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Tag: farnesina

12/10/2016

Italia: Eclissi della politica estera. Eutanasia della Farnesina.

Il “tourbillon” referendario scatenato dal premier Renzi (e già sottovalutato da una classe politica quantomeno disattenta nei trascorsi passaggi cruciali…) ha esplicitamente messo in quiescenza la politica estera nazionale. Questa, già ridotta ad un paio di dossier onnivori ed ormai più di politica “domestica” che di profilo internazionale e cioè l’Europa, le migrazioni e le guerre “dietro l’angolo”, è definitivamente scomparsa dal radar mediatico e dell’attenzione politica.

La Farnesina era già pronta a questa caduta verticale che chiude un ventennio di crisi profonda. Una crisi non solo di contenuti ma di “senso” (expertise, tradizione, conoscenze consolidate, capacità di intervento e – perché no – qualificazione dei quadri e delle strutture): i responsabili di questo accelerato declino sono a tutti noti e da anni li andiamo evidenziando… al punto che tra “tecnici” e “politici” non ci pare neppure necessario farne ancora una volta i nomi e ripeterne le responsabilità. Ciò era peraltro chiaro anche a livello della decisione politica… Fino al punto di ventilare la nomina a Ministro degli Esteri di una volenterosa e presenzialista stagista. Solo il decoro imposto dall’allora Presidente Napolitano installava nel “periferico” palazzone fascista della Farnesina un decoroso quadro della nomenklatura politica nazionale come Paolo Gentiloni. Ma – beninteso – con un preciso mandato: restare pazientemente nell’ombra, assistere compiaciuto alle piroette di un Presidente del Consiglio emblema vivente del Principio di Peter (vedasi), fare da zelante retroguardia a difesa della “meringa” mediatica destinata a soppiantare quel tanto che restava del profilo internazionale dell’Italia.

D’altro canto questo “tampone” non doveva – nelle intenzioni del Gabinetto Renzi – andare da nessuna parte ma, al più e come si sono accorti successivamente, “coprire” emergenze che non possono risparmiare un Paese esposto e subalterno come l’Italia.  Come avevamo previsto (nessun vanto….) questo stato di cose ha ridotto la Farnesina alla sua Unità di crisi, ovvero al “punto di contatto” in caso di ”disgrazie” che avvenissero nel “vasto mondo”. Niente intelligenza di fondo, men che meno spunti di progettualità. Ed anche per quanto concerne le “disgrazie” l’expertise si riduceva a quelle non “tossiche”: bene (si fa per dire) la giovane Soresin, male malissimo il giovane Regeni. Non vorremmo essere fraintesi: il punto è che la prima è caduta ad un concerto per un attentato terroristico riconoscibile, il secondo presenta l’assai marcato rischio di essere stato selvaggiamente massacrato all’interno di responsabilità (per noi “complicazioni”….) politiche. Nel primo caso Farnesina inappuntabile. Nel secondo fuga evidente da ogni reale coinvolgimento e – dio guardi – azione appunto politica.

C’è di peggio: la Farnesina, che non ha salvato né da vivo né da morto Giulio, ha compiuto una scelta “laterale” quanto meno di cattivo gusto: e cioè ha destinato seduta stante l’ambasciatore al Cairo (ritirato per evidenziare il nostro protocollare “malumore” per il comportamento del Governo egiziano) alla Sede più prestigiosa della carriera e cioè Bruxelles UE (che in precedenza era andata ad un astro della fantasia renziana, tal Calenda). Qui il punto è duplice: promosso l’amb. Massari dal Cairo a Bruxelles per – appunto – non aver salvato Giulio né da vivo, né da morto? O c’è dell’altro? Tanto più che a pochi metri di distanza (Ambasciata in Belgio) era disponibile uno dei diplomatici più competenti di affari europei. Troppo competente l’uno, troppo meritevole di riconoscenza l’altro?

Come diceva entrando al Viminale decenni or sono il Presidente emerito Napolitano: “giudicheranno gli storici”….   Intanto sul caso Egitto si ammassa il massimo di ambiguità e figuracce. Incluse le missioni (fuori da ogni tradizione ed uso “diplomatico”…) del Procuratore di Roma. Certo non sua colpa, ma un quadro di confuse (solo?) relazioni diplomatiche tipico di tutta la politica estera del Governo Renzi. Renzi stesso passa più tempo negli Stati Uniti e magari in Israele che in Italia… quasi non fossimo noi italiani i suoi “datori di lavoro”.  Ci si permetta un boh…

Questo quadro di volontaria eclissi (e varia subalternità…) spiega l’evanescenza del profilo internazionale dell’Italia.  D’altro canto se il Colosseo è Tod’s, la scalinata di Piazza di Spagna è Bulgari, i militari italiani vengono spediti come gli Inglesi facevano con i “gurkha” nepalesi e senza che il Parlamento ne abbia adeguata contezza, come stupirsi del “maneggio” che si fa delle nostre relazioni internazionali. E, dunque, bene, anzi ottimo, lo svaporare della rete diplomatico-consolare e la dissipazione dell’”intelligenza” al centro.

Purtroppo – come si sa – il diavolo fa le pentole ma non i coperchi – e così i fiaschi si succedono ai fiaschi.  La “gita” a Ventotene e l’abborracciato ed inesistente triumvirato italo (sic) franco tedesco nella UE nato morto in 24 ore. La piroetta filo-americana (“perinde ac cadaver) che viene ricompensata con una cena alla Casa Bianca (con o senza Marchionne?).  E così via. Questa non è la politica estera di un grande Paese, nemmeno di una media “Potenza”…,  perché – ahinoi – ancora di questo si tratta nell’epoca di un’orba globalizzazione.                                      

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Di Il Cosmopolita il 12/10/2016 alle 15:21 | Non ci sono commenti

23/01/2016

La Farnesina perde a Bruxelles.

