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Tag: isis

15/11/2015

Il DAESH a Parigi.

DAESH sta per al-Dawla al- Islamiyya fi Iraq wa l-Sham, stato islamico di Iraq e Siria, il Califfato, il nemico giurato d’Occidente, che rivendica la strage di Parigi e altri attentati. La corrente di pensiero cui s’ispirano i movimenti integralisti sostiene di fondare l’azione sull’insegnamento della giurisprudenza sunnita per proporre una lettura radicale, jihadista, della scrittura. La corrente di pensiero divide il mondo in terra dell’Islàm e terra della Guerra. Nella terra dell’Islàm vige il diritto di praticare le regole islamiche e il culto dell’Islàm esibendone i simboli. La terra della Guerra rientra fra le aree strappate all’Islàm e che l’Islàm deve riconquistare. I movimenti jihadisti seguono un dovere religioso nel praticare un Islàm espansionista e aggressivo, specie se l’Islàm è minacciato dagli “empi” persino nella sua terra di elezione, quel Califfato che essi stanno costruendo fra Iraq e Siria. Rinunciare al Califfato, non difenderne la sopravvivenza all’interno ed all’esterno delle sue ancora provvisorie frontiere, significa venire meno a quel dovere.

Inquadrato in questi termini il caso francese, che non differisce molto dal caso russo per l’attentato all’aereo in volo sul Sinai, vi sono pochi margini di manovra riguardo all’ondata che investe l’Occidente. E qui, per comodità d’esposizione, consideriamo Occidente anche l’Oriente europeo. La diplomazia deve lasciare il passo alle forze di sicurezza, nelle punte arretrate e domestiche della polizia e nelle punte esterne delle forze armate impegnate nei teatri di guerra. Bisogna accettare che di guerra si tratta, sia pure di guerra ibrida o asimmetrica come pure la si definisce nella dottrina politologica. Guerra ibrida perché i nemici non si combattono alla stessa stregua sul campo di battaglia, ma adoprano mezzi impropri, ibridi appunto, per colpire l’avversario non frontalmente ma nelle retrovie. Scegliere il campo da gioco meno propizio all’altra parte: giocare fuori casa dove l’altro meno si aspetta la tua risposta o dove, pur aspettandola, è nella pratica impossibilità di prevenire tutto e sorvegliare tutto. Dice bene il Viminale che non esiste la sicurezza assoluta. Dicono bene i servizi che non esiste la prevenzione assoluta. Sicurezza e prevenzione possono e devono migliorare, specie in prossimità dei grandi eventi, ma neppure militarizzando le città – e nessuno lo vuole – si avrebbe il rischio zero. L’attacco è imprevedibile e trova nell’imprevedibilità la massima efficacia. Specie se, come nel caso di Parigi, è condotto da persone votate al martirio, che non hanno neppure la remora di cercare una via di fuga, un piano B nel caso che il piano A vada storto.

Un’operazione verità è opportuna con l’opinione pubblica: il chiarimento che alcuni potenziali terroristi abitano alla porta accanto, probabilmente in quartieri poveri come il Comune di Molenbeek a Bruxelles. Spesso se non sempre sono concittadini con una vita apparentemente ordinaria. Common people che coltiva sentimenti di ripulsa se non di odio per la società che li ha accolti e che rifiuta d’integrarli. Essi sono uguali quanto alla posizione giuridica e irriducibilmente diversi quanto al credo comune.

Un’operazione verità è pure opportuna riguardo all’afflusso dei profughi. Resta da provare che uno degli attentatori sia arrivato in Francia via Grecia e Macedonia e poi chissà da dove. L’afflusso di profughi, nella misura di migliaia al giorno con la Germania al primo posto, è fenomeno di difficile gestione per chiunque. Non bastano gli appelli umanitari né le risorse messe a disposizione di chi accoglie per venirne a capo con efficienza. I buchi nelle maglie dei controlli sono fatali quando la pressione è alta. Che fra i profughi vi siano i combattenti di ritorno o anche i nuovi combattenti, è ipotesi ampiamente considerata dai servizi di sicurezza. Se l’ipotesi trova riscontro dalle indagini, getta una luce sinistra sulle politiche di accoglienza e sulle misure  messe in piedi anche nel Vertice di Malta. L’ondata di destra che pervade il continente europeo troverebbe alimento da queste scoperte. La campagna elettorale permanente in cui vive l’Europa – oggi qua e domani là – avrebbe l’argomento prioritario: le minacce esterne alla sicurezza europea.

