da un forte 'vento favorevole', viene nominata direttrice. Inizia quindi non soltanto il calvario del personale che presta servizio all'Istituto, ma anche un parziale blocco delle iniziative culturali precedentemente programmate in cui sono spiccano nomi e presenze quali la poetessa Maria Luisa Spaziani, il critico d'arte Achille Bonito Oliva e - udite, udite - lo scrittore Claudio Magris tutti variamente vittime della 'chiara fama' (chiara dove?) Carpivafe. Per quanto riguarda l'insieme della programmazione del 2004 presentata dall'attuale Direttrice, nonostante l'entusiasmo televisivamente manifestato dal Ministro Frattini nel corso del suo recente viaggio a Mosca, non è stata approvata dalla Direzione competente che avrebbe mosso argomentati rilievi sugli eventi proposti e sui finanziamenti. Ci si chiede se perfino le dimissioni dell'arcidiplomatico ex Direttore Generale della Promozione culturale Aloisi al quale era stata offerta la sede FAO a Roma, siano riconducibili alla vicenda di Mosca. A chi toccherà la prossima volta? Forse al pure prudentissimo Ambasciatore italiano a Mosca Facco Bonetti che non sembra vantare un 'feeling' adeguato con la estemporanea Direttrice? All'interno dell'Istituto regna ovviamente un clima di intimidazione nei confronti di tutto il personale con decine - decine - di richieste di avvio di procedimenti disciplinari; la d.ssa Carpifave ha nel frattempo assunto, con contratti mensili, vari impiegati locali che di fatto, oltre a firmare discutibili testimonianze a danno del personale, hanno il compito di controllare gli impiegati in tutti i momenti della loro giornata di lavoro e persino quando si recano in bagno! L'ineffabile Direttrice ha poi usato tutti i mezzi a sua disposizione nonché quelli che la 'fantasia' ed i buoni consiglieri al Ministero le hanno suggerito per negare ferie, orari ridotti per allattamento, modificare l'orario di lavoro, impedire l'accesso ai fascicoli personali, alla fotocopiatrice, ai fax, ai telefoni. Per la prima volta nella storia della Farnesina CGIL CISL e UIL hanno proclamato una giornata di sciopero in una sola sede, quella dell'Istituto, al quale ha aderito tutto il personale: tutti gli impiegati hanno chiesto il trasferimento mentre l'Ambasciata è paralizzata dalle continue richieste di aiuto del personale - un'impiegata è stata ricoverata in ospedale per ischemia cerebrale - e dai quotidiani interventi. La grave situazione è stata anche oggetto in novembre di una interrogazione parlamentare della Senatrice De Zulueta e alla quale il Ministro non risulta aver mai risposto. Un quadro devastante, con ricadute sulla salute dei lavoratori e sul funzionamento dell'Istituto, capace di determinare un grave danno all'immagine dell'Italia in Russia, nazione che il Presidente Berlusconi ed il Ministro degli Esteri Frattini considerano prioritaria per la nostra politica estera. Per questo sorprende che l'amministrazione degli Esteri sia totalmente assorbita ad esaminare e sostenere i procedimenti disciplinari messi in atto dalla direttrice nei confronti del personale e si mostri sorda nei confronti delle denuncie che pervengono dagli impiegati e cieca nei confronti dello stato di illegalità che regna ormai da mesi. Cosa ha determinato la posizione dell'Amministrazione: pressioni politiche? strenua difesa di un concetto di autorità intoccabile? difficoltà di trovare gli strumenti idonei per intervenire nei confronti di soggetti esterni all'Amministrazione come i direttori per 'chiara fama'? Quale che sia la riposta (probabilmente le tre cose insieme) è urgente e non procrastinabile un intervento che ristabilisca un clima di serenità per il personale, di legalità e di operatività dell'Istituto.

