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Tag: merkel

22/07/2015

L'Italia nella scena internazionale.

Il “Renzi Way” (come lo chiama il quotidiano conservatore britannico “Times” saldamente nelle mani del tycoon Murdoch, tradizionale “fratello-coltello” di Silvio Berlusconi) domina incontrastato la politica estera italiana e, dunque, la Farnesina. Naturalmente per quanto ad essa rimanga della proiezione esterna del Paese. Cosa sia questo “modus renziano” non è difficile immaginare: ce lo spiega bene il foglio dell’imprenditore australiano. Trattasi dell’opposto del “distruttivo” estremismo del Premier greco Tsipras e, piuttosto, richiama alla memoria la felice (per Murdoch e co) era del ragionevole, ragionevolissimo (per il grande capitale, per affari ed affarucci di ogni genere e per avventure belliche come quella irachena della quale ancora – e per chissà quanto – pagheremo i costi) dell’indimenticabile pragmatista (opportunista?) Tony Blair.

Ecco dunque “Matteosubito” che - appena reduce della piroetta Merkel Tsipras e ritorno sull’affare euro-greco – vola a Gerusalemme per portare affetto, solidarietà, infefettibile amicizia al furibondo Premier Nethaniahu ferito dalla ragionevolezza USA, Iran, magari Russia: “la sicurezza di Israele è la nostra sicurezza” proclama il Nostro…. Bene, bravo, giusto: peccato che questo allineamento “perinde ac cadaver” spetterebbe – se mai – al Parlamento italiano piuttosto che all’ansia di protagonismo del giovanotto toscano. D’altro canto la formula è semplice ed assai funzionale in questi incerti tempi: tacere sempre, allinearsi con il più forte (normalmente la Germania merkelliana ormai quasi diventata una “zietta” a cui portare i pasticcini dell’Italia renziana) ed inscenare poi una “mediazione” sui “resti”.

Un’operazione questa quasi di servizio per diplomazie tanto impietose quanto timorose dei contraccolpi internazionali e delle rispettive opinioni pubbliche. E qui arriva il super-tattico Renzi al quale – in fondo – tutto va bene.

Questo stile piacerà a Murdoch, ma è dubbio che risponda agli interessi nazionali italiani e, d’altro canto, chi lo sa? Il Parlamento, questo Parlamento (per quello che vale e per il pochissimo che è in grado di capire e di valutare…) viene convocato “ad audiendum” solo quando ci scappa qualche morto e/o qualche foto o video imbarazzante per la pubblica opinione.

E, purtroppo, l’immissione in extremis al vertice della Farnesina di un politico responsabile e decoroso come Paolo Gentiloni (al quale Renzi avrebbe preferito una delle sue ragazzotte) non ha portato alcuna novità. Piuttosto soltanto una patina di rispettabilità. Meglio di niente, ma certo un po’ poco per un Paese ridotto alla litania dell’Expo e della “genialità” del modello italico (quale? quello di Buzzi e Odevaine? Quello dell’internazionalismo alla Marchionne? Quello dell’imbalsamato Draghi?). Ovvero quello del taciturno più che riservato Gentiloni, che sembra ormai “muoversi sulle uova”, invocando tutti a non romperle.

Questa – tanto per dire l’ultima – è la scelta per il sequestro dei quattro tecnici in Libia. Magari potrebbe funzionare – il silenzio – per l’affare (autoprodotto ed autolesionista) dei marò, ma difficilmente ci restituirà un ruolo dopo il fallimento del semestre europeo italiano e l’esplosione della crisi europea che ha, ormai, polverizzato la “chimera” chiamata appunto “Europa”. Chissà che ne pensa l’Italia a parte la “canizza” del’immigrazione? Meglio non chiederselo e certamente la Farnesina è l’indirizzo sbagliato per avere delucidazioni.

Oltre tutto questo “Ente semi-inutile” si consuma in un sinistro letargo che precede l’arrivo del Ministro Gentiloni ma che questi non ha fatto nulla (tradizionalista…..) per modificare. L’assenza totale di qualunque interlocuzione sindacale interna ne è una prova “ad abundantiam” che stupisce ed addolora soprattutto tenuto conto delle pregresse esperienze del neo-Ministro sul come ed il perchè della crisi di una tecnostruttura di servizio pubblico condannata da decenni alla decadenza, alla lottizzazione reazionaria, agli spot pagati a suon di quattrini dei contribuenti. Dovrebbe ben ricordare Gentiloni che la Farnesina non si riduce all’Unità di crisi (o “viaggiare sicuri”… ah, ah) ma ha ben altra storia e funzioni. Da risanare e riavviare, non archiviare dentro il contenitore arlecchino degli spot cucinati dalle fervide (spesso febbricitanti) menti di Palazzo Chigi.

