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Tag: ue

03/05/2017

La politica estera italiana: contro l’anarchia globale ci salveranno le vecchie zie?

Mancano appena tre settimane al Vertice G7 di Taormina ed è difficile sottovalutarne l’importanza…, non foss’altro perché sarà la prima scadenza internazionale in cui Donald Trump si siederà “alla pari” con qualcun altro…

 

L’Italia di fatto si sta preparando e non certo con il civettuolo caschetto anti-infortuni sfoggiato “in situ” dalla sempiterna Ministra Boschi, ma piuttosto con un misto di mosse accorte e del solito caos erratico di un Paese la cui cifra rimane inguaribilmente infantile.  Per essere chiari basti pensare ai “taxi del Mediterraneo” (come i boss grillini definiscono le carrette della morte delle immigrate gravide e – magari – destinate all’annegamento nel “Mare nostrum”) ovvero ai procuratori di periferia che pontificano di turbative economiche internazionali  che attenterebbero alla nostra Patria…. per il tramite della nefanda alleanza tra “scafisti” ed organizzazioni umanitarie.

 

Ma questo è appunto il patrio, irrinunciabile folklore e pare che di questi insulsi tempi ci metta all’avanguardia (“marinettiana”) e non ai margini del tempo presente.

 

Fortunatamente le “vecchie zie” si sono messe in moto e sembra tenendo conto che il quadro europeo – già terremotato dagli insulari Inglesi – subisca anche le incertezze di Parigi e Berlino. Per non parlare della crisi strutturale dell’Europa a 28…. E così – incredibilmente - restiamo noi. Dopotutto non soltanto siamo ancora il secondo Paese manifatturiero dell’Unione, ma anche il terzo per popolazione (benché decimata da politiche sconsiderate e “arricchita” dall’integrazione all’italiana) e soprattutto quello più “cerniera” non soltanto geopoliticamente ma anche culturalmente.

 

Chi l’avrebbe mai detto!  E chissà se la “nomenklatura” (inguaribilmente provinciale…) lo sa?  Eppure lo sanno, evidentemente, le “vecchie zie”.  Dall’elezione al Quirinale del coriaceo Sergio Mattarella alla (temporanea?) promozione dell’assai decoroso Gentiloni.  Insomma “zitti, zitti” con questi e con altri interessanti personaggi tratti dall’inesauribile attrezzeria italica stiamo diventando, se non l’ago della bilancia, almeno il termometro di questi tempi incerti e calamitosi.

 

Certo c’è ancora molto da fare (in alcuni casi tutto…) però la situazione (checché ne dicano le Agenzie di “rating”…) rimane aperta e – rebus sic stantibus – perfino più promettente per sopravvivere nella crisi strutturale in atto.

 

Naturalmente le “zie” – e possibilmente anche i cittadini… - dovranno capire prima e monitorare poi una serie di rischi quale ad esempio la ventilata uscita dall’euro che ci trasformerebbe con un colpo di bacchetta magica nel Venezuela dell’Europa.

 

E, sempre naturalmente, non pare sicuro che il “capitan Fracassa” di Rignano sull’Arno abbia anche parzialmente capito la lezione del fallito referendum “anti-costituzionale” dello scorso dicembre. Speriamo che lo aiutino le “zie”.  E speriamo che la “sbornia” grillina venga superata come di solito si superano le sbornie: a letto….

 

Intanto, mentre prosegue il solito starnazzo, alcuni scenari sono sotto un qualche controllo. Bene il non simpatico Minniti (zero attentati nel Belpaese) e perfino l’Angelino assurto alla Farnesina “salva” dai Turchi (anzi con i Turchi) un avventuroso giovanotto baciato da notorietà giornalistica… In più su tutto vigila l’unico italiano veramente cosmopolita: Jorge Mario Bergoglio.

 

In – provvisoria – conclusione e con l’impegno di seguire un calendario tanto gravido e confuso non ci resta che assumere come motto il pregnante: “beati i monocoli in terra ciecorum”. E’ il miglior complimento che possiamo farci….

TAG mattarella politica estera ue gentiloni g7 trump

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Di Il Cosmopolita il 03/05/2017 alle 14:56 | Non ci sono commenti

08/03/2017

I quattro a Versailles: l’Europa batte un colpo…

Ci voleva una confortevole “cena intima” tra i quattro capi dell’Esecutivo dei maggiori Paesi europei (Germania Francia Italia Spagna) nella cornice (già cara al senescente Mitterrrand…) della Reggia di Versailles per rimettere in moto, anzi richiamare in vita l’Europa medesima.

 

Forse non si trattava né di specchi, né di menu quanto piuttosto del contraccolpo inferto ai dirigenti europei dalla Presidenza Trump. Impermeabili di fronte all’incistarsi di quella che più che una crisi è piuttosto una fase avanzata del declino continentale europeo, incuranti di fatto in presenza della sbracata offensiva delle destre populiste, vittime o piuttosto complici delle oligarchie finanziarie ed imprenditoriali, alla fine i governanti europei (quasi tutti sotto elezioni o precariamente al potere) sono stati costretti ad un soprassalto di ragionevolezza a fronte dell’ormai evidente “indietro tutta” lanciato dall’inverosimile presidenza Trump.

