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Tag: pesc

19/03/2015

La vittoria della Destra.

Il Likud rivince le elezioni in Israele sulla scorta di una campagna elettorale giocata sulla figura del Premier uscente, e probabile rientrante, e di un programma dichiaratamente di destra. Nessun infingimento centrista nelle parole che Netanyahu ha pronunciato davanti al Congresso americano e davanti all’elettorato di casa sua, fino all’anatema che, con lui al governo, non vi sarà stato palestinese. La formula magica due popoli – due stati con Gerusalemme capitale condivisa è così sepolta, almeno nelle dichiarazioni preelettorali di una parte.

Le dichiarazioni sono talmente di destra che l’Amministrazione americana ha ostentato distacco rispetto al risultato: congratulandosi con il popolo (per avere votato?) e non col vincitore, come se la vittoria non avesse un nome. Netanyahu ha giocato il tutto per tutto proprio nella discussa trasferta americana. Lo sgarbo diplomatico di parlare al Congresso poteva costargli caro, e invece gli ha dato la spinta per presentarsi al suo popolo come il difensore dei valori occidentali. Ma qual è il suo popolo? Netanyahu ha manovrato abilmente il tasto della doppia appartenenza, israeliana e americana, per parlare agli americani da concittadino e non da leader straniero. Per dire loro che i valori d’Occidente, prima ancora che gli interessi, sono minacciati da varie parti e soprattutto dalla prospettiva di un Iran che, sia pure a termine, si doti di arsenale nucleare. Non convincono i termini dell’intesa che il Quintetto starebbe per concludere con Teheran. Il divieto del nucleare non è assoluto e perenne. E questo prima che scoppiassero i fatti di Tunisi e dunque di avere ulteriori argomenti nel descrivere un Occidente insidiato fin sulle sponde del Mediterraneo.

La nozione di Occidente a questo punto è assai vasta e labile. Stanno idealmente in Occidente tutti i paesi che si riconoscono in certi valori (quali?), stanno altrove tutti quelli che certi valori li minacciano. E non importa se si tratta di sciiti o sunniti. Una chiamata alle armi rivolta a tutti i likeminded perché non nutrano illusioni di appeasement nei confronti di nemici attuali e potenziali.

L’appello alla sicurezza come bene supremo d’Israele ha trovato terreno propizio presso l’elettorato, che pure Unione sionista aveva cercato di fare ragionare in termini meno emotivi. La risposta, non plebiscitaria ma comunque maggioritaria, è stata nel segno della continuità Si continuerà cioè a gestire il conflitto e non a valutare le prospettive di soluzione. E d’altronde il tentativo del Segretario di Stato americano di rianimare il processo di pace è ormai un ricordo dell’anno passato.

Si aspetta a Gerusalemme il cambio di guardia alla Casa Bianca per riprendere i giochi sul serio. Un biennio circa di pausa (quanto tranquilla?) ci attende.

Inutile chiudere con il tradizionale appello ad una presa di posizione dell’Unione europea. Il realismo, e il peso dei precedenti, fanno pensare che sarebbe una pia quanto inutile attesa. L’Alta Rappresentante ha appena nominato un diplomatico italiano quale inviato per il Medio Oriente. La scelta è caduta su un funzionario di valore, che riuscirà laddove i predecessori non sono riusciti soltanto se avrà adeguato sostegno politico. Gli auguriamo di fare bene.

TAG israele pesc palestina

ARCHIVIATO IN Editoriali

Di Il Cosmopolita il 19/03/2015 alle 14:58 | Non ci sono commenti

30/09/2014

Breve agenda per il Ministro che verrà.

Lo scrupolo istituzionale del Presidente del Consiglio è commendevole. Non posso sostituire la Ministra degli Esteri finché non riceve il benestare del Parlamento europeo a insediarsi come Alta Rappresentante. Il voto parlamentare verrà a ottobre e sarà con ogni probabilità favorevole. Sarebbe il caso di pensare subito alla sostituzione alla Farnesina. Il fatto che se ne parli poco e nel quadro di un ipotetico rimpasto, non depone bene. Conferma la scarsa considerazione che media e politica,  uniti nella lotta a stordire il pubblico con dichiarazioni altisonanti, nutrono per i destini della Farnesina. Che dopo tutto rappresenta il principale strumento istituzionale di politica estera dell’Italia. La sottovalutazione della casella Farnesina corrisponde alla sottovalutazione della casella politica estera. La prima può essere lasciata al suo omeopatico declino, la seconda è data in assegnazione perpetua, e a volte acritica, a attori esterni.