ARCHIVIATO IN Farnesina

Di Il Cosmopolita il 27/02/2004 alle 00:00 | Non ci sono commenti

27/02/2004

Ritiro delle truppe dall'Iraq: l'opinione della Cgil

La CGIL ha chiesto da tempo, prima della tragedia di Nassiriya e subito dopo, il ritiro delle truppe dall'Iraq e l'assunzione di responsabilità della comunità internazionale attraverso l'ONU per sostenere la prospettiva dell'autodeterminazione del popolo iracheno. L'abbiamo detto ripetendo ossessivamente che per noi quella richiesta era la logica conseguenza di un ragionamento che andava sviluppato per intero: non per eccesso di organicismo, ma perché riteniamo molto importante che la scelta del ritiro delle truppe dall'Iraq sia dentro e non fuori un contesto di scelte conseguenti, sottratte alla polemica politica italiana dunque e legate alle dinamiche aperte nello scenario internazionale. In particolare l'uso evidente della guerra e delle guerre (19 all'esame del Consiglio di Sicurezza) teorizzato nella guerra preventiva come strumento di regolazione dei rapporti politici ed economici in luogo della politica. Gli indicatori ONU testimoniano per altro l'aumento del divario tra il Nord e il Sud del mondo, della fame, della povertà, la riduzione del reddito da lavoro nel Sud povero e nel Nord ricco, l'aumento di precarietà e insicurezza, terreno di coltura di formazioni xenofobe - razziste, di violenza, di terrorismo. Quegli indicatori, fotografano cioè l'esito sulle persone della globalizzazione senza regole, della sconfitta della politica dunque anche sul piano sociale, oltre che nella regolazione dei rapporti politici ed economici. Per ipotizzare che la globalizzazione possa essere governata, che si possa realizzare una nuova democrazia mondiale, che la sua qualità sia misurata attraverso l'universalità dei diritti e dei diritti del lavoro, occorre agire su più piani e occorre che la rappresentanza politica, quella sociale, i movimenti assumano quel terreno, la costruzione del profilo della nuova democrazia mondiale, quale banco di prova della loro efficacia e capacità di rappresentanza diretta. Proporre queste argomentazioni non è parlare d'altro, né semplicemente contestualizzare un tema bensì scegliere la dimensione internazionale e le sue dinamiche quale punto di vista per giudicare gli atti degli altri (il governo) ma anche per orientare i propri comportamenti, ognuno per ciò che gli compete, sul piano nazionale, europeo e internazionale, piani che nel mondo globale e interdipendente sono indissolubilmente legati. La guerra in Iraq ha svelato, quando è iniziata, il carattere geo-politico della guerra preventiva, un carattere non nascosto e formalmente esplicitato nella teoria della sicurezza nazionale, documento ufficiale dell'amministrazione Bush. Ha svelato la fragilità delle istituzioni sovranazionali; la fragilità della prospettiva europea; ha confermato la subordinazione a prescindere dalla politica estera del governo italiano, a prescindere dall'interesse nazionale. Una subordinazione a prescindere evidente prima, durante e dopo il semestre di presidenza europea. Arrivano inviti al popolo della pace a respingere l'antiamericanismo, che certo è cosa diversa dal giudizio sulla politica di Bush: basti pensare a quello durissimo che danno i democratici americani. Bisognerebbe che arrivassero inviti ad altri a sconfiggere l'antieuropeismo: la polemica contro Bush è polemica contro una politica. L'antieuropeismo è una scelta per il paese suicida. La guerra in Iraq poi ha determinato e determina, ancora oggi che non è finita, l'aumento del terrorismo, l'esasperazione della contrapposizione Islam/Occidente. Per altro l'inconsistenza dimostrata delle motivazioni con cui è stata aperta, non fa che alimentare ciò che ha determinato e ciò che ha svelato. Nella situazione attuale e di fronte a ciò che la guerra ha svelato e a ciò che ha determinato, la