 

L’evidenza che ormai l’”ombrello statunitense” (più che militare interamente strategico) si era chiuso e arroccato in un minaccioso isolazionismo, non solo negatore di ogni prospettiva multilaterale e cooperativa, ma esposto ai venti e maree dell’anarchia globale nonché ai capricci neurologici non solo propri ma di qualunque despota o insorgenza del pianeta, appunto tale evidenza pare aver messo in moto un ripensamento europeo troppo a lungo rinviato.

 

La “doppia velocità” o almeno la rinuncia a un’impossibile (nonché inutile e perfino controproducente) “regola unica” è stata di fatto non una sconfitta bensì la resa all’evidenza dei fatti  che stavano strangolando non soltanto i Paesi più deboli e/o più negligenti, ma l’intero ruolo europeo. Lo “scherzetto” delle regole “intangibili” e del processo forzoso di convergenza (sotto l’egida tedesca) viene messo in soffitta.. a raggiungere tanto le generose utopie alla Delors, che il ragionevole (?!) pragmatismo alla Prodi.

 

Lo choc al quale non era bastato l’annuncio (il voto popolare…) della Brexit, lo ha invece fornito – gratis… - il Donald globale….

 

Intanto ai margini arrivava l’annuncio dei “sussidi” rubati da svariati deputati europei (italiani inclusi, anzi ben rappresentati…) al bilancio comunitario.   Bene, bravi, continuate così…

 

E così eccoci di nuovo al “punto zero”, anzi sottozero della cooperazione integrativa: anche le unioni “regionali” (continentali)  in ritirata strategica (forse…)..

 

Nel frattempo mentre fioccano “muri” e “bandi”.   Gli eroi del “sovranismo” (ce ne è anche da noi: Italiani ed Europei)  si baloccano da Pyong Yang a Kuala Lumpur.  E tutto il “sistema” ONU scricchiola e viene ridicolizzato. Il che imporrebbe un prudente ma effettivo rilancio: scevro dal “mercatino” del seggio in questo o quello organismo. Viceversa occorrerebbe partire dall’emergenza – a noi evidente – del cosiddetto “individuo etico globale”.   Che parla la stessa lingua ed è mosso dagli stessi bisogni.   Valorizzarlo e non sacrificarlo sugli altari del razzismo, della discriminazione. O, peggio, dell’enfasi beota sulle proprie “specificità” “modi vivere”, culture (!?) religioni.

 

Si badi invece al fatto – fatto non ideologia - secondo il quale a fronte di un’età media mondiale sotto i trenta anni quella degli Italiani (e non solo…) è superiore a 45.    Siamo meno e siamo vecchi.  Qualcuno crede che ci salveranno i Salvini e le Le Pen?   Magari con la fattiva simpatia del Donald globale? E, analogamente, qualcuno crede che l’Italia – sulla falsariga degli Stati Uniti – “farà da sé” -? Anzi, magari, divisa in Regioni….sovraniste.

TAG onu ue trump

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Di Il Cosmopolita il 08/03/2017 alle 18:17 | Non ci sono commenti

12/10/2016

Italia: Eclissi della politica estera. Eutanasia della Farnesina.

Il “tourbillon” referendario scatenato dal premier Renzi (e già sottovalutato da una classe politica quantomeno disattenta nei trascorsi passaggi cruciali…) ha esplicitamente messo in quiescenza la politica estera nazionale. Questa, già ridotta ad un paio di dossier onnivori ed ormai più di politica “domestica” che di profilo internazionale e cioè l’Europa, le migrazioni e le guerre “dietro l’angolo”, è definitivamente scomparsa dal radar mediatico e dell’attenzione politica.

La Farnesina era già pronta a questa caduta verticale che chiude un ventennio di crisi profonda. Una crisi non solo di contenuti ma di “senso” (expertise, tradizione, conoscenze consolidate, capacità di intervento e – perché no – qualificazione dei quadri e delle strutture): i responsabili di questo accelerato declino sono a tutti noti e da anni li andiamo evidenziando… al punto che tra “tecnici” e “politici” non ci pare neppure necessario farne ancora una volta i nomi e ripeterne le responsabilità. Ciò era peraltro chiaro anche a livello della decisione politica… Fino al punto di ventilare la nomina a Ministro degli Esteri di una volenterosa e presenzialista stagista. Solo il decoro imposto dall’allora Presidente Napolitano installava nel “periferico” palazzone fascista della Farnesina un decoroso quadro della nomenklatura politica nazionale come Paolo Gentiloni. Ma – beninteso – con un preciso mandato: restare pazientemente nell’ombra, assistere compiaciuto alle piroette di un Presidente del Consiglio emblema vivente del Principio di Peter (vedasi), fare da zelante retroguardia a difesa della “meringa” mediatica destinata a soppiantare quel tanto che restava del profilo internazionale dell’Italia.