“Dio esiste e (non) abita a Bruxelles”: così il titolo di un film programmato nelle sale italiane nelle ultime settimane e che ben parafrasa l’ultimo “compito a casa” del giovane Premier fiorentino (peraltro a sua volta “catapultato” a Palazzo Chigi senza alcun voto popolare ma con l’entusiastica approvazione degli “ottimati”). Ovvero l’eliminazione del posto/funzione diplomatico di Rappresentante Permanente dell’Italia presso la UE. Un incarico da decenni assegnato appunto ad un diplomatico con la più ampia possibile esperienza comunitaria. Così da noi, come nella generalità degli altri Paesi comunitari.

In sé, l’autocratica decisione renziana di promuovere il Vice Ministro allo Sviluppo Economico Calenda - già a lungo assistente personale di Luca Montezemolo - a suo plenipotenziario a Bruxelles risulta meno impulsiva ed infondata di quella della volenterosa Mogherini (e di quella minacciata di una stagista al vertice del Ministero degli Esteri “stoppata” a suo tempo da Napolitano che avrebbe “suggerito” di preferirle l’ottimo e prudente Paolo Gentiloni ) e – tuttavia – conferma un dilettantismo magari geniale e consono ai tempi (c’è bisogno di ripeterlo non buoni, non promettenti…?), ma spinto sul filo del rasoio ed eventualmente coronato da un qualche successo. Tanto più se costruito su di un contropiede basato sulle incaute dichiarazioni europee (il livido Junker) sull’assenza di un interlocutore governativo a Roma. Benissimo: detto e fatto, ora ce l’ha…. E a portata di corridoio con il Gianburrasca premier. Ben gli sta.

Quindi – paradossalmente – va riconosciuto che Renzi ha fatto di peggio e, dunque, inutile criticarlo “fuori tempo massimo”. Tanto più che si è dotato (stile Putin) di un suo “inappuntabile “ Lavrov e cioè il mite ed intelligente Gentiloni…

Allora chi perde? Beh, facile: la pavida e derelitta Farnesina, lasciata a pezzi dal brutale e decennale “pasdaran” reazionario Umberto Vattani e dai suoi pallidi ed astuti (per sé stessi…) successori. Una Farnesina – dobbiamo dirlo – pallida ombra non solo delle sue pompe ottocentesche ma anche delle sue “resistenze” al mussolinismo e a lungo sopravvissuta e in parte protagonista della Prima Repbblica.

Si ricorda facilmente che perfino Gianni Agnelli venne respinto dai diplomatici sulla soglia dell’Ambasciata a Washington alla quale aspirava con non irragionevole (per quei tempi…) ambizione: in breve l’Avvocato no, Calenda (e Renzi…) sì. Ecco qui l’epitaffio di una corporazione surclassata non solo dai genietti della Banca d’Italia (peraltro dotata da decenni e decenni da un “House Organ” gratuito come il gruppo Repubblica/De Benedetti), ma anche autoaffiondatasi in una nuvola di mediocrità e di avida insipienza. Altro che “combattenti” al servizio della Repubblica…. Grazie ambasciatore Vattani, grazie pallidi successori.

Non c’è molto altro da aggiungere. Anzi c’è forse perfino da ringraziare un Renzi che pare avere perfino costruito un suo racconto su di una politica europea del Paese un po’ più strutturata e consapevole. Magari non merito, ma fortunata eterogenesi dei fini.

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Di Il Cosmopolita il 23/01/2016 alle 16:17 | Non ci sono commenti

21/01/2016

La campagna di Bruxelles.

Waterloo si trova nella periferia fiamminga di Bruxelles, la città ormai topica per l’accoglienza data ai turisti del jihad , per la battaglia appunto di Waterloo che è divenuta un luogo comune (tutti noi, prima o poi, conosciamo la nostra Waterloo), ora per la campagna che Roma lancia nei confronti della Commissione. La quale Commissione è situata nel quartiere europeo della capitale belga, a cavallo fra vari comuni che compongono la grande Bruxelles, ma senza lambire quello di Molenbeek. Ciascun comune ha la lingua maggioritaria tra fiammingo e francese e altri idiomi fra cui l’inglese degli expats, l’arabo, il turco, il curdo e via orientaleggiando.

La campagna di Bruxelles ha un bersaglio immobile, la Commissione, che sta nel suo Palais Berlaymont rinnovato alquanto di recente e alquanto bruttino al pari del dirimpettaio Palais Justus Lipsius dove alloggia il Consiglio, e degli altri edifici che insistono sul Rond Point Schuman, e cioè il cuore del cuore della città e dunque d’Europa.

L’illustrazione dei luoghi si spiega col fatto che la logistica conta nelle campagne, militari o politiche che siano. Le campagne di questo tipo non sono nuove negli annali europei. Nelle corrispondenze degli inviati di lungo corso si legge di numerosi precedenti. Il penultimo ebbe a protagonista il Primo Ministro di Grecia che accusava la Commissione di affamare il suo popolo con l’austerità predicata con l’ausilio delle autorità finanziarie internazionali, tutte ispirate al pensiero di marca germanico – protestante.

L’attuale campagna riguarda l’Italia ed ha qualche tratto di verità.

Che a Bruxelles vi siano figli e figliastri, si sa ma non si dice, un poco per diplomatica politesse e un poco per non incorrere in problemi. Per una certa fase, risalente alle origini del processo d’integrazione, la Francia impregnava l’apparato comunitario piazzando al vertice i suoi rappresentanti e ispirando le proposte. C’è stato il periodo britannico, quando per compiacere il Regno Unito, ed evitarne la fatale riserva nelle decisioni all’unanimità, si spingeva la legislazione nel senso della flessibilità. Vi è infine il periodo tedesco (o tedesco – olandese) durante il quale si applicano flessibilità e rigore a seconda dei casi. Se il caso riguarda certe capitali, la comprensione è d’obbligo. Se viene da altre capitali, scatta “lo sguardo maligno di dio” (Lucio Dalla, Milano).