permanenza delle truppe in Iraq è un ostacolo o un sostegno al processo di ricostruzione sociale e politica dell'Iraq? Agevola la transizione e l'autodeterminazione dell'Iraq? Consolida o no la convinzione che esistono interessi loro che le truppe d'occupazione difendono in Iraq piuttosto che gli interessi di quel popolo? Ferma o alimenta il terrorismo? E le truppe italiane sono in missione di pace? La loro permanenza va nella direzione di marcia di praticare un'alternativa politica a quella militare nel governo del mondo? La nostra opinione è che l'obiettivo dell'autodeterminazione del popolo iracheno, diritto di ogni popolo definito dalla CARTA dell'ONU, non possa essere che sostenuto dalla comunità internazionale attraverso l'ONU: chi se non l'ONU può garantire che alla terribile dittatura di Saddam si succedano protettorati compiacenti? Per intanto il sindacato internazionale sta verificando pesanti pressioni perché il sindacato iracheno sia tutto meno che soggetto libero e autonomo di rappresentanza sociale. Così come la richiesta di ritiro non è irresponsabile: è una scelta, una di quelle possibili, l'unica a nostro avviso che aiuta l'assunzione di responsabilità dell'ONU e la ricostruzione della legittimità internazionale di fronte al popolo iracheno. Aiuta una direzione di marcia per il ripristino della politica. Non c'è dubbio che il rifiuto del governo di separare il rifinanziamento di 'Antica Babilonia' da altre missioni sia perseguito con lucida intenzionalità Nell'opinione pubblica è altrettanto evidente, d'altro canto, che le difficoltà delle forze di opposizione si consumano sull'Iraq e non su altro. La nostra opinione è che all'arroganza del governo si risponda confermando in parlamento quel NO, già pronunciato dall'opposizione parlamentare di fronte all'invio della missione. In ogni caso poi sarebbe necessaria una spiegazione univoca, oltre che convincente del perché non sia possibile una chiara opposizione parlamentare al decreto di rifinanziamento: Perché si pensa che il ritiro delle truppe sia un atto irresponsabile ? Perché mina la prospettiva della ricostruzione dell'Iraq, perché se no 'il caos'? Fosse così si tratterebbe dell'accettazione del profilo militare, incostituzionale, di quella missione. Perché l'opposizione viene sfidata sulla sua responsabilità di governo? Fosse così, per altro in un'accezione di responsabilità scarsamente condivisibile, quel ragionamento avrebbe dovuto consigliare un voto non negativo nel momento in cui fu votato l'inizio della missione. Per l'impossibilità di scorporare le diverse missioni su cui si chiede il voto? Ma proprio non è possibile trovare tecniche parlamentari che risolvono l'empasse (o.d.g. chiarificatori) ? Ciò che è difficile, per il popolo della pace, è censurarsi dal richiedere rappresentanza parlamentare a chi per definizione rappresenta. La richiesta di rappresentanza non è un atto ostile rivolto all'opposizione politica: è un atto normale che si rivolge a chi si sente vicino, a chi si considera baluardo in parlamento, a chi si considera alleato in una battaglia politica per le scelte fatte fino a quel momento. Detto ciò, con altrettanta chiarezza, è bene dire che la polemica aperta sulla partecipazione alla manifestazione per la pace del 20 marzo è un grave errore. Lo è perché la pace è un processo inclusivo e non ad escludendum. Lo è perché nessuno può mettere in discussione il diritto individuale e collettivo a partecipare a quella manifestazione, meno che mai aggiungendo ai consigli le minacce. Lo è perché il 20 marzo deve essere non solo l'affermazione visibile che il popolo della pace non si rassegna alla guerra, ma anche l'inizio del processo di costruzione di una nuova democrazia mondiale che ha bisogno dell'alleanza forte delle forze politiche progressiste, del sindacato e dei movimenti. *Segreteria Nazionale Cgil