A guardare nel medio periodo, la risposta europea non può che essere europea. Sembra paradossale pronunciarsi per “più Europa” quando il Regno Unito vuole negoziare “meno Europa” per non allontanarsi definitivamente. Ebbene, “più Europa” significa in questa fase di alto rischio considerare che le ventotto politiche nazionali di sicurezza e difesa non reggono più all’urto dei fatti. Se ne accorge lo European Political Strategy Centre, il centro di studi strategici interno all’UE. Malgrado i tagli ai bilanci della difesa, l’Europa nel suo insieme spende per la sicurezza una cifra considerevole che la pone dietro agli Stati Uniti. Si può affermare che il suo contributo alla sicurezza mondiale sia secondo a quello americano?

Domande più che risposte vengono dai fatti di Parigi, per i quali non bastano le parole di cordoglio.

TAG isis califfato daesh parigi ue terrorismo europoa

ARCHIVIATO IN Editoriali

Di Il Cosmopolita il 15/11/2015 alle 21:50 | Non ci sono commenti

10/12/2014

Sempre a parlare di politica estera.

Sempre a parlare di politica estera. Suona ironico, il titolo, perché la piccola estera continua ad essere la grande sconosciuta del dibattito italiano. Scrive su La repubblica Mario Pirani che, a parte qualche ambasciatore in pensione, nessuno in Italia s’interessa professionalmente dell’argomento. Eppure – continua – qualche motivo d’interesse generale ci sarebbe. Peccato che lo stesso Pirani si limiti a elencare i punti e non ne approfondisca alcuno né tocchi il nodo di fondo.

Il nodo di fondo sta nella sistematica e di successo opera di smantellamento dell’apparato pubblico, in primis quello che si occupa di politica estera e di sicurezza. L’opera si consuma non solo nel silenzio delle voci contrarie, salvo quelle dei classici ambasciatori in pensione, ma nel giubilo dell’opinione pubblica. La quale opinione pubblica si forma l’opinione sulla base di dati lacunosi se non infondati.

Gaudio circonda la decisione di ridurre le commesse di aerei militari. La decisione è corretta, ma nessuno ha avuto il piacere di ascoltare un dibattito in televisione, e cioè nel luogo dove si forma il pubblico sentire, in cui invitare qualche ufficiale dell’aeronautica. Uno che ne capisca o per avere pilotato gli aerei oggi in dotazione o per essere addestrato a pilotare quelli che verranno. Sarebbe come parlare di terremoti senza il vulcanologo o di temporali senza il meteorologo. Le sole bombe che il pubblico ama commentare sono quelle d’acqua. Che poi nel resto del mondo piovano altre bombe, il problema non ci riguarda. Qualcuno le lancia per qualche motivo. E se qualcuno le lancia, vuol dire che è attrezzato per farlo: dispone di un’aviazione adeguata allo scopo.

Non siamo militaristi, amiamo la pace universale, ma neanche possiamo ignorare che il mondo attorno a noi è grigio e freddo. Non è Paolo Conte a cantare Vieni via con me, sono le armate libiche e dell’ISIS che non si acquetano e portano la loro minaccia alle nostre porte. L’ISIS recluta le matricole come Mediaset per il Grande Fratello: con annunci in rete cui rispondono gli aspiranti candidati più disparati e da tutte le parti anche d’Europa. Si chiama turismo della jihad, la nuova moda del viaggio fuori porta. Come le gite domenicali prevede il viaggio a ritroso. Finita la missione, il turista della jihad torna a casa con i panni sporchi.

La politica estera è fatta di analisi e di azione. L’analisi dovrebbe illuminare l’azione affinché non ci si limiti alla reazione. Che è quella che siamo abituati a praticare. Succede un disastro – bomba d’acqua o di altro tipo – e s’invocano la Protezione Civile e le Forze Armate. Se queste nel frattempo sono state debilitate da tagli e cattiva gestione, poco importa. Devono rivelarsi efficienti alla bisogna e poi scomparire dal radar della pubblica attenzione.