La campagna può essere giudicata sopra tono per i modi e volta a fini anche se non soprattutto interni. Ma tutte le campagne mediatiche sono orchestrate anche a fini interni: è la politica. Questa può portare alla delegittimazione o al rafforzamento della Commissione. Può aggiungere argomenti agli euroscettici o richiamare lo spirito dei padri fondatori. E d’altronde ci avviciniamo (2017) ai sessanta anni dei Trattati di Roma. Ad ogni modo, riconosce alla Commissione il ruolo politico che le fu dato quando i candidati alla presidenza, fra i quali il vincente Juncker, furono indicati dagli schieramenti politici alle elezioni europee 2014. Come istituzione politica dotata di sapienza tecnica, e non come tecnocrazia, la Commissione agisce politicamente coi mezzi della politica. Le pubbliche critiche ci possono stare. Nessuno offende nessuno.

A coronare la campagna interviene la nomina alla Rappresentanza Permanente a Bruxelles di un non diplomatico, il Vice Ministro allo Sviluppo Economico, un politico di ultima generazione e dotato di conoscenza del mondo. Uno schiaffo alla Farnesina, come qualcuno ha titolato? E’ la prima volta dall’immediato dopo guerra che una missione diplomatica di rilievo è assegnata ad un esterno. Se è vero che alcuni funzionari di carriera hanno rinunciato all’incarico, è anche vero che ci mettiamo del nostro per svilire la qualità del servizio diplomatico. Se il caso Bruxelles faccia precedente, è difficile dire oggi. E’ l’avvisaglia di una tendenza. La politica è come la fisica: non ammette i vuoti se non i buchi neri. Dove tutto precipita.

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Di Il Cosmopolita il 21/01/2016 alle 22:01 | Non ci sono commenti

11/09/2015

Una Germania “kantiana” alla guida dell'Europa?

Ci sarebbe da sorridere – se sorridere si potesse di fronte a tanti lutti e disumane sofferenze – nel riportare gli sviluppi registrati negli ultimi giorni in Europa sulla questione delle migrazioni. Si potrebbe perfino richiamare una delle più italiche fanfaronate: quella del Mussolini a cui sarebbero “bastati” ventimila morti per “sedere al tavolo della pace” (sic)… e raffrontarlo con le –almeno – tremila vittime del Canale di Sicilia. Infatti, e in fondo, la sparagnina Europa ed il suo centro “pensante” (la Germania della cristiana Angela Merkel) si sono accontentate di qualche migliaio di morti (più un puntuto rimbrotto di Barack Obama…) per scoprire ciò che era ben evidente anche al più stolido osservatore: il fenomeno non era emergenziale, bensì strutturale. Anzi maturato in un trentennio di politica delle “tre scimmiette” (quelle che non vedono, non sentono, non parlano): il trentennio in cui si sarebbe dovuta avviare una qualche forma di riequilibrio Nord Sud (e per noi specificamente quello tra riva Nord e riva Sud del Mediterraneo)  e – viceversa – il massimo registrato (almeno in Italia…) fu la farneticante e rapinosa “campagna” contro lo sterminio per fame in quello che allorasi chiamava “Terzo Mondo”.

Il “sorriso” potrebbe potrebbe perfino diventare un ghigno arrogante al solo ricordare che già nei primi anni ’80 del secolo scorso documenti dell’OCSE invitavano ad una qualche riflessione sulle “piramidi” demografiche (la “nostra” larga sopra e smilza sotto e la “loro” larga sotto con sterminate plebi giovanili e stretta sopra con ben pochi anziani…) ed avrebbero dovuto indurre a comprendere (già prima della palpabilità della globalizzazione) come la globalizzazione monetaria e finanziaria erano l’ultimo e non il primo passo da compiere… Ma tant’è: il Signore acceca quelli che vuole perdere…

Di più.   Il “pensiero” italiano che fino ad ieri pompava sui bruti leghisti (chissà forse alla ricerca di un Orban italiano? Oppure di un alter ego al “riformatore” de “noantri” Matteo Renzi cucinato da altri potenti “riformatori” della tempra di Carlo De Benedetti e Sergio Marchionne), è passato in un battibaleno alla riscoperta dell’anima “kantiana” della Germania: noi che kantiani - ma “veramente” - siamo sempre stati come testimonia l’attività ultradecennale di questo (ed altri..) fogli di riflessione inascoltati (e repressi) rimaniamo stupefatti. Un’improntitudine più che politica culturale tale da illustrare l’abisso che separa Roma da Berlino. Tanto per esemplificare si pensi alla nostra volatilità. A proposito dove è finita l’inchiesta sulla Mafia romana stemperata nella novella delle vacanze del giulivo Marino, ma anche quelle sul terremoto aquilano (a parte la precipitosa fuga renziana da quegli ingrati luoghi montani). Chissà? Ora che il già “braccio destro” del desaparecido Berlolaso è assurto a nuovo “Deus ex machina” dell’”emergenza” romana e giubilare.

Più che kantiana – e cioè cosmopolita, razionale e al fondo paradossalmente umanista – la Germania si è dimostrata (con i suoi 500mila possibili immigrati) capace di capire e seguire il corso degli eventi. Quanto a noi siamo e restiamo un volgare Paese dei campanelli: il Paese che confonde la politica internazionale con il “pasticcio” dei marò, che manda aerei di Stato con leggiadre neo-ministre in cerca di notorietà a prelevare bambinetti congolesi adottati da cittadini più che amorosi insensati. Mentre altri bimbi non baciati dalla fortuna dell’occhio dei “missionari” affogano stretti alle loro madri. Si sa il mondo è oltrechè ingiusto, anche irrazionale. Ma non è scritto che il nostro “destino manifesto” sia quello di dargli una mano.

E non è neppure scritto che la Farnesina – con la sua politica “spot” e con i suoi flash pubblicitari tipo l’ultimo degli Angela (televisivi) che reclamizza la vetrina della cosiddetta “Unità di crisi.   Altro che Unità di “crisi” e telefonate alle “famiglie”, sarebbe ora che il (finalmente dopo una sfilza di predecessori irrilevante e/o dannosa) senziente Ministro Gentiloni mettesse mano alla più difficile delle iniziative: sottrarre la strategica Amministrazione degli Esteri al predominio parafascista che la ha sgangherata ed asservita nell’ultimo quarto di secolo. Ciò non ci trasformerebbe nella Germania “kantiana”, ma – almeno – ci permetterebbe di capire cosa fanno (e cosa pensano) i nostri vicini.

