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Tag: europa

14/07/2016

Terra incognita

Il Post Brexit avrà tempi e “decorso” non facile, non univoco e comunque di durata imprecisata e imprevedibile. La scelta dei Conservatori inglesi, per una nuova possibile “Lady di ferro”, con Theresa May non va al di là di un incongruo ottimismo di facciata. Mai come questa volta il concetto di “Terra incognita” ha un senso ben preciso: è, infatti, qui che stiamo. E non solo come europei.

Per l’Italia si apre evidentemente una fase nuova. E non soltanto per il mantra comunitario, bensì per l’intera politica internazionale. Paletti e parametri sono già saltati. E siamo solo all’inizio…

Aspettarsi un miracolo o una veloce disibernazione è evidentemente fuori posto. “Saltare” sull’ALLETTANTE FANTASIA DEL TRIUMVIRATO FRANCO-TEDESCO-ITALIANO è stato un riflesso condizionato. Il difficile viene adesso. Il Governo Renzi è subito partito a gran velocità sul binario sbagliato e più illusionistico: il meeting di Milano col suo pupillo il neo-Sindaco Sala è prova di questo congenito dilettantismo: poiché Londra non sarà più la porta finanzia d’Europa perché non mettere il sedere italiano al posto? Detto fatto, meglio detto e proclamato: si torna – qualche centinaio di anni dopo – a “Lombard Street”… Peccato che non siamo più agli albori del Rinascimento. Quando il Monte dei Paschi di Siena era una delle prime banche al mondo…. Ed ora una delle ultime.

Chiusa questa parentesi di puro folklore, passiamo al nocciolo, ai punti dolenti di una configurazione che è ormai definitivamente saltata e le cui chiavi risolutive non sono certo in mani italiane. Neppure ora che il “lavorare di rimessa” pare l’unica soluzione viabile. Alla crisi della Gran Bretagna (che non si sa dove finirà…) si aggiunge quella dell’accomandatario del seggio inglese a Bruxelles, gli Stati Uniti: qui le uova del serpente Trump si sono schiuse nell’esplosione di una guerra civile che potrebbe non limitarsi all’orizzonte razziale.

L’equilibrio in Europa – per insoddisfacente che sia – è dunque saltato. E così le prospettive regionali. Tanto più in una fase elettorale tedesca che certamente non scongelerà l’immobilismo di Berlino. Il punto di fondo rimane però altro (già messo indirettamente in luce dal voto inglese) ovvero l’inconsistenza della cornice “nazionale”. In breve il brutale e stolido riproporsi di vincolo geopolitico di pura facciata: quello degli Stati Nazionali . Tutti morti, anche se – grazie al sostegno della loro armatura continuano a galoppare. Verso il nulla…. Come trionfalmente fa ipercinetico Matteo Renzi.

 

Insommma “fata pendent” e, forse, meglio che niente è un aperitivo a Milano invece che nella City. Ormai per sempre “off lmits”.

 

 

TAG may brexit ue europa unione europea

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Di Il Cosmopolita il 14/07/2016 alle 10:28 | Non ci sono commenti

15/11/2015

Helmut Schmidt e la socialdemocrazia europea

La scomparsa di Helmut Schmidt stimola riflessioni sul ruolo suo e della socialdemocrazia tedesca nella costruzione d’Europa. Lo spunto di base è il suo europeismo poco romantico e assai pragmatico, secondo una cifra che gli era abituale e lo rendeva meno attraente, specie agli occhi della sinistra – sinistra, del predecessore Willi Brandt. E non solo perché Brandt aveva avuto il Nobel per la pace per essersi inginocchiato nel Ghetto di Varsavia.

