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Tag: seae

30/09/2014

Breve agenda per il Ministro che verrà.

Lo scrupolo istituzionale del Presidente del Consiglio è commendevole. Non posso sostituire la Ministra degli Esteri finché non riceve il benestare del Parlamento europeo a insediarsi come Alta Rappresentante. Il voto parlamentare verrà a ottobre e sarà con ogni probabilità favorevole. Sarebbe il caso di pensare subito alla sostituzione alla Farnesina. Il fatto che se ne parli poco e nel quadro di un ipotetico rimpasto, non depone bene. Conferma la scarsa considerazione che media e politica,  uniti nella lotta a stordire il pubblico con dichiarazioni altisonanti, nutrono per i destini della Farnesina. Che dopo tutto rappresenta il principale strumento istituzionale di politica estera dell’Italia. La sottovalutazione della casella Farnesina corrisponde alla sottovalutazione della casella politica estera. La prima può essere lasciata al suo omeopatico declino, la seconda è data in assegnazione perpetua, e a volte acritica, a attori esterni.

Ora che la Ministra si trasferirà a Bruxelles, potremo completare la cessione di sovranità in materia di politica estera e sicurezza. Se finora ci profiliamo appena nelle scelte europee, con la “nostra” Alta Rappresentante  potremo indugiare nella fiducia che qualcuno dirige per noi. Ecco allora la proposta del Cosmopolita: passiamo la nostra diplomazia in carico al SEAE e non se ne parli più. A sessanta anni dal fallimento della CED, la Comunità europea di difesa bocciata dall’Assemblea francese, diamo sostanza al sogno integrazionista: tutti a Bruxelles.

Il nuovo Ministro degli Esteri e della Cooperazione avrebbe l’esigenza di darsi un’agenda che sia insieme di azione esterna e di azione interna, le due essendo strettamente legate. Sull’azione esterna l’impulso giusto dovrebbe riceverlo dalle forze politiche in Parlamento. Sull’azione interna, qualche segnale potrebbe raccoglierlo presso chi nel Ministero ci sta da tempo e con qualche guizzo d’intelligenza delle cose. Certo, la parola “sindacato” fa tanto démodé, sa di conservatorismo, ma la CGIL – Esteri non si sente così vetusta da meritare la subitanea rottamazione. E non solo la CGIL, anche altre forze vivono e pensano.

Si prenda il caso della politica culturale. I responsabili degli istituti di cultura si riuniscono attorno all’interrogativo di fondo: con questi chiari di luna serviamo ancora a qualcosa? La risposta, sospetta di spirito corporativo, è sì, serviamo ancora a qualcosa. La risposta vera, troppo cruda per essere pronunciata a chiare lettere, è che serviamo praticamente a nulla. Bilanci più che ridotti, chiusure a go-go, personale demotivato salvo i pochi direttori di chiara fama che fanno il colpo dei quattro anni di mandato e via. Si prenda il caso della politica consolare.

I consolati subiscono anch’essi la falcidie del riorientamento, sia pure con la nobile motivazione che si chiude qui per aprire lì. Quando si apra non è dato sapere, mentre la chiusura è istantanea e inappellabile. Si trovano i fondi per le elezioni Comites: fondi non nuovi ma dirottati da altre voci di bilancio, la somma algebrica dovendo essere pari a zero. E’ giusto dare rappresentanza agli emigrati tramite i Comites che, pur ridotti di numero e componenti, continuano ad essere numerosi e pletorici. E soprattutto a rappresentare poco o per nulla il fenomeno della nuova emigrazione. Cosa ne è dei nuovi migranti, i giovani masterizzati che rendono onore al nostro sistema universitario e disdoro al nostro mercato del lavoro? Essi non si riconoscono nei Comites, spesso i Comites neppure sanno cosa siano. Non pare che ci siano in cantiere iniziative per intercettare quei giovani. Se ne sono andati per tempo, beati loro.  E invece ci gioverebbe censirli e intercettare i loro saperi in vista non di improbabili ritorni delle persone ma di possibili ritorni del frutto delle ricerche. Una consulta nazionale dei giovani neo-migranti: ecco un punto nella possibile agenda del nuovo  Ministro. Il punto darebbe smalto anche agli Istituti di Cultura. Meno dantisti e qualche ricercatore scientifico in più da reclutare fra i giovani espatriati.

Lasciamo da parte deliberatamente gli aspetti alti dell’agenda. La sicurezza europea, con la Russia che fa la faccia feroce e le nostre imprese che non vi esportano per le sanzioni. L’ISIS, che resta un soggetto misterioso malgrado il clamore che accompagna le sue feroci gesta. La Libia dove giace il “nostro” petrolio.

