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Tag: ise

08/10/2014

Riforma ISE e controriforma Farnesina.

Da anni la Farnesina vive sull’orlo del precipizio. Ci sporgiamo giù e ci prende lo sgomento del vuoto. Il vuoto ha il suo fascino come in Vertigo di Alfred Hitchcock. Il vuoto sta là e ci attira irresistibilmente.

Il precipitare ha una data d’inizio: la controriforma Frattini – Massolo del 2010. Quando si eliminarono le direzioni geografiche per tornare alle direzioni tematiche e si lasciò sul terreno un certo numero di dirigenti generali, in anticipo rispetto alle richieste del MEF. Tagliamoci da soli prima di essere tagliati da altri. Come il soldato che si infligge da solo la ferita per non finire in prima linea. Una tattica così avveduta che i tagli poi decisi dal MEF si basarono sui tagli già operati a titolo volontario. Onda su onda, il mare mi porterà alla deriva, come in Paolo Conte. La controriforma Frattini – Massolo avviò un processo che le dirigenze successive hanno incrementato. Essi nutrivano, e ancora nutrono, la speranza di sacrificare i rami secchi (sedi, attività, personale non diplomatico) per salvare il nucleo duro della Farnesina: stipendi metropolitani e ISE. Solo che la battaglia dell’ISE partiva da posizioni di retroguardia. Difendere l’ISE in termini monetari significava attestarsi su una situazione già compromessa dal suo mancato adeguamento in termini reali. Gli scossoni che colpirono l’Euro all’avvio della crisi finanziaria fecero il resto. Rispetto alle valute forti, l’Euro perse valore. Quanti vivevano, e spendevano, in paesi dalla valuta forte si videro decurtata l’ISE in termini reali, pur conservando la stessa massa monetaria.

Ora l’attacco all’ISE è diretto. L’ISE va ridotta e in percentuali che giungono fino al 50 %. L’indennità di rappresentanza è la prima a essere toccata. La controriforma del 2010 introdusse pure un nuovo lessico ministeriale. La controriforma passata per riforma, il ridimensionamento della rete presentato come riorientamento, ora la riduzione della rappresentanza come diversa modulazione. Tutto in realtà cambia nel senso della riduzione: di attività, rete, retribuzioni. Si è sempre detto che l’indennità di rappresentanza si presenta male all’esterno: gonfia indebitamente l’ISE specie del Capo Missione. Meglio inserirla come capitolo di sede da cui il Capo Missione attinge per sé e per i collaboratori che intende insignire di attività di rappresentanza. L’indennità di rappresentanza globale del capitolo di sede sarà eguale alla somma delle indennità personali di oggi? O la somma algebrica sarà negativa? Meno indennità di rappresentanza per tutti e quel che resta al Capo Missione, con la motivazione che dall’Ambasciatore d’Italia ci si aspetta la munificenza del signore rinascimentale.

Dopo l’indennità di rappresentanza la riforma ora riguarda l’ISE nei suoi profili retributivi ed è trasversale. Ancorché il procedimento si ammanti di tinte socialisteggianti: togliamo di più a chi ha di più, meno o quasi nulla a chi ha di meno. L’argomento politico è che l’ISE costituisce il privilegio di una casta. E i nomi privilegio e casta invitano al pubblico scandalo. Bisogna portare l’ISE a numeri fisiologici, che nessuno per ora indica, e il MAE corre più leggero. Questa corrente di pensiero ignora alcuni rischi. Il primo è che certe sedi non saranno coperte per mancanza di incentivo adeguato. Il secondo è che in certe sedi si profilino manovre per arrotondare le retribuzioni. A fronteggiare i rischi scattano gli anticorpi del sistema – ritengono i riformatori. Ma possiamo onestamente pensare di gestire una rete così estesa con l’ispettore dietro alla porta, con la minaccia della sanzione, con i trasferimenti coatti? Un organismo complesso come il nostro funziona con la volontaria adesione di tutto il personale. L’obbligo, la sanzione devono avere carattere eccezionale. La normalità è la leale collaborazione fra colleghi a fini di pubblico servizio.

Sembra un passaggio didascalico, questo del Cosmopolita, ma non è superfluo insegnare in un momento di riformismo facilone. Quello che sostiene “fare di più con meno”, che il personale di ruolo va rimpiazzato da quello a contratto, che la promozione culturale la fanno gli sponsor privati, e via modernizzando.

Nell’austerità generale la Farnesina si accinge a spendere per le elezioni dei Comites. La rete consolare è mobilitata a spedire lettere. Nell’epoca della posta elettronica e delle applicazioni più svariate, noi scriviamo ai connazionali con buste francobolli timbri. Nel mondo si vota persino alle elezioni politiche per via elettronica e noi torniamo al passato. In Parlamento ci hanno spiegato che i connazionali all’estero, probabilmente i soli al mondo, non sanno usare la posta elettronica. Sono anziani e circondati da anziani: tutti ignari d’informatica. La democrazia e la rappresentatività valgono qualche spesuccia in più. La si compensa con il taglio di privilegi come l’ISE.