Schmidt aveva il torto, per buona parte della sinistra italiana, di aver istallato sistemi d’arma di fattura americana (gli euromissili) per contrastare i missili che l’Unione Sovietica teneva puntati contro l’Europa avendo come primo bersaglio la Germania Ovest. Schmidt non si allineava al generico pacifismo della sinistra italiana ed europea preferendo reagire in maniera forte alla prova di muscoli di Mosca. Anni dopo Schmidt esternò il sospetto che l’URSS in realtà voleva dividere la sicurezza europea dall’americana per rendere di fatto l’Europa imbelle e, appunto, genericamente pacifista.

Con Valéry Giscard d’Estaing, Presidente di Francia, e Roy Jenkins, Presidente della Commissione, lanciò il Sistema Monetario Europeo, il meccanismo di cambi fissi fra le valute europee che, a termine, avrebbe dovuto portare alla moneta unica. L’Ecu (european currency unit) ne era la derivazione, ma si trattava di una valuta virtuale e non cartacea che definiva il bilancio comunitario e andava convertita nelle valute nazionali. L’Euro sarà creatura di una stagione successiva. Stagione che Schmidt rivendicò in parte a merito suo e degli altri promotori dello SME.

Anche nel caso del serpente monetario, come pure lo SME si chiamava per la sua forma tortuosa, la posizione della sinistra italiana fu ondivaga. Una certa corrente di pensiero lo avversava. I cambi fissi diminuivano il margine di flessibilità della Banca d’Italia e la possibilità di operare al ribasso per favorire le esportazioni. Poco importava che i cambi fluttuanti avevano come conseguenza un alto tasso d’inflazione. La decisione di Roma di entrare nello SME, sia pure collocando la lira nella fascia larga di fluttuazione, fu sofferta e contrastata. Fu un altro caso (come nel 1951 e nel 1957) in cui la diplomazia italiana si adoprò a sposare la causa europea con una motivazione che apparve subito ineccepibile: stare fuori dallo SME significa rinunziare al plotone di testa e confinarsi nelle retrovie, una posizione inadatta ad uno stato membro fondatore. Non diverso fu l’atteggiamento della diplomazia quando si trattò di entrare nella prima ondata dell’Euro.

Schmidt dunque ci mette di fronte alla nostra coscienza, ci spinge a guardarci allo specchio. La socialdemocrazia tedesca dopo Bad Godesberg fu indicata a sinistra come lontana dai “veri” valori del socialismo. Anzi, maggiore era il suo pragmatismo in economia e in politica estera e maggiore era il  richiamo di altri ai “veri” valori. La terza via che qualcuno invocava, il porsi a metà strada fra capitalismo e comunismo, sembrava, e probabilmente era, la nowhere island di Peter Pan. 

TAG helmut schmidt ue solcialdemocrazia europa

ARCHIVIATO IN Europa

Di Il Cosmopolita il 15/11/2015 alle 21:47 | Non ci sono commenti

01/07/2014

L’Europa iconoclasta.

Abbattiamo le statue della vecchia Europa. La nuova Europa, quella del cambio di verso, non appartiene più a Oli Rehn ed i suoi sodali. Rigore flessibile, l’ossimoro inventato dalla portavoce di Merkel, è la parola d’ordine del nuovo corso. Una rivoluzione pacifica affidata a Juncker, che del rigore flessibile saprà essere l’interprete. Tutto è bene quel che comincia bene. L’opera di rinnovamento sta alla prima importante battuta, ora si tratta di completarla con le altre nomine in Commissione e al Consiglio europeo. Tutti infine andranno al vaglio del Parlamento europeo.

Una certa opinione italiana vuole il Parlamento come vero vincitore di questo primo girone. Il Partito maggioritario alle elezioni aveva come campione Juncker e Juncker è il candidato che il Consiglio europeo indica al Parlamento perché lo approvi Presidente della Commissione. Schulz, il secondo in numero di voti, credibilmente avrebbe dovuto fare da vicario di Juncker e invece s’acconcia a tornare dov’è stato fino a mesi fa: sullo scranno più alto dello stesso Parlamento. Il tutto in virtù di un accordo fra stati membri in seno al Consiglio europeo, accordo che in Parlamento potrà contare sulla coalizione di popolari (Juncker), socialisti e democratici (Schulz), liberali. Ebbene i liberali. Il loro campione Verhofstadt, terzo dei votati, esce apparentemente a mani vuote dall’operazione, a meno che il Belgio non lo indichi membro della Commissione o che il Parlamento lo elegga a qualche incarico di rilievo.