ARCHIVIATO IN Pace e guerra

Di Il Cosmopolita il 27/02/2004 alle 00:00 | Non ci sono commenti

30/01/2004

Elezioni antiEuropee?

Il semestre di presidenza italiana dell'Unione Europea - e il suo 'naturale' contenitore ovvero gli ultimi sei mesi del 2003 - sono appena dietro l'angolo e già il 2004 si annuncia come uno degli anni più difficili per il nostro Paese, uno di quelli in cui il moltiplicarsi di eventi negativi e l'esplodere di contraddizioni irrisolte appaiono inverare tutte le superstizioni sugli anni bisestili. Cercheremo tuttavia in queste note di non indulgere all'irrazionale - che peraltro ha ormai permeato l'Italia come l'unica dimensione possibile del reale - e di dare conto delle principali questioni che, volenti o nolenti, si dovranno affrontare a partire dall'evidente impasse nella posizione internazionale del Paese. Il 'trionfo' (forse tecnico-diplomatico, certo non politico) del semestre ha lasciato il passo ad una eclissi senza precedenti della dimensione internazionale dell'Italia: la riluttanza europea da sempre presente nell'attuale maggioranza (si pensi all'americano' Antonio Martino già euroscettico Ministro degli Esteri ed oggi assiso - mano sul cuore - a fianco del Primo Ministro) ha aggiunto all'aperta invettiva di Bossi su 'forcolandia' - ed il pericolo giallo - la caccia all'untore 'euro'. E' inevitabile la nostalgia per le astuzie manovriere del Ministro Tremonti - che pure avevano suscitato virtuose indignazioni nell'opposizione - ma che, almeno, dimostravano una qualche intelligenza tattica nell'interpretare regole e dimensioni europee. Oggi l'avvio della campagna elettorale per le elezioni europee - o dovremmo forse dire anti-europee - ha innescato una caduta libera senza precedenti della dialettica politica in cui la lotta al 'comunismo' e alle 'toghe rosse peggio del fascismo' tende ad oscurare un dato che, più che di politica estera, è di politica tout court, ovvero la palmare evidenza che l'Italia, in preda ad una crisi di classe dirigente senza precedenti, non può fare a meno della cornice europea come unico ancoraggio contro una deriva i cui approdi sono inimmaginabili. Il succedersi di mostruose crisi finanziarie ha dimostrato come e qualmente la libera intrapresa italiana tutto fosse meno che intrapresa e libera fosse soltanto da ogni controllo incluso quello dell'Istituzione virtuosa per definizione ovvero la Banca centrale: e qui non sembra certo adeguata risposta la difesa di questo o quello, attore in una recita irrimediabilmente andata a male. Viceversa tali crisi - in assenza di un congruo dibattito e di un impegno risolutivo - confermano come il velleitario progetto di una internazionalizzazione del 'sistema Italia' fosse una delle ennesime 'pezze a colore' per mascherare stanchezza innovativa ed incapacità progettuale. Nel frattempo la chiara scelta di campo a favore dell'unilateralismo statunitense a danno delle opzioni multilaterali e di regolazione globale ha dato il nostro (sia pure modesto) contributo all'incertezza collettiva e alla caduta delle aspettative. In questo contesto la costituzione di un nucleo forte europeo - significativamente allargato alla disomogenea ma determinata Gran Bretagna - dimostra come il velleitarismo a 360° dell'Italia non fosse appunto altro che velleitarismo e insipiente confusione tra dimensioni mediatiche e realtà internazionali ormai consolate soltanto dall'emergenza di un 'nucleo debole' italo-ispanico-polacco. In più l'enfasi - ora lo si capisce strumentale - sulla politica estera, lungi dal rappresentare una irreversibile presa d'atto della diretta incidenza sugli orizzonti interni del Paese, ha già ceduto il passo ad un ripiegamento senza precedenti: i problemi ed il futuro nostri non si iscrivono più in quelli del vasto mondo bensì nel decidere, scegliere il campo del male e del bene, tra il pensionato giudice Borrelli e il 'lifting' come surrogato della politica. Provvisoria conclusione. 'IlCosmopolita' sarà - nel suo specifico campo - nei mesi seguenti a fianco di chi cercherà di districarsi nel buio di questa assenza di pensiero critico e di informazione sui fatti e, naturalmente, tanto più potremo fare quanto più intense saranno le contribuzioni che ci apprestiamo ad ospitare.

