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Tag: consiglio europeo

15/07/2014

La politica europea spicca il volo.

La presidenza UE è appena cominciata, il Consiglio europeo delle nomine sta alle porte, le crisi internazionali non hanno la pazienza di attendere che i rituali siano completati. Ci vuole della malizia in Israeliani e Palestinesi nello scatenare la bagarre mentre l’Europa è in cerca d’autore. Il calendario mediorientale è colpevolmente sfasato rispetto a quello di Bruxelles. Ci vogliono ben cinque mesi, tanti ne passano da maggio a novembre 2014, per completare l’assetto istituzionale europeo. Cinque mesi al lordo perché va scomputata la pausa estiva, che in Parlamento arriva a una quarantina di giorni. E’ scoperta la quasi totalità delle caselle e dunque delle responsabilità. Juncker è ancora Presidente candidato. Se non è investito della carica, non può scegliere i nomi dei Commissari, compreso il Vice Presidente e Alto Rappresentante agli Affari Esteri. Finché i Capi di stato o di governo non scelgono il successore di Van Rompuy, non sapremo chi guiderà il Consiglio europeo.

Nel frattempo la Commissione Barroso continua il suo lavoro che, nell’approssimarsi della scadenza, diviene ancora più grigio. Non esiste organizzazione al mondo che si permetta un vuoto di potere cosi lungo e incerto. Se mai il Medio Oriente invocherà una mediazione, non sarà certo l’Europa la destinataria. Semplicemente perché si sforza sempre e comunque di dare ragione al vecchio apologo di Kissinger sul numero di telefono. In compenso il dibattito italiano attorno alle priorità della presidenza si anima. E’ tutto volto a misurare il grado di flessibilità che i tedeschi sono in grado di accordare. Ignora a bella posta che l’interpretazione e l’applicazione delle regole, a Trattati vigenti, spettano alla Commissione e non al singolo stato membro per quanto autorevole.

Ci volgiamo alla Germania con lo stesso supplice sguardo dei difensori brasiliani nella sconfitta del secolo. In Brasile i Tedeschi hanno infierito perché cosi va il calcio, speriamo che a Bruxelles siano magnanimi. Non lo sono nell’affare delle spie e forse si aspettano un moto di comprensione da parte degli europei. La presidenza italiana esordisce con la grana delle quote latte. L’ennesimo richiamo della Commissione a farle pagare, pena il deferimento in Corte di Giustizia. Un odore di rancido emana dalla questione. Oggetto di proteste stradali pittoresche, coi trattori e le vacche a sostenere i manifestanti. Oggetto di sostegno parlamentare diffuso grazie all’allora maggioranza di centro-destra. Una bella grana per il Governo in carica rispondere di responsabilità che lo precedono e che tutti speravano di avere nascosto sotto al tappeto.

Per tornare alla scena mediorientale, essa è animata non solo dalla minaccia israeliana d’invadere Gaza ma anche dalla minaccia di Abu Bakr Al-Baghdadi d’invadere la Giordania per creare il nuovo Califfato in parte della vecchia Mesopotamia. Nuovi Califfi si affacciano alla ribalta e sempre con la medesima iconografia. Dishdasha e turbante e barba scuri, pulpito decorato, oratoria incendiaria, richiamo ai valori dell’Islàm, appello ai militanti a unificare la Ummah. Che tutto questo accada alle porte d’Europa, in un’area ricca di petrolio e di cultura, a pochi anni dalla Primavera araba e dalla liberazione d’Iraq, non scuote granché le coscienze. Importa riformare il Senato, misurare il grado di flessibilità nei conti, salutare il trasferimento di Floris a La 7, biasimare Prandelli per la fuga. Tagliare il bilancio della Farnesina, tanto a cosa serve.

TAG mdio oriente ue consiglio europeo farnesina

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Di Il Cosmopolita il 15/07/2014 alle 09:22 | Non ci sono commenti

01/07/2014

L’Europa iconoclasta.