D’altro canto questo “tampone” non doveva – nelle intenzioni del Gabinetto Renzi – andare da nessuna parte ma, al più e come si sono accorti successivamente, “coprire” emergenze che non possono risparmiare un Paese esposto e subalterno come l’Italia.  Come avevamo previsto (nessun vanto….) questo stato di cose ha ridotto la Farnesina alla sua Unità di crisi, ovvero al “punto di contatto” in caso di ”disgrazie” che avvenissero nel “vasto mondo”. Niente intelligenza di fondo, men che meno spunti di progettualità. Ed anche per quanto concerne le “disgrazie” l’expertise si riduceva a quelle non “tossiche”: bene (si fa per dire) la giovane Soresin, male malissimo il giovane Regeni. Non vorremmo essere fraintesi: il punto è che la prima è caduta ad un concerto per un attentato terroristico riconoscibile, il secondo presenta l’assai marcato rischio di essere stato selvaggiamente massacrato all’interno di responsabilità (per noi “complicazioni”….) politiche. Nel primo caso Farnesina inappuntabile. Nel secondo fuga evidente da ogni reale coinvolgimento e – dio guardi – azione appunto politica.

C’è di peggio: la Farnesina, che non ha salvato né da vivo né da morto Giulio, ha compiuto una scelta “laterale” quanto meno di cattivo gusto: e cioè ha destinato seduta stante l’ambasciatore al Cairo (ritirato per evidenziare il nostro protocollare “malumore” per il comportamento del Governo egiziano) alla Sede più prestigiosa della carriera e cioè Bruxelles UE (che in precedenza era andata ad un astro della fantasia renziana, tal Calenda). Qui il punto è duplice: promosso l’amb. Massari dal Cairo a Bruxelles per – appunto – non aver salvato Giulio né da vivo, né da morto? O c’è dell’altro? Tanto più che a pochi metri di distanza (Ambasciata in Belgio) era disponibile uno dei diplomatici più competenti di affari europei. Troppo competente l’uno, troppo meritevole di riconoscenza l’altro?

Come diceva entrando al Viminale decenni or sono il Presidente emerito Napolitano: “giudicheranno gli storici”….   Intanto sul caso Egitto si ammassa il massimo di ambiguità e figuracce. Incluse le missioni (fuori da ogni tradizione ed uso “diplomatico”…) del Procuratore di Roma. Certo non sua colpa, ma un quadro di confuse (solo?) relazioni diplomatiche tipico di tutta la politica estera del Governo Renzi. Renzi stesso passa più tempo negli Stati Uniti e magari in Israele che in Italia… quasi non fossimo noi italiani i suoi “datori di lavoro”.  Ci si permetta un boh…

Questo quadro di volontaria eclissi (e varia subalternità…) spiega l’evanescenza del profilo internazionale dell’Italia.  D’altro canto se il Colosseo è Tod’s, la scalinata di Piazza di Spagna è Bulgari, i militari italiani vengono spediti come gli Inglesi facevano con i “gurkha” nepalesi e senza che il Parlamento ne abbia adeguata contezza, come stupirsi del “maneggio” che si fa delle nostre relazioni internazionali. E, dunque, bene, anzi ottimo, lo svaporare della rete diplomatico-consolare e la dissipazione dell’”intelligenza” al centro.

Purtroppo – come si sa – il diavolo fa le pentole ma non i coperchi – e così i fiaschi si succedono ai fiaschi.  La “gita” a Ventotene e l’abborracciato ed inesistente triumvirato italo (sic) franco tedesco nella UE nato morto in 24 ore. La piroetta filo-americana (“perinde ac cadaver) che viene ricompensata con una cena alla Casa Bianca (con o senza Marchionne?).  E così via. Questa non è la politica estera di un grande Paese, nemmeno di una media “Potenza”…,  perché – ahinoi – ancora di questo si tratta nell’epoca di un’orba globalizzazione.                                      

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Di Il Cosmopolita il 12/10/2016 alle 15:21 | Non ci sono commenti

14/07/2016

Terra incognita

Il Post Brexit avrà tempi e “decorso” non facile, non univoco e comunque di durata imprecisata e imprevedibile. La scelta dei Conservatori inglesi, per una nuova possibile “Lady di ferro”, con Theresa May non va al di là di un incongruo ottimismo di facciata. Mai come questa volta il concetto di “Terra incognita” ha un senso ben preciso: è, infatti, qui che stiamo. E non solo come europei.

Per l’Italia si apre evidentemente una fase nuova. E non soltanto per il mantra comunitario, bensì per l’intera politica internazionale. Paletti e parametri sono già saltati. E siamo solo all’inizio…

Aspettarsi un miracolo o una veloce disibernazione è evidentemente fuori posto. “Saltare” sull’ALLETTANTE FANTASIA DEL TRIUMVIRATO FRANCO-TEDESCO-ITALIANO è stato un riflesso condizionato. Il difficile viene adesso. Il Governo Renzi è subito partito a gran velocità sul binario sbagliato e più illusionistico: il meeting di Milano col suo pupillo il neo-Sindaco Sala è prova di questo congenito dilettantismo: poiché Londra non sarà più la porta finanzia d’Europa perché non mettere il sedere italiano al posto? Detto fatto, meglio detto e proclamato: si torna – qualche centinaio di anni dopo – a “Lombard Street”… Peccato che non siamo più agli albori del Rinascimento. Quando il Monte dei Paschi di Siena era una delle prime banche al mondo…. Ed ora una delle ultime.

