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04/12/2003

Europeismo euroscettico

L'Europa ha tradizionalmente rappresentato uno dei punti di maggior forza della nostra politica estera e l'europeismo ha caratterizzato tutti i governi che si sono succeduti fino agli anni più recenti. L'idea dell'Europa è largamente condivisa dalla popolazione italiana e il processo di unificazione è percepito positivamente dagli italiani che risultano i primi in classifica nell'ambito dell'UE per attaccamento ai valori europei. Con il governo Berlusconi 'qualcosa' cambia: viene meno l'equilibrio fra atlantismo e europeismo, con uno sbilanciamento verso il primo, e la nostra politica europea diventa, a dir poco, oscillante. Le dichiarazioni di principio e le assicurazioni di fedeltà agli ideali dell'unità europea vengono smentite subito dopo da altre 'euroscettiche' o addirittura da dichiarazioni di guerra contro le istituzioni europee definite 'forcaiole' e 'staliniste' Il semestre di presidenza italiana assume un carattere del tutto particolare, 'personalistico', discostandosi dal modo di conduzione tradizionale delle presidenze europee. La nostra presidenza inizia con uno scontro al Parlamento europeo, continua con la difesa di Putin per la questione cecena, con le inadempienze sul mandato di cattura europeo, con gli attacchi al Presidente della Commissione Prodi, con le dichiarazioni di insofferenza per le regole europee, solo per citare alcuni fra i tanti episodi ben noti. In questo quadro come si affronta il semestre europeo alla Farnesina? Facendo i conti innanzitutto con la scarsezza di risorse ma anche con un loro utilizzo non sempre razionale. La Delegazione per l'organizzazione del semestre europeo dispone di una dotazione finanziaria di circa 35 milioni di Euro - largamente inferiore a quella mobilitata da Paesi che hanno esercitato negli ultimi anni la funzione presidenziale - e sono stati ridotti gli stanziamenti sui capitoli per le spese di viaggio e missione a Bruxelles. Inoltre, nella ripartizione delle esigue risorse umane e finanziarie disponibili, la Farnesina ha assunto decisioni discutibili gonfiando a dismisura l'organico della nostra Rappresentanza Permanente a Bruxelles e attribuendo per il programma culturale EUROPALIA a Bruxelles fondi sproporzionati rispetto alle risorse attribuite ad altre sedi che si trovano a dover esercitare la funzione di Presidenza con risorse umane e finanziarie 'minimaliste'. Con la fase dell'allargamento e della Convenzione, il processo per la costruzione di una Europa unita si fa sempre più complesso, articolato e problematico e per questo l'Italia ha bisogno di strutture che siano in grado funzionalmente e professionalmente di rispondere ad una realtà come quella dell'integrazione europea, in continua evoluzione. Nell'ambito dei provvedimenti varati nel 1999 (DPR 267 dell'11.5.1999 e DM 029/3466 del 10.9.1999) con i quali, dopo più di 30 anni di immobilismo, è stato avviato un processo di riforma delle strutture del Ministero, è stata istituita alla Farnesina una apposita Direzione per 'l'integrazione europea'. In tal modo l'Italia uniformava la propria struttura a quella dei principali partners europei e si dotava di uno nuovo strumento per seguire e intervenire in forma più sistematica, utilizzando le professionalità di cui dispone in questo settore, nel complesso processo di integrazione europea. Le attuali dimensioni della DGIE con un personale di appena 80 unità (compresi esperti e consulenti vari nonché carabinieri) mostrano tuttavia come sia mancata la volontà di portare avanti fino in fondo il processo di ammodernamento della struttura. Ci auguriamo che il 'Cosmopolita' possa essere uno dei tanti strumenti che con riflessioni, notizie 'dal di dentro' e scambio di idee contribuisca a portare i temi dell'Europa, che spaziano dal mercato ai diritti, dalle migrazioni al welfare, dalla religione alla difesa, all'attenzione di una platea più vasta di quella dei soli addetti ai lavori. In particolare riteniamo prioritario concentrare il dibattito sull'importanza di mantenere l'Italia nel plotone degli Stati impegnati realmente per una maggiore integrazione europea - senza giri di valzer con britannici, spagnoli o nuovi aderenti - e contemporaneamente analizzare il ruolo del MAE nei processi nazionali di formazione delle decisioni al fine di evitare che l'Italia assuma posizioni 'schizofreniche': aperte e federaliste su alcune materie (ad esempio nella difesa comune) e arroccate e frenanti su altri settori (ad esempio in materia di giustizia).