L’evidente fallimento (inconcludenza ad essere sconsideratamente generosi) del semestre di Presidenza italiano, i “successi” come la riapertura della Fiera Campionaria della “gran Milan” (perché questo è stato l’Expo in salsa meneghina), le pacche sulle spalle e gli abbracci renziani a tutti i leader mondiali disposti a subirli non sono – ripetiamo non – sono espressioni di politica internazionale. Non è politica internazionale detenere posizioni (comunque subalterne) nella nomenklatura finanziaria internazionale, non è politica internazionale lo slalom furbetto tra posizioni contrapposte.

Politica internazionale è innanzi tutto pensiero, previsione, analisi, proposta. In breve essere “kantiani” come gli altri, possibilmente prima degli altri.

TAG migranti farnesina ue mediterraneo kant

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Di Il Cosmopolita il 11/09/2015 alle 16:09 | Non ci sono commenti

22/07/2015

L'Italia nella scena internazionale.

Il “Renzi Way” (come lo chiama il quotidiano conservatore britannico “Times” saldamente nelle mani del tycoon Murdoch, tradizionale “fratello-coltello” di Silvio Berlusconi) domina incontrastato la politica estera italiana e, dunque, la Farnesina. Naturalmente per quanto ad essa rimanga della proiezione esterna del Paese. Cosa sia questo “modus renziano” non è difficile immaginare: ce lo spiega bene il foglio dell’imprenditore australiano. Trattasi dell’opposto del “distruttivo” estremismo del Premier greco Tsipras e, piuttosto, richiama alla memoria la felice (per Murdoch e co) era del ragionevole, ragionevolissimo (per il grande capitale, per affari ed affarucci di ogni genere e per avventure belliche come quella irachena della quale ancora – e per chissà quanto – pagheremo i costi) dell’indimenticabile pragmatista (opportunista?) Tony Blair.

Ecco dunque “Matteosubito” che - appena reduce della piroetta Merkel Tsipras e ritorno sull’affare euro-greco – vola a Gerusalemme per portare affetto, solidarietà, infefettibile amicizia al furibondo Premier Nethaniahu ferito dalla ragionevolezza USA, Iran, magari Russia: “la sicurezza di Israele è la nostra sicurezza” proclama il Nostro…. Bene, bravo, giusto: peccato che questo allineamento “perinde ac cadaver” spetterebbe – se mai – al Parlamento italiano piuttosto che all’ansia di protagonismo del giovanotto toscano. D’altro canto la formula è semplice ed assai funzionale in questi incerti tempi: tacere sempre, allinearsi con il più forte (normalmente la Germania merkelliana ormai quasi diventata una “zietta” a cui portare i pasticcini dell’Italia renziana) ed inscenare poi una “mediazione” sui “resti”.

Un’operazione questa quasi di servizio per diplomazie tanto impietose quanto timorose dei contraccolpi internazionali e delle rispettive opinioni pubbliche. E qui arriva il super-tattico Renzi al quale – in fondo – tutto va bene.

Questo stile piacerà a Murdoch, ma è dubbio che risponda agli interessi nazionali italiani e, d’altro canto, chi lo sa? Il Parlamento, questo Parlamento (per quello che vale e per il pochissimo che è in grado di capire e di valutare…) viene convocato “ad audiendum” solo quando ci scappa qualche morto e/o qualche foto o video imbarazzante per la pubblica opinione.

E, purtroppo, l’immissione in extremis al vertice della Farnesina di un politico responsabile e decoroso come Paolo Gentiloni (al quale Renzi avrebbe preferito una delle sue ragazzotte) non ha portato alcuna novità. Piuttosto soltanto una patina di rispettabilità. Meglio di niente, ma certo un po’ poco per un Paese ridotto alla litania dell’Expo e della “genialità” del modello italico (quale? quello di Buzzi e Odevaine? Quello dell’internazionalismo alla Marchionne? Quello dell’imbalsamato Draghi?). Ovvero quello del taciturno più che riservato Gentiloni, che sembra ormai “muoversi sulle uova”, invocando tutti a non romperle.

Questa – tanto per dire l’ultima – è la scelta per il sequestro dei quattro tecnici in Libia. Magari potrebbe funzionare – il silenzio – per l’affare (autoprodotto ed autolesionista) dei marò, ma difficilmente ci restituirà un ruolo dopo il fallimento del semestre europeo italiano e l’esplosione della crisi europea che ha, ormai, polverizzato la “chimera” chiamata appunto “Europa”. Chissà che ne pensa l’Italia a parte la “canizza” del’immigrazione? Meglio non chiederselo e certamente la Farnesina è l’indirizzo sbagliato per avere delucidazioni.

Oltre tutto questo “Ente semi-inutile” si consuma in un sinistro letargo che precede l’arrivo del Ministro Gentiloni ma che questi non ha fatto nulla (tradizionalista…..) per modificare. L’assenza totale di qualunque interlocuzione sindacale interna ne è una prova “ad abundantiam” che stupisce ed addolora soprattutto tenuto conto delle pregresse esperienze del neo-Ministro sul come ed il perchè della crisi di una tecnostruttura di servizio pubblico condannata da decenni alla decadenza, alla lottizzazione reazionaria, agli spot pagati a suon di quattrini dei contribuenti. Dovrebbe ben ricordare Gentiloni che la Farnesina non si riduce all’Unità di crisi (o “viaggiare sicuri”… ah, ah) ma ha ben altra storia e funzioni. Da risanare e riavviare, non archiviare dentro il contenitore arlecchino degli spot cucinati dalle fervide (spesso febbricitanti) menti di Palazzo Chigi.

Ma questa è la storia di un’Italia che non c’è più, che forse non ci sarà mai e che – direbbero gli scrivani di Murdoch – forse non serve a nessuno. Tranne agli Italiani medesimi che – a loro volta – forse manco lo sanno. Ma risvegliarli non era la funzione delle classi “dirigenti”?

 

 

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Di Il Cosmopolita il 22/07/2015 alle 21:09 | Non ci sono commenti

18/03/2015

I win and take it all.