Chiusa questa parentesi di puro folklore, passiamo al nocciolo, ai punti dolenti di una configurazione che è ormai definitivamente saltata e le cui chiavi risolutive non sono certo in mani italiane. Neppure ora che il “lavorare di rimessa” pare l’unica soluzione viabile. Alla crisi della Gran Bretagna (che non si sa dove finirà…) si aggiunge quella dell’accomandatario del seggio inglese a Bruxelles, gli Stati Uniti: qui le uova del serpente Trump si sono schiuse nell’esplosione di una guerra civile che potrebbe non limitarsi all’orizzonte razziale.

L’equilibrio in Europa – per insoddisfacente che sia – è dunque saltato. E così le prospettive regionali. Tanto più in una fase elettorale tedesca che certamente non scongelerà l’immobilismo di Berlino. Il punto di fondo rimane però altro (già messo indirettamente in luce dal voto inglese) ovvero l’inconsistenza della cornice “nazionale”. In breve il brutale e stolido riproporsi di vincolo geopolitico di pura facciata: quello degli Stati Nazionali . Tutti morti, anche se – grazie al sostegno della loro armatura continuano a galoppare. Verso il nulla…. Come trionfalmente fa ipercinetico Matteo Renzi.

 

Insommma “fata pendent” e, forse, meglio che niente è un aperitivo a Milano invece che nella City. Ormai per sempre “off lmits”.

 

 

TAG may brexit ue europa unione europea

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Di Il Cosmopolita il 14/07/2016 alle 10:28 | Non ci sono commenti

11/05/2016

Il vortice: Farnesina nomine al frullatore.

Nel giro di pochi mesi cambia tutto a Bruxelles perché tutto torni come prima. Il Governo decide di sistemare altrove il Rappresentante Permanente presso l’UE perché lo reputa poco combattivo nel momento in cui bisogna fare la faccia feroce. E d’altronde chi conosce Sannino sa che la faccia feroce proprio non ce l’ha. Al suo posto si nomina un politico di complemento. Calenda prende tempo prima di atterrare a Bruxelles. Promette novità sull’onda della novità del suo profilo. E’ dall’immediato dopo guerra che l’Italia non nomina un ambasciatore estraneo alla carriera diplomatica. Sconcerto nella Casa, lettere e petizioni e messa in mora dei vertici per non avere tutelato a sufficienza la professionalità del diplomatico.

Bella parola, la professionalità, che a volte se non spesso non va assieme alla parola carriera. La carriera segue percorsi propri. Ma nel momento dell’offesa all’onore tutto fa brodo. Si fa buon viso a cattivo gioco. I diplomatici, usi ad obbedir tacendo, si mettono a disposizione del nuovo Rappresentante Permanente per lenire la sua comprensibile apprensione nel fronteggiare un compito impari per chiunque non abbia esperienza di cose brussellesi.

Il Palazzo Justus Lispius è la vera dimora del Rappresentante Permanente, che non conosce orari di pausa né giorni di festa. Qualsiasi crisi nel mondo ha il suo riflesso a Bruxelles, per non parlare dell’ordinaria gestione che impone riunioni perenni anche su punti apparentemente minori quali le decisioni di procedura. Non certo l’ambiente adatto a chi è aduso ai riti romani.

Qualcuno scommette sulla capacità del nuovo RP di resistere a Bruxelles, che oltretutto è città piovosa e freddina anche quando a Roma spira l’idea del ponentino e si va tutti a Sabaudia. Chiunque avesse scommesso davvero, avrebbe perso la sfida: il nuovo RP diventa “vecchio” nel volgere di un mesetto e poco più. Si libera l’incarico di Ministro ed ecco la chiamata a Via Veneto. Alla Rappresentanza pensiamo dopo. Quella che era scelta epocale in inverno, diventa caduca in primavera. A Bruxelles torna un diplomatico di carriera dopo la breve parentesi del tecnico – politico. Tutto bene quel che finisce bene. La Carriera ne esce rinfrancata nell’onore. L’UE neppure s’è accorta del rapido passaggio di consegne.

Si premia la professionalità? Senza nulla togliere al prescelto, che qualità ne ha, ci stava qualcuno in zona candidature che aveva il profilo del comunitario d’annata, uno capace di recitare il Trattato a memoria avendone scritto alcune parti. Il qualcuno, che pure la stampa accreditava di qualche chance di successo, non ha prevalso neppure stavolta, altre essendo le logiche delle nomine. Aveva probabilmente della zavorra extra professionale nella scarsella. La professionalità, quanto meno quella comunitaria, può attendere.

TAG diplomatico rappresntante permanente ue ue

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Di Il Cosmopolita il 11/05/2016 alle 17:36 | Non ci sono commenti

23/01/2016

La Farnesina perde a Bruxelles.