Ma questa è la storia di un’Italia che non c’è più, che forse non ci sarà mai e che – direbbero gli scrivani di Murdoch – forse non serve a nessuno. Tranne agli Italiani medesimi che – a loro volta – forse manco lo sanno. Ma risvegliarli non era la funzione delle classi “dirigenti”?

 

 

TAG tsipras merkel gentiloni renzi farnesina

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Di Il Cosmopolita il 22/07/2015 alle 21:09 | Non ci sono commenti

22/07/2015

Grexit.

E se la Germania avesse ragione, e con lei il fronte del nord? Siamo talmente abituati all’idea che la Grecia è la culla della democrazia, e dunque quanto vi accade risponde ai supremi precetti di quel regime, che neppure ci sfiora il dubbio che anche altri stati membri, Germania compresa, abbiamo sistemi democratici e rispondano a precetti analoghi. La personalizzazione del dibattito – Merkel avverso Tsipras con gli annessi Ministri delle Finanze – offusca la complessità delle posizioni a confronto. Non due o quattro personalità dibattono, ma molteplici sistemi dibattono sotto la comune egida del diritto europeo primario (il Trattato) e derivato (le varie regole finanziarie). Dare conto della complessità del sistema sarebbe il primo compito della buona informazione e della buona politica. Le nostre collettività sono abbastanza preparate da comprendere che la posta in gioco supera quella della vittoria in una partita simulata di calcio, dove come agli ultimi mondiali la Germania trionfò dopo avere “passeggiato” sui pretesi squadroni sudamericani.

 

Il sistema europeo è complesso, a tratti francamente indecifrabile perché tende ad appoggiarsi ad una “costituzione reale” che si discosta da quella formale. A Bruxelles la prassi politica tende a soverchiare la lettera e persino lo spirito del diritto primario. Si prenda il caso della Commissione. Se il duello si profila fra i capi di governo di Germania e Grecia, con quello francese ad arbitrare, lo spirito europeo è travolto e con esso la mediazione che è frutto del dibattito corale a Ventotto più le istituzioni europee. Si tende a dimenticare che la Commissione siede nel Consiglio europeo, che non è dunque la dépendance dell’asse franco-tedesco, e che in certe materie la stessa Commissione ha potere esclusivo.

 

Scrivere che la Merkel acconsentirà ad un certo aiuto, significa fare torto alla Merkel attribuendole un potere che non ha per toglierlo a chi quel potere ce l’ha, anche se lo esercita in sordina. Il continuo rimpallo delle competenze fra istanze europee e stati membri genera confusione nell’opinione pubblica e alla lunga logora lo spirito europeo che resta, deve restare, alla base della costruzione comune. Se il dibattito si frantuma in una sequenza di colloqui bilaterali, il quadro comune ne risente in maniera irrimediabile. Tanto vale trasferire certe istituzioni da Bruxelles a Berlino e così la Germania, che già ospita la BCE a Francoforte, avrà tutto e gli altri ben poco. Esattamente il contrario di quanto era nelle intenzioni dei padri fondatori, che sparpagliarono deliberatamente le istituzioni fra varie città ad evitare la concentrazione.

 

Nel 1957 la Germania era divisa e la parte occidentale aveva la capitale provvisoria nell’anonima Bonn anziché nella storica Berlino, ma la decisione fu preveggente e tese a privilegiare stati membri minori come Belgio e Lussemburgo rispetto ai maggiori. La Francia ottenne il Parlamento per Strasburgo, ma fu un segnale di riconciliazione essendo la città alsaziana al centro dell’arco di crisi con la Germania.

 

L’equilibrio fra istituzioni e stati membri sta alla base del successo della costruzione europea. Spostarlo in un senso o nell’altro è rischioso. Bene tenerne conto quando la semplificazione mediatica riduce tutto ad una serie di duelli. Il dato personale rileva fino a un certo punto. Conta di più la solidità dell’apparato comune che, in quanto tale, deve essere impersonale. Per dirla con Monnet: le persone passano, le istituzioni restano.

 

TAG tsipras graxit ue merkel

ARCHIVIATO IN Editoriali

Di Il Cosmopolita il 22/07/2015 alle 21:08 | Non ci sono commenti

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