ARCHIVIATO IN Unione Europea

Di Il Cosmopolita il 04/12/2003 alle 00:00 | Non ci sono commenti

04/12/2003

La cooperazione allo sviluppo dopo l'11 settembre

Parlare di cooperazione allo sviluppo alla fine del 2003 significa entrare in un dibattito complicato che comprende argomenti come: emergenze umanitarie, migrazioni, soluzione dei conflitti, diritti umani e lotta alla povertà. Insomma i grandi mali che affliggono la contemporaneità e che si sono riproposti, in modo amplificato rispetto al passato, dopo l'11 Settembre 2001. A partire da quella data infatti, si sono vanificate molte delle speranze nate nel corso degli anni novanta quando, la caduta dell'equilibrio bipolare aveva reso possibile l'idea di una azione internazionale capace di portare sviluppo e diritti in tutte le parti del globo. Tendevano infatti a quel fine le Conferenze delle Nazioni unite che avevano impostato strategie di intervento per alcuni temi che ormai travalicavano gli ambiti di politica nazionale: dall'ambiente ai diritti o alle disparità tra uomini e donne, dalla lotta alla povertà, alla creazione del governo locale o alla lotta alla fame. Ciascuna di quelle strategie, o meglio di quelle Piattaforme, era stata riconosciuta e sottoscritta dai Governi nazionali e prevedeva un impegno diretto delle Nazioni unite e dei paesi occidentali. Erano dunque quelli i nuovi confini dello sviluppo e della cooperazione: non più un mero trasferimento di tecnologie e di attrezzature, non solo denaro da paesi donatori a paesi beneficiari, ma piuttosto possibilità di accesso al know how dei paesi maggiormente avanzati, solidarietà per le vittime delle guerre di assestamento in Africa e in Europa e nuova dignità per le popolazioni dei paesi emergenti. Una strategia che, nonostante le difficoltà della transizione, aveva finalità positive e si basava sul ruolo di governo multilaterale delle Nazioni unite . Il volto umano della globalizzazione camminava dunque, con le gambe della cooperazione e con un nuovo rapporto di questa con l'insieme delle relazioni internazionali. Questo diverso clima fu colto anche dall'Unione europea, a metà degli anni novanta. Infatti con il Libro Verde, redatto in occasione del 5° Trattato di Lomè l'Unione esplicitava una nuova articolazione dei negoziati globali, ricollocando così anche la cooperazione allo sviluppo. Purtroppo quella stagione se pur vicina nel tempo, sembra ormai remota poiché il passaggio del millennio, che avrebbe potuto accelerare i processi positivi, ha segnato una brusca involuzione dovuta a molteplici origini. Tra queste forse le più degne di nota sono state lo scoppio della bolla informatica e la nascita dell'Euro. Di fatto, dal 1999 si è aperto un triennio che, a partire dalla guerra in Kosovo, per finire alla guerra in Iraq, ha mutato radicalmente lo scenario internazionale, forse non solo in senso negativo se in esso si comprendono le manifestazioni di una nuova sensibilità trans-nazionale da parte dell'opinione pubblica. Si tratta del popolo di Seattle, poi divenuto popolo di Porto Alegre e infine riconosciuto dal New York Times nel febbraio del 2003, ai tempi della manifestazione per la pace di 150 milioni di persone in tutte le capitali del pianeta, come la seconda potenza mondiale. In mezzo a tutto questo sta, come un macigno, l'11 Settembre 2001 con quella scena da film alla Orson Welles che le televisioni hanno irradiato in tutto il mondo che, oltre all'incredulità e al dolore, ha prodotto enormi conseguenze nelle relazioni internazionali. Non è questa la sede per un'analisi approfondita di quel complesso avvenimento di cui tuttavia, ci limitiamo a segnalare cosa ha significato per la politica di cooperazione. Infatti, il tragico evento ha reso ancor più evidente l'interruzione del processo di trasformazione dell'intero sistema delle Nazioni unite che, a partire dalle Conferenze degli anni novanta, chiamava le agenzie a uniformare la loro azione ai nuovi obiettivi strategici e quindi, di fatto, a dare avvio ad una nuova fase di politiche di sviluppo globale. L'indebolimento del ruolo dell'ONU e la nascita di un nuovo multilateralismo dalle alleanze variabili, già prodottosi in Kossovo, con l'intervento a nome della NATO, ma poi, sia nel caso dell'Afganistan che dell'Iraq, riunitosi attorno alla super-potenza USA, ha reso ancora più difficile il lavoro delle agenzie multilaterali. Le costanti emergenze hanno assorbito la gran parte dei fondi per le azioni umanitarie in pochi luoghi militarizzati. La forte crisi economica ha causato un taglio nei bilanci dell'Aiuto Pubblico allo Sviluppo di quasi tutti i paesi donatori, determinando il deterioramento delle politiche di cooperazione. Non si può tuttavia negare che, soprattutto per quanto riguarda l'Italia, la mobilitazione dell'opinione pubblica e la maggiore sensibilità verso i temi della globalizzazione quali la guerra o l'incontro/scontro fra culture, abbiano svolto un'azione di contro bilanciamento all'interno di questo cupo scenario. L'associazionismo umanitario e il nuovo volontariato, sviluppatosi nel corso delle guerre dei Balcani, uniti a una maggiore capacità operativa delle regioni e dei comuni, hanno trovato nella cosiddetta cooperazione decentrata un punto di riferimento interessante che contribuisce a colmare l'enorme ritardo con cui la società italiana nel suo complesso ha guardato alla cooperazione allo sviluppo. Negli anni novanta invece, dopo la crisi di Mani pulite e fino a oggi c'è stato un rinnovato interesse per gli strumenti dell'Aiuto Pubblico allo Sviluppo. Purtroppo tutto ciò sta avvenendo in un momento in cui vi è una totale assenza del ruolo del Governo centrale su questi temi. Il motivo di questa assenza non è costituito solo dalla scarsezza dei fondi, ma piuttosto dall'incapacità di cogliere una lettura critica dei numerosi processi che si stanno determinando in questi anni e di vederne le conseguenze nell'operato di cooperazione. E' inoltre da segnalare che la mancata riforma, cercata senza alcun risultato per ben cinque anni dal centro-sinistra, aveva già provveduto a indebolire la Direzione Generale per la Cooperazione allo Sviluppo e soprattutto a umiliare gli esperti di cooperazione che lavorano in quella struttura. Infatti, proprio nel momento in cui tutti gli altri paesi donatori provvedevano a una seria riforma del management e delle funzioni delle loro agenzie di cooperazione, l'asfittico dibattito italiano si cristallizzava su un problema di struttura e lasciava proprio quella professionalità totalmente non riconosciuta. Non meraviglia dunque che oggi, in un clima di debolezza complessivo del ruolo della Farnesina, molte delle competenze della cooperazione allo sviluppo vengano cedute allegramente a altri ministeri o altri corpi dello stato e che la DGCS faccia sempre più fatica a esprimere una politica di cooperazione. Quello che meraviglia invece, è l'incapacità dell'opposizione di cogliere l'opportunità per far ripartire un dibattito sul significato dello sviluppo e sui molteplici strumenti, che potrebbero essere usati in ambito internazionale e nazionale per trasformare in modo positivo la congiuntura che il mondo sta attraversando. Meraviglia che, mentre la parte 'riflessiva' della società si è schierata con decisione contro la guerra, non si sappia mostrare l'evidente collegamento tra politiche di cooperazione e gestione dei conflitti, oppure tra migrazioni e lotta alla povertà, oppure ancora tra le nuovi schiavitù e una maggiore giustizia economica anche nel Sud del mondo. Il dibattito è fermo alle proposte di riforma della metà degli anni novanta, che erano già superate all'epoca e che ormai suonano, per tutti i motivi elencati fin qui, quasi obsolete. Vista da Via Contarini, sede dell'Unità Tecnica Centrale, dove è raccolta la maggioranza degli esperti di cooperazione e dove si concentrano gli strali di chi vede nei normali processi di valutazione un insopportabile vincolo alla decisionalità politica, la confusione del Governo, anche in occasione dei tragici fatti dell'Iraq, appare come il frutto dell'incapacità di interpretare i nuovi segnali che si sono affacciati sulla scena globale nei molti livelli: locali, nazionali, europei e multilaterali. L'Italia, che per molti anni era stata in ritardo rispetto ai paesi nordici sui temi della cooperazione allo sviluppo, ha dimostrato, proprio nel corso degli anni novanta, la capacità di creare coalizioni solidaristiche e una grande creatività nel coniugare i livelli multilaterali con quelli nazionali e locali. Ha rivelato dunque punti d'eccellenza che sarebbe utile valorizzare nel contesto della globalizzazione, proprio per raccogliere le nuove idee della società civile trans-nazionale, in luoghi come Porto Alegre, e dar loro la possibilità di trasformare le istituzioni per mettere in grado di pensare alla cooperazione allo sviluppo come a una politica e non come una legge di spesa. Purtroppo invece , la mancanza di attenzione alle politiche istituzionali sta riaprendo la porta a vecchi 'costumi' di malacooperazione. La redazione di questo giornale si augura che sia possibile riaprire un dibattito con nuovi soggetti, istituzionali e non, sul contributo che l'Italia potrebbe offrire in ambito internazionale a partire dalle proprie esperienze in tema di sviluppo.