Ora che la Ministra si trasferirà a Bruxelles, potremo completare la cessione di sovranità in materia di politica estera e sicurezza. Se finora ci profiliamo appena nelle scelte europee, con la “nostra” Alta Rappresentante  potremo indugiare nella fiducia che qualcuno dirige per noi. Ecco allora la proposta del Cosmopolita: passiamo la nostra diplomazia in carico al SEAE e non se ne parli più. A sessanta anni dal fallimento della CED, la Comunità europea di difesa bocciata dall’Assemblea francese, diamo sostanza al sogno integrazionista: tutti a Bruxelles.

Il nuovo Ministro degli Esteri e della Cooperazione avrebbe l’esigenza di darsi un’agenda che sia insieme di azione esterna e di azione interna, le due essendo strettamente legate. Sull’azione esterna l’impulso giusto dovrebbe riceverlo dalle forze politiche in Parlamento. Sull’azione interna, qualche segnale potrebbe raccoglierlo presso chi nel Ministero ci sta da tempo e con qualche guizzo d’intelligenza delle cose. Certo, la parola “sindacato” fa tanto démodé, sa di conservatorismo, ma la CGIL – Esteri non si sente così vetusta da meritare la subitanea rottamazione. E non solo la CGIL, anche altre forze vivono e pensano.

Si prenda il caso della politica culturale. I responsabili degli istituti di cultura si riuniscono attorno all’interrogativo di fondo: con questi chiari di luna serviamo ancora a qualcosa? La risposta, sospetta di spirito corporativo, è sì, serviamo ancora a qualcosa. La risposta vera, troppo cruda per essere pronunciata a chiare lettere, è che serviamo praticamente a nulla. Bilanci più che ridotti, chiusure a go-go, personale demotivato salvo i pochi direttori di chiara fama che fanno il colpo dei quattro anni di mandato e via. Si prenda il caso della politica consolare.

I consolati subiscono anch’essi la falcidie del riorientamento, sia pure con la nobile motivazione che si chiude qui per aprire lì. Quando si apra non è dato sapere, mentre la chiusura è istantanea e inappellabile. Si trovano i fondi per le elezioni Comites: fondi non nuovi ma dirottati da altre voci di bilancio, la somma algebrica dovendo essere pari a zero. E’ giusto dare rappresentanza agli emigrati tramite i Comites che, pur ridotti di numero e componenti, continuano ad essere numerosi e pletorici. E soprattutto a rappresentare poco o per nulla il fenomeno della nuova emigrazione. Cosa ne è dei nuovi migranti, i giovani masterizzati che rendono onore al nostro sistema universitario e disdoro al nostro mercato del lavoro? Essi non si riconoscono nei Comites, spesso i Comites neppure sanno cosa siano. Non pare che ci siano in cantiere iniziative per intercettare quei giovani. Se ne sono andati per tempo, beati loro.  E invece ci gioverebbe censirli e intercettare i loro saperi in vista non di improbabili ritorni delle persone ma di possibili ritorni del frutto delle ricerche. Una consulta nazionale dei giovani neo-migranti: ecco un punto nella possibile agenda del nuovo  Ministro. Il punto darebbe smalto anche agli Istituti di Cultura. Meno dantisti e qualche ricercatore scientifico in più da reclutare fra i giovani espatriati.

Lasciamo da parte deliberatamente gli aspetti alti dell’agenda. La sicurezza europea, con la Russia che fa la faccia feroce e le nostre imprese che non vi esportano per le sanzioni. L’ISIS, che resta un soggetto misterioso malgrado il clamore che accompagna le sue feroci gesta. La Libia dove giace il “nostro” petrolio.