Abbattiamo le statue della vecchia Europa. La nuova Europa, quella del cambio di verso, non appartiene più a Oli Rehn ed i suoi sodali. Rigore flessibile, l’ossimoro inventato dalla portavoce di Merkel, è la parola d’ordine del nuovo corso. Una rivoluzione pacifica affidata a Juncker, che del rigore flessibile saprà essere l’interprete. Tutto è bene quel che comincia bene. L’opera di rinnovamento sta alla prima importante battuta, ora si tratta di completarla con le altre nomine in Commissione e al Consiglio europeo. Tutti infine andranno al vaglio del Parlamento europeo.

Una certa opinione italiana vuole il Parlamento come vero vincitore di questo primo girone. Il Partito maggioritario alle elezioni aveva come campione Juncker e Juncker è il candidato che il Consiglio europeo indica al Parlamento perché lo approvi Presidente della Commissione. Schulz, il secondo in numero di voti, credibilmente avrebbe dovuto fare da vicario di Juncker e invece s’acconcia a tornare dov’è stato fino a mesi fa: sullo scranno più alto dello stesso Parlamento. Il tutto in virtù di un accordo fra stati membri in seno al Consiglio europeo, accordo che in Parlamento potrà contare sulla coalizione di popolari (Juncker), socialisti e democratici (Schulz), liberali. Ebbene i liberali. Il loro campione Verhofstadt, terzo dei votati, esce apparentemente a mani vuote dall’operazione, a meno che il Belgio non lo indichi membro della Commissione o che il Parlamento lo elegga a qualche incarico di rilievo.

Vi è di singolare in questo esercizio – lo nota il Movimento Europeo – è che il Consiglio europeo non solo indica il candidato di competenza (il Presidente della Commissione) ma anche il candidato di “non competenza” (il Presidente del Parlamento europeo). Il Parlamento si troverà cioè di fronte ad un pacchetto di nomine confezionato altrove e non scaturito dal suo interno. Che poi lo avalli col voto delle sue tre grandi formazioni, è assai probabile. Ma la singolarità resta. Si fa in modo che la principale novità delle elezioni 2014, la scelta del Presidente della Commissione da parte dell’elettorato, sia inserita dal Consiglio europeo in un pacchetto. Il Consiglio europeo resta dominus della procedura e tenta di tracimare da Bruxelles a Strasburgo. Il cambio di verso ci sta, ma è un cambio manuale come nelle automobili d’una volta, su cui dovevi intervenire con la frizione altrimenti grattavi. Il programma viene prima dei nomi, ché anzi i secondi si adattano al primo. Bella enunciazione che viene di peso dal vocabolario italiano d’una volta, quando la DC doveva mediare al suo interno e fra gli alleati chi avrebbe fatto che cosa. La sottile “democristianizzazione” d’Europa può essere un buon cambio di verso. Alla vecchia DC e al popolarismo in generale va riconosciuto il merito storico di avere costruito l’Europa. Nell’album delle figurine, i padri fondatori portavano tutti la maglia popolare e liberale. La sinistra scoprì l’Europa solo più tardi e dopo anni di riserve. Lo riconosce il nostro Presidente della Repubblica che di quell’epoca fu testimone e attore. La via d’Europa può anche produrre vittime. Ieri era la sinistra socialcomunista, oggi è la destra di Cameron e Orban. Prima del Trattato di Lisbona, quando la nomina del Presidente della Commissione avveniva per consenso in seno al Consiglio europeo, la minaccia britannica di dissenso era presa molto sul serio. Quanti candidati caddero prima ancora di correre perché Londra li tacciava di “europeismo”, un morbo che da quelle parti è temibile quanto le epizoozie. Col sistema ex Lisbona il Consiglio europeo può deliberare a maggioranza e il veto britannico resta una manifestazione di risaputo dissenso. Dal dissenso verrà la corsa al referendum “in or out”? Difficile dirlo. Molto dipende da come andranno le elezioni politiche e la questione del distacco scozzese. Su questo punto il cambio di verso in Europa è netto.

TAG europa juncker strasburgo consiglio europeo bruxelles

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Di Il Cosmopolita il 01/07/2014 alle 08:57 | Non ci sono commenti

25/06/2014

Tutti vedono tutti.