ARCHIVIATO IN Cooperazione allo sviluppo

Di Il Cosmopolita il 04/12/2003 alle 00:00 | Non ci sono commenti

04/12/2003

La Cgil nello scenario internazionale

La CGIL ha sostenuto in questi mesi uno scontro durissimo con le imprese e con il governo: in gioco era ed è la nostra idea di sviluppo, di qualità della democrazia, ma anche di funzione, ruolo e capacità di rappresentanza del sindacato in questa fase storica, politica e sociale. La stessa partita, lo stesso scontro è aperto in Europa e nel mondo su entrambi i piani. La prospettiva che la CGIL prima e oggi l'intero sindacato tiene aperta in Italia, per le nuove interdipendenze delle economie e delle società è una prospettiva senza futuro se non dovesse prevalere a livello globale una idea di sviluppo che assuma come limite invalicabile la salvaguardia dell'ambiente, i diritti umani, i diritti del lavoro. La dimensione internazionale è dunque la necessaria dimensione della nostra azione sindacale. Lo è per gli effetti che scelte assunte in sedi diverse da quelle nazionali hanno sulle condizioni materiali delle persone che rappresentiamo: se ne ha nozione immediata pensando ai processi di internazionalizzazione delle imprese, al rapporto nuovo e diverso tra imprese e territorio nella competizione globale, ai processi di delocalizzazione produttiva, alla precarizzazione del lavoro, ma anche alle conseguenze degli accordi o dei fallimenti in ambito WTO e ancora agli effetti della politica del FMI e dalla Banca Mondiale sulle economie mondiali. Lo è altrettanto sul piano dei valori. Nel mondo globalizzato il 20% delle persone consuma 83% delle risorse. Gli effetti potenzialmente straordinari che innovazione e 'conoscenza' potrebbero determinare e hanno determinato, non hanno neanche cominciato ad intaccare quel divario: quelle cifre danno anche conto della inadeguatezza delle istituzioni sopranazionali preposte alla 'governance mondiale'. E se non c'è alcun dubbio che il terrorismo non abbia mai ragione, il terrorismo globale va combattuto innanzitutto asciugando l'acqua che lo alimenta, la distanza tra Nord e Sud del mondo e proponendo l'integrazione e il dialogo tra culture, in luogo delle contrapposizioni tra Islam e Occidente che la follia terrorista persegue. D'altra parte la costruzione del sindacato nella sua dimensione europea e internazionale oggi, di fronte alla dimensione globale del tema della tutela e promozione del lavoro e dei diritti che non sono al riparo in un solo paese, rimane un problema aperto e insieme ad esso gli interrogativi sul rapporto tra sindacato e movimenti. A noi spetta il compito di tradurre la percezione della nuova dimensione in ruolo da giocare nelle sedi internazionali del sindacato, in cultura dell'organizzazione, in politiche contrattuali, in politica internazionale. La guerra in Iraq ha rivelato il profilo del conflitto in atto nello scenario internazionale per la definizione di un suo nuovo riassetto e ha svolto la funzione di detonatore della crisi delle organizzazioni di governance mondiale. Nella guerra si è palesata con chiarezza la proposta di un nuovo governo del mondo, che nella teoria della guerra preventiva dell'amministrazione americana ha trovato una compiuta ed esplicita formulazione: in luogo di un nuovo ordine mondiale multilaterale capace di inverare la Carta dell'ONU, un nuovo comando unilaterale USA, una nuova logica imperiale. Al contrario nella carta dell'ONU il nesso logico pace-diritti viene descritto e proposto come principio ordinatore di 'governance mondiale'. Quel nesso logico diventa in un mondo globalizzato, e dopo la fine della divisione del mondo in blocchi, l'unica alternativa alla teoria della guerra preventiva. In questo contesto il governo italiano ha scelto la subordinazione a prescindere all'amministrazione Bush. Ha assecondato il senso della guerra preventiva sposandone motivazioni e implicazioni geo-politiche e di modelli di sviluppo. Ha smarrito perfino il profilo della sua tradizionale politica estera attenta, per la sua stessa configurazione geografica, ai paesi arabi, e per questo ha rinunciato a quella funzione, anch'essa tradizionale, di mediazione tra israeliani e palestinesi. Ha connotato anche in questo modo la fallimentare guida del semestre europeo. La CGIL ha assunto in questi mesi una posizione netta sulla guerra, sulla missione dell'Europa, dunque sullo scontro geo-politico aperto nello scenario internazionale ed europeo, perché come si è detto riteniamo che gli esiti di quello scontro incidano pesantemente sulle condizioni materiali e sulle libertà delle persone che rappresentiamo. Continueremo a farlo promovendo un percorso di iniziative pubbliche: una grande assemblea di delegati il 10 dicembre, un seminario di discussione e di confronto con le forze sociali, le forze politiche, i movimenti a gennaio, un convegno pubblico a marzo. Per tutte queste ragioni consideriamo la rivista Telematica, che oggi prende l'avvio, un contributo molto importante e molto utile alla nostra riflessione. *Segretaria Confederale CGIL Responsabile delle politiche internazionali