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30/01/2004

Il ritorno dell'Ambasciatore Vattani

Il ritorno (peraltro previsto senza difficoltà da 'IlCosmopolita') dell'Ambasciatore Vattani nella funzione di Segretario Generale del Ministero degli Esteri ancorché semi-operativo nelle more del 'trasloco' da Bruxelles ha già prodotto segnali di risveglio in una Farnesina pronta ad entrare nel (meritato?) letargo post-semestre. La rapida successione di una serie di nomine di aggiustamento conferma che il prossimo biennio si configura come la 'fase due' di un'era che sarà comunque improntata al ben noto dinamismo: ma per fare che? Escluso un ampliamento della collezione di arte contemporanea - per la buona ragione che ormai perfino l'usciere cigiellino del quarto piano dispone di un pregevole topacchione in plastica rosa post-modern - ed ugualmente esclusa - per motivi di rigore paesaggistico ed austerità finanziaria - la creazione di un giardino d'inverno nel viale d'accesso al palazzone, resterebbe da ipotizzare un massiccio supporto tecnico (?) al rilancio delle politica estera nazionale a fronte del silenzio calato negli ultimi mesi sul suo braccio armato ovvero sulle truppe stanziate in Medio Oriente ormai dimenticate dopo il massacro di Nassirya, tanto dimenticate da non avere fin qui ricevuto le visite di prammatica (cfr. Stati Uniti, Gran Bretagna, Spagna, ecc.) né del Premier, né del suo Vice pure affaccendato nel ritagliarsi sempre maggiore visibilità anche internazionale. Mentre ci si interroga sulle linee guida di questo rilancio e sulla interdipendenza di questo dalla riaffermata priorità della politica interna nel semestre di campagna elettorale, alcuni ovvi punti di partenza sono prevedibili: in particolare il più volte annunciato completamento della riforma e la sua estensione al progetto di sinergie a supporto del 'sistema Paese' tanto più urgente in presenza dell'inevitabile appannamento d'immagine legato ai recenti catastrofici esempi di 'internazionalizzazione all'italiana' (es. Parmalat). Su questo terreno i ripetuti annunci promulgati dal Ministro ad interim dovrebbero trovare un qualche esito operativo salvo naturalmente l'impatto con la 'verifica' e il destino del Ministro delle Attività produttive detentore di una - sempre più scassata - rete estera alternativa, massimamente quella dell'ICE. Certamente 'IlCosmopolita' prevede un Vattani più istituzionale e meno traumatico: i destini futuri sono altrove e, mentre la Farnesina si afferma sempre più non solo come parcheggio e/o scuola-quadri di Ministri ma anche per grand-commis, la bussola sembra virare al consolidamento piuttosto che alla rottura. D'altro canto c'è già abbastanza confusione fuori.

