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Tag: bruxelles

23/01/2016

La Farnesina perde a Bruxelles.

“Dio esiste e (non) abita a Bruxelles”: così il titolo di un film programmato nelle sale italiane nelle ultime settimane e che ben parafrasa l’ultimo “compito a casa” del giovane Premier fiorentino (peraltro a sua volta “catapultato” a Palazzo Chigi senza alcun voto popolare ma con l’entusiastica approvazione degli “ottimati”). Ovvero l’eliminazione del posto/funzione diplomatico di Rappresentante Permanente dell’Italia presso la UE. Un incarico da decenni assegnato appunto ad un diplomatico con la più ampia possibile esperienza comunitaria. Così da noi, come nella generalità degli altri Paesi comunitari.

In sé, l’autocratica decisione renziana di promuovere il Vice Ministro allo Sviluppo Economico Calenda - già a lungo assistente personale di Luca Montezemolo - a suo plenipotenziario a Bruxelles risulta meno impulsiva ed infondata di quella della volenterosa Mogherini (e di quella minacciata di una stagista al vertice del Ministero degli Esteri “stoppata” a suo tempo da Napolitano che avrebbe “suggerito” di preferirle l’ottimo e prudente Paolo Gentiloni ) e – tuttavia – conferma un dilettantismo magari geniale e consono ai tempi (c’è bisogno di ripeterlo non buoni, non promettenti…?), ma spinto sul filo del rasoio ed eventualmente coronato da un qualche successo. Tanto più se costruito su di un contropiede basato sulle incaute dichiarazioni europee (il livido Junker) sull’assenza di un interlocutore governativo a Roma. Benissimo: detto e fatto, ora ce l’ha…. E a portata di corridoio con il Gianburrasca premier. Ben gli sta.

Quindi – paradossalmente – va riconosciuto che Renzi ha fatto di peggio e, dunque, inutile criticarlo “fuori tempo massimo”. Tanto più che si è dotato (stile Putin) di un suo “inappuntabile “ Lavrov e cioè il mite ed intelligente Gentiloni…

Allora chi perde? Beh, facile: la pavida e derelitta Farnesina, lasciata a pezzi dal brutale e decennale “pasdaran” reazionario Umberto Vattani e dai suoi pallidi ed astuti (per sé stessi…) successori. Una Farnesina – dobbiamo dirlo – pallida ombra non solo delle sue pompe ottocentesche ma anche delle sue “resistenze” al mussolinismo e a lungo sopravvissuta e in parte protagonista della Prima Repbblica.

Si ricorda facilmente che perfino Gianni Agnelli venne respinto dai diplomatici sulla soglia dell’Ambasciata a Washington alla quale aspirava con non irragionevole (per quei tempi…) ambizione: in breve l’Avvocato no, Calenda (e Renzi…) sì. Ecco qui l’epitaffio di una corporazione surclassata non solo dai genietti della Banca d’Italia (peraltro dotata da decenni e decenni da un “House Organ” gratuito come il gruppo Repubblica/De Benedetti), ma anche autoaffiondatasi in una nuvola di mediocrità e di avida insipienza. Altro che “combattenti” al servizio della Repubblica…. Grazie ambasciatore Vattani, grazie pallidi successori.

Non c’è molto altro da aggiungere. Anzi c’è forse perfino da ringraziare un Renzi che pare avere perfino costruito un suo racconto su di una politica europea del Paese un po’ più strutturata e consapevole. Magari non merito, ma fortunata eterogenesi dei fini.

TAG farnesina ue bruxelles

ARCHIVIATO IN Farnesina

Di Il Cosmopolita il 23/01/2016 alle 16:17 | Non ci sono commenti

21/01/2016

La campagna di Bruxelles.

Waterloo si trova nella periferia fiamminga di Bruxelles, la città ormai topica per l’accoglienza data ai turisti del jihad , per la battaglia appunto di Waterloo che è divenuta un luogo comune (tutti noi, prima o poi, conosciamo la nostra Waterloo), ora per la campagna che Roma lancia nei confronti della Commissione. La quale Commissione è situata nel quartiere europeo della capitale belga, a cavallo fra vari comuni che compongono la grande Bruxelles, ma senza lambire quello di Molenbeek. Ciascun comune ha la lingua maggioritaria tra fiammingo e francese e altri idiomi fra cui l’inglese degli expats, l’arabo, il turco, il curdo e via orientaleggiando.