Questi aspetti attengono alla decisione politica. Com’è giusto e doveroso. Limitiamoci al fronte interno: Signor Ministro, ascolti in priorità chi in questa casa ci sta da anni e con qualche guizzo d’intelligenza delle cose.

TAG seae pesc farnesina

ARCHIVIATO IN Editoriali

Di Il Cosmopolita il 30/09/2014 alle 22:05 | Non ci sono commenti

19/09/2014

La secessione in kilt.

Cadono i venticinque anni dell’unificazione tedesca e li celebriamo con la vittoria del “no” al referendum scozzese. La Scozia resta ancorata al Regno Unito, sia pure con crescente autonomia. I due eventi, distanti nel tempo, hanno il tratto comune di puntare a aggregare e non a separare. Dal 1989 l’Europa è striata dalle separazioni, alcune indolori come fu in Unione Sovietica, altre sanguinose come fu nella Jugoslavia. Ma anche quelle consensuali lasciano tracce. La controversia fra Russia e Ucraina è un cascame della dissoluzione sovietica: la ripresa di protagonismo della Russia dopo la stasi eltsiniana, la vocazione europea e occidentale dell’Ucraina. Tutti elementi che, mescolati, non producono il cocktail caro a James Bond ma una cacofonia di sapori e dunque di contrasti.

Nel 1989 la geografia europea si ridefinì attorno a confini diversi da quelli stabiliti nell’immediato dopoguerra. Mai tanti stati in Europa come dopo la scomparsa di URSS e Jugoslavia, mai tante tensioni dopo la caduta del blocco comunista. La vicenda di Scozia s’iscrive in altro contesto, lo stesso grosso modo del Belgio e della Spagna dove convivono sotto lo stesso tetto popolazioni e lingue diverse. Solo che in Scozia ha prevalso il senso di appartenenza alla Corona e, per questo verso, all’Unione europea. Efficace è stato il monito venuto da Bruxelles. Diretto agli Scozzesi e, loro tramite, a Catalani e Fiamminghi e Baschi: le secessioni portano all’esclusione dall’Unione, chi voglia rientrare deve puntare al processo di adesione. La Scozia, membro UE sin dagli anni settanta, si sarebbe trovata d’improvviso nel girone purgatoriale dei paesi candidati, alla stregua di Macedonia e Serbia e Turchia. Un prezzo troppo alto da pagare anche a fronte della piena sovranità sul petrolio del Mare del Nord.

Il messaggio unionista tiene, e qui adopriamo unionista sia nel senso dello Union Jack che in quello delle dodici stelle in campo azzurro. Ora la parola passa a Londra. Tenere fede alle promesse di autonomia spese alla vigilia del voto. Tenere fede al mandato unitario non solo sul piano interno ma anche su quello continentale. L’altalena sull’altro referendum – quello del “si” o del “no” alla membership – dovrebbe cessare di oscillare. Come la Scozia è parte del Regno Unito così il Regno Unito è parte dell’Unione. La partecipazione di Londra al gioco dell’Unione va a beneficio della squadra. E questo specie nel campo, ora di nostra priorità, della politica estera e di sicurezza e difesa. Nessuna PESC, nessuna PSDC sarà credibile senza il convinto apporto britannico. Le forze armate britanniche, con le francesi, sono il nucleo duro dell’ipotetica force de frappe d’Europa. Tutto il resto conta relativamente. Il mandato dell’Alta Rappresentante comincia sotto fausti auspici.

TAG scozia unine europea pesc ue regno unito psdc

ARCHIVIATO IN Europa

Di Il Cosmopolita il 19/09/2014 alle 15:15 | Non ci sono commenti

23/07/2014

La tattica europea.