ARCHIVIATO IN Globalizzazione

Di Il Cosmopolita il 04/12/2003 alle 00:00 | Non ci sono commenti

04/12/2003

In un solo mondo

Che le cronache di politica internazionale nel nostro Paese abbondino di Osama Bin Laden, ma anche del Cardinal Ruini (denominato 'cappellano' d'Italia) e releghino nei recessi delle pagine culturali Immanuel Kant (quale stravagante anticipatore di una assai demodeé 'pace universale') non può sorprendere considerato anche il degrado di una capacità di riflessione che - un tempo misurata sull'arco di settimane o mesi e perfino qualche anno - si è ora contratta a giorni, ore, minuti. La polemica sui tempi 'televisivi' non appartiene peraltro né agli scopi di questo 'foglio' telematico, né soprattutto alla natura profonda della politica estera che - da sempre - si iscrive in processi di più lungo periodo che non sono caduchi a condizione di essere sorretti dall'analisi e dalla 'visione' che è ovviamente cosa diversa dal volontarismo: l'una razionale, l'altro velleitario. Ed è nella forza della ragione che si iscrive il ritorno di Kant come antidoto - per ora appunto elitario - alla caduta di fiducia nella possibilità di arrestare la spirale in cui la scena internazionale (e non un solo scacchiere geo-politico) sembra essersi avvitata all'ombra (anche intellettuale e conoscitiva) suscitata da slogan quali l'esportazione di democrazia e il 'dono della libertà' ovvero i molti 'grandi Satana' che animano un 'teatro del mondo' sempre più grandguignolesco e sempre più dominato da contrapposte finzioni. Finzioni peraltro destinate ad opinioni pubbliche sempre più frastornate ed impotenti mentre vi è chi le idee le ha relativamente chiare almeno nel sapere che le strade che abbiamo davanti sono almeno due: infatti gli stessi teorici del neoconservatorismo statunitense (ad esempio John Fonte dell'Hudson Institute) schierati - ovviamente - con il nemico mortale del progetto kantiano e cioè lo Stato-nazione parlano di scontro tra 'due Occidenti' quello della democrazia liberale (prevalentemente statunitense) e quello dei 'progressisti transnazionali'(prevalentemente europei). Scriveva due secoli fa Kant ('Idea di storia universale in ottica cosmopolita', 1784)…'un antagonismo… che è il mezzo di cui si serve la natura per raggiungere i suoi fini… nella misura in cui questo antagonismo finirà per essere la causa di un ordine regolato da leggi' e più oltre ('Per la pace perpetua. Progetto filosofico', 1795): 'Se questa scritta satirica sull'insegna di una osteria olandese, su cui è dipinto un cimitero, valga per gli uomini in generale, o in particolare per i capi di Stato che non riescono mai a saziarsi delle guerre, o se invece debba valere soltanto per i filosofi che hanno quel dolce sogno, questo lo lasciamo da parte' e anche noi lo lasceremo per ora da parte non già per rientrare nell'ironia del Voltaire di 'Candido, o dell'ottimismo' - il migliore dei mondi possibili, ovvero il mondo in cui non ci si interroga e non si ha il diritto di interrogarsi - bensì per iniziare a calare i grandi temi kantiani dell'ordine normativo e del governo sovranazionale nel qui e ora di questi conflitti e di queste contraddizioni. Naturalmente questa ricerca - non teorica né filosofica né da 'anime belle' - salterà a piè pari gli stolidi commenti sui 'caduti degli Achei', la 'fragile ricerca dell'identità occidentale' (e/o orientale…) e via baggianando in una inverazione tragicomica di tutti i conflitti evocati intorno ad un discrimine 'culturale' (Samuel Huntington 'The Clash of Civilizations and the Remaking of World Order', 1996) che si voleva - giustamente e con gran travaglio - disinnescare e che ora sembra essere diventato una sorta di moda dilagata fuori dalla cerchia degli originali istituzionali (es. in Italia Fallaci e Baget Bozzo) e dei cultori del 'politically not correct', insomma una bandiera della regressione e dell'ignoranza programmatiche dispensate a piene mani da tutti i media. Al contrario, come del resto fanno gli stessi analisti neo-conservatori, proviamo ad iniziare una disanima di cosa si liquida quando ci si sbarazza di Kant. In primo luogo si rifiutano le premesse stesse del multilateralismo: di quello integrativo (come l'Unione Europea), di quello negoziale (come tutti i fori e i protocolli tipo Kyoto per un mondo più vivibile), di quello normativo (come la Corte di giustizia internazionale) e soprattutto di quello di 'governo universale' (come le Nazioni Unite). Queste ultime poi sono viste come una 'bestia nera' perché 'non funzionano' e allora tanto vale cortocircuitarle con una logica che è già stata applicata molti decenni addietro alle democrazie parlamentari: i risultati di affidarsi all'unilateralismo di chi 'funziona' sono sotto gli occhi di tutti e confermano ancora una volta la critica kantiana sul primato della scelta militare e della sua impotenza a medio termine. Sull'altro versante il rigido e appunto unilaterale persistere dello Stato nazionale (meglio se multietnico e imperiale) non soltanto blocca ogni stabilizzazione propositiva della scena internazionale ma moltiplica i conflitti e, al tempo stesso, contiene (?) ma non risolve nessuna contraddizione lasciando accesa sul terreno la miccia incandescente di un incubo terrorista i cui confini e connotati si dilatano ogni giorno di più. Nel frattempo la coesistenza tra le due prospettive (quella della democrazia liberale nazionale e quella della transnazionalità) diventa sempre più problematica e parallelamente rischia di mettere fuori gioco non soltanto l'evoluzione degli Stati-nazione periferici ma anche la crescita e l'assunzione dei contenuti di movimenti e realtà legate al futuro della Terra. A fianco di tutto ciò la lunga eclissi di tutte le analisi sulle interdipendenze e la loro sostituzione con il magma indifferenziato della globalizzazione ha già prodotto i risultati che vediamo e che erano stati facilmente previsti da un quarto di secolo; un esempio per tutti il collasso della cooperazione Nord-Sud e l'inevitabilità dell'assalto migratorio la cui principale risposta è il perseguimento di un 'apartheid universale': niente male per le magnifiche sorti e progressive. E allora sorge un primo dubbio: meglio tornare a Kant ovvero attendere l'emergere della 'sindrome cinese' quella vera non quella di un vecchio film e - in Italia - quella di Bossi e Tremonti?