Vinco e prendo tutto: più che linguaggio da croupier è la pratica in uso nella generalità dei paesi arabi, dove il gruppo che vince vuole stravincere e prende tutto, lasciando poco o nulla ai perdenti. I quali hanno una sola possibilità per divenire vincenti: ribaltare il tavolo, ovvero riprendersi il gioco per via insurrezionale. La metafora sui paesi arabi si può applicare, con una certa dose di ironia, alle vicende del centrosinistra italiano, o della sinistra che guarda ai movimenti e alla società civile in cerca di rappresentanza. Un partito di centrosinistra diventa di maggioranza relativa, è diretto con piglio battagliero da un gruppo che ha la maggioranza più che relativa, ecco partire la corsa ai distinguo ed alla ricerca della rappresentanza perduta. Alcuni si distinguono stando dentro, altri guardando fuori. E dove? Verso i movimenti e la società civile in cerca di rappresentanza.

La tendenza irresistibile alla frammentazione, che il Labour britannico e la Socialdemocrazia tedesca seppero contenere e così costruirono un ciclo vincente, s’insinua nel sindacato: più precisamente nel Sindacato di riferimento del Cosmopolita. Non useremo mai la parola “ditta” perché sindacato e partito hanno la loro nobiltà da tutelare come un bene lessicale. Non riuscendo a conquistare il vertice confederale per via istituzionale e interna, il segretario generale dei metalmeccanici, e cioè di una componente neppure maggioritaria della Confederazione, tenta l’OPA aggirando l’ostacolo dall’esterno. I romani, bloccati a Masada dagli ebrei zeloti, costruirono un terrapieno per superare la barriera degli assediati e sconfissero la resistenza dopo anni di inutile assedio. Così la compagine metalmeccanica tenta l’assalto alla fortezza confederale aggirando il codice degli iscritti mediante l’aiuto esterno di movimenti e società civile in cerca di rappresentanza. Non più sindacato e non ancora partito, Coalizione sociale, la nuova creatura dell’officina metalmeccanica, qualcosa diverrà entro il 2018, data di scadenza dell’attuale vertice confederale.

La scalata riuscì ad altro dirigente FIOM: si trattava di Bruno Trentin, e non so se mi spiego, avrebbe detto Totò. Ora ci prova Landini, staremo a vedere. Un punto è essenziale nell’analisi landiniana: il sindacato, così com’è, stenta a farsi classe dirigente. Una volta si sarebbe detto: a esercitare un ruolo egemonico di rappresentante della classe generale. Lo diceva più o meno Trentin nel suo libro “Da sfruttati a produttori” (Bari, 1977). Altra epoca e altra temperie culturale. Il sindacato non riesce a stare dietro al cambiamento ed è letteralmente fagocitato dal centrosinistra di governo che col suo riformismo turbo fa le riforme (o le controriforme, secondo i punti di vista) senza o addirittura contro il sindacato. Si prenda la legge sul lavoro che mangia qualche guarentigia del vecchio statuto dei lavoratori. Il sindacato deve fare politica (“buttarsi in politica”, “scendere in campo”) per tornare a contare? O deve contemplare inerte il proprio declino come l’asceta osserva il mondo dal trespolo? La domanda è solenne e merita risposta altrettanto solenne.

Non vi è dubbio che il sindacato, in Italia e non solo, è stato prima spiazzato dalla crisi finanziaria, che lo ha costretto a salvare il poco da salvare, e poi sorpreso dalla ripresa. E’ sempre la finanza a dettare le regole: prima quella privata e fallimentare dei Lehman Brothers a seguire, ora quella della Federal Reserve e della BCE. Può più Draghi per il rilancio dell’occupazione che ore di marce sindacali e picchetti davanti alle fabbriche. Il sindacato dovrebbe “finanziarizzarsi”? Una quotazione nella City o alla Borsa di Zurigo?

Passare dai massimi interrogativi (chi siamo? dove andiamo?) alle vicende di casa nostra è sempre arduo ma ha un certo senso comune. La CGIL – Esteri si conferma prima sigla a Roma nelle elezioni RSU. All’estero sta ben messa anche se divide la rappresentanza col sindacato degli impiegati a contratto. Facile per quest’ultimo vincere: promette molto e a tutti, salvo poi lasciare ad altri (a chi?) l’improbabile mantenimento delle promesse. La CGIL Esteri non promette, cerca di fare.

Stiamo però in un deficit di rappresentanza. La nostra base elettorale, le vecchie qualifiche funzionali, stanno diventando vecchie in senso anagrafico, fra poco saranno ridotte al lumicino. I giovani entrati sono tutti, o quasi, impiegati a contratto (soltanto all’estero) e diplomatici. Gli uni e gli altri guardano altrove: ai sindacati di categoria, per loro natura autonomi, oppure al non schierarsi. Il senso dell’aggregazione sociale latita. Manca la prospettiva finalistica dello stare insieme, quella che dava corpo all’ambizione della CGIL di farsi interprete di interessi generali. Cambia il quadro sociale, deve cambiare il quadro sindacale. Altrimenti restiamo al palo. Ad amministrare un patrimonio in rapido dissolvimento.

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Di Il Cosmopolita il 18/03/2015 alle 14:36 | Non ci sono commenti

09/03/2015

La Farnesina e il neo-conservatorismo.

Il conservatorismo va sempre di moda alla Farnesina, quali che siano il Governo e il Ministro in carica. Anzi: il tasso di conservatorismo aumenta con i responsabili democratici perché alla loro ombra può manifestarsi impunemente senza il timore di essere tacciato per quello che è. Basta che si presenti in veste modernista e riformatrice. E del resto in Italia chi può non dirsi riformista? Qualche luogo comune sul primato dell’utenza, sulla diplomazia per la crescita, sull’invarianza dei servizi, sulle sfide della globalizzazione. Affermazioni che hanno il pregio di gettare fumo sulla realtà che è decisamente meno rosea. Sotto al fumo, a differenza che nel proverbio, non cuoce alcun arrosto perché questo è stato già spolpato.