“Dio esiste e (non) abita a Bruxelles”: così il titolo di un film programmato nelle sale italiane nelle ultime settimane e che ben parafrasa l’ultimo “compito a casa” del giovane Premier fiorentino (peraltro a sua volta “catapultato” a Palazzo Chigi senza alcun voto popolare ma con l’entusiastica approvazione degli “ottimati”). Ovvero l’eliminazione del posto/funzione diplomatico di Rappresentante Permanente dell’Italia presso la UE. Un incarico da decenni assegnato appunto ad un diplomatico con la più ampia possibile esperienza comunitaria. Così da noi, come nella generalità degli altri Paesi comunitari.

In sé, l’autocratica decisione renziana di promuovere il Vice Ministro allo Sviluppo Economico Calenda - già a lungo assistente personale di Luca Montezemolo - a suo plenipotenziario a Bruxelles risulta meno impulsiva ed infondata di quella della volenterosa Mogherini (e di quella minacciata di una stagista al vertice del Ministero degli Esteri “stoppata” a suo tempo da Napolitano che avrebbe “suggerito” di preferirle l’ottimo e prudente Paolo Gentiloni ) e – tuttavia – conferma un dilettantismo magari geniale e consono ai tempi (c’è bisogno di ripeterlo non buoni, non promettenti…?), ma spinto sul filo del rasoio ed eventualmente coronato da un qualche successo. Tanto più se costruito su di un contropiede basato sulle incaute dichiarazioni europee (il livido Junker) sull’assenza di un interlocutore governativo a Roma. Benissimo: detto e fatto, ora ce l’ha…. E a portata di corridoio con il Gianburrasca premier. Ben gli sta.

Quindi – paradossalmente – va riconosciuto che Renzi ha fatto di peggio e, dunque, inutile criticarlo “fuori tempo massimo”. Tanto più che si è dotato (stile Putin) di un suo “inappuntabile “ Lavrov e cioè il mite ed intelligente Gentiloni…

Allora chi perde? Beh, facile: la pavida e derelitta Farnesina, lasciata a pezzi dal brutale e decennale “pasdaran” reazionario Umberto Vattani e dai suoi pallidi ed astuti (per sé stessi…) successori. Una Farnesina – dobbiamo dirlo – pallida ombra non solo delle sue pompe ottocentesche ma anche delle sue “resistenze” al mussolinismo e a lungo sopravvissuta e in parte protagonista della Prima Repbblica.

Si ricorda facilmente che perfino Gianni Agnelli venne respinto dai diplomatici sulla soglia dell’Ambasciata a Washington alla quale aspirava con non irragionevole (per quei tempi…) ambizione: in breve l’Avvocato no, Calenda (e Renzi…) sì. Ecco qui l’epitaffio di una corporazione surclassata non solo dai genietti della Banca d’Italia (peraltro dotata da decenni e decenni da un “House Organ” gratuito come il gruppo Repubblica/De Benedetti), ma anche autoaffiondatasi in una nuvola di mediocrità e di avida insipienza. Altro che “combattenti” al servizio della Repubblica…. Grazie ambasciatore Vattani, grazie pallidi successori.

Non c’è molto altro da aggiungere. Anzi c’è forse perfino da ringraziare un Renzi che pare avere perfino costruito un suo racconto su di una politica europea del Paese un po’ più strutturata e consapevole. Magari non merito, ma fortunata eterogenesi dei fini.

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Di Il Cosmopolita il 23/01/2016 alle 16:17 | Non ci sono commenti

21/01/2016

La campagna di Bruxelles.

Waterloo si trova nella periferia fiamminga di Bruxelles, la città ormai topica per l’accoglienza data ai turisti del jihad , per la battaglia appunto di Waterloo che è divenuta un luogo comune (tutti noi, prima o poi, conosciamo la nostra Waterloo), ora per la campagna che Roma lancia nei confronti della Commissione. La quale Commissione è situata nel quartiere europeo della capitale belga, a cavallo fra vari comuni che compongono la grande Bruxelles, ma senza lambire quello di Molenbeek. Ciascun comune ha la lingua maggioritaria tra fiammingo e francese e altri idiomi fra cui l’inglese degli expats, l’arabo, il turco, il curdo e via orientaleggiando.

La campagna di Bruxelles ha un bersaglio immobile, la Commissione, che sta nel suo Palais Berlaymont rinnovato alquanto di recente e alquanto bruttino al pari del dirimpettaio Palais Justus Lipsius dove alloggia il Consiglio, e degli altri edifici che insistono sul Rond Point Schuman, e cioè il cuore del cuore della città e dunque d’Europa.

L’illustrazione dei luoghi si spiega col fatto che la logistica conta nelle campagne, militari o politiche che siano. Le campagne di questo tipo non sono nuove negli annali europei. Nelle corrispondenze degli inviati di lungo corso si legge di numerosi precedenti. Il penultimo ebbe a protagonista il Primo Ministro di Grecia che accusava la Commissione di affamare il suo popolo con l’austerità predicata con l’ausilio delle autorità finanziarie internazionali, tutte ispirate al pensiero di marca germanico – protestante.

L’attuale campagna riguarda l’Italia ed ha qualche tratto di verità.