La metafora calcistica torna buona per farsi comprendere dal grande pubblico, ma tende a semplificare tutto in una ridda di risultati. La vittoria, il pareggio, orrore: la sconfitta. Il modesto esito del calcio italiano, della nazionale e delle squadre di club, dovrebbe indurre alla prudenza. Andiamo a Bruxelles certi della vittoria, basandoci sull’assioma che, avendo vinto le elezioni in casa, la coppa continentale è nostra. Come il Brasile entrato sesto campione e uscito sotto i colpi della Germania, anche noi abbiamo dovuto fare i conti con la squadra tedesca. Che stavolta non è allenata dallo chicchissimo Joachim Loew (e un tedesco elegante è un ossimoro per chi è abituato a vedere i colleghi di Berlino coi calzini corti e bianchi)  ma dalla Cancelliera che non è tanto elegante quanto è decisa in quello che vuole. E quello che vuole finisce per divenire decisione comune. Il posto di Alto Rappresentante ci spetta, abbiamo il candidato giusto. Si sa com’è finita la prima partita, il campionato è lungo, il pareggio di luglio potrebbe mutarsi in vittoria di agosto. Un dato comunque emerge: meglio non dichiarare in anticipo le proprie intenzioni.

Juncker è stato indicato dal Consiglio europeo e confermato dal Parlamento come Presidente della Commissione. Il Trattato è stato sorprendentemente rispettato nella sostanza oltre che nella lettera. Sorprendentemente perché ad un certo punto pareva che si volesse seguire il piffero britannico e lanciarsi nella ricerca di un nome che fosse meno europeista. Mentre da altra sponda, compresa quella del nostro Movimento Europeo, si muoveva a Juncker la critica di non essere abbastanza europeista e di essere complice nelle misure di austerità del recente passato. Quelle stesse misure che ora nessuno riconosce come proprie, malgrado fossero state approvate da tutti. Alla nomina di Juncker dovrebbe seguire quella dell’Alto Rappresentante, anch’essa – a parere di alcuni – raggiungibile a maggioranza. Ragionamento impeccabile sotto il profilo formale. L’AR e Vice Presidente della Commissione può essere nominato con decisione a maggioranza. A maggioranza di chi? Del Consiglio europeo o del Parlamento europeo? La risposta alla domanda importa. L’AR è figura di mezzo. Fa parte della Commissione ma è anche e soprattutto espressione degli stati membri che attraverso lui cercano una voce unica sulla scena internazionale. Poiché buona parte delle decisioni in materia di PESC e PSDC (politiche estera, di sicurezza, di difesa) è presa all’unanimità degli stati membri, un AR che già alla nomina non la raccoglie, parte dimezzato. La sua costante dialettica con le diplomazie nazionali (quanto spazio mi consentite affinché io possa adempiere al mio compito unitario?) parte con il freno a mano tirato. Verrebbe compromessa dall’inizio quella funzione propulsiva verso una politica estera comune che è la sua ragione d’essere. Al contrario, raccogliere subito l’unanimità pregiudica positivamente la ricerca dell’unanimità nel concreto operare.  

Il posto di AR è di rilievo e non solo perché è il numero 2 della Commissione. E’ stravagante la vulgata italiana per cui l’incarico conta poco o nulla. Da cinque anni lamentiamo che Lady Ashton appare poco, che il SEAE è una scatola vuota, che le diplomazie nazionali scorazzano come e più di prima,. Da cinque anni, ad ogni crisi, non ultima quella di Gaza, invochiamo “la voce d’Europa”. Appena l’Italia crede a queste diffuse esternazioni e chiede il posto per un proprio candidato, tutti a eccepire che quel posto non serve, che ben altre dovrebbero essere le nostre aspirazioni. La concorrenza, l’energia … Persino l’agricoltura che un’altra vulgata vuole in progressivo ridimensionamento.  Nella polemica anti PESC anche la PAC viene bene. Nel coro dei detrattori  si pone l’editorialista principe di Repubblica. Aduso a dialogare con il Papa, con Benigni, con Draghi – Laura Pausini e Leo Messi seguiranno – egli segue una sua linea che finisce per influenzare, da opinion leader, il pensiero comune. Altro esempio di questo modo di ragionare è che, insistendo per l’AR, rinunciamo alla presidenza del Consiglio europeo. I due incarichi non sono alternativi sul piano formale. Anche se l’Italia ottiene la presidenza del Consiglio europeo, conserva il diritto di avere un membro della Commissione. Con portafoglio minore rispetto a quello PESC? Probabile. C’è però Draghi. Anche in questo caso il ragionamento è stravagante. Il Presidente BCE finisce per essere presentato come un ostacolo nell’attuale spartizione dei posti. Se non ci fosse Draghi a Francoforte, a Bruxelles faremmo sfracelli. Ma Draghi fin quando resterà a Francoforte? Buona domanda.