Un centro studi bruxellese (ne dà notizia Il foglio) decreta che fra gli stati membri l’Italia ha una politica estera poco visibile e poco incisiva, mentre svetta decisamente la Germania. Pare che dopo la breve parentesi Bonino il declino si accentui malgrado che abbiamo ceduto un Ministro all’Unione europea in funzione di Alto Rappresentante. All’Italia lo studio bruxellese addebita l’infilarsi negli interstizi: una pratica tipica già nell’era democristiana, che non cesseremo di rimpiangere noi che pure l’avevamo avversata, quando si valeva della politica dei due forni. Euro-occidentali quanto bastava ma attenti a coltivare certi interessi nazionali che ci portavano fra le braccia di arabi e sovietici.

Ora non si capisce granché di dove andiamo a parare. Sulla Palestina il Parlamento ha accolto due mozioni che, si dice, si completerebbero a vicenda. Una vuole il riconoscimento dello Stato e l’altra chiede di promuoverlo. Promuovere presso chi? La duplice mozione è stata apprezzata da Israele e meno apprezzata dalla Palestina. Le missioni a Teheran e Mosca dovrebbero ritagliarci il solito spazio di mediazione. Il Primo Ministro d’Israele se ne cura talmente poco che davanti al Congresso americano mette in guardia rispetto a qualsiasi appeasement nei confronti dell’Iran. L’Iran, peggio se nuclearizzato, è una minaccia: nessuno in Occidente si illuda di usarlo come comune nemico dell’ISIS. Amos Oz, coraggioso militare oltre che grande scrittore, adopera parole adamantine sulla necessità di avere in Medio Oriente due stati e due popoli. Solo che il suo articolo esce sul Corriere della sera il 5 marzo, troppo tardi per essere letto e meditato dai nostri parlamentari.

Ripetiamo ormai stancamente quanto Il cosmopolita sostiene da tempo. La politica estera ha bisogno di analisi di base, come la ricerca applicata necessita della ricerca di base. Se disinvesti in ricerca, nel nostro caso in politica estera, ottieni risultati miseri. La Farnesina non è il solo centro di elaborazione e gestione della politica estera. Verrebbe da dire: per fortuna. E’ pur tuttavia il centro istituzionale della stessa prima che venga totalmente privatizzata. Le cifre del bilancio, sempre più grame, producono analisi altrettanto grame all’interno e all’esterno (basti pensare ai tagli ai nostrani think tank). La gestione è affidata ad un nucleo di funzionari che si guardano dai colleghi che abbiano un qualche guizzo di originalità. I primi procedono in carriera, gli altri stanno al palo. Ciò che importa è l’attivismo fine a se stesso, la vana disponibilità H24. Il diplomatichese, questo linguaggio per iniziati, ne è la lessicale conseguenza.

Se è lecito un riferimento agli affari minori ma non meno significativi: le elezioni al Circolo Esteri riflettono quanto vale per il corpo della Farnesina. L’assetto precedente è tutto o quasi confermato. Prevale il principio di continuità, non importa che la fuga degli iscritti lascerà il Circolo ai soli dirigenti. Conservare occorre.

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Di Il Cosmopolita il 09/03/2015 alle 13:39 | C'e' un commento

12/02/2015

La dinastia.

E’ tempo di elezioni alla Farnesina. Si vota al Circolo degli Esteri per le cariche sociali. Si è appena votato al SNDMAE, il sindacato autonomo della carriera diplomatica, per le cariche sociali. Un filo comune lega i due eventi.

A leggere l’albo d’oro del Circolo, in bella mostra all’ingresso del ristorante, si nota che il primo presidente fu niente meno che il Conte Galeazzo Ciano. Durò poco per le note vicende che lo videro declassato da Ministro a congiurato meritevole della pena capitale. Alla fine degli anni novanta diventò presidente l’allora segretario generale del MAE. Una tradizione non scritta voleva che a dirigere il Circolo fosse un ambasciatore di grado e in servizio, meglio se in posizione di vertice. Chi meglio allora del segretario generale? La presidenza Vattani (Vattani Primo) durò fino al 2011. La più lunga nella storia del Circolo e fra le più proficue: molte delle innovazioni si devono a quel periodo.

Nel 2011, dopo avere lasciato il servizio, Vattani Primo lasciò pure la presidenza del Circolo. A chi? Al fratello minore, Vattani Secondo, che lo guida fino al 2015 quando si candida per un nuovo mandato. Perché al Circolo - si argomenta regolamento alla mano - non vi è limite di mandato. Accade poi, sempre ai sensi del regolamento, che il membro dimissionario del consiglio direttivo non è sostituito dal primo dei non eletti, come persino in Parlamento, ma da un esterno cooptato. E naturalmente, alla prima dimissione nel consiglio in carica, il Presidente Vattani Secondo coopta Vattani Primo.

La campagna per il rinnovo delle cariche sociali vede contrapposte varie liste. Le liste che per comodità chiamiamo di opposizione si vedono negato l’accesso all’elenco dei soci, cui inviare la loro propaganda elettorale. L’elenco - si argomenta regolamento alla mano - è confidenziale per la solita e “passepartout” normativa sulla privacy. I Soci non ne vogliono sapere di diffondere i loro nomi, o almeno così si lascia credere. Essi sono adepti di una setta o membri di un circolo ricreativo? E così il presidente in carica, e candidato a ripresiedere, può inviare i suoi messaggi a tutti i soci dei quali ovviamente conosce gli indirizzi, mentre le opposizioni sono tagliate fuori da questo elementare strumento di propaganda. Non dome, le opposizioni chiedono che i soci aggregati, gli esterni che pagano una quota tripla ma non hanno diritti elettorali attivi né passivi, possano essere rappresentati nel consiglio al pari dei soci interni. L’ordinamento del Circolo non prevede tale diritto. Al Lungotevere dell’Acqua Acetosa il principio “no representation without taxation” diventa il suo contrario: meno paghi e più sei rappresentato, più paghi e non sei rappresentato affatto.