Che a Bruxelles vi siano figli e figliastri, si sa ma non si dice, un poco per diplomatica politesse e un poco per non incorrere in problemi. Per una certa fase, risalente alle origini del processo d’integrazione, la Francia impregnava l’apparato comunitario piazzando al vertice i suoi rappresentanti e ispirando le proposte. C’è stato il periodo britannico, quando per compiacere il Regno Unito, ed evitarne la fatale riserva nelle decisioni all’unanimità, si spingeva la legislazione nel senso della flessibilità. Vi è infine il periodo tedesco (o tedesco – olandese) durante il quale si applicano flessibilità e rigore a seconda dei casi. Se il caso riguarda certe capitali, la comprensione è d’obbligo. Se viene da altre capitali, scatta “lo sguardo maligno di dio” (Lucio Dalla, Milano).

La campagna può essere giudicata sopra tono per i modi e volta a fini anche se non soprattutto interni. Ma tutte le campagne mediatiche sono orchestrate anche a fini interni: è la politica. Questa può portare alla delegittimazione o al rafforzamento della Commissione. Può aggiungere argomenti agli euroscettici o richiamare lo spirito dei padri fondatori. E d’altronde ci avviciniamo (2017) ai sessanta anni dei Trattati di Roma. Ad ogni modo, riconosce alla Commissione il ruolo politico che le fu dato quando i candidati alla presidenza, fra i quali il vincente Juncker, furono indicati dagli schieramenti politici alle elezioni europee 2014. Come istituzione politica dotata di sapienza tecnica, e non come tecnocrazia, la Commissione agisce politicamente coi mezzi della politica. Le pubbliche critiche ci possono stare. Nessuno offende nessuno.

A coronare la campagna interviene la nomina alla Rappresentanza Permanente a Bruxelles di un non diplomatico, il Vice Ministro allo Sviluppo Economico, un politico di ultima generazione e dotato di conoscenza del mondo. Uno schiaffo alla Farnesina, come qualcuno ha titolato? E’ la prima volta dall’immediato dopo guerra che una missione diplomatica di rilievo è assegnata ad un esterno. Se è vero che alcuni funzionari di carriera hanno rinunciato all’incarico, è anche vero che ci mettiamo del nostro per svilire la qualità del servizio diplomatico. Se il caso Bruxelles faccia precedente, è difficile dire oggi. E’ l’avvisaglia di una tendenza. La politica è come la fisica: non ammette i vuoti se non i buchi neri. Dove tutto precipita.

TAG farnesina ue bruxelles

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Di Il Cosmopolita il 21/01/2016 alle 22:01 | Non ci sono commenti

23/12/2015

La periferia dell’Impero.

Nell’ultimo Star Wars l’Impero non ci sta più, sostituito da un regime reazionario e sanguinario che adotta simboli vagamente nazisti e  costumi ispirati al Farhenheit 451 di Truffaut. Un impasto di Isaac Asimov e Ray Bradbury per descrivere l’eterna lotta fra il male, la forza oscura, e il bene, la spada laser dell’ultimo Jedi. All’interno del conflitto succede di tutto. E’ quanto accade in Europa dopo le ultime tornate elettorali in Francia (amministrative) e Spagna (politiche).

Gli imperi, i partiti in senso tradizionale, si sfaldano e comunque non reggono l’urto delle contestazioni popolari. Troppa austerità e in dosi troppo ravvicinate? Stanchezza del potere ai soliti noti? I nuovi partiti, la resistenza del film, tarda ad affermarsi, ottiene una vittoria simbolica (la remontada) ma non tale da mandare via il vecchio potere. Ci si avvia ad una fase di convivenza (la grande coalizione?) in attesa del prossimo giro di giostra. Ovvero del prossimo film, l’ottavo, della saga che tanta fortuna ha portato e porta ai suoi produttori.

Le elezioni in Francia si sono alla fine risolte nella vittoria simbolica e non determinante del Front National.  Il rassemblement repubblicano, e cioè il confluire dei voti di sinistra sul centro al secondo turno, ha sbarrato la via alle Signore Le Pen e accende probabilmente un’ipoteca a favore del Sarkozy nuovo e vecchio Presidente alle presidenziali 2017. A meno che nel frattempo il Partito socialista del Presidente in carica non ritrovi lo scatto del turno passato o il partito del Presidente potenziale non cambi candidato per evitare il senso di back to the future col ritorno di Sarkozy all’Eliseo.

Le elezioni in Spagna hanno visto la remontada, appunto, di Podemos, che noi italiani amiamo collocare dalle parti del M5S, un movimento di sinistra potenziale del “vorrei ma non posso”. Hanno pure visto la tenuta, malgrado la perdita di seggi, del Partito popolare e del Partito socialista. Un risultato in continuità con quello greco? Basta all’austerità e via i suoi profeti?