Questi aspetti attengono alla decisione politica. Com’è giusto e doveroso. Limitiamoci al fronte interno: Signor Ministro, ascolti in priorità chi in questa casa ci sta da anni e con qualche guizzo d’intelligenza delle cose.

TAG seae pesc farnesina

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Di Il Cosmopolita il 30/09/2014 alle 22:05 | Non ci sono commenti

27/08/2014

La festa appena cominciata è già finita…

Appena cominciata, la presidenza italiana del Consiglio UE già sta nella maturità di fine agosto e si avvia alla vecchiaia di autunno. E’ presto per trarre bilanci ma stiamo ancora in tempo per porre qualche questione utile per l’avvenire.

Il Consiglio europeo dovrebbe definire il pacchetto delle nomine al vertice dell’Unione. I contatti si sono susseguiti nella ormai desueta pausa estiva. Gli aruspici danno in ripresa le quotazioni della candidata italiana al posto di Alto Rappresentante: spetta a un socialista e poiché Juncker vuole nel suo Gabinetto non meno donne che nel Gabinetto Barroso, la nostra candidata avrebbe pure la carta del genere. Le delegazioni orientali ancora si riservano. Riserve tattiche perché a uno (una) di loro vada un posto di peso come la presidenza del Consiglio europeo? Probabile. La corrente antirussa, o comunque non propriamente filorussa, sta perdendo quota. Mosca alleggerisce la pressione sull’Ucraina. Soprattutto è nostro obiettivo alleato nella crisi del Golfo, dove vige la regola che il nemico del mio nemico è mio amico. Questo vale per Assad, il despota siriano che avremmo voluto spodestare e che ora è baluardo contro l’IS (Islamic State). Questo vale per i Curdi, che non dovrebbero avere uno stato ma ricevono armi per resistere all’avanzata del Califfato e forse un giorno ne prenderanno il posto.

Dopo questa estate bagnata possiamo attenderci un inverno rigido. Senza il petrolio e il gas di Russia lo sarà di più. Cauteliamoci con sanzioni che facciano male con juicio e adottiamo posizioni non irreversibili. Merkel insegna: un pacchetto di aiuti all’Ucraina e basta con le storie. L’Europa aspetta sempre l’impulso esterno, preferisce reagire che agire. Il fronte anti russo perde perciò argomenti e farebbe cadere la riserva sulla presunta “russofilia” del Governo italiano.

Accingiamoci a salutare un Alto Rappresentante italiano. Quale sostegno riceverà dalla diplomazia di riferimento? Lady Ashton si è appoggiata al Foreign Office, della cui visione europea si può dubitare ma la cui efficienza è al di sopra di ogni sospetto. L’AR italiano potrà contare sulla Farnesina, che nutre sentimenti europeistici ma quanto a risorse qualche dubbio lo solleva. Basti pensare alle poche che mandiamo al SEAE, alla sollecitudine con cui alcuni diplomatici cercano di venirne via, altrimenti la loro carriera nella Casa va a farsi benedire. Per non parlare della capacità di analisi, che dovrebbe porsi alla base di qualsiasi diplomazia di qualche respiro.

Lo stato dell’arte lascia a desiderare nell’Europa nel suo insieme. Tolto il Regno Unito che ragiona con propri parametri ma ragiona, gli altri stati membri e il SEAE mostrano una disarmante incertezza. Mancano le risposte perché neppure si pongono le domande. Chi è l’IS, già ISIS? Chi è Hamas, che pure negozia indirettamente con Israele? Chi muove le milizie che scorrazzano in Libia? Fu buona cosa combattere i vecchi despoti, consegnare armi ai loro oppositori per combatterli poi come nuovi e più pericolosi nemici? Il gioco del si stava meglio quando si stava peggio potrebbe continuare. E’ come se la primavera araba, col suo carico di visioni e d’illusioni, ci avesse trascinati in un abbaglio collettivo: dove la rappresentazione della realtà rimpiazza la realtà. A wishful thinking – direbbero gli Inglesi, che di linguaggio sintetico se ne intendono.

TAG is alto rappresentante seae ue

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Di Il Cosmopolita il 27/08/2014 alle 16:59 | Non ci sono commenti

23/07/2014

La tattica europea.