TAG ise mef farnesina

ARCHIVIATO IN Editoriali

Di Il Cosmopolita il 08/10/2014 alle 15:18 | Non ci sono commenti

19/06/2014

Attorno alla riforma dell’ISE

Si dice che la riforma dell’ISE, nel segno della chiarezza e della trasparenza, sia dovuta alla pressione dell’opinione pubblica che invoca appunto chiarezza e trasparenza nella retribuzione degli ambasciatori. Ora, che l’opinione pubblica nutra particolare interesse riguardo ad un corpo minuscolo come quello dei diplomatici o meglio dei dipendenti MAE all’estero, è tutto da dimostrare. La solita campagna stampa ha additato al pubblico ludibrio le ostentate ricchezze degli ambasciatori, le decine di migliaia di euro dei loro “stipendi” a Tokyo e Washington. Il pubblico ludibrio li ha visti tutti, ambasciatori in quelle sedi e altrove, come scialacquatori del pubblico denaro, mentre i coscienziosi dirigenti delle imprese pubbliche si accontentavano, o dichiaravano di accontentarsi, di 250.000 Euro all’anno. Vuoi mettere uno che dirige un’impresa quotata in borsa con uno che dirige l’ambasciata a vattelappesca. Ben venga il salary cap, come elegantemente si diceva una volta, anche per gli ambasciatori. Ben venga dunque la riforma dell’ISE. La reazione ovvia alla voglia di riforma, in un paese che si riscopre europeista, sarebbe di omologarsi al sistema in vigore a Bruxelles, nel SEAE. E invece no, il sistema SEAE sarebbe persino più costoso dell’attuale italiano, bisogna operare d’immaginazione. L’immaginazione produce il taglio generalizzato del 50%, punto in più o punto in meno, rispetto al regime attuale. Il taglio sarebbe in parte compensato dall’aumento di altre voci, ad esempio dello stipendio metropolitano, ma sempre taglio sarebbe. Dunque la riforma dell’ISE significa taglio dell’ISE, con la perequazione verso l’alto delle indennità basse e la perequazione verso il basso delle indennità alte. Una riforma “socialista”: si dà secondo le necessità dell’individuo e non in base al merito o alla posizione gerarchica. Un punto di equità sociale che certamente Il cosmopolita non contesta perché tutti hanno i figli che vanno a scuola, tutti hanno le spese sanitarie, eccetera. Scomparirebbe infine l’indennità di rappresentanza, il mostro che fa gridare allo scandalo perché oggetto di autocertificazione e dunque di possibili maneggi. Le spese di rappresentanza – perché il diplomatico all’estero deve continuare a ricevere “Italian style” – sarebbero rimpiazzate da un fondo di sede ad hoc. Anche questa è una misura nel segno della chiarezza. Bisognerebbe però chiarire cosa succede quando il fondo ad hoc si esaurisce, tanto per dire con la Festa del 2 giugno. Nel secondo semestre dell’anno, il diplomatico cessa di ricevere oppure continua a ricevere a sue spese, a carico dell’ISE nel frattempo dimezzata?

Il gran parlare dell’ISE un primo risultato lo sta già producendo. La rinuncia dei diplomatici a candidarsi ai posti che non siano “glamour” come i soliti New York Washington Bruxelles Parigi Londra. Alcune sedi difficili rischiano di restare scoperte a lungo se vengono meno due aspettative fondamentali: quella di un’ISE talmente congrua da fare superare il disagio di adattarsi a situazioni difficili se non estreme; quella di una successiva assegnazione “glamour” e comunque di uno scatto di carriera. La psiche del diplomatico è relativamente semplice, rammenta senza offesa quella di Catalano nella vecchia trasmissione di Renzo Arbore. Meglio andare in un posto “in” dove magari si guadagna poco ma si fa carriera e si vive bene? Oppure andare in un posto duro dove pure si guadagna poco e si fa poca carriera?

A monte della riforma dell’ISE – lo scrivono alcuni diplomatici nei loro blog – dovrebbe essere la riforma della rete diplomatica e consolare. Ovvero una riflessione collettiva sulla nostra politica estera e sull’esigenza di coprire certe aree e certe materie in priorità. Se un certo posto è di suprema importanza, si deve incentivare in ogni modo la sua copertura, anche aumentando e non riducendo l’ISE. Altrimenti lasciamo le sedi problematiche al gioco della domanda e dell’offerta e ci ritroviamo con nessuna domanda, ad esempio, per Abuja ed una pletora di aspirazioni per New York Bruxelles eccetera. Qui il discorso stinge in politica e perciò avrebbe bisogno di un confronto che vada al di là di quello, pur corretto e doveroso, con le organizzazioni sindacali. Un discorso che dovrebbe investire anche l’opinione pubblica. Signore e Signori della stampa, è vero che gli ambasciatori in alcune sedi ricevono un assegno eccessivo, è pure vero che se non teniamo alto l’assegno in certe altre sedi, queste rimangono scoperte. La loro mancata copertura può recare danno agli interessi del paese. Sempre che naturalmente siamo convinti che il paese abbia bisogno di perseguire gli interessi con un servizio diplomatico pubblico.

TAG ise

ARCHIVIATO IN Sindacale

Di Il Cosmopolita il 19/06/2014 alle 17:54 | Non ci sono commenti

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