Ci vorrebbe Paolo Conte a commentare le attuali vicende d’Europa, con i suoi accostamenti arditi, i suoi salti logici e d’immagine. Per stare alla nuda cronaca, tutti vedono tutti in questa vigilia del Consiglio europeo di giugno, quando bisognerà indicare al Parlamento europeo il candidato alla presidenza della Commissione. Giochi fatti per Jean-Claude Juncker come da pronostico? Parrebbe di si, anche se Cameron e qualche altro irriducibile reiterano le riserve su un candidato talmente “outdated”, per dirla all’inglese, da credere ancora nell’europeismo, quella strana bestia politica che la politica “updated” del Regno Unito continua a aborrire come il male peggiore d’Europa. Il male peggiore è altro. Sta nel dichiararsi europeisti e nell’ignorare le esigenze fondamentali dei cittadini europei, quegli stessi il cui consenso s’invoca soltanto alla scadenza elettorale.

Le esigenze fondamentali si racchiudono nelle formule dello sviluppo per l’occupazione e nella protezione dai pericoli esterni. Lo sviluppo per l’occupazione sarebbe ora possibile grazie all’allentamento della politica monetaria da parte della BCE. La difesa dai pericoli esterni è possibile rafforzando i meccanismi di protezione alle frontiere e nella generalizzata opera di analisi e contenimento dei fenomeni internazionali. Le immigrazioni di massa, sia nella forma di permanenze oltre i limiti consentiti dai visti sia nelle forme degli sbarchi, sono percepite come minacciose. La paura come sentimento di base non ha connotazione politica, è trasversale. Combatterla con i mezzi idonei, con il sapiente dosaggio di cooperazione e contenimento, significa rispondere a quel sentimento di base.

Nel programma appena abbozzato della prossima Commissione, ora nelle mani del Presidente del Consiglio europeo, i due elementi – occupazione e sicurezza – dovrebbero essere presenti. Si dice per impulso della prossima presidenza italiana, che sul binomio vuole fondare il proprio semestre. Se tali sono le intenzioni, ben venga un programma della Commissione che vada oltre il semestre italiano a coprire il quinquennio a venire. L’opinione pubblica si appassiona molto alle formazioni. Nella stagione dei campionati mondiali tutti s’improvvisano selezionatori della nazionale; nella stagione del nuovo apparato istituzionale tutti si ritengono membri del Consiglio europeo. Titolari, questi ultimi, della facoltà d’indicare non solo il programma ma anche le persone che saranno chiamate ad attuarlo. Il mantra “donna è meglio” è rilanciato da Roma come passepartout in caso di stallo. Quale donna e in quale posto? Una donna, la socialdemocratica a capo del Governo danese, dovrebbe presiedere il Consiglio europeo. Di nuovo una donna alla testa degli affari esteri?

L’eredità di Catherine Ashton è difficile da portare. I giudizi sul suo operato sono tali che dal successore ci si aspetta molto di più: lo scatto in avanti della politica estera e di sicurezza e di difesa. Proprio sui capitoli PESC e PSDC si misurerà probabilmente la resistenza britannica a qualsiasi avanzamento che non sia il “piétiner sur terre”. Il compito del nuovo Alto Rappresentante si profila arduo. Uomo o donna, poco importa. Importa che abbia la capacità di spiccare il salto. Un concetto andrebbe chiarito nel programma: le diplomazie e le forze armate nazionali possono poco da sole, possono molto se integrate e coese. Non è più tempo per le iniziative solitarie per quanto brillanti, è tempo di sforzi comuni. Il rapporto con la Russia messo in tensione dalla crisi ucraina, l’adesione della Turchia, le relazioni con i vicini meridionali alle prese con una primavera araba trasformata in una stagione indecifrabile, la conclusione dell’accordo di partenariato cogli Stati Uniti. Basterebbero solo questi punti per comprendere la portata dell’agenda dell’Alto Rappresentante e dell’Unione nel suo insieme. Tutti si vedono con tutti, e questo è un dato positivo. Non si vedono, se non sullo sfondo, i Ministri degli Esteri e le rispettive amministrazioni. Il Trattato di Lisbona ha verticalizzato la politica europea. Essa sta nelle mani dei capi di stato o di governo e dei rispettivi staff. Che gli staff abbiano al loro interno i diplomatici di carriera, conta fino a un certo punto. Il dato generale è che la diplomazia tradizionale lascia il passo ad una diplomazia diversa. L’Italia segue il modello verticale.

