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Tag: elezioni europee-2014

05/06/2014

Il difficile parto d’Europa

Ci pensa David Cameron a riportarci coi piedi per terra. A urne chiuse, l’ondata euroscettica sembrava meno temibile di quanto si pensasse, almeno in Italia dove il dominio del Partito Democratico ha esorcizzato la rimonta di M5S e Forza Italia e Lega. Vi è un euroscetticismo di fondo che affiora sempre e comunque e che si maschera con le sembianze della modernità. Quando il Regno Unito ebbe l’ultima presidenza di turno del Consiglio UE, il Primo Ministro britannico tenne il discorso d’insediamento davanti al Parlamento europeo all’insegna della modernità: lavoro, ricerca, innovazione, giovani.

Tutto “cool”, incarnando Tony Blair la Cool Britannia dell’epoca. I parlamentari, anche gli scettici nei confronti degli euroscettici, sembravano conquistati dal nuovo verbo. Infiliamoci nel mainstream della modernità, basta col funzionalismo alla Jean Monnet, via all’Unione dei progetti, bando a quella delle istituzioni. La priorità all’Unione del fare rispetto a quella del perpetuo negoziare. La fascinazione durò il tempo di assistere alla Seconda Guerra del Golfo a trazione americana e britannica.

Ora che sappiamo come andarono le cose, siamo meno inclini a lasciarci affascinare, tanto più che Cameron, da conservatore, non ricorre più al linguaggio “cool” ma a quello dell’apparente concretezza. Il voto europeo ha dato la maggioranza allo schieramento che aveva Jean-Claude Juncker a campione. La regola basica della democrazia parlamentare, recepita nel Trattato UE con qualche sfumatura di troppo, è che il Consiglio europeo tenga conto delle indicazioni del voto nel proporre al Parlamento il candidato alla presidenza della Commissione.

Un passaggio importante nella storia del Parlamento europeo perché ha consentito di dare smalto alla campagna elettorale personalizzandola nella contrapposizione fra candidati e programmi. Il voto premia di misura lo schieramento che fa riferimento a Juncker. Cameron lo contesta in radice. Se passasse Juncker, uomo degli anni ottanta inidoneo a governare l’Unione della modernità, il Governo di Sua Maestà darebbe il via al referendum “in or out” e potrebbe uscire dalla comune. Juncker non è il candidato giusto per il Regno Unito e per alcuni stati membri, né lo è Martin Schulz, socialdemocratico e tedesco per giunta, né Guy Verhofstadt, che osa addirittura proclamarsi federalista. Altro deve essere il candidato: qualcuno o qualcuna poco incline alla deriva federalista, una persona del fare e non del proclamare.

Il Parlamento nomina il Presidente della Commissione a maggioranza. Juncker potrebbe ottenerla con un’alleanza fra popolari, socialisti, liberali. Sempre che egli sia indicato dal Consiglio europeo. La cui decisione non è affatto scontata, anche ora che la Cancelliera si pronuncia a favore di Juncker. La nebbia aleggia sul Palazzo Justus Lispius. Van Rompuy è chiamato a dissiparla con sondaggi presso i gruppi politici. La confusione non aiuta la ripresa di consenso verso le istituzioni europee. Essa incoraggia l’euroscetticismo. L’Unione dei popoli, che sono chiamati ad esprimersi col voto, diventa l’Unione delle trattative appena s’imbocca la Rue de la Loi.

Dovesse spuntare un nome diverso da quello di uno dei campioni maggiormente votati, l’impressione sarebbe che si sta travisando il risultato elettorale. La scelta di una personalità poco nota ai più, per quanto rispettabile, confermerebbe che siamo alle solite. Alla fine a Bruxelles come a Strasburgo non conta tanto la volontà popolare quanto l’abilità negoziale. L’inossidabile potere di veto che si esercita anche nei casi in cui il Trattato non lo riconosce. Uno stato membro o una minoranza di stati membri hanno facoltà di bloccare il processo decisionale finché non si trovi una soluzione a loro congeniale.