Vi è di singolare in questo esercizio – lo nota il Movimento Europeo – è che il Consiglio europeo non solo indica il candidato di competenza (il Presidente della Commissione) ma anche il candidato di “non competenza” (il Presidente del Parlamento europeo). Il Parlamento si troverà cioè di fronte ad un pacchetto di nomine confezionato altrove e non scaturito dal suo interno. Che poi lo avalli col voto delle sue tre grandi formazioni, è assai probabile. Ma la singolarità resta. Si fa in modo che la principale novità delle elezioni 2014, la scelta del Presidente della Commissione da parte dell’elettorato, sia inserita dal Consiglio europeo in un pacchetto. Il Consiglio europeo resta dominus della procedura e tenta di tracimare da Bruxelles a Strasburgo. Il cambio di verso ci sta, ma è un cambio manuale come nelle automobili d’una volta, su cui dovevi intervenire con la frizione altrimenti grattavi. Il programma viene prima dei nomi, ché anzi i secondi si adattano al primo. Bella enunciazione che viene di peso dal vocabolario italiano d’una volta, quando la DC doveva mediare al suo interno e fra gli alleati chi avrebbe fatto che cosa. La sottile “democristianizzazione” d’Europa può essere un buon cambio di verso. Alla vecchia DC e al popolarismo in generale va riconosciuto il merito storico di avere costruito l’Europa. Nell’album delle figurine, i padri fondatori portavano tutti la maglia popolare e liberale. La sinistra scoprì l’Europa solo più tardi e dopo anni di riserve. Lo riconosce il nostro Presidente della Repubblica che di quell’epoca fu testimone e attore. La via d’Europa può anche produrre vittime. Ieri era la sinistra socialcomunista, oggi è la destra di Cameron e Orban. Prima del Trattato di Lisbona, quando la nomina del Presidente della Commissione avveniva per consenso in seno al Consiglio europeo, la minaccia britannica di dissenso era presa molto sul serio. Quanti candidati caddero prima ancora di correre perché Londra li tacciava di “europeismo”, un morbo che da quelle parti è temibile quanto le epizoozie. Col sistema ex Lisbona il Consiglio europeo può deliberare a maggioranza e il veto britannico resta una manifestazione di risaputo dissenso. Dal dissenso verrà la corsa al referendum “in or out”? Difficile dirlo. Molto dipende da come andranno le elezioni politiche e la questione del distacco scozzese. Su questo punto il cambio di verso in Europa è netto.

TAG europa juncker strasburgo consiglio europeo bruxelles

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Di Il Cosmopolita il 01/07/2014 alle 08:57 | Non ci sono commenti

25/06/2014

Tutti vedono tutti.

Ci vorrebbe Paolo Conte a commentare le attuali vicende d’Europa, con i suoi accostamenti arditi, i suoi salti logici e d’immagine. Per stare alla nuda cronaca, tutti vedono tutti in questa vigilia del Consiglio europeo di giugno, quando bisognerà indicare al Parlamento europeo il candidato alla presidenza della Commissione. Giochi fatti per Jean-Claude Juncker come da pronostico? Parrebbe di si, anche se Cameron e qualche altro irriducibile reiterano le riserve su un candidato talmente “outdated”, per dirla all’inglese, da credere ancora nell’europeismo, quella strana bestia politica che la politica “updated” del Regno Unito continua a aborrire come il male peggiore d’Europa. Il male peggiore è altro. Sta nel dichiararsi europeisti e nell’ignorare le esigenze fondamentali dei cittadini europei, quegli stessi il cui consenso s’invoca soltanto alla scadenza elettorale.