TAG bce seae unione europea psdc pac pesc

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Di Il Cosmopolita il 23/07/2014 alle 16:09 | Non ci sono commenti

25/06/2014

Tutti vedono tutti.

Ci vorrebbe Paolo Conte a commentare le attuali vicende d’Europa, con i suoi accostamenti arditi, i suoi salti logici e d’immagine. Per stare alla nuda cronaca, tutti vedono tutti in questa vigilia del Consiglio europeo di giugno, quando bisognerà indicare al Parlamento europeo il candidato alla presidenza della Commissione. Giochi fatti per Jean-Claude Juncker come da pronostico? Parrebbe di si, anche se Cameron e qualche altro irriducibile reiterano le riserve su un candidato talmente “outdated”, per dirla all’inglese, da credere ancora nell’europeismo, quella strana bestia politica che la politica “updated” del Regno Unito continua a aborrire come il male peggiore d’Europa. Il male peggiore è altro. Sta nel dichiararsi europeisti e nell’ignorare le esigenze fondamentali dei cittadini europei, quegli stessi il cui consenso s’invoca soltanto alla scadenza elettorale.

Le esigenze fondamentali si racchiudono nelle formule dello sviluppo per l’occupazione e nella protezione dai pericoli esterni. Lo sviluppo per l’occupazione sarebbe ora possibile grazie all’allentamento della politica monetaria da parte della BCE. La difesa dai pericoli esterni è possibile rafforzando i meccanismi di protezione alle frontiere e nella generalizzata opera di analisi e contenimento dei fenomeni internazionali. Le immigrazioni di massa, sia nella forma di permanenze oltre i limiti consentiti dai visti sia nelle forme degli sbarchi, sono percepite come minacciose. La paura come sentimento di base non ha connotazione politica, è trasversale. Combatterla con i mezzi idonei, con il sapiente dosaggio di cooperazione e contenimento, significa rispondere a quel sentimento di base.

Nel programma appena abbozzato della prossima Commissione, ora nelle mani del Presidente del Consiglio europeo, i due elementi – occupazione e sicurezza – dovrebbero essere presenti. Si dice per impulso della prossima presidenza italiana, che sul binomio vuole fondare il proprio semestre. Se tali sono le intenzioni, ben venga un programma della Commissione che vada oltre il semestre italiano a coprire il quinquennio a venire. L’opinione pubblica si appassiona molto alle formazioni. Nella stagione dei campionati mondiali tutti s’improvvisano selezionatori della nazionale; nella stagione del nuovo apparato istituzionale tutti si ritengono membri del Consiglio europeo. Titolari, questi ultimi, della facoltà d’indicare non solo il programma ma anche le persone che saranno chiamate ad attuarlo. Il mantra “donna è meglio” è rilanciato da Roma come passepartout in caso di stallo. Quale donna e in quale posto? Una donna, la socialdemocratica a capo del Governo danese, dovrebbe presiedere il Consiglio europeo. Di nuovo una donna alla testa degli affari esteri?

L’eredità di Catherine Ashton è difficile da portare. I giudizi sul suo operato sono tali che dal successore ci si aspetta molto di più: lo scatto in avanti della politica estera e di sicurezza e di difesa. Proprio sui capitoli PESC e PSDC si misurerà probabilmente la resistenza britannica a qualsiasi avanzamento che non sia il “piétiner sur terre”. Il compito del nuovo Alto Rappresentante si profila arduo. Uomo o donna, poco importa. Importa che abbia la capacità di spiccare il salto. Un concetto andrebbe chiarito nel programma: le diplomazie e le forze armate nazionali possono poco da sole, possono molto se integrate e coese. Non è più tempo per le iniziative solitarie per quanto brillanti, è tempo di sforzi comuni. Il rapporto con la Russia messo in tensione dalla crisi ucraina, l’adesione della Turchia, le relazioni con i vicini meridionali alle prese con una primavera araba trasformata in una stagione indecifrabile, la conclusione dell’accordo di partenariato cogli Stati Uniti. Basterebbero solo questi punti per comprendere la portata dell’agenda dell’Alto Rappresentante e dell’Unione nel suo insieme. Tutti si vedono con tutti, e questo è un dato positivo. Non si vedono, se non sullo sfondo, i Ministri degli Esteri e le rispettive amministrazioni. Il Trattato di Lisbona ha verticalizzato la politica europea. Essa sta nelle mani dei capi di stato o di governo e dei rispettivi staff. Che gli staff abbiano al loro interno i diplomatici di carriera, conta fino a un certo punto. Il dato generale è che la diplomazia tradizionale lascia il passo ad una diplomazia diversa. L’Italia segue il modello verticale.