Nel 1966 il compromesso di Lussemburgo interruppe la politica della sedia vuota voluta dalla Francia gollista. Il compromesso consentiva di continuare a negoziare anche nei casi in cui si poteva decidere a maggioranza, nel caso che uno stato membro invocasse la tutela di un interesse vitale. Il compromesso di Lussemburgo non c’è più, potrebbe rivivere sotto altra specie. Ripristinarlo di fatto dipende dalla valutazione che gli stati membri e le istituzioni daranno della pretesa britannica. Una valutazione relativamente semplice sotto il profilo giuridico, assai complicata sotto il profilo politico.

TAG elezioni europee 2014

ARCHIVIATO IN Editoriali

Di Il Cosmopolita il 05/06/2014 alle 17:03 | Non ci sono commenti

05/06/2014

Il nodo della crisi istituzionale europea

Le elezioni per il rinnovo del Parlamento Europeo e il successo di forze politiche euroscettiche in tale competizione (sia pure in proporzioni minori del temuto) hanno riportato il tema istituzionale al centro del dibattito sul futuro dell’Unione. Nell’ultimo quinquennio, le questioni istituzionali erano state trattate in modo marginale e discontinuo quasi sempre come un sottoprodotto del magniloquente e confuso dibattito sulla crisi finanziaria e sul salvataggio dell’ EURO. Strettamente interconnesse, le tematiche economico-monetarie e quelle istituzionali continuano ad essere sovente evocate in termini superficiali e contraddittori sulla base di grossolane semplificazioni e di superati stereotipi. Da un lato, non è raro ascoltare responsabili politici ed autorevoli commentatori che sottolineano la necessità di una sempre maggiore condivisione di sovranità (segnatamente tra i Paesi dell’Eurozona) al fine di assicurare il funzionamento del complesso apparato di regole adottate per stabilizzare la Moneta Unica; d’altro canto, si levano voci che enfatizzano l’esigenza di un più incisivo ruolo degli Stati nazionali (e delle istituzioni parlamentari e giurisdizionali in essi operanti) per evitare una centralizzazione tecnocratica ed una “deriva” democratica.

La questione non è nuova ed il convulso dibattito sull’Unione Economica e Monetaria ne ha solo acuito e distorto i termini. Per cercare di fissare alcuni punti fermi, occorre tornare alla generosa e sfortunata stagione “costituente” che abbraccia il periodo intercorrente tra la firma del Trattato di Nizza (febbraio 2001) e le consultazioni referendarie in Francia e nei Paesi Bassi (primavera 2004) che decretarono la fine del disegno costituzionale. Durante tale periodo (caratterizzato da profonde divisioni interne all’Unione Europea sulla posizione da adottare rispetto al brutale unilateralismo dell’Amministrazione americana dell’epoca) venne condotto il tentativo di superare l’antico metodo funzionalista dotando l’Unione ampliata (da 15 a 27 Stati membri) di una più solida base giuridica e valoriale. Le ragioni di quel decisivo fallimento sono state ampiamente dibattute e non è quindi il caso di tornarvi. E’ invece, rilevante cogliere l’avvio, durante il periodo della Convenzione, di un dibattito dalle durature conseguenze sulle fonti di legittimità della costruzione europea. La teoria della doppia legittimità individuava i fondamenti dell’Unione negli Stati e nei cittadini. Tradotto in termini di equilibrio interistituzionale (o di “triangolo istituzionale” come soleva dirsi all’epoca), il teorema della duplice legittimità conduceva ad esaltare il ruolo del Consiglio Europeo (espressione suprema della concertazione negoziale fra Stati membri) e del Parlamento Europeo (diretta emanazione dei cittadini/elettori) relegando in una posizione meno profilata la Commissione Europea (istituzione-cardine del funzionalismo monnetiano, giunta all’apice della sua autorevolezza durante la Presidenza Delors). Caduto il disegno costituzionale e ripristinato il carattere pattizio come base della integrazione europea attraverso il rabberciato Trattato di Lisbona, il dilemma della legittimità è rimasto parzialmente irrisolto dando luogo a discussioni collaterali astruse e controverse (si pensi alle complessità del calcolo della maggioranza qualificata in Consiglio ed alla graduale introduzione di un principio di doppia maggioranza volto a tenere conto del numero degli Stati e delle rispettive popolazioni).