La campagna di Bruxelles ha un bersaglio immobile, la Commissione, che sta nel suo Palais Berlaymont rinnovato alquanto di recente e alquanto bruttino al pari del dirimpettaio Palais Justus Lipsius dove alloggia il Consiglio, e degli altri edifici che insistono sul Rond Point Schuman, e cioè il cuore del cuore della città e dunque d’Europa.

L’illustrazione dei luoghi si spiega col fatto che la logistica conta nelle campagne, militari o politiche che siano. Le campagne di questo tipo non sono nuove negli annali europei. Nelle corrispondenze degli inviati di lungo corso si legge di numerosi precedenti. Il penultimo ebbe a protagonista il Primo Ministro di Grecia che accusava la Commissione di affamare il suo popolo con l’austerità predicata con l’ausilio delle autorità finanziarie internazionali, tutte ispirate al pensiero di marca germanico – protestante.

L’attuale campagna riguarda l’Italia ed ha qualche tratto di verità.

Che a Bruxelles vi siano figli e figliastri, si sa ma non si dice, un poco per diplomatica politesse e un poco per non incorrere in problemi. Per una certa fase, risalente alle origini del processo d’integrazione, la Francia impregnava l’apparato comunitario piazzando al vertice i suoi rappresentanti e ispirando le proposte. C’è stato il periodo britannico, quando per compiacere il Regno Unito, ed evitarne la fatale riserva nelle decisioni all’unanimità, si spingeva la legislazione nel senso della flessibilità. Vi è infine il periodo tedesco (o tedesco – olandese) durante il quale si applicano flessibilità e rigore a seconda dei casi. Se il caso riguarda certe capitali, la comprensione è d’obbligo. Se viene da altre capitali, scatta “lo sguardo maligno di dio” (Lucio Dalla, Milano).

La campagna può essere giudicata sopra tono per i modi e volta a fini anche se non soprattutto interni. Ma tutte le campagne mediatiche sono orchestrate anche a fini interni: è la politica. Questa può portare alla delegittimazione o al rafforzamento della Commissione. Può aggiungere argomenti agli euroscettici o richiamare lo spirito dei padri fondatori. E d’altronde ci avviciniamo (2017) ai sessanta anni dei Trattati di Roma. Ad ogni modo, riconosce alla Commissione il ruolo politico che le fu dato quando i candidati alla presidenza, fra i quali il vincente Juncker, furono indicati dagli schieramenti politici alle elezioni europee 2014. Come istituzione politica dotata di sapienza tecnica, e non come tecnocrazia, la Commissione agisce politicamente coi mezzi della politica. Le pubbliche critiche ci possono stare. Nessuno offende nessuno.

A coronare la campagna interviene la nomina alla Rappresentanza Permanente a Bruxelles di un non diplomatico, il Vice Ministro allo Sviluppo Economico, un politico di ultima generazione e dotato di conoscenza del mondo. Uno schiaffo alla Farnesina, come qualcuno ha titolato? E’ la prima volta dall’immediato dopo guerra che una missione diplomatica di rilievo è assegnata ad un esterno. Se è vero che alcuni funzionari di carriera hanno rinunciato all’incarico, è anche vero che ci mettiamo del nostro per svilire la qualità del servizio diplomatico. Se il caso Bruxelles faccia precedente, è difficile dire oggi. E’ l’avvisaglia di una tendenza. La politica è come la fisica: non ammette i vuoti se non i buchi neri. Dove tutto precipita.

TAG farnesina ue bruxelles

ARCHIVIATO IN Editoriali

Di Il Cosmopolita il 21/01/2016 alle 22:01 | Non ci sono commenti

01/07/2014

L’Europa iconoclasta.