Le esigenze fondamentali si racchiudono nelle formule dello sviluppo per l’occupazione e nella protezione dai pericoli esterni. Lo sviluppo per l’occupazione sarebbe ora possibile grazie all’allentamento della politica monetaria da parte della BCE. La difesa dai pericoli esterni è possibile rafforzando i meccanismi di protezione alle frontiere e nella generalizzata opera di analisi e contenimento dei fenomeni internazionali. Le immigrazioni di massa, sia nella forma di permanenze oltre i limiti consentiti dai visti sia nelle forme degli sbarchi, sono percepite come minacciose. La paura come sentimento di base non ha connotazione politica, è trasversale. Combatterla con i mezzi idonei, con il sapiente dosaggio di cooperazione e contenimento, significa rispondere a quel sentimento di base.

Nel programma appena abbozzato della prossima Commissione, ora nelle mani del Presidente del Consiglio europeo, i due elementi – occupazione e sicurezza – dovrebbero essere presenti. Si dice per impulso della prossima presidenza italiana, che sul binomio vuole fondare il proprio semestre. Se tali sono le intenzioni, ben venga un programma della Commissione che vada oltre il semestre italiano a coprire il quinquennio a venire. L’opinione pubblica si appassiona molto alle formazioni. Nella stagione dei campionati mondiali tutti s’improvvisano selezionatori della nazionale; nella stagione del nuovo apparato istituzionale tutti si ritengono membri del Consiglio europeo. Titolari, questi ultimi, della facoltà d’indicare non solo il programma ma anche le persone che saranno chiamate ad attuarlo. Il mantra “donna è meglio” è rilanciato da Roma come passepartout in caso di stallo. Quale donna e in quale posto? Una donna, la socialdemocratica a capo del Governo danese, dovrebbe presiedere il Consiglio europeo. Di nuovo una donna alla testa degli affari esteri?

L’eredità di Catherine Ashton è difficile da portare. I giudizi sul suo operato sono tali che dal successore ci si aspetta molto di più: lo scatto in avanti della politica estera e di sicurezza e di difesa. Proprio sui capitoli PESC e PSDC si misurerà probabilmente la resistenza britannica a qualsiasi avanzamento che non sia il “piétiner sur terre”. Il compito del nuovo Alto Rappresentante si profila arduo. Uomo o donna, poco importa. Importa che abbia la capacità di spiccare il salto. Un concetto andrebbe chiarito nel programma: le diplomazie e le forze armate nazionali possono poco da sole, possono molto se integrate e coese. Non è più tempo per le iniziative solitarie per quanto brillanti, è tempo di sforzi comuni. Il rapporto con la Russia messo in tensione dalla crisi ucraina, l’adesione della Turchia, le relazioni con i vicini meridionali alle prese con una primavera araba trasformata in una stagione indecifrabile, la conclusione dell’accordo di partenariato cogli Stati Uniti. Basterebbero solo questi punti per comprendere la portata dell’agenda dell’Alto Rappresentante e dell’Unione nel suo insieme. Tutti si vedono con tutti, e questo è un dato positivo. Non si vedono, se non sullo sfondo, i Ministri degli Esteri e le rispettive amministrazioni. Il Trattato di Lisbona ha verticalizzato la politica europea. Essa sta nelle mani dei capi di stato o di governo e dei rispettivi staff. Che gli staff abbiano al loro interno i diplomatici di carriera, conta fino a un certo punto. Il dato generale è che la diplomazia tradizionale lascia il passo ad una diplomazia diversa. L’Italia segue il modello verticale.

 

TAG europa juncker pesc psdc consiglio europeo bce

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Di Il Cosmopolita il 25/06/2014 alle 15:35 | Non ci sono commenti

25/06/2014

Mille giorni anche alla Farnesina.