Il principale retaggio della fase costituzionale è stato quello di creare la figura di un Presidente stabile del Consiglio Europeo, garante della continuità dell’indirizzo politico-strategico dell’Unione sia verso l’interno che verso l’esterno (in questo secondo ambito in “coabitazione” con un ibrido “Alto Rappresentante”, per metà consiliare in quanto Presidente del Consiglio Affari Esteri e per metà sovrannazionale in quanto Vice-Presidente della Commissione). In assenza di un disegno strategico coerente e di una volontà politica di approfondimento del processo di integrazione europea, l’esistenza di un vertice esecutivo “bicefalo” (Presidente del Consiglio Europeo e Presidente della Commissione) non ha tardato a mostrare le sue notevoli controindicazioni. L’intera legislatura 2009-2014 è stata caratterizzata da una ridefinizione dei ruoli rispettivi delle varie Istituzioni (Consiglio Europeo e suo Presidente stabile; Consiglio e sua Presidenza rotativa semestrale; Commissione e sua Presidenza) e dalla ricerca di nuovi punti di equilibrio. La crisi finanziaria e monetaria, entrata nella sua fase acuta a partire dalla primavera 2010, ha determinato una ridefinizione della gerarchia di potere fra gli Stati membri ma anche fra le diverse istituzioni europee (alcune delle quali come la BCE hanno assunto un rilievo centrale). A complicare ulteriormente il panorama, è sopravvenuta la crescente divergenza fra le necessità istituzionali della “zona Euro” e quelle dell’Unione. Ne è conseguita una ricorrente torsione dei classici meccanismi comunitari attraverso una ambigua commistione di strumenti tipici (Regolamenti, Direttive) e di accordi intergovernativi a sensi del diritto internazionale classico. Perfino un elemento fondamentale della ventura Unione Bancaria (il Fondo Unico di Risoluzione) risulta disciplinato da una intesa fra Stati, al di fuori del quadro giuridico dei Trattati europei.

A pagare il prezzo più alto in un contesto di prolungata confusione istituzionale è stata la Commissione. Il decennio della Presidenza Barroso (un candidato di compromesso emerso nell’epoca della crisi irachena in opposizione a figure di maggiore prestigio e di radicate convinzioni europeiste) è stato caratterizzato da abili tatticismi e da una sostanziale assenza di qualsiasi visione strategica ed idealistica. Stretta tra la maggiore assertività del Parlamento Europeo e l’ipertrofia di un Consiglio Europeo a Presidenza stabile che si è riunito, in alcune fasi, a cadenza quasi mensile, la Commissione Europea ha visto ridursi sia la sua visibilità politica, sia la sua credibilità tecnocratica. Sotto il primo profilo, il Collegio dei Commissari si è limitato ad attuare mandati conferitigli dal Consiglio Europeo senza svolgere una reale attività di impulso; sotto il secondo aspetto, l’Istituzione suppostamente guardiana dei Trattati e garante della pari dignità degli Stati membri, si è sovente trasformata nel “braccio esecutivo” dei Paesi più robusti e nella arcigna custode di una ortodossia rigorista di cui si cominciano a misurare compiutamente i devastanti effetti politici, economici e sociali.

TAG elezioni europee 2014

ARCHIVIATO IN Unione Europea

Di Il Cosmopolita il 05/06/2014 alle 17:02 | Non ci sono commenti

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