Abbattiamo le statue della vecchia Europa. La nuova Europa, quella del cambio di verso, non appartiene più a Oli Rehn ed i suoi sodali. Rigore flessibile, l’ossimoro inventato dalla portavoce di Merkel, è la parola d’ordine del nuovo corso. Una rivoluzione pacifica affidata a Juncker, che del rigore flessibile saprà essere l’interprete. Tutto è bene quel che comincia bene. L’opera di rinnovamento sta alla prima importante battuta, ora si tratta di completarla con le altre nomine in Commissione e al Consiglio europeo. Tutti infine andranno al vaglio del Parlamento europeo.

Una certa opinione italiana vuole il Parlamento come vero vincitore di questo primo girone. Il Partito maggioritario alle elezioni aveva come campione Juncker e Juncker è il candidato che il Consiglio europeo indica al Parlamento perché lo approvi Presidente della Commissione. Schulz, il secondo in numero di voti, credibilmente avrebbe dovuto fare da vicario di Juncker e invece s’acconcia a tornare dov’è stato fino a mesi fa: sullo scranno più alto dello stesso Parlamento. Il tutto in virtù di un accordo fra stati membri in seno al Consiglio europeo, accordo che in Parlamento potrà contare sulla coalizione di popolari (Juncker), socialisti e democratici (Schulz), liberali. Ebbene i liberali. Il loro campione Verhofstadt, terzo dei votati, esce apparentemente a mani vuote dall’operazione, a meno che il Belgio non lo indichi membro della Commissione o che il Parlamento lo elegga a qualche incarico di rilievo.

Vi è di singolare in questo esercizio – lo nota il Movimento Europeo – è che il Consiglio europeo non solo indica il candidato di competenza (il Presidente della Commissione) ma anche il candidato di “non competenza” (il Presidente del Parlamento europeo). Il Parlamento si troverà cioè di fronte ad un pacchetto di nomine confezionato altrove e non scaturito dal suo interno. Che poi lo avalli col voto delle sue tre grandi formazioni, è assai probabile. Ma la singolarità resta. Si fa in modo che la principale novità delle elezioni 2014, la scelta del Presidente della Commissione da parte dell’elettorato, sia inserita dal Consiglio europeo in un pacchetto. Il Consiglio europeo resta dominus della procedura e tenta di tracimare da Bruxelles a Strasburgo. Il cambio di verso ci sta, ma è un cambio manuale come nelle automobili d’una volta, su cui dovevi intervenire con la frizione altrimenti grattavi. Il programma viene prima dei nomi, ché anzi i secondi si adattano al primo. Bella enunciazione che viene di peso dal vocabolario italiano d’una volta, quando la DC doveva mediare al suo interno e fra gli alleati chi avrebbe fatto che cosa. La sottile “democristianizzazione” d’Europa può essere un buon cambio di verso. Alla vecchia DC e al popolarismo in generale va riconosciuto il merito storico di avere costruito l’Europa. Nell’album delle figurine, i padri fondatori portavano tutti la maglia popolare e liberale. La sinistra scoprì l’Europa solo più tardi e dopo anni di riserve. Lo riconosce il nostro Presidente della Repubblica che di quell’epoca fu testimone e attore. La via d’Europa può anche produrre vittime. Ieri era la sinistra socialcomunista, oggi è la destra di Cameron e Orban. Prima del Trattato di Lisbona, quando la nomina del Presidente della Commissione avveniva per consenso in seno al Consiglio europeo, la minaccia britannica di dissenso era presa molto sul serio. Quanti candidati caddero prima ancora di correre perché Londra li tacciava di “europeismo”, un morbo che da quelle parti è temibile quanto le epizoozie. Col sistema ex Lisbona il Consiglio europeo può deliberare a maggioranza e il veto britannico resta una manifestazione di risaputo dissenso. Dal dissenso verrà la corsa al referendum “in or out”? Difficile dirlo. Molto dipende da come andranno le elezioni politiche e la questione del distacco scozzese. Su questo punto il cambio di verso in Europa è netto.

TAG europa juncker strasburgo consiglio europeo bruxelles

ARCHIVIATO IN Editoriali

Di Il Cosmopolita il 01/07/2014 alle 08:57 | Non ci sono commenti

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