Alla vigilia del Consiglio Europeo che dovrebbe definire il nuovo assetto (persone/piattaforme ed orientamenti collegati) dell'assetto istituzionale UE, un tonitruante proclama del nostro Presidente del Consiglio sancisce che dal primo luglio il semestre italiano si ispirerà al programma di lavoro dei "mille giorni". Per cambiare l'Italia, cambiare l'Europa. Un "sinallagma" tra l'identità nazionale e quella Europea sul quale non possiamo non consentire: tanto più allorché in felice (prevista?) coincidenza ben due messaggi positivi arrivano da Berlino: il primo riguarda la "stabilità" che - ovviamente - non si "tocca" ma deve essere temperata con la considerazione dell'andamento del ciclo. Come dire si continua con l'austerità ma - alla buon'ora - si guarda anche al contesto recessivo o scarsamente espansivo. Il che si traduce nel secondo messaggio che consiste nella possibile maggior tolleranza per spese che "sforino", ma abbiano carattere quanto meno infrastrutturale.

 

Si apre dunque un cielo più sereno ed un rapporto più disteso con un'Europa meno arcigna e - forse - avviata ad una qualche ripresa collettiva e con minori antagonismi nazionali o Nord/Sud del Continente. Non bastassero queste buone notizie (senza ironia…) già in questa settimana potrebbe concretizzarsi la "partita" delle nomine. E qui l'Italia renziana potrebbe incassare la cedola ottenuta con il successo elettorale europeo del PD: la candidatura dell'attuale Ministro Mogherini flottta infatti con ragionevole consenso. Il grado di diligenza, accortezza e competenza supera comunque gli standard richiesti (per non parlare del "look" rispetto all'alto Rappresentante uscente…). Tuttavia queste considerazioni, non tutte politicamente "corrette", ci portano a riflettere sul fatto che la permanenza della Mogherini al vertice della Farnesina non ha mancato di evidenziare ancora una volta la grave crisi strutturale (al di là cioè del Ministro diligente e/o di quello più o meno inadeguato o financo avventurista ed inattendibile…) in cui si trova (è stata deliberatamente condotta?) l'Amministrazione degli Esteri.

 

Anche e soprattutto in una fase in cui la Presidenza del Consiglio - anzi il Premier stesso - "fagocita" quasi per necessità politica una buona metà (se non di più…) delle competenze degli Esteri, l'avvenuta riduzione della Farnesina a "struttura leggera" a vocazione di servizio e mediatica appare del tutto incongrua a gestire - a livello analitico ed operativo - interconnessioni e proiezioni ben più complesse di quell'ambizioso: "oggi in Italia, oggi in Europa".

 

Certamente può far piacere una Farnesina che, pur tramortita da oltre un ventennio di crisi e di conduzioni tanto autocratiche quanto vuote, assurge a "scuola-quadri" (Mogherini, ma anche Dassù o Gozi…) per un personale politico meno provinciale, inadeguato ed auto-referente, ma purtuttavia ridurre relazioni, integrazioni, contenziosi all'"imbuto" della prima pagina europea non soltanto non "funziona", ma aprirà inevitabilmente nuove falle ed "incidenti" tali da ripercuotersi sui dossier più importanti. L'Amministrazione deve essere curata e risanata: non con il "digiuno" (tipo il ridicolo imperativo "fare di più con meno"….), bensì con un'opera di risanamento e razionalizzazione, di rassicurazione e valorizzazione di tutte le professionalità… Senza nascondersi i guasti pluridecennali accumulati con una gestione incolta, reazionaria ed ispirata non certo alla meritocrazia e alla competenza bensì al più becero clientelismo familista. Uno stato di abbandono a cui il nuovo Ministro (se vi sarà…) dovrà porre rimedio con iniziative sopra l'asticella della "diligenza".

 

Almeno questo dovrebbe essere il compito a casa per la Farnesina… nei mille giorni….