Un dato di fondo differenzia il caso spagnolo dal francese ed ha il tratto del paradosso. In Francia le elezioni amministrative si sono giocate su un tema di politica estera: come rispondere all’attacco del DAESH – ISIS. In Spagna le elezioni politiche si sono giocate sulla politica economica: abbiamo già dato ai potentati del Nord Europa, ora torniamo a produrre benessere, quello stato di grazia che la stagione democratica (la transizione) ci ha dato dopo l’oscurantismo franchista. Stiamo in Europa, nel novero dei partner costruttivi e poco o nulla euro-scettici, per vivere meglio. Se l’Europa ci spinge a vivere peggio, noi reagiamo di conseguenza.

Ci sta una lezione da trarre dai casi francese e spagnolo? Le lezioni vanno prese con cautela come tutti i modelli sociali, che non hanno la certezza dei modelli matematici. La prima lezione riguarda l’esigenza di guardare alla costruzione europea con occhi diversi. Non mettere l’impianto in discussione, modificare le politiche affinché rispondano meglio alle esigenze dei cittadini. Il segreto del successo europeo sta nella crescita continua del benessere pubblico unita alla garanzia di pace lungo i sessanta anni dai Trattati di Roma. La seconda lezione riguarda l’esigenza di rispondere in maniera coordinata agli attacchi che vengono mossi al sistema. Il mondo fuori d’Europa può essere a volte minaccioso come il lato oscuro della Forza, meglio rendersene conto e attrezzarsi di conseguenza. Lo scopo resta quello di procrastinare senza termine il benessere e la pace dei sessanta anni dai Trattati di Roma. 

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Di Il Cosmopolita il 23/12/2015 alle 22:40 | Non ci sono commenti

15/11/2015

Il DAESH a Parigi.

DAESH sta per al-Dawla al- Islamiyya fi Iraq wa l-Sham, stato islamico di Iraq e Siria, il Califfato, il nemico giurato d’Occidente, che rivendica la strage di Parigi e altri attentati. La corrente di pensiero cui s’ispirano i movimenti integralisti sostiene di fondare l’azione sull’insegnamento della giurisprudenza sunnita per proporre una lettura radicale, jihadista, della scrittura. La corrente di pensiero divide il mondo in terra dell’Islàm e terra della Guerra. Nella terra dell’Islàm vige il diritto di praticare le regole islamiche e il culto dell’Islàm esibendone i simboli. La terra della Guerra rientra fra le aree strappate all’Islàm e che l’Islàm deve riconquistare. I movimenti jihadisti seguono un dovere religioso nel praticare un Islàm espansionista e aggressivo, specie se l’Islàm è minacciato dagli “empi” persino nella sua terra di elezione, quel Califfato che essi stanno costruendo fra Iraq e Siria. Rinunciare al Califfato, non difenderne la sopravvivenza all’interno ed all’esterno delle sue ancora provvisorie frontiere, significa venire meno a quel dovere.

Inquadrato in questi termini il caso francese, che non differisce molto dal caso russo per l’attentato all’aereo in volo sul Sinai, vi sono pochi margini di manovra riguardo all’ondata che investe l’Occidente. E qui, per comodità d’esposizione, consideriamo Occidente anche l’Oriente europeo. La diplomazia deve lasciare il passo alle forze di sicurezza, nelle punte arretrate e domestiche della polizia e nelle punte esterne delle forze armate impegnate nei teatri di guerra. Bisogna accettare che di guerra si tratta, sia pure di guerra ibrida o asimmetrica come pure la si definisce nella dottrina politologica. Guerra ibrida perché i nemici non si combattono alla stessa stregua sul campo di battaglia, ma adoprano mezzi impropri, ibridi appunto, per colpire l’avversario non frontalmente ma nelle retrovie. Scegliere il campo da gioco meno propizio all’altra parte: giocare fuori casa dove l’altro meno si aspetta la tua risposta o dove, pur aspettandola, è nella pratica impossibilità di prevenire tutto e sorvegliare tutto. Dice bene il Viminale che non esiste la sicurezza assoluta. Dicono bene i servizi che non esiste la prevenzione assoluta. Sicurezza e prevenzione possono e devono migliorare, specie in prossimità dei grandi eventi, ma neppure militarizzando le città – e nessuno lo vuole – si avrebbe il rischio zero. L’attacco è imprevedibile e trova nell’imprevedibilità la massima efficacia. Specie se, come nel caso di Parigi, è condotto da persone votate al martirio, che non hanno neppure la remora di cercare una via di fuga, un piano B nel caso che il piano A vada storto.

Un’operazione verità è opportuna con l’opinione pubblica: il chiarimento che alcuni potenziali terroristi abitano alla porta accanto, probabilmente in quartieri poveri come il Comune di Molenbeek a Bruxelles. Spesso se non sempre sono concittadini con una vita apparentemente ordinaria. Common people che coltiva sentimenti di ripulsa se non di odio per la società che li ha accolti e che rifiuta d’integrarli. Essi sono uguali quanto alla posizione giuridica e irriducibilmente diversi quanto al credo comune.

