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Tag: kant

11/09/2015

Una Germania “kantiana” alla guida dell'Europa?

Ci sarebbe da sorridere – se sorridere si potesse di fronte a tanti lutti e disumane sofferenze – nel riportare gli sviluppi registrati negli ultimi giorni in Europa sulla questione delle migrazioni. Si potrebbe perfino richiamare una delle più italiche fanfaronate: quella del Mussolini a cui sarebbero “bastati” ventimila morti per “sedere al tavolo della pace” (sic)… e raffrontarlo con le –almeno – tremila vittime del Canale di Sicilia. Infatti, e in fondo, la sparagnina Europa ed il suo centro “pensante” (la Germania della cristiana Angela Merkel) si sono accontentate di qualche migliaio di morti (più un puntuto rimbrotto di Barack Obama…) per scoprire ciò che era ben evidente anche al più stolido osservatore: il fenomeno non era emergenziale, bensì strutturale. Anzi maturato in un trentennio di politica delle “tre scimmiette” (quelle che non vedono, non sentono, non parlano): il trentennio in cui si sarebbe dovuta avviare una qualche forma di riequilibrio Nord Sud (e per noi specificamente quello tra riva Nord e riva Sud del Mediterraneo)  e – viceversa – il massimo registrato (almeno in Italia…) fu la farneticante e rapinosa “campagna” contro lo sterminio per fame in quello che allorasi chiamava “Terzo Mondo”.

Il “sorriso” potrebbe potrebbe perfino diventare un ghigno arrogante al solo ricordare che già nei primi anni ’80 del secolo scorso documenti dell’OCSE invitavano ad una qualche riflessione sulle “piramidi” demografiche (la “nostra” larga sopra e smilza sotto e la “loro” larga sotto con sterminate plebi giovanili e stretta sopra con ben pochi anziani…) ed avrebbero dovuto indurre a comprendere (già prima della palpabilità della globalizzazione) come la globalizzazione monetaria e finanziaria erano l’ultimo e non il primo passo da compiere… Ma tant’è: il Signore acceca quelli che vuole perdere…

Di più.   Il “pensiero” italiano che fino ad ieri pompava sui bruti leghisti (chissà forse alla ricerca di un Orban italiano? Oppure di un alter ego al “riformatore” de “noantri” Matteo Renzi cucinato da altri potenti “riformatori” della tempra di Carlo De Benedetti e Sergio Marchionne), è passato in un battibaleno alla riscoperta dell’anima “kantiana” della Germania: noi che kantiani - ma “veramente” - siamo sempre stati come testimonia l’attività ultradecennale di questo (ed altri..) fogli di riflessione inascoltati (e repressi) rimaniamo stupefatti. Un’improntitudine più che politica culturale tale da illustrare l’abisso che separa Roma da Berlino. Tanto per esemplificare si pensi alla nostra volatilità. A proposito dove è finita l’inchiesta sulla Mafia romana stemperata nella novella delle vacanze del giulivo Marino, ma anche quelle sul terremoto aquilano (a parte la precipitosa fuga renziana da quegli ingrati luoghi montani). Chissà? Ora che il già “braccio destro” del desaparecido Berlolaso è assurto a nuovo “Deus ex machina” dell’”emergenza” romana e giubilare.

Più che kantiana – e cioè cosmopolita, razionale e al fondo paradossalmente umanista – la Germania si è dimostrata (con i suoi 500mila possibili immigrati) capace di capire e seguire il corso degli eventi. Quanto a noi siamo e restiamo un volgare Paese dei campanelli: il Paese che confonde la politica internazionale con il “pasticcio” dei marò, che manda aerei di Stato con leggiadre neo-ministre in cerca di notorietà a prelevare bambinetti congolesi adottati da cittadini più che amorosi insensati. Mentre altri bimbi non baciati dalla fortuna dell’occhio dei “missionari” affogano stretti alle loro madri. Si sa il mondo è oltrechè ingiusto, anche irrazionale. Ma non è scritto che il nostro “destino manifesto” sia quello di dargli una mano.