Fra qualche giorno la CGIL – Esteri celebra la sua riunione annuale alla Farnesina. La CGIL è conservatrice in generale. Quella degli Esteri non è da meno. Pretende di conservare quel che resta della struttura pubblica preposta alla politica estera italiana. Un’opera talmente controcorrente che incontra pochi proseliti e molte resistenze. I proseliti sono pochi non tanto per scarsa convinzione quanto per il timore di andare appunto controcorrente: di sostenere posizioni scadute come il vecchio yogurt. Le resistenze sono a volte passive anche all’interno della Casa. Il sistema comunque regge: quanto meno per gli happy few, quelli che passano da un prestigioso incarico romano a un prestigioso incarico all’estero. Se poi la maggioranza del personale si arrangia in qualche modo per andare avanti, vuol dire che non è collocata nel mainstream del pensiero dominante. Più che spirito di conservazione, quello della CGIL – Esteri è anelito di resistenza.

TAG cgil - esteri politica estera isis

ARCHIVIATO IN Editoriali

Di Il Cosmopolita il 10/12/2014 alle 16:05 | Non ci sono commenti

03/12/2014

Dove vuol seminare la strategia dell'orrore del'IS?

Fabio Cristiani

Alla fine, di questo “Stato Islamico” si parla perfino poco. Siamo così presi da noi stessi – articolo 18, riforma del Senato, Tor Sapienza… – che di questa guerra ci interessiamo fino a un certo punto. Oltretutto, è ancora parecchio lontana. Ogni tanto qualche politico rinnova l’allarme, ma il sospetto che lo faccia più che altro per ammorbidire l’opposizione agli F 35  e alle altre spese militari, è abbastanza forte. Del resto, quale potrebbe essere il ruolo militare dell’Italia in un’eventuale guerra su larga scala ?

Nel frattempo, i tagliagole dell’IS ci sbattono in faccia un’orrenda esecuzione ogni due-tre settimane. Si dice che sia per spaventarci. Non credo. Sono ancora troppo deboli militarmente e troppo lontani per distoglierci dalle nostre angosce economiche e esistenziali. Credo piuttosto che sgozzino la gente ritenendo così di conquistare prestigio e rispetto nel mondo islamico. Infatti, se è ben possibile che l’IS prima o poi sia costretto a ritirarsi, il prestigio guadagnatosi con queste efferatezze resterà a lungo presente nella memoria dei più giovani.

Ed è proprio qui il vero pericolo. Ogni giorno, in Italia - ma anche altrove in Europa - migliaia di giovani musulmani sono trattati come schiavi, insultati e derisi sui luoghi del lavoro nero, dove nostri connazionali del genere di quelli comparsi sulle piantagioni di pomodori fino al civile nord-est, danno sfogo ai loro istinti sadici. Meno cruentemente, ma con grande efficacia, i leghisti fanno di tutto per creare una barriera culturale fra noi e loro, per una manciata di voti.

Cosa passerà per la testa di questi ragazzi umiliati, offesi e perfino picchiati per 5 euro e 16 ore di lavoro al giorno ? Quanti sono quelli che si augurano nel silenzio della loro mente che un giorno la bandiera nera dell’IS sventoli sul serio a piazza San Pietro e che magari possano anche tagliare la testa di qualche loro schiavista ?

Più che comprare nuove armi e raccontarci di poter essere protagonisti in una guerra vera, non sarebbe intanto il caso di cominciare a mandare i carabinieri nelle migliaia – si’ migliaia – di aziende dove si pratica il lavoro nero se non addirittura la schiavitù ? Se si drenasse l’acqua che alimenta questa vergogna, molti clandestini tornerebbero nei loro Paesi, molte aziende decotte chiuderebbero lasciando spazio a nuove intraprese, i salari degli occupati regolari non sarebbero così tanto taglieggiati e, alla fine, gli stranieri rimasti troverebbero un motivo per integrarsi e, un domani, per stare dalla nostra parte quando i prossimi tagliagole volessero affacciarsi da queste parti.

TAG isis

ARCHIVIATO IN Pace e guerra

Di Il Cosmopolita il 03/12/2014 alle 12:18 | Non ci sono commenti

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