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Tag: sicurezza

12/02/2016

La moda della sicurezza.

Bisogna aspettare che un fenomeno diventi di moda per occuparcene in maniera seria e concreta. La sicurezza internazionale soltanto qualche tempo fa era affare esoterico di alcuni specialisti. Peggio: a parlarne nei circoli progressisti rischiavi di essere tacciato di militarista, di chi non mette i fiori nei propri cannoni, tanto per parafrasare la vecchia e ingenua canzone sessantottina. Ora tutti a chiedere sicurezza contro tutti. Il DAESH incombe in un’area di Nord Africa e Golfo che produce idrocarburi, e dunque energia vitale per le nostre economie. Infiltra e assolda combattenti che si addestrano in situ e poi riportano indietro le competenze. Masse di migranti, spinti da ragioni politiche e più spesso economiche, si muovono verso il continente in cerca di riparo. Sicurezza in questo caso significa prevenire gli afflussi, assistere quelli che arrivano, rimpatriare quando ci si riesce chi non ha titolo.

La migliore sicurezza sta nella prevenzione. La migliore sicurezza sta nel comprendere che vi è contiguità fra politica estera e politica interna e che ambedue sono letteralmente impastate di politica europea. Nessuno stato membro da solo può fronteggiare fenomeni di questa portata. La solidarietà comunitaria, che prima era declinata in termini di coesione economica e sociale, oggi acquisisce una nuova valenza. Se restiamo stretti gli uni agli altri abbiamo qualche possibilità di resistere alle sfide e di uscirne forse vincenti. Se ci disperdiamo in cerca dell’interesse nazionale, questo mito dello stato sovrano assoluto, allora la globalizzazione del rischio ci travolge.

Può apparire un discorso al limite dell’apocalittico. Non è solo frutto di un’elucubrazione intellettuale, è dibattito corrente in seno agli ambienti europei più avveduti. La disintegrazione dell’Unione è una probabilità che potrebbe trovare alimento dall’infausto esito del Brexit, il referendum britannico d’estate.

Se questo è lo scenario globale, pessimista o realista che dir si voglia, la risposta non sempre pare all’altezza. La prevenzione sta nell’analizzare correttamente le tendenze internazionali per cercare di contrastarle e, se del caso, prevenirle. La prevenzione impone di stare sul pezzo, e cioè in situ, con la rete della presenza pubblica: rete composta di tutti i servizi dello stato nazionale e dell’Unione.

Per dirla in altri termini, occorre rafforzare e non smobilitare la rete diplomatica, renderla capillare anche grazie alle collaborazioni con la rete europea. Vale il paragone con la situazione di certe città dove la criminalità diffusa sembra farla da padrona. Tutti a invocare, a cominciare dai Sindaci, l’esercito di strade sicure per liberare le forze di polizia. E’ giusto. Ma se le forze di polizia anziché essere liberate sono indebolite dai tagli, cosa succede al controllo del territorio? Ci muoveremmo lungo due binari divergenti. Da una parte liberiamo risorse per la sicurezza, dall’altra le comprimiamo. Bene che vada, lo stato della pubblica sicurezza resta quello che era.

A proiettarlo fuori il ragionamento non cambia granché. Noi abbiamo bisogno di politica estera e di sicurezza europea, abbiamo bisogno di rete europea, non importa se di provenienza dalle capitali o da Bruxelles. Bene contrastare la facile polemica sugli sprechi della pubblica amministrazione. Che di sprechi ne ha commessi e ancora ne commette, ma il cui ausilio è essenziale all’obiettivo della sicurezza che viene chiesto dalla popolazione.

TAG sicurezza

ARCHIVIATO IN Editoriali

Di Il Cosmopolita il 12/02/2016 alle 11:41 | Non ci sono commenti

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