 

TAG europa berlino ue consiglio europeo

ARCHIVIATO IN Farnesina

Di Il Cosmopolita il 25/06/2014 alle 15:32 | Non ci sono commenti

05/06/2014

Gli scenari per la prossima legislatura europea

Le scadenze istituzionali del 2014 offrono una potenziale opportunità per sciogliere alcuni dei nodi emersi nella legislatura apertasi nel 2009. Su impulso del Parlamento Europeo, si è progressivamente affermata l’idea di conferire effettivo contenuto politico alla scadenza elettorale del 25 maggio p.v. attraverso la creazione di un legame istituzionale tra il risultato di tali elezioni e la nomina del futuro Presidente della Commissione. Dopo un sofferto dibattito interno, le principali famiglie politiche europee (popolari, socialisti, liberali, ecologisti, sinistra radicale) hanno convenuto di indicare un proprio “capolista” quale candidato alla Presidenza della Commissione. Tra le considerazioni che hanno spinto verso tale evoluzione, vi è stato certamente il timore di una scarsa affluenza alle urne e di una conseguente massiccia affermazione di forze euroscettiche alle consultazioni dello scorso maggio. L’affluenza è rimasta ai livelli molto bassi del 2009 e l’affermazione delle forze euroscettiche ha comunque assunto in alcuni importanti Stati membri (Francia, Regno Unito) proporzioni allarmanti.

Senza la “parlamentarizzazione” della procedura di nomina del Presidente della Commissione gli esiti sarebbero stati verosimilmente ancora peggiori. Ma non è affatto scontato che la rottura rispetto agli equilibri attuali consistente nella nomina a Presidente della Commissione del capolista della famiglia politica che ha ottenuto la maggioranza relativa (ovvero Juncker) possa effettivamente realizzarsi. Tale soluzione è infatti apertamente osteggiata da vari Governi e scarsamente caldeggiata da molti altri. Anche tra osservatori, commentatori e addetti ai lavori prevale un moderato scetticismo. Le argomentazioni contrarie si fondano su elementi di natura giuridica e/o di opportunità politica. E’ indubbio che la formula del Trattato di Lisbona secondo cui occorre tener conto dei risultati elettorali ai fini della designazione di un candidato alla Presidenza della Commissione è molto cauta e lascia sussistere la preminenza del Consiglio Europeo nella valutazione della personalità da selezionare. A tale rilievo, si può replicare che il Parlamento Europeo può comunque respingere la proposta dei Capi di Stato o di Governo e che quindi la previa indicazione di candidati espressi da forze politiche europee rappresenta una forzatura ma non uno stravolgimento delle disposizioni del Trattato. Tale forzatura risulterebbe giustificabile in nome della maggiore trasparenza rispetto ai cittadini/elettori la cui scelta influenzerebbe direttamente il processo di designazione del Presidente della Commissione. La vera ragione di opposizione di molti Governi alla creazione di un nesso diretto tra risultato elettorale e nomina del Presidente della Commissione è di natura politico-diplomatica e non giuridica. Ancorare la scelta del Presidente della Commissione (e subordinatamente degli altri membri della Commissione, incluso il Vice Presidente /Alto Rappresentante PESC) al risultato elettorale, impedirebbe al Consiglio Europeo di operare in una logica di diplomazia intergovernativa calibrando gli equilibri di genere, di provenienza geografica, di affiliazione politica, di relazione fra le dimensione dei vari Stati membri in un’ ottica di pacchetto globale per la spartizione di tutti gli incarichi apicali disponibili nell’Unione (Presidente del Consiglio Europeo, Presidente della Commissione, Alto Rappresentante PESC).