E non è neppure scritto che la Farnesina – con la sua politica “spot” e con i suoi flash pubblicitari tipo l’ultimo degli Angela (televisivi) che reclamizza la vetrina della cosiddetta “Unità di crisi.   Altro che Unità di “crisi” e telefonate alle “famiglie”, sarebbe ora che il (finalmente dopo una sfilza di predecessori irrilevante e/o dannosa) senziente Ministro Gentiloni mettesse mano alla più difficile delle iniziative: sottrarre la strategica Amministrazione degli Esteri al predominio parafascista che la ha sgangherata ed asservita nell’ultimo quarto di secolo. Ciò non ci trasformerebbe nella Germania “kantiana”, ma – almeno – ci permetterebbe di capire cosa fanno (e cosa pensano) i nostri vicini.

L’evidente fallimento (inconcludenza ad essere sconsideratamente generosi) del semestre di Presidenza italiano, i “successi” come la riapertura della Fiera Campionaria della “gran Milan” (perché questo è stato l’Expo in salsa meneghina), le pacche sulle spalle e gli abbracci renziani a tutti i leader mondiali disposti a subirli non sono – ripetiamo non – sono espressioni di politica internazionale. Non è politica internazionale detenere posizioni (comunque subalterne) nella nomenklatura finanziaria internazionale, non è politica internazionale lo slalom furbetto tra posizioni contrapposte.

Politica internazionale è innanzi tutto pensiero, previsione, analisi, proposta. In breve essere “kantiani” come gli altri, possibilmente prima degli altri.

TAG migranti farnesina ue mediterraneo kant

ARCHIVIATO IN Editoriali

Di Il Cosmopolita il 11/09/2015 alle 16:09 | Non ci sono commenti

08/01/2015

Il conflitto permanente.

L’area che va dal Medio Oriente al Golfo è teatro dell’ennesima tensione che a tratti sfocia in guerra aperta. Il filmato delle due cooperanti italiane nelle mani del gruppo Al Nusra porta nelle nostre case le immagini del conflitto. Inutile ora commentare, secondo l’uso della stampa di destra, che le due  inneggiavano alla libertà di quei popoli che ora le tengono prigioniere. Puoi propendere per la parte sbagliata - sbagliata a saperlo per tempo - e pur tuttavia meritare la massima assistenza nella prigionia. Non esiste l’ostaggio che se l’è cercata. Resta il problema della presenza italiana nelle zone di crisi, una presenza che non è fatta solo da militari e pubblici funzionari come quelli del servizio diplomatico, è fatta anche da cooperanti, laici e religiosi, che assecondano in senso lato la politica estera del paese.

Il nostro paese è sordo al dibattito sulla politica estera, salvo animarlo per scosse emotive come negli episodi delle cooperanti e di quello, più lungo e non meno penoso, dei fucilieri di marina. Non si ascolterà una sola voce chiedere  perché il Medio Oriente vive un conflitto permanente dal 1948, che presto rivaleggerà per durata con la guerra dei cento anni dei nostri manuali di storia. Rileggiamo un classico del pensiero moderno per capirne di più.

Nel 1795 Immanuel Kant scrive Per la pace perpetua prendendo spunto dalla Pace di Basilea fra la Francia e la Prussia. Una tregua piuttosto che una pace duratura fra due paesi irrimediabilmente antagonisti. Il concetto di pace perpetua non è nuovo, prima di Kant ne scrivono l’Abate di Saint-Pierre e Jean Jacques Rousseau. Con il suo libretto Kant teorizza il moderno concetto di cosmopolitismo, un presagio della Società delle Nazioni di Ginevra e dell’Organizzazione delle Nazioni Unite di New York, creature ambedue del XX secolo e ambedue malamente idonee a garantire la pace perpetua.

Nelle relazioni internazionali si distinguono i conflitti caldi, quelli combattuti con le armi in pugno, dai conflitti congelati, quelli che stanno in freddo e in attesa di essere riscaldati o risolti alla bisogna delle parti. Un terzo tipo di conflitto ha un carattere tristemente perpetuo: è quello che infiamma il Medio Oriente. Il conflitto perpetuo oppone Israele dapprima agli Arabi in senso lato e poi  ai Palestinesi.  