ARCHIVIATO IN Governo mondiale

Di Il Cosmopolita il 04/12/2003 alle 00:00 | Non ci sono commenti

04/12/2003

Dov'è la Farnesina

Mica facile osservare e raccontare la Farnesina . Il brutto palazzone bianco vicino allo stadio Olimpico, Olimpico, quello non si è ancora mosso. Ma il Ministero degli Esteri, oggi, in Italia, dove sta? Proviamo una prima carrellata, salvo tornarci sopra nei prossimi numeri. Non è certo un segreto che a Palazzo Chigi, degli Esteri, ne hanno traslocato un bel pezzo e non certo con il nobile scopo di tornare a quella che - fino agli anni '50 - fu la sede storica della diplomazia italiana, poi 'deportata' sulle rive del Tevere nella prevista megastruttura del Partito nazionale fascista. Il 'pezzo' traslocato è ovviamente quello delle decisioni di fondo (nel senso dei fondali azzurri da megavertice), delle scelte strategiche (nel senso della guerra in Irak), insomma di una politica estera che, in fondo, sembra non aver bisogno né di strutture, né tanto meno di continuità. Insomma se l'Ufficio studi della diplomazia italiana - il 'Policy Planning' - è ubicato nel salotto ai Parioli di Gianni De Michelis ed i centri decisionali tra Piazza Colonna e Via XX Settembre, alla Farnesina di Ponte Milvio (la 'tomba del Faraone', dal nuovo viale d'accesso 'art deco' e imperiale) non resta che la collezione d'arte contemporanea: Balla, Boccioni ma anche Burri fino a Schifano e oltre. Finalmente affrancati dalla politica estera, i diplomatici - in attesa di essere riciclati nel 'catering' e nel 'merchandising' della costituenda Galleria contemporanea dedicata al genio italico - possono dedicarsi al favorito totonomine: in gioco la nomina del successore del Segretario Generale Baldocci il cui collocamento a riposo (come neo Consigliere di Stato) è stato accelerato, più varie altre posizioni in palio a Roma e all'estero. Per la Segreteria Generale gli allibratori danno in quotazioni ancora volatili il Rapresentante a Bruxelles ed ex Segretario Umberto Vattani (il Ritorno!), Gianni Castellaneta ovvero il Consigliere diplomatico di Berlusconi, poi due tipici prodotti dell'establishment interno, Amedeo De Franchis (Madrid) e Maurizio Moreno (NATO), ovvero Gabriele Menegatti appena passato da Tokio a Pechino e poi chissà chi altri. Su tutto grava naturalmente l'ipoteca rimpasto e le aspirazioni del Vice Premier di assicurarsi con il portafogli degli Esteri una stabile visibilità internazionale, peraltro già' concessagli da Ariel Sharon. Insomma si vedrà. Per la gestione quotidiana della reale politica estera, ecco invece una breve rassegna di 'espropriazioni' e 'saldi di collezione'. Italiani all'estero. Ovvero il regno di Tremaglia; nelle questioni che riguardano i nostri connazionali decide solo il vecchio repubblichino, nella realizzazione del 'sogno' di una vita. Tremaglia sembra abbia già pronto un progetto di legge per portarsi via, non solo metaforicamente, mezza Farnesina (uomini, risorse, strutture) e crearsi il suo Ministero sull'altra sponda del Tevere. Magari all'EUR, che fa pure ventennio... ('male assoluto'). E' del resto questione di coerenza: i Consolati italiani già li gestisce direttamente lui, in barba a competenze e norme di legge. Relazioni culturali (sic). Qui l'appalto è a Baccini, il sottosegretario sempre sull'orlo di una crisi di dimissioni. Sue le memorabili operazioni di spoil-system all'italiana: un ex tecnico di telecomunicazioni inviato Direttore dell'Istituto di Cultura a Madrid; un'organizzatrice di mostre spedita Direttrice a Mosca (nonostante vecchie ruggini proprio con i russi...); almeno un paio di cause in tribunale per le nomine dei Direttori a Berlino e Bruxelles. Di Baccini anche il grande evento mediatico della Presidenza italiana dell'Unione Europea: una manifestazione culturale che ha fatto il giro del mondo, intitolata 'La mia seconda Patria'. Detto così, uno pensa all'integrazione degli stranieri in Italia, e non capisce. In realtà, si celebrano i 25 anni di pontificato del Papa, di cui non è chiaro il nesso con la promozione della cultura italiana. Cooperazione allo sviluppo. Qui il neo-Direttore Deodato (diplomatico in quota Alleanza Nazionale) si distingue - con il sostegno del Sottosegretario Mantica (AN) - per una variante della smobilitazione, archiviando a chissà quando la troppo attesa riforma ed elimina (con la scusa dell'efficienza') controlli e concertazioni, che soli potrebbero recuperare alla cooperazione una dimensione più alta dell'attuale. Intanto se ne va l'Istituto Agronomico d'Oltremare, onorevole e prestigiosa istituzione vecchia di cento anni, che da eccellente strumento di cooperazione e centro di alta formazione i fervidi consulenti del Ministro vorrebbero trasformare in qualcosa d'altro, più facilmente controllabile. Anche a costo di sfasciare tutto, ovviamente. E per questa volta ci fermiamo qui. Di Marzano e Urso, del Ministero delle Attività Produttive e dell'ICE (il famoso pilastrino della 'riforma' Berlusconi per il 'sistema Italia') parleremo nella prossima puntata, naturalmente se alla Farnesina ci sarà rimasto qualcosa, con buona pace di un Ministro per il quale le malelingue della Farnesina richiamano il detto dell'Aretino: 'di tutti parlò male fuorché di Cristo, scusandosi col dir non lo conosco!'