Il SNDMAE ha eletto gli organi sociali e fra i nuovi dirigenti figura Vattani Terzo, il figlio del Primo, noto alle cronache per la cantata in musica neonazista. Un’ottantina di diplomatici lo vota, non si sa se perché ha dimenticato i suoi trascorsi (in Italia si riabilitano i terroristi, perché non i cantanti trasgressivi) o perché simpatizzano con le sue idee. In un caso e nell’altro stiamo di fronte ad un fenomeno che un diplomatico di buone maniere definirebbe “inquietante”. La carriera diplomatica conta ottanta smemorati o ottanta filo-neonazisti?

Tutto questo accade mentre alla guida della Farnesina si susseguono tre Ministri con sicure credenziali democratiche. Tutto questo accade mentre all’ultima tornata di nomine ad Ambasciatore si assiste al solito spettacolo degli amici degli amici che vanno avanti e dei non amici che restano al palo. I primi sono funzionari “puri” nel senso che, come gli ottanta elettori SNDMAE, o non sanno o simpatizzano. I secondi invece sanno e disgraziatamente per loro fanno: non meritano considerazione.

La Farnesina, al pari di ogni repubblica dinastica, è permeata di ideologia conservatrice e destrorsa. Stiamo dalle parti di credere, obbedire, combattere. Che in chiave moderna si traduce in pedalare e tacere. A tacere sono pure i dirigenti con le credenziali democratiche. Fosse durato più a lungo, neppure Galeazzo Ciano avrebbe immaginato un conformismo del genere.

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Di Il Cosmopolita il 12/02/2015 alle 14:48 | Non ci sono commenti

31/01/2015

Farnesina: missione compiuta. Prima Parte.

Mentre è giocoforza attendere il risultato del “Toto-Quirinale” (in calendario per il prossimo fine settimana) per tracciare un primo bilancio del lavoro “parallelo” (?) del Ministero degli Esteri e della presidenza del Consiglio nel primo anno (come vola il tempo…) del Governo Renzi, ci appaiono utili e necessarie alcune considerazioni preliminari sullo stato della “Casa”: uno stato – lo diciamo subito – che non ci rallegra e, purtroppo, non ci conforta sul ruolo che il Ministro Gentiloni potrà svolgervi.

Anche da noi – come in tutto il Paese e nelle Istituzioni – il ventennio berlusconiano non si è affatto chiuso con una cesura, ma è viceversa proseguito all’insegna di una continuità restauratrice di cui proprio non si sentiva il bisogno. Al punto che – con una sola rimarchevole eccezione (quella dell’arci-conservatore Ambasciatore Sergio Romano scatenato nel nostalgico ricordo della Farnesina pre-Moro ed auspice di una sorta di epurazione “a futura memoria” contro gli scalmanati degli anni ’70 peraltro pensionati o in via di pensionamento) nessuno si era sognato di sollevare la questione.

Del resto Romano poteva sentirsi ampiamente soddisfatto dal “lavoro” compiuto dal quasi ventennale Segretario Generale Vattani (un reazionario manifesto ancorchè via via camuffato da democristian.andreottiano, forza-italiota “ante-marcia” ed infine da “super-tecnico”): rilancio dell’immagine, scelte rigorosamente di destra e comunque mai “smarcate” rispetto al Ministro di turno: quanto a questi (nessuno escluso…) sono stati i peggiori – politicamente e/o amministrativamente - della storia repubblicana.

Ma, poiché non c’è limite al peggio, l’ultimo triennio non è stato quello della pacificazione bensì quello di una recrudescenza all’insegna del precetto di Romano. L’infelice scelta compiuta da Mario Monti di un Ministro degli Esteri quale Giulio Terzi (già collaboratore principe di Umberto Vattani) ha fatto fare un balzo in avanti alla restaurazione “tombale” della Farnesina. Del resto lo stesso Terzi tra i Radicali (sempre alla ricerca di un caso disperato…) e l’estrema destra del suo amico La Russa (a sua volta artefice principe nell’edificazione dell’”autodafé dei marò) continua a cercare una chiassosa – e del tutto improbabile – rivincita. E nel frattempo illumina l’opinione pubblica sul livello a cui è scesa la Farnesina.

Ma, incredibilmente, gli ultimi mesi sono andati ancora peggio, quasi si volesse dannare perfino la memoria di un tempo in cui il Ministero degli Esteri tentava di adeguarsi ad una nuova Italia e ad un più complicato mondo. Colpe da mondare, possibilmente inventando nuovi paria, colpevoli di convinzioni democratiche. La vicenda delle nomine ai gradi “apicali” - purtroppo interinata dal neo-Ministro - è lì a dimostrare che non siamo noi stessi vittime di una paranoia simmetrica ed opposta a quella dell’Ambasciatore Romano, ma che da tempo abbiamo saputo riconoscere che la Farnesina del XXI secolo assomigliava maledettamente a quella degli anni ’50 e ’60 del secolo scorso. Nomi, famiglie, culture archiviate nel Paese venivano preservate “in vitro” nel palazzaccio bianco. E sono sopravvissute fino alla piena restaurazione odierna. Peccato che i prediletti fogliacci come lo “Specchio” di Giorgio Nelson Page non esistano più, se no sarebbero gli ’”house organ” della Farnesina. E, d’altro canto, Casa Pound vi ha ampie radici… Con la “riabilitazione” del Fascio-rock rampollo Vattani che – invece di essere cacciato – per certificata infedeltà alla Repubblica (insulti in rete ed apologia del fascismo di Salò e di Casa Pound) ricopre oggi incarichi strategici verso l’intera Asia. Senza commenti….

D’altro canto, un‘astuzia “sublime” ha fatto sì che non più la discriminante democratica, ma quella di genere (in senso lato) fossero chiamate a risolvere i casi di ultima istanza, cioè quelli non “coperti” dal familismo e dalla pura e semplice cooptazione. Le ultime promozioni al grado di Ambasciatore sono l’ultima prova di questa degenerazione (peggio che pura e semplice restaurazione..) e il caso dell’Ambasciatore a Berna – ovviamente “pretermesso” – è lì a dimostrare la tracotanza del gruppo dirigente che promuove (oltre che sé stesso in un girotondo di “onori”) carneadi destrorsi e notoriamente inetti quando non addirittura “pericolosi” ed ignora Ambasciatori di primo rango che hanno il “difetto” di risolvere dossier di primaria importanza per il nostro Paese o di impegnarsi in sedi di prima linea e, dunque, ignorate dall’Amministrazione. Completamente sparito il “bon ton” della vecchia Farnesina… Non sappiamo cosa pensi Gentiloni, ma certamente quanto è accaduto e sta accadendo non porta con sé neppure un barlume della “rottamazione” renziana. Qui è la solita minestra, riscaldata per l’ennesima volta ed imbellettata di “politically correct”. Ma non si pretenda che diciamo: “quant’è buona! Grazie…”.