Una seconda obiezione riconduce al tema della duplice legittimità: secondo alcuni osservatori, un legame troppo diretto tra risultato elettorale e Presidenza della Commissione rischierebbe di creare una conflittualità istituzionale permanente sulla base di una linea di contrapposizione tra Presidente del Consiglio Europeo/Consiglio Europeo, da un lato, Parlamento Europeo/Commissione, dall’altro. Il rilievo è pertinente e richiama l’esistenza di alcuni nodi irrisolti del dibattito costituzionale europeo quali la possibile fusione tra le figure di Presidente del Consiglio Europeo e di Presidente della Commissione nonché l’eventuale attribuzione a quest’ultimo del potere di dissoluzione del Parlamento Europeo. Quanto alla presunta perdita di imparzialità di una Commissione troppo “politicizzata”, si tratta di un argomento sintomatico del notevole scadimento concettuale dell’ attuale dibattito istituzionale europeo. In tutti i sistemi costituzionali, l’Esecutivo svolge sia funzioni di Governo, attraverso il perseguimento di un indirizzo politico sostenuto dalla maggioranza parlamentare, sia una attività amministrativa finalizzata alla corretta gestione delle attività pubbliche.

La nozione di imparzialità si applica alla sfera amministrativa non a quella della politica governativa. Una concezione del ruolo della Commissione fondata unicamente sulla legittimità tecnocratica poteva giustificarsi agli albori della costruzione europea (tale era in effetti il ruolo dell’Alta Autorità della CECA negli Anni Cinquanta) ma appare anacronistica nell’attuale stadio della integrazione europea. Una critica più radicale ma di impostazione parzialmente diversa proviene da alcuni Stati membri (in primo luogo il Regno Unito) che contestano non solo l’attribuzione alla Commissione di un ruolo politicamente più propositivo ma soprattutto la legittimità del Parlamento europeo a concorrere all’elezione di un Esecutivo. Secondo tale approccio, solo i Parlamenti nazionali sono detentori di un’autentica legittimazione democratica e quindi i Governi da essi espressi hanno titolo ad adottare le decisioni fondamentali per l’Unione (spinto al suo estremo questo ragionamento induce a vagheggiare un ritorno al Parlamento Europeo nella sua versione “pre-1979”, composto da parlamentari nazionali invece che eletto a suffragio universale diretto). Un’ultima obiezione al collegamento diretto tra elezioni parlamentari e nomina del Presidente della Commissione ripropone il ricorrente dilemma circa la praticabilità di introdurre a livello dell’Unione prassi ”costituzionali” in assenza di un “demos” europeo. La persistenza di culture politiche nazionali non potrebbe essere superata attraverso accordi tra i vertici dei partiti europei..

Vi è ora da chiedersi quali potrebbero essere gli esordi della legislatura parlamentare 2014-2019 (coincidente con l’avvio del semestre di Presidenza italiana del Consiglio dell’Unione Europea). Come spesso avviene nei recenti dibattiti sull’Europa, si discute più di pericoli ipotetici che di quelli reali. Una corrente pessimista prefigura un rischio di contrapposizione tra Parlamento Europeo e Consiglio Europeo per la nomina della Commissione in seguito a veti incrociati sui nomi di Juncker, di Schultz o di altri candidati non legittimati dal voto del 25 maggio. Ne conseguirebbe l’ esigenza di prorogatio fino ad inizio 2015 dell’Esecutivo Barroso ed una sostanziale paralisi del funzionamento dell’Unione. Non è questo lo scenario più realistico. La soluzione che potrebbe delinearsi nella prossima estate è quella di una “Grande Coalizione” su scala europea con un’accurata (quantunque non agevole) ripartizione di incarichi apicali tra socialisti, popolari (e forse liberali). Un esito siffatto – verosimilmente realizzato sotto la ferrea ma discreta regia della Cancelliera tedesca - riproporrebbe, a livello dell’Unione Europea, i rischi di immobilismo e di stanca perpetuazione dello status quo già rilevati in alcuni Stati membri che hanno vissuto l’esperienza di Governi “allargati”, proprio nel momento un cui urgono invece iniziative capaci di contrastare il fenomeno del distacco tra pubbliche opinioni ed istituzioni europee sulla base di piattaforme programmatiche chiare ed incisive.

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ARCHIVIATO IN Unione Europea

Di Il Cosmopolita il 05/06/2014 alle 17:01 | Non ci sono commenti

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