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30/01/2004

Un'agenda per il segretario generale

Il rientro a Roma dell'Ambasciatore Vattani conferma la condizione di debolezza dell'attuale vertice politico ed amministrativo della Farnesina. Se il Ministro Frattini ha dovuto accettare una candidatura non gradita, ciò è infatti da ascrivere anche all'incapacità dei molti oppositori interni dello stesso Vattani di presentare candidature alternative credibili. E' probabile che il 'neo' Segretario Generale voglia dedicare adeguata attenzione al delicato aspetto della posizione del MAE quale punto centrale di riferimento per la politica estera italiana ed all'esigenza di approfondire alcune delle più importanti tematiche bilaterali, in parte trascurate durante il periodo di presidenza italiana dell'Unione Europea. A questi compiti 'esterni' l'Ambasciatore Vattani dovrà comunque affiancare nella sua agenda alcune questioni che attendono da tempo una soluzione, prima fra tutte quella del completamento della riforma del 1999. La riforma, programmata a costo zero per i ben noti vincoli di bilancio, è infatti rimasta incompiuta perché il potenziamento della Farnesina - delineato sulla carta con la creazione delle Direzioni Generali geografiche - non ha trovato riscontro nella realtà: per ragioni esterne, in mancanza di risorse addizionali, umane e finanziarie, da attribuire al MAE; ma anche per le resistenze interne, rappresentate dalla mancata evoluzione delle Direzioni Generali tematiche verso nuovi compiti - di proiezione esterna - che avrebbero consentito alla Farnesina di rafforzare la propria posizione di riferimento centrale per la politica estera italiana. Di tale situazione si era d'altra parte reso conto, sia pure ad esclusivi fini mediatici, lo stesso Presidente del Consiglio al momento del suo incarico ad interim nel 2002; la ventilata riforma, riposta poi nel cassetto per mantenere a Palazzo Chigi una sorta di competenza esclusiva sulle principali questioni di politica estera, era stata considerata essenziale dall'On. Berlusconi per rilanciare l'immagine dell'Italia nel mondo. Egli aveva infatti avuto modo di verificare direttamente l'impossibilità di attuare iniziative di un certo rilievo in assenza di risorse quantitativamente adeguate. I risultati, purtroppo, sono sotto gli occhi di tutti: un assetto interno lontano da accettabili livelli di funzionalità e razionalizzazione dei processi di analisi, elaborazione e gestione dei dossier; una rete estera - preziosa risorsa per il Paese - inadeguata anche perché dimensionata secondo parametri obsoleti; una proiezione esterna episodica e sempre più in affanno per seguire le iniziative - prive di qualsiasi programmazione o coordinamento - dei Ministeri 'tecnici' e degli Enti locali, in particolare le Regioni. Il lavoro, pertanto, non mancherà all'Amb. Vattani che, d'altra parte, per aver fortemente voluto l'incarico e per la sua personalità, non si sottrarrà alle sfide ed alle responsabilità che lo attendono. Il nuovo Segretario Generale dovrà peraltro fare attenzione ad evitare alcuni pericoli che potrebbero, da un lato, indurlo ad un eccesso di attivismo a scapito di soluzioni più meditate e, dall'altro, portarlo a disperdere le proprie energie su troppi fronti. E' da auspicare quindi che il suo programma di lavoro tenga conto di questi elementi, anche perché il tempo a disposizione (meno di due anni, sempre che l'On. Ministro non cambi opinione sulla questione dei limiti di età per i diplomatici) non è infinito. In tale contesto, l'agenda del Segretario Generale appare quindi obbligata: promuovere il completamento della riforma, con l'attribuzione di compiti rafforzati alla Direzioni Generali geografiche e con la ricerca, presso il Min. Tremonti, di risorse finanziarie supplementari indispensabili a consentire alla Farnesina di svolgere i propri compiti istituzionali, in crescita esponenziale per il moltiplicarsi delle tematiche di carattere internazionale; favorire il 'riordino', con l'intervento della Presidenza del Consiglio, delle procedure relative alle azioni internazionali dell'Italia, per evitare il moltiplicarsi di iniziative non coordinate o addirittura in contrasto fra loro; razionalizzare i processi 'produttivi', concentrando l'azione sul 'core business' della Farnesina, che rimane quello della raccolta dei dati, della loro elaborazione e della preparazione di analisi relative ai possibili scenari nel cui ambito operare le scelte della nostra politica estera; individuare meccanismi chiari per la ripartizione delle competenze fra le diverse Direzioni Generali ed idonei ad assicurare un adeguato flusso delle informazioni da settore a settore; trovare un assetto efficiente per la Direzione Generale per la Cooperazione allo Sviluppo, in sintonia con la nuova struttura del Ministero e mirato a dare attuazione rapida agli interventi ritenuti prioritari e tecnicamente validi; adottare regole flessibili, all'interno di una precisa griglia di parametri, per le destinazioni all'estero e la progressione in carriera al fine di far prevalere criteri realmente meritocratici rispetto a quelli derivanti da collegamenti politici o di 'cordata'; attribuire priorità alle problematiche del personale non appartenente alla carriera diplomatico, per quanto riguarda le retribuzioni a Roma, attestate su livelli di mera sussistenza, evitando inoltre azioni clientelari, soprattutto nell'assunzione del personale a contratto all'estero. I punti sopra elencati rappresentano un insieme con evidenti interdipendenze e richiedono pertanto un'azione ad ampio raggio ed un impegno non episodico. E' da auspicare pertanto che il Segretario Generale si dedichi a tale gravoso compito avendo come riferimento il principale parametro dell'equazione: la struttura è al limite del collasso, con gran parte del personale profondamente demotivato. Sono da evitare quindi operazioni di mero prestigio, con compiti di pura 'facciata', mirati ad una visibilità il più delle volte effimera, ed il peso di un apparato di vertice sovradimensionato rispetto agli Uffici operativi, vera struttura portante del Ministero.