 

TAG europa juncker pesc psdc consiglio europeo bce

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Di Il Cosmopolita il 25/06/2014 alle 15:35 | Non ci sono commenti

25/06/2014

Mille giorni anche alla Farnesina.

Alla vigilia del Consiglio Europeo che dovrebbe definire il nuovo assetto (persone/piattaforme ed orientamenti collegati) dell'assetto istituzionale UE, un tonitruante proclama del nostro Presidente del Consiglio sancisce che dal primo luglio il semestre italiano si ispirerà al programma di lavoro dei "mille giorni". Per cambiare l'Italia, cambiare l'Europa. Un "sinallagma" tra l'identità nazionale e quella Europea sul quale non possiamo non consentire: tanto più allorché in felice (prevista?) coincidenza ben due messaggi positivi arrivano da Berlino: il primo riguarda la "stabilità" che - ovviamente - non si "tocca" ma deve essere temperata con la considerazione dell'andamento del ciclo. Come dire si continua con l'austerità ma - alla buon'ora - si guarda anche al contesto recessivo o scarsamente espansivo. Il che si traduce nel secondo messaggio che consiste nella possibile maggior tolleranza per spese che "sforino", ma abbiano carattere quanto meno infrastrutturale.

 

Si apre dunque un cielo più sereno ed un rapporto più disteso con un'Europa meno arcigna e - forse - avviata ad una qualche ripresa collettiva e con minori antagonismi nazionali o Nord/Sud del Continente. Non bastassero queste buone notizie (senza ironia…) già in questa settimana potrebbe concretizzarsi la "partita" delle nomine. E qui l'Italia renziana potrebbe incassare la cedola ottenuta con il successo elettorale europeo del PD: la candidatura dell'attuale Ministro Mogherini flottta infatti con ragionevole consenso. Il grado di diligenza, accortezza e competenza supera comunque gli standard richiesti (per non parlare del "look" rispetto all'alto Rappresentante uscente…). Tuttavia queste considerazioni, non tutte politicamente "corrette", ci portano a riflettere sul fatto che la permanenza della Mogherini al vertice della Farnesina non ha mancato di evidenziare ancora una volta la grave crisi strutturale (al di là cioè del Ministro diligente e/o di quello più o meno inadeguato o financo avventurista ed inattendibile…) in cui si trova (è stata deliberatamente condotta?) l'Amministrazione degli Esteri.

 

Anche e soprattutto in una fase in cui la Presidenza del Consiglio - anzi il Premier stesso - "fagocita" quasi per necessità politica una buona metà (se non di più…) delle competenze degli Esteri, l'avvenuta riduzione della Farnesina a "struttura leggera" a vocazione di servizio e mediatica appare del tutto incongrua a gestire - a livello analitico ed operativo - interconnessioni e proiezioni ben più complesse di quell'ambizioso: "oggi in Italia, oggi in Europa".

 

Certamente può far piacere una Farnesina che, pur tramortita da oltre un ventennio di crisi e di conduzioni tanto autocratiche quanto vuote, assurge a "scuola-quadri" (Mogherini, ma anche Dassù o Gozi…) per un personale politico meno provinciale, inadeguato ed auto-referente, ma purtuttavia ridurre relazioni, integrazioni, contenziosi all'"imbuto" della prima pagina europea non soltanto non "funziona", ma aprirà inevitabilmente nuove falle ed "incidenti" tali da ripercuotersi sui dossier più importanti. L'Amministrazione deve essere curata e risanata: non con il "digiuno" (tipo il ridicolo imperativo "fare di più con meno"….), bensì con un'opera di risanamento e razionalizzazione, di rassicurazione e valorizzazione di tutte le professionalità… Senza nascondersi i guasti pluridecennali accumulati con una gestione incolta, reazionaria ed ispirata non certo alla meritocrazia e alla competenza bensì al più becero clientelismo familista. Uno stato di abbandono a cui il nuovo Ministro (se vi sarà…) dovrà porre rimedio con iniziative sopra l'asticella della "diligenza".

 

Almeno questo dovrebbe essere il compito a casa per la Farnesina… nei mille giorni….

 

TAG europa berlino ue consiglio europeo

ARCHIVIATO IN Farnesina

Di Il Cosmopolita il 25/06/2014 alle 15:32 | Non ci sono commenti

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