Un’operazione verità è pure opportuna riguardo all’afflusso dei profughi. Resta da provare che uno degli attentatori sia arrivato in Francia via Grecia e Macedonia e poi chissà da dove. L’afflusso di profughi, nella misura di migliaia al giorno con la Germania al primo posto, è fenomeno di difficile gestione per chiunque. Non bastano gli appelli umanitari né le risorse messe a disposizione di chi accoglie per venirne a capo con efficienza. I buchi nelle maglie dei controlli sono fatali quando la pressione è alta. Che fra i profughi vi siano i combattenti di ritorno o anche i nuovi combattenti, è ipotesi ampiamente considerata dai servizi di sicurezza. Se l’ipotesi trova riscontro dalle indagini, getta una luce sinistra sulle politiche di accoglienza e sulle misure  messe in piedi anche nel Vertice di Malta. L’ondata di destra che pervade il continente europeo troverebbe alimento da queste scoperte. La campagna elettorale permanente in cui vive l’Europa – oggi qua e domani là – avrebbe l’argomento prioritario: le minacce esterne alla sicurezza europea.

A guardare nel medio periodo, la risposta europea non può che essere europea. Sembra paradossale pronunciarsi per “più Europa” quando il Regno Unito vuole negoziare “meno Europa” per non allontanarsi definitivamente. Ebbene, “più Europa” significa in questa fase di alto rischio considerare che le ventotto politiche nazionali di sicurezza e difesa non reggono più all’urto dei fatti. Se ne accorge lo European Political Strategy Centre, il centro di studi strategici interno all’UE. Malgrado i tagli ai bilanci della difesa, l’Europa nel suo insieme spende per la sicurezza una cifra considerevole che la pone dietro agli Stati Uniti. Si può affermare che il suo contributo alla sicurezza mondiale sia secondo a quello americano?

Domande più che risposte vengono dai fatti di Parigi, per i quali non bastano le parole di cordoglio.

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Di Il Cosmopolita il 15/11/2015 alle 21:50 | Non ci sono commenti

15/11/2015

Helmut Schmidt e la socialdemocrazia europea

La scomparsa di Helmut Schmidt stimola riflessioni sul ruolo suo e della socialdemocrazia tedesca nella costruzione d’Europa. Lo spunto di base è il suo europeismo poco romantico e assai pragmatico, secondo una cifra che gli era abituale e lo rendeva meno attraente, specie agli occhi della sinistra – sinistra, del predecessore Willi Brandt. E non solo perché Brandt aveva avuto il Nobel per la pace per essersi inginocchiato nel Ghetto di Varsavia.

Schmidt aveva il torto, per buona parte della sinistra italiana, di aver istallato sistemi d’arma di fattura americana (gli euromissili) per contrastare i missili che l’Unione Sovietica teneva puntati contro l’Europa avendo come primo bersaglio la Germania Ovest. Schmidt non si allineava al generico pacifismo della sinistra italiana ed europea preferendo reagire in maniera forte alla prova di muscoli di Mosca. Anni dopo Schmidt esternò il sospetto che l’URSS in realtà voleva dividere la sicurezza europea dall’americana per rendere di fatto l’Europa imbelle e, appunto, genericamente pacifista.

Con Valéry Giscard d’Estaing, Presidente di Francia, e Roy Jenkins, Presidente della Commissione, lanciò il Sistema Monetario Europeo, il meccanismo di cambi fissi fra le valute europee che, a termine, avrebbe dovuto portare alla moneta unica. L’Ecu (european currency unit) ne era la derivazione, ma si trattava di una valuta virtuale e non cartacea che definiva il bilancio comunitario e andava convertita nelle valute nazionali. L’Euro sarà creatura di una stagione successiva. Stagione che Schmidt rivendicò in parte a merito suo e degli altri promotori dello SME.

Anche nel caso del serpente monetario, come pure lo SME si chiamava per la sua forma tortuosa, la posizione della sinistra italiana fu ondivaga. Una certa corrente di pensiero lo avversava. I cambi fissi diminuivano il margine di flessibilità della Banca d’Italia e la possibilità di operare al ribasso per favorire le esportazioni. Poco importava che i cambi fluttuanti avevano come conseguenza un alto tasso d’inflazione. La decisione di Roma di entrare nello SME, sia pure collocando la lira nella fascia larga di fluttuazione, fu sofferta e contrastata. Fu un altro caso (come nel 1951 e nel 1957) in cui la diplomazia italiana si adoprò a sposare la causa europea con una motivazione che apparve subito ineccepibile: stare fuori dallo SME significa rinunziare al plotone di testa e confinarsi nelle retrovie, una posizione inadatta ad uno stato membro fondatore. Non diverso fu l’atteggiamento della diplomazia quando si trattò di entrare nella prima ondata dell’Euro.

Schmidt dunque ci mette di fronte alla nostra coscienza, ci spinge a guardarci allo specchio. La socialdemocrazia tedesca dopo Bad Godesberg fu indicata a sinistra come lontana dai “veri” valori del socialismo. Anzi, maggiore era il suo pragmatismo in economia e in politica estera e maggiore era il  richiamo di altri ai “veri” valori. La terza via che qualcuno invocava, il porsi a metà strada fra capitalismo e comunismo, sembrava, e probabilmente era, la nowhere island di Peter Pan. 

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Di Il Cosmopolita il 15/11/2015 alle 21:47 | Non ci sono commenti

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