ARCHIVIATO IN Farnesina

Di Il Cosmopolita il 04/12/2003 alle 00:00 | Non ci sono commenti

04/12/2003

Europeismo euroscettico

L'Europa ha tradizionalmente rappresentato uno dei punti di maggior forza della nostra politica estera e l'europeismo ha caratterizzato tutti i governi che si sono succeduti fino agli anni più recenti. L'idea dell'Europa è largamente condivisa dalla popolazione italiana e il processo di unificazione è percepito positivamente dagli italiani che risultano i primi in classifica nell'ambito dell'UE per attaccamento ai valori europei. Con il governo Berlusconi 'qualcosa' cambia: viene meno l'equilibrio fra atlantismo e europeismo, con uno sbilanciamento verso il primo, e la nostra politica europea diventa, a dir poco, oscillante. Le dichiarazioni di principio e le assicurazioni di fedeltà agli ideali dell'unità europea vengono smentite subito dopo da altre 'euroscettiche' o addirittura da dichiarazioni di guerra contro le istituzioni europee definite 'forcaiole' e 'staliniste' Il semestre di presidenza italiana assume un carattere del tutto particolare, 'personalistico', discostandosi dal modo di conduzione tradizionale delle presidenze europee. La nostra presidenza inizia con uno scontro al Parlamento europeo, continua con la difesa di Putin per la questione cecena, con le inadempienze sul mandato di cattura europeo, con gli attacchi al Presidente della Commissione Prodi, con le dichiarazioni di insofferenza per le regole europee, solo per citare alcuni fra i tanti episodi ben noti. In questo quadro come si affronta il semestre europeo alla Farnesina? Facendo i conti innanzitutto con la scarsezza di risorse ma anche con un loro utilizzo non sempre razionale. La Delegazione per l'organizzazione del semestre europeo dispone di una dotazione finanziaria di circa 35 milioni di Euro - largamente inferiore a quella mobilitata da Paesi che hanno esercitato negli ultimi anni la funzione presidenziale - e sono stati ridotti gli stanziamenti sui capitoli per le spese di viaggio e missione a Bruxelles. Inoltre, nella ripartizione delle esigue risorse umane e finanziarie disponibili, la Farnesina ha assunto decisioni discutibili gonfiando a dismisura l'organico della nostra Rappresentanza Permanente a Bruxelles e attribuendo per il programma culturale EUROPALIA a Bruxelles fondi sproporzionati rispetto alle risorse attribuite ad altre sedi che si trovano a dover esercitare la funzione di Presidenza con risorse umane e finanziarie 'minimaliste'. Con la fase dell'allargamento e della Convenzione, il processo per la costruzione di una Europa unita si fa sempre più complesso, articolato e problematico e per questo l'Italia ha bisogno di strutture che siano in grado funzionalmente e professionalmente di rispondere ad una realtà come quella dell'integrazione europea, in continua evoluzione. Nell'ambito dei provvedimenti varati nel 1999 (DPR 267 dell'11.5.1999 e DM 029/3466 del 10.9.1999) con i quali, dopo più di 30 anni di immobilismo, è stato avviato un processo di riforma delle strutture del Ministero, è stata istituita alla Farnesina una apposita Direzione per 'l'integrazione europea'. In tal modo l'Italia uniformava la propria struttura a quella dei principali partners europei e si dotava di uno nuovo strumento per seguire e intervenire in forma più sistematica, utilizzando le professionalità di cui dispone in questo settore, nel complesso processo di integrazione europea. Le attuali dimensioni della DGIE con un personale di appena 80 unità (compresi esperti e consulenti vari nonché carabinieri) mostrano tuttavia come sia mancata la volontà di portare avanti fino in fondo il processo di ammodernamento della struttura. Ci auguriamo che il 'Cosmopolita' possa essere uno dei tanti strumenti che con riflessioni, notizie 'dal di dentro' e scambio di idee contribuisca a portare i temi dell'Europa, che spaziano dal mercato ai diritti, dalle migrazioni al welfare, dalla religione alla difesa, all'attenzione di una platea più vasta di quella dei soli addetti ai lavori. In particolare riteniamo prioritario concentrare il dibattito sull'importanza di mantenere l'Italia nel plotone degli Stati impegnati realmente per una maggiore integrazione europea - senza giri di valzer con britannici, spagnoli o nuovi aderenti - e contemporaneamente analizzare il ruolo del MAE nei processi nazionali di formazione delle decisioni al fine di evitare che l'Italia assuma posizioni 'schizofreniche': aperte e federaliste su alcune materie (ad esempio nella difesa comune) e arroccate e frenanti su altri settori (ad esempio in materia di giustizia).