 

TAG europa juncker pesc psdc consiglio europeo bce

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Di Il Cosmopolita il 25/06/2014 alle 15:35 | Non ci sono commenti

20/01/2010

Il Trattato di Lisbona: avremo la diplomazia europea?

Il Trattato di Lisbona porta con sé un bagaglio di aspettative che lo fanno ritenere l’ultimo ritocco all'’edificio istituzionale immaginato dai padri fondatori oltre mezzo secolo fa. Non c’è da essere perentori circa l’'aggettivo “ultimo” perché continuando a dismisura l’'allargamento dell'’Unione, è probabile che con l’'ingresso dei nuovi membri, e soprattutto della Turchia che promette di essere fra qualche anno il più popoloso paese europeo, un nuovo intervento si renda necessario. Ma stiamo per ora ai fatti ed esaminiamo di Lisbona l'’aspetto più significativo per la diplomazia. Quello che nel sistema del Trattato di Amsterdam era l’'Alto Rappresentante PESC e Segretario generale del Consiglio, ora nel sistema di Lisbona si chiama Alto rappresentante per gli affari esteri e di sicurezza e, lasciato l’'incarico di Segretario generale del Consiglio, assume quello di Vice Presidente della Commissione per le relazioni esterne. In pratica l’'Alto Rappresentante si colloca a metà fra il Consiglio, e cioè i governi dei Ventisette, e la Commissione, e cioè l'’istituzione più genuinamente sopranazionale del sistema europeo. Questa collocazione intermedia, che risulterà all’'atto pratico scomoda da mantenere, si spiega con l'’esigenza di dare coerenza all’'azione esterna dell’'Unione: sia quella svolta dal Consiglio (e dagli stati membri) sia quella svolta dalla Commissione. Quest’ultima è assai rilevante perché la Commissione, con la vasta gamma dei programmi che gestisce, è di gran lunga il principale finanziatore di numerose attività di cooperazione. L’'ulteriore novità di Lisbona è che l’Alto Rappresentante comanda ora sue truppe: un servizio esterno europeo, che alcuni chiamano (ma non si può dire) “diplomazia europea” o almeno embrione di diplomazia europea. Il servizio è composto di funzionari della Commissione (i più numerosi perché già stanno a Bruxelles e nelle sedi estere), del Consiglio, degli stati membri. I funzionari degli stati membri sono diplomatici distaccati dai rispettivi Ministeri degli Esteri. All'’Italia come agli altri “Grandi” dovrebbe spettare un adeguato numero di distaccati per adeguati posti di responsabilità. Questo il lungo quadro concettuale. La pratica si presta a qualche osservazione di natura domestica. Mentre Bruxelles si muove verso la globalizzazione della diplomazia europea, Roma medita di riformare la Farnesina in chiave restrittiva. Diciamo pure che la riforma sa tanto di ristrutturazione, come con le aziende in difficoltà dove il supermanager di turno spezzetta, chiude, sposta. L’'imperativo della riforma non è – come si potrebbe pensare – di adeguarsi alle novità europee: diveniamo più forti perché così contiamo di più nei rapporti con Bruxelles. L'’imperativo è di rispondere alle ristrettezze di bilancio, che in certi casi anticipiamo con una prova di incomprensibile zelo. La nostra forse è una percezione sbagliata e conservatrice. Saremmo perciò lieti di essere smentiti. Ma se così non fosse, gradiremmo se non altro che il progetto di riforma fosse valutato almeno per le sue compatibilità col modello europeo.