Il conflitto perpetuo ha conosciuto momenti caldi come nelle guerre generali fra Israele e Arabi e come nelle azioni e reazioni nei confronti di questo e quel vicino (Libano e Siria). Perpetua è l’opposizione con i Palestinesi, che sono trattati come popolo e, in quanto tali, meritevoli di riconoscimento giuridico internazionale soltanto dagli anni novanta con gli accordi di Oslo e Parigi. Quegli accordi generarono la breve illusione della pace perpetua e produssero nell’immediato il Premo Nobel per la pace a Arafat, Rabin, Peres, nonché la famosa stretta di mano fra Arafat e Rabin sul prato della Casa Bianca, alla presenza di Bill Clinton.

Il conflitto israelo – palestinese ha natura prettamente territoriale. L’occupazione da parte di Israele di terre che i Palestinesi rivendicano per la loro gente.  La divisione dei Territori palestinesi in due blocchi principali, Gaza e Cisgiordania, e la parcellizzazione della Cisgiordania con insediamenti israeliani a macchia di leopardo. Il futuro ipotetico Stato di Palestina avrebbe un territorio discontinuo e in parte condiviso con la popolazione dei coloni che fruiscono, e presumibilmnete continueranno a fruire, di accessi riservati e protetti. Uno stato siffatto sarebbe scarsamente viabile sotto il profilo economico e strutturalmente inane sotto il profilo politico. Ma si tratta di ipotesi diplomatica e non di contenuto concreto di trattative concrete. I fatti sul campo vanno in altra direzione.

Il nodo principale è il controllo del territorio, che raggiunge l’acme nel controllo di Gerusalemme. Ambedue le parti rivendicano la Città Santa (Al-Quds per gli Arabi) come capitale dello Stato d’Israele e capitale dello Stato di Palestina. L’occupazione di crescenti porzioni di Gerusalemme da parte degli Israeliani è pratica abituale, talché la presenza araba nella Città si riduce fino a rendere meno pressante l’esigenza di eleggerla a capitale del futuro stato palestinese.

Gerusalemme è il Muro del Tempio (o Muro del Pianto) e la Spianata delle Moschee. Una vecchia tradizione, quasi una consuetudine, vuole che gli Ebrei si astengano dal frequentare la Spianata per riservarla al culto dei Musulmani. Qualsiasi incursione ebraica sulla Spianata è percepita come provocatoria. La passeggiata di Sharon nel 2000 innescò la Seconda Intifada. A Gerusalemme, nel 2014, l’attentato ad alcuni ebrei a opera di un Palestinese di Hamas scatena la reazione delle Autorità d’Israele. Queste chiudono provvisoriamente la Spianata dopo che un gruppo di Ebrei è penetrato per pregare per il Rabbino Glick, che essi presumono ferito da un attentatore palestinese. 

Il conflitto dalla fisicità del territorio si trasferisce all’immaterialità della religione. Ad essere colpiti sono i luoghi di culto, a morire sono i praticanti delle due religioni. Se già il negoziato sugli aspetti territoriali è ostico, quello sugli aspetti religiosi si profila impossibile. L’opposizione fra le fedi ha un tale portato di irriducibilità che, al cospetto, qualsiasi negoziatore si sente impotente. Come si è arrivati al punto che dirigenze laiche siano trascinate nel conflitto religioso?    La proposta di legge alla Knesset di riconoscere Israele come stato della nazione ebraica aggiunge un tassello alla tensione?  Per il momento la proposta ha portato al dissolvimento della coalizione di governo ed a nuove elezioni per la primavera 2015. Nel frattempo è facile prevedere che nulla accadrà riguardo al  negoziato di pace.

 

TAG kant medio oriente onu

ARCHIVIATO IN Interventi e iniziative

Di Il Cosmopolita il 08/01/2015 alle 16:22 | Non ci sono commenti

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