ARCHIVIATO IN Unione Europea

Di Il Cosmopolita il 04/12/2003 alle 00:00 | Non ci sono commenti

04/12/2003

La cooperazione allo sviluppo dopo l'11 settembre

Parlare di cooperazione allo sviluppo alla fine del 2003 significa entrare in un dibattito complicato che comprende argomenti come: emergenze umanitarie, migrazioni, soluzione dei conflitti, diritti umani e lotta alla povertà. Insomma i grandi mali che affliggono la contemporaneità e che si sono riproposti, in modo amplificato rispetto al passato, dopo l'11 Settembre 2001. A partire da quella data infatti, si sono vanificate molte delle speranze nate nel corso degli anni novanta quando, la caduta dell'equilibrio bipolare aveva reso possibile l'idea di una azione internazionale capace di portare sviluppo e diritti in tutte le parti del globo. Tendevano infatti a quel fine le Conferenze delle Nazioni unite che avevano impostato strategie di intervento per alcuni temi che ormai travalicavano gli ambiti di politica nazionale: dall'ambiente ai diritti o alle disparità tra uomini e donne, dalla lotta alla povertà, alla creazione del governo locale o alla lotta alla fame. Ciascuna di quelle strategie, o meglio di quelle Piattaforme, era stata riconosciuta e sottoscritta dai Governi nazionali e prevedeva un impegno diretto delle Nazioni unite e dei paesi occidentali. Erano dunque quelli i nuovi confini dello sviluppo e della cooperazione: non più un mero trasferimento di tecnologie e di attrezzature, non solo denaro da paesi donatori a paesi beneficiari, ma piuttosto possibilità di accesso al know how dei paesi maggiormente avanzati, solidarietà per le vittime delle guerre di assestamento in Africa e in Europa e nuova dignità per le popolazioni dei paesi emergenti. Una strategia che, nonostante le difficoltà della transizione, aveva finalità positive e si basava sul ruolo di governo multilaterale delle Nazioni unite . Il volto umano della globalizzazione camminava dunque, con le gambe della cooperazione e con un nuovo rapporto di questa con l'insieme delle relazioni internazionali. Questo diverso clima fu colto anche dall'Unione europea, a metà degli anni novanta. Infatti con il Libro Verde, redatto in occasione del 5° Trattato di Lomè l'Unione esplicitava una nuova articolazione dei negoziati globali, ricollocando così anche la cooperazione allo sviluppo. Purtroppo quella stagione se pur vicina nel tempo, sembra ormai remota poiché il passaggio del millennio, che avrebbe potuto accelerare i processi positivi, ha segnato una brusca involuzione dovuta a molteplici origini. Tra queste forse le più degne di nota sono state lo scoppio della bolla informatica e la nascita dell'Euro. Di fatto, dal 1999 si è aperto un triennio che, a partire dalla guerra in Kosovo, per finire alla guerra in Iraq, ha mutato radicalmente lo scenario internazionale, forse non solo in senso negativo se in esso si comprendono le manifestazioni di una nuova sensibilità trans-nazionale da parte dell'opinione pubblica. Si tratta del popolo di Seattle, poi divenuto popolo di Porto Alegre e infine riconosciuto dal New York Times nel febbraio del 2003, ai tempi della manifestazione per la pace di 150 milioni di persone in tutte le capitali del pianeta, come la seconda potenza mondiale. In mezzo a tutto questo sta, come un macigno, l'11 Settembre 2001 con quella scena da film alla Orson Welles che le televisioni hanno irradiato in tutto il mondo che, oltre all'incredulità e al dolore, ha prodotto enormi conseguenze nelle relazioni internazionali. Non è questa la sede per un'analisi approfondita di quel complesso avvenimento di cui tuttavia, ci limitiamo a segnalare cosa ha significato per la politica di cooperazione. Infatti, il tragico evento ha reso ancor più evidente l'interruzione del processo di trasformazione dell'intero sistema delle Nazioni unite che, a partire dalle Conferenze degli anni novanta, chiamava le agenzie a uniformare la loro azione ai nuovi obiettivi strategici e quindi, di fatto, a dare avvio ad una nuova fase di politiche di sviluppo globale. L'indebolimento del ruolo dell'ONU e la nascita di un nuovo multilateralismo dalle alleanze variabili, già prodottosi in Kossovo, con l'intervento a nome della NATO, ma poi, sia nel caso dell'Afganistan che dell'Iraq, riunitosi attorno alla super-potenza USA, ha reso ancora più difficile il lavoro delle agenzie multilaterali. Le costanti emergenze hanno assorbito la gran parte dei fondi per le azioni umanitarie in pochi luoghi militarizzati. La forte crisi economica ha causato un taglio nei bilanci dell'Aiuto Pubblico allo Sviluppo di quasi tutti i paesi donatori, determinando il deterioramento delle politiche di cooperazione. Non si può tuttavia negare che, soprattutto