La metafora calcistica torna buona per farsi comprendere dal grande pubblico, ma tende a semplificare tutto in una ridda di risultati. La vittoria, il pareggio, orrore: la sconfitta. Il modesto esito del calcio italiano, della nazionale e delle squadre di club, dovrebbe indurre alla prudenza. Andiamo a Bruxelles certi della vittoria, basandoci sull’assioma che, avendo vinto le elezioni in casa, la coppa continentale è nostra. Come il Brasile entrato sesto campione e uscito sotto i colpi della Germania, anche noi abbiamo dovuto fare i conti con la squadra tedesca. Che stavolta non è allenata dallo chicchissimo Joachim Loew (e un tedesco elegante è un ossimoro per chi è abituato a vedere i colleghi di Berlino coi calzini corti e bianchi)  ma dalla Cancelliera che non è tanto elegante quanto è decisa in quello che vuole. E quello che vuole finisce per divenire decisione comune. Il posto di Alto Rappresentante ci spetta, abbiamo il candidato giusto. Si sa com’è finita la prima partita, il campionato è lungo, il pareggio di luglio potrebbe mutarsi in vittoria di agosto. Un dato comunque emerge: meglio non dichiarare in anticipo le proprie intenzioni.

Juncker è stato indicato dal Consiglio europeo e confermato dal Parlamento come Presidente della Commissione. Il Trattato è stato sorprendentemente rispettato nella sostanza oltre che nella lettera. Sorprendentemente perché ad un certo punto pareva che si volesse seguire il piffero britannico e lanciarsi nella ricerca di un nome che fosse meno europeista. Mentre da altra sponda, compresa quella del nostro Movimento Europeo, si muoveva a Juncker la critica di non essere abbastanza europeista e di essere complice nelle misure di austerità del recente passato. Quelle stesse misure che ora nessuno riconosce come proprie, malgrado fossero state approvate da tutti. Alla nomina di Juncker dovrebbe seguire quella dell’Alto Rappresentante, anch’essa – a parere di alcuni – raggiungibile a maggioranza. Ragionamento impeccabile sotto il profilo formale. L’AR e Vice Presidente della Commissione può essere nominato con decisione a maggioranza. A maggioranza di chi? Del Consiglio europeo o del Parlamento europeo? La risposta alla domanda importa. L’AR è figura di mezzo. Fa parte della Commissione ma è anche e soprattutto espressione degli stati membri che attraverso lui cercano una voce unica sulla scena internazionale. Poiché buona parte delle decisioni in materia di PESC e PSDC (politiche estera, di sicurezza, di difesa) è presa all’unanimità degli stati membri, un AR che già alla nomina non la raccoglie, parte dimezzato. La sua costante dialettica con le diplomazie nazionali (quanto spazio mi consentite affinché io possa adempiere al mio compito unitario?) parte con il freno a mano tirato. Verrebbe compromessa dall’inizio quella funzione propulsiva verso una politica estera comune che è la sua ragione d’essere. Al contrario, raccogliere subito l’unanimità pregiudica positivamente la ricerca dell’unanimità nel concreto operare.  

Il posto di AR è di rilievo e non solo perché è il numero 2 della Commissione. E’ stravagante la vulgata italiana per cui l’incarico conta poco o nulla. Da cinque anni lamentiamo che Lady Ashton appare poco, che il SEAE è una scatola vuota, che le diplomazie nazionali scorazzano come e più di prima,. Da cinque anni, ad ogni crisi, non ultima quella di Gaza, invochiamo “la voce d’Europa”. Appena l’Italia crede a queste diffuse esternazioni e chiede il posto per un proprio candidato, tutti a eccepire che quel posto non serve, che ben altre dovrebbero essere le nostre aspirazioni. La concorrenza, l’energia … Persino l’agricoltura che un’altra vulgata vuole in progressivo ridimensionamento.  Nella polemica anti PESC anche la PAC viene bene. Nel coro dei detrattori  si pone l’editorialista principe di Repubblica. Aduso a dialogare con il Papa, con Benigni, con Draghi – Laura Pausini e Leo Messi seguiranno – egli segue una sua linea che finisce per influenzare, da opinion leader, il pensiero comune. Altro esempio di questo modo di ragionare è che, insistendo per l’AR, rinunciamo alla presidenza del Consiglio europeo. I due incarichi non sono alternativi sul piano formale. Anche se l’Italia ottiene la presidenza del Consiglio europeo, conserva il diritto di avere un membro della Commissione. Con portafoglio minore rispetto a quello PESC? Probabile. C’è però Draghi. Anche in questo caso il ragionamento è stravagante. Il Presidente BCE finisce per essere presentato come un ostacolo nell’attuale spartizione dei posti. Se non ci fosse Draghi a Francoforte, a Bruxelles faremmo sfracelli. Ma Draghi fin quando resterà a Francoforte? Buona domanda.

TAG bce seae unione europea psdc pac pesc

ARCHIVIATO IN Editoriali

Di Il Cosmopolita il 23/07/2014 alle 16:09 | Non ci sono commenti

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