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30/01/2004

L'Italia e la riforma dell'Onu

L'attenzione, peraltro necessaria, rivolta nel semestre scorso alle tematiche europee ha posto in secondo piano alcuni punti dì prioritaria importanza per la nostra politica estera. Fra questi non possiamo non evidenziare quello relativo alla crisi dell'ONU e, più in generale, la collocazione dell'Italia nelle diverse istanze multilaterali. La recente decisione di Kofi Annan di nominare un comitato di esperti per la riforma del sistema onusiano - appena rilevata da qualcuno dei nostri organi di informazione - dovrebbe invece favorire la riflessione intorno ad una nostra piattaforma programmatica, da costruire grazie ad un confronto da cui potrebbe scaturire una convergenza verso posizioni condìvise da maggioranza ed opposizione. L'imminente campagna elettorale per le europee sembra costituire in effetti un'utile occasione per dare respiro ad un dibattito sulle tematiche di politica estera, non sempre di grande spessore. Le posizioni della nostra società civile nel campo del rispetto dei diritti umani, dell'azione di volontarìato, dell'apertura al dialogo interculturale, costituiscono saldi punti di riferimento per il ruolo dell'Italia al Palazzo di vetro. La posizione di rilievo originata dal nostro sostegno finanziario all'ONU rappresenta l'espressione della determinazione del nostro Paese a favorire la pace, promuovere lo sviluppo, prevenire le crisi e non è pertanto da intendere come un mero strumento per conseguire posizioni di maggior potere. In un tale contesto sarà necessario porsi preliminarmente il problema del confronto con i nostri principali alleati: in primo luogo con gli Stati Uniti, che con l'amministrazione Bush hanno imboccato decisamente una strada 'unilaterale', ma anche con Francia e Gran Bretagna, che vedono con sospetto qualsiasi progetto di riforma che possa mettere in pericolo la loro posizione privilegiata nell'ambito del Consiglio di Sicurezza. Analoghe considerazioni possono essere formulate per i rapporti con Germania e Giappone, che considerano le loro legittime aspirazioni a modificare l'assetto socíetario determinato dalla Il guerra mondiale più fondate rispetto a quelle italiane, in virtù di parametri economici e di stabilità polifica decisamente migliori di quelli del nostro Paese. E' in situazioni qual è quella sopra descritta che dovrebbe essere possibile attivare al meglio il 'sistema Paese', di cui tutti parlano ma che appare così difficile da costruire in concreto; si ricordi al riguardo il tentativo del Presidente dei Consiglio di affidare alla Farnesina un più incisivo e reale ruolo di coordinamento, subito rientrato per le reazioni di quanti temevano un indebolimento delle proprie posizioni. C'è inoltre da riflettere su altri due fattori: il cosiddetto riequilibrio della collocazione italiana nella crisi mediorientale non ha certamente migliorato la nostra posizione nei confronti del mondo arabo; il fatiscente stato della nostra cooperazione ha ridotto le nostre capacità di utilizzare questo strumento, quale dimostrazione dell'interesse italiano verso le tematiche dello sviluppo. Tali elementi rappresentano seri ostacoli nel confronto che ci attende alle Nazioni Unite e neanche l'organizzazione di una potenfissima macchina da guerra quale quella messa in piedi dall'Amb. Fulci riuscirebbe a garantire il successo in una partita estremamente complessa.