per quanto riguarda l'Italia, la mobilitazione dell'opinione pubblica e la maggiore sensibilità verso i temi della globalizzazione quali la guerra o l'incontro/scontro fra culture, abbiano svolto un'azione di contro bilanciamento all'interno di questo cupo scenario. L'associazionismo umanitario e il nuovo volontariato, sviluppatosi nel corso delle guerre dei Balcani, uniti a una maggiore capacità operativa delle regioni e dei comuni, hanno trovato nella cosiddetta cooperazione decentrata un punto di riferimento interessante che contribuisce a colmare l'enorme ritardo con cui la società italiana nel suo complesso ha guardato alla cooperazione allo sviluppo. Negli anni novanta invece, dopo la crisi di Mani pulite e fino a oggi c'è stato un rinnovato interesse per gli strumenti dell'Aiuto Pubblico allo Sviluppo. Purtroppo tutto ciò sta avvenendo in un momento in cui vi è una totale assenza del ruolo del Governo centrale su questi temi. Il motivo di questa assenza non è costituito solo dalla scarsezza dei fondi, ma piuttosto dall'incapacità di cogliere una lettura critica dei numerosi processi che si stanno determinando in questi anni e di vederne le conseguenze nell'operato di cooperazione. E' inoltre da segnalare che la mancata riforma, cercata senza alcun risultato per ben cinque anni dal centro-sinistra, aveva già provveduto a indebolire la Direzione Generale per la Cooperazione allo Sviluppo e soprattutto a umiliare gli esperti di cooperazione che lavorano in quella struttura. Infatti, proprio nel momento in cui tutti gli altri paesi donatori provvedevano a una seria riforma del management e delle funzioni delle loro agenzie di cooperazione, l'asfittico dibattito italiano si cristallizzava su un problema di struttura e lasciava proprio quella professionalità totalmente non riconosciuta. Non meraviglia dunque che oggi, in un clima di debolezza complessivo del ruolo della Farnesina, molte delle competenze della cooperazione allo sviluppo vengano cedute allegramente a altri ministeri o altri corpi dello stato e che la DGCS faccia sempre più fatica a esprimere una politica di cooperazione. Quello che meraviglia invece, è l'incapacità dell'opposizione di cogliere l'opportunità per far ripartire un dibattito sul significato dello sviluppo e sui molteplici strumenti, che potrebbero essere usati in ambito internazionale e nazionale per trasformare in modo positivo la congiuntura che il mondo sta attraversando. Meraviglia che, mentre la parte 'riflessiva' della società si è schierata con decisione contro la guerra, non si sappia mostrare l'evidente collegamento tra politiche di cooperazione e gestione dei conflitti, oppure tra migrazioni e lotta alla povertà, oppure ancora tra le nuovi schiavitù e una maggiore giustizia economica anche nel Sud del mondo. Il dibattito è fermo alle proposte di riforma della metà degli anni novanta, che erano già superate all'epoca e che ormai suonano, per tutti i motivi elencati fin qui, quasi obsolete. Vista da Via Contarini, sede dell'Unità Tecnica Centrale, dove è raccolta la maggioranza degli esperti di cooperazione e dove si concentrano gli strali di chi vede nei normali processi di valutazione un insopportabile vincolo alla decisionalità politica, la confusione del Governo, anche in occasione dei tragici fatti dell'Iraq, appare come il frutto dell'incapacità di interpretare i nuovi segnali che si sono affacciati sulla scena globale nei molti livelli: locali, nazionali, europei e multilaterali. L'Italia, che per molti anni era stata in ritardo rispetto ai paesi nordici sui temi della cooperazione allo sviluppo, ha dimostrato, proprio nel corso degli anni novanta, la capacità di creare coalizioni solidaristiche e una grande creatività nel coniugare i livelli multilaterali con quelli nazionali e locali. Ha rivelato dunque punti d'eccellenza che sarebbe utile valorizzare nel contesto della globalizzazione, proprio per raccogliere le nuove idee della società civile trans-nazionale, in luoghi come Porto Alegre, e dar loro la possibilità di trasformare le istituzioni per mettere in grado di pensare alla cooperazione allo sviluppo come a una politica e non come una legge di spesa. Purtroppo invece , la mancanza di attenzione alle politiche istituzionali sta riaprendo la porta a vecchi 'costumi' di malacooperazione. La redazione di questo giornale si augura che sia possibile riaprire un dibattito con nuovi soggetti, istituzionali e non, sul contributo che l'Italia potrebbe offrire in ambito internazionale a partire dalle proprie esperienze in tema di sviluppo.

ARCHIVIATO IN Cooperazione allo sviluppo

Di Il Cosmopolita il 04/12/2003 alle 00:00 | Non ci sono commenti

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