E così eccoci ridotti ad un Ministero degli Esteri dépendance della sua Unità di crisi e vassallo dei milioni di Euro a disposizione dei “servizi”. E a questo punto all’ottimo Gentiloni non resta che vantare le “levatacce” a Ciampino per accogliere le velate “eroine di Aleppo”. Viva l’Italia, viva la Farnesina “restaurata”.

(Fine della prima parte. Continua….)

 

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Di Il Cosmopolita il 31/01/2015 alle 16:29 | Non ci sono commenti

08/10/2014

Riforma ISE e controriforma Farnesina.

Da anni la Farnesina vive sull’orlo del precipizio. Ci sporgiamo giù e ci prende lo sgomento del vuoto. Il vuoto ha il suo fascino come in Vertigo di Alfred Hitchcock. Il vuoto sta là e ci attira irresistibilmente.

Il precipitare ha una data d’inizio: la controriforma Frattini – Massolo del 2010. Quando si eliminarono le direzioni geografiche per tornare alle direzioni tematiche e si lasciò sul terreno un certo numero di dirigenti generali, in anticipo rispetto alle richieste del MEF. Tagliamoci da soli prima di essere tagliati da altri. Come il soldato che si infligge da solo la ferita per non finire in prima linea. Una tattica così avveduta che i tagli poi decisi dal MEF si basarono sui tagli già operati a titolo volontario. Onda su onda, il mare mi porterà alla deriva, come in Paolo Conte. La controriforma Frattini – Massolo avviò un processo che le dirigenze successive hanno incrementato. Essi nutrivano, e ancora nutrono, la speranza di sacrificare i rami secchi (sedi, attività, personale non diplomatico) per salvare il nucleo duro della Farnesina: stipendi metropolitani e ISE. Solo che la battaglia dell’ISE partiva da posizioni di retroguardia. Difendere l’ISE in termini monetari significava attestarsi su una situazione già compromessa dal suo mancato adeguamento in termini reali. Gli scossoni che colpirono l’Euro all’avvio della crisi finanziaria fecero il resto. Rispetto alle valute forti, l’Euro perse valore. Quanti vivevano, e spendevano, in paesi dalla valuta forte si videro decurtata l’ISE in termini reali, pur conservando la stessa massa monetaria.

Ora l’attacco all’ISE è diretto. L’ISE va ridotta e in percentuali che giungono fino al 50 %. L’indennità di rappresentanza è la prima a essere toccata. La controriforma del 2010 introdusse pure un nuovo lessico ministeriale. La controriforma passata per riforma, il ridimensionamento della rete presentato come riorientamento, ora la riduzione della rappresentanza come diversa modulazione. Tutto in realtà cambia nel senso della riduzione: di attività, rete, retribuzioni. Si è sempre detto che l’indennità di rappresentanza si presenta male all’esterno: gonfia indebitamente l’ISE specie del Capo Missione. Meglio inserirla come capitolo di sede da cui il Capo Missione attinge per sé e per i collaboratori che intende insignire di attività di rappresentanza. L’indennità di rappresentanza globale del capitolo di sede sarà eguale alla somma delle indennità personali di oggi? O la somma algebrica sarà negativa? Meno indennità di rappresentanza per tutti e quel che resta al Capo Missione, con la motivazione che dall’Ambasciatore d’Italia ci si aspetta la munificenza del signore rinascimentale.

Dopo l’indennità di rappresentanza la riforma ora riguarda l’ISE nei suoi profili retributivi ed è trasversale. Ancorché il procedimento si ammanti di tinte socialisteggianti: togliamo di più a chi ha di più, meno o quasi nulla a chi ha di meno. L’argomento politico è che l’ISE costituisce il privilegio di una casta. E i nomi privilegio e casta invitano al pubblico scandalo. Bisogna portare l’ISE a numeri fisiologici, che nessuno per ora indica, e il MAE corre più leggero. Questa corrente di pensiero ignora alcuni rischi. Il primo è che certe sedi non saranno coperte per mancanza di incentivo adeguato. Il secondo è che in certe sedi si profilino manovre per arrotondare le retribuzioni. A fronteggiare i rischi scattano gli anticorpi del sistema – ritengono i riformatori. Ma possiamo onestamente pensare di gestire una rete così estesa con l’ispettore dietro alla porta, con la minaccia della sanzione, con i trasferimenti coatti? Un organismo complesso come il nostro funziona con la volontaria adesione di tutto il personale. L’obbligo, la sanzione devono avere carattere eccezionale. La normalità è la leale collaborazione fra colleghi a fini di pubblico servizio.

Sembra un passaggio didascalico, questo del Cosmopolita, ma non è superfluo insegnare in un momento di riformismo facilone. Quello che sostiene “fare di più con meno”, che il personale di ruolo va rimpiazzato da quello a contratto, che la promozione culturale la fanno gli sponsor privati, e via modernizzando.

Nell’austerità generale la Farnesina si accinge a spendere per le elezioni dei Comites. La rete consolare è mobilitata a spedire lettere. Nell’epoca della posta elettronica e delle applicazioni più svariate, noi scriviamo ai connazionali con buste francobolli timbri. Nel mondo si vota persino alle elezioni politiche per via elettronica e noi torniamo al passato. In Parlamento ci hanno spiegato che i connazionali all’estero, probabilmente i soli al mondo, non sanno usare la posta elettronica. Sono anziani e circondati da anziani: tutti ignari d’informatica. La democrazia e la rappresentatività valgono qualche spesuccia in più. La si compensa con il taglio di privilegi come l’ISE.

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Di Il Cosmopolita il 08/10/2014 alle 15:18 | Non ci sono commenti

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