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30/01/2004

Dopo il semestre, quale UE per l'Italia

Terminato con un bilancio in chiaroscuro, il nostro semestre di Presidenza del Consiglio dell'Unione, le scadenze europee del 2004 pongono all'Italia nuovi rilevanti sfide istituzionali e politiche. L'approvazione del Trattato costituzionale rimane l'obiettivo prioritario se si vuole evitare il rischio di una Unione, ampliata ma sostanzialmente divisa ed impotente. Con la maggiore libertà di azione che gli deriva dal non dovere esercitare il ruolo di mediazione presidenziale, l'Italia deve pienamente impegnarsi per il raggiungimento di soluzioni ambiziose che rafforzino il processo di integrazione nel solco di quanto proposto dalla Convenzione. Occorrerà quindi vigilare sulle ricorrenti tentazioni di alcuni settori del Governo di occupare una inedita (e sterile) posizione mediana tra i Paesi Fondatori e gli Stati della 'nuova Europa' (costruzione giornalistica ad uso interno volta ad indicare una informe coalizione dei membri più atlantisti e sovranisti dell'Unione). Scelte siffatte ci condannerebbero ad una triste marginalità. Il compito storico del nostro Paese - come varie volte ribadito dal Presidente Ciampi - è quello di fornire un impulso coerente e credibile alla costruzione di un'Europa autorevole e solidale. Del resto, se si vuole impedire, una Europa 'direttoriale' od a più velocità non vi è altra scelta che la definizione di un quadro costituzionale. Ciò implica l'esigenza di affermare senza equivoci che, ove il negoziato fallisse per la miope difesa di interessi nazionali da parte di qualche Stato membro, l'Italia farebbe sempre e comunque parte del Gruppo dei Pionieri. Il 2004 vedrà anche l'inizio del lungo negoziato sulle Prospettive Finanziarie dell'Unione 2007- 2013, un altro terreno sul quale sarà prioritario verificare la nostra determinazione a conciliare in modo dinamico l'interesse a non aumentare la già pesante posizione contributiva dell'Italia nei confronti del bilancio dell'Unione con la necessità di dare segnali concreti in direzione delle politiche infrastrutturali, industriali, sociali e di sostegno ai Paesi Terzi più sfavoriti. Il tema si lega strettamente al Governo economico della Moneta Unica che non può essere affidato esclusivamente ai meccanismi 'castratori' del Patto di Stabilita ma impone ( a fortiori in una Unione ampliata e con più elevati squilibri di reddito) strategie di ampio respiro, progetti portatori di sviluppo reale, azioni di sostegno alla crescita. Ma il 2004 sarà soprattutto l'anno delle elezioni del Parlamento Europeo e della nomina della nuova Commissione. La campagna elettorale dovrà rappresentare l'occasione per un confronto (a livello dell'Unione ma anche in ciascuno Stato membro) sull'avvenire dell'Europa e sui diversi modelli di integrazione. Sarebbe triste (ma è tristemente probabile) che la consultazione elettorale del prossimo giugno avesse valenza unicamente interna o peggio servisse da occasione per rinnovati attacchi all'EURO, al 'multiculturalismo' di Bruxelles nel quadro di un'orgia retorico-populista ad asserita difesa dei piccoli risparmiatori (le cui sfortune hanno certo altra origine) e degli oltranzisti dei valori cristiani. Anche sulla nomina della prossima Commissione (nella quale l'Italia disporrà di un solo posto), andranno privilegiate considerazioni di obiettività e competenza nel quadro di un mantenimento rigoroso dei poteri e delle funzioni della Istituzione soprannazionale che, pur tra fisiologici alti e bassi, incarna l'interesse europeo. Almeno due principi dovrebbero guidare l'azione del Governo nel negoziato per la nomina della futura Commissione: la scelta di un Presidente che appartenga alla famiglia politica maggioritaria dopo le elezioni parlamentari europee; la definizione di una candidatura congiunta dei Fondatori per la carica di Presidente. La struttura della Farnesina dovrà continuare ad attrezzarsi per fornire il proprio contributo istituzionale alle prossime fasi del processo di integrazione. Esse richiederanno impegno, motivazione, competenza professionale, continuità ed il superamento di una concezione 'spettacolare' della presenza italiana in Europa con il suo caricaturale portato di vitalismi espositivi, protagonismi eccessivi, personalismi miracolistici.

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