TAG unione europea pesc

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Di Il Cosmopolita il 20/01/2010 alle 00:00 | Non ci sono commenti

11/12/2009

Nuova architettura istituzionale dell’Europa Unita: serve ancora questo vecchio Ministero degli Esteri italiano?

Il tentativo di sdoganare la ristrutturazione del Ministero degli Affari Esteri in un'’ottica aziendalistica si scontra in maniera fragorosa con la necessità di ridisegnare radicalmente la nostra politica estera all'’indomani del'l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona. Per cercare di comprendere questo passaggio storico che definisce un quadro unitario di iniziativa politica, economica e culturale europea basta la considerazione che è durato ben 8 anni il percorso intrapreso per disegnare e condurre in porto il progetto di riforma delle istituzioni europee necessarie ad assicurare il funzionamento dell'’Unione a 27. Con la firma della Repubblica Ceca si è anche bloccato il tentativo dei conservatori inglesi che avevano minacciato, qualora il trattato non fosse stato ancora applicato nel momento delle elezioni inglesi che ritengono di vincere, di sottoporlo a referendum abrogativo nel 2010. La figura dell’'alto rappresentante per la politica estera europea (PESC) avrà un ruolo estremamente importante perché ricoprirà anche il ruolo di Vice Presidente della Commissione Europea e sarà a capo del servizio diplomatico comune che rappresenta la vera novità del trattato. Esisterà un corpo diplomatico europeo che orienterà la politica estera europea e verosimilmente giocherà un ruolo significativo già negli equilibri planetari nell'’immediato futuro. A fronte di questa “rivoluzione copernicana”, che segue quella altrettanto importante della istituzione della moneta unica nel 2000 ed a cui vorremmo si collegasse lo smantellamento degli eserciti nazionali (pensate l'’ammontare dei risparmi da utilizzare a vantaggio dei settori sanitari, dell'’educazione, ambientali e sociali), gli attuali gruppi dirigenti politici ed amministrativi della Farnesina cercano di “blindare” l’organizzazione del nostro dicastero tornando indietro di 50 anni, disegnando una struttura interamente tematica, dimenticando tutte le esigenze di coordinamento e di raccordo con i nuovi organismi europei e le nuove emergenze e priorità del contesto internazionale. Ed anche la realtà sindacale deve avviare una profonda metamorfosi a monte di una situazione del lavoro a livello sovranazionale aggredita dalla recente vicenda General Motors-Magna/Opel e dalla proclamazione di uno sciopero generale dei metalmeccanici tedeschi e necessita sempre di più di piattaforme continentali per disciplinare i settori produttivi, le pubbliche amministrazioni ed i servizi sociali nell’'Unione Europea. La generale situazione di insicurezza ed instabilità nel mondo del lavoro ha bisogno di rivendicazioni e piattaforme sindacali continentali istituendo un secondo livello di contrattazione decentrata non a livello nazionale bensì regionale per affrontare le problematicità produttive locali. E se provassimo a considerare la possibilità che per tutti i paesi dell'’Unione non siano più necessarie strutture di politica estera come quelle attualmente esistenti, che occorra invece realizzare dipartimenti nazionali di interfaccia con Bruxelles, uffici diplomatici comuni, istituti culturali europei, nuovi dipartimenti per le politiche migratorie ed immigratorie, moderne unità consolari europee sui territori, procedendo ad una radicale distinzione delle figure professionali specialistiche tra i due settori (esperti diplomatici per la politica estera e esperti amministrativi per le tematiche di emigrazione ed immigrazione)? L'’ipotesi di riorganizzazione della Farnesina, proposta dal Segretario Generale, è in netta controtendenza rispetto al percorso internazionale in atto e disegna una struttura pre-DPR 18/67!!, impedisce di fatto ogni possibilità di coordinamento politico ed operativo con la nascente struttura europea e svilisce le strutture e le professionalità esistenti ad una funzione di supermarket commerciale.

TAG unione europea farnesina pesc commissione europea

ARCHIVIATO IN Farnesina

Di Il Cosmopolita il 11/12/2009 alle 00:00 | Non ci sono commenti

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