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Tag: unione europea

14/07/2016

Terra incognita

Il Post Brexit avrà tempi e “decorso” non facile, non univoco e comunque di durata imprecisata e imprevedibile. La scelta dei Conservatori inglesi, per una nuova possibile “Lady di ferro”, con Theresa May non va al di là di un incongruo ottimismo di facciata. Mai come questa volta il concetto di “Terra incognita” ha un senso ben preciso: è, infatti, qui che stiamo. E non solo come europei.

Per l’Italia si apre evidentemente una fase nuova. E non soltanto per il mantra comunitario, bensì per l’intera politica internazionale. Paletti e parametri sono già saltati. E siamo solo all’inizio…

Aspettarsi un miracolo o una veloce disibernazione è evidentemente fuori posto. “Saltare” sull’ALLETTANTE FANTASIA DEL TRIUMVIRATO FRANCO-TEDESCO-ITALIANO è stato un riflesso condizionato. Il difficile viene adesso. Il Governo Renzi è subito partito a gran velocità sul binario sbagliato e più illusionistico: il meeting di Milano col suo pupillo il neo-Sindaco Sala è prova di questo congenito dilettantismo: poiché Londra non sarà più la porta finanzia d’Europa perché non mettere il sedere italiano al posto? Detto fatto, meglio detto e proclamato: si torna – qualche centinaio di anni dopo – a “Lombard Street”… Peccato che non siamo più agli albori del Rinascimento. Quando il Monte dei Paschi di Siena era una delle prime banche al mondo…. Ed ora una delle ultime.

Chiusa questa parentesi di puro folklore, passiamo al nocciolo, ai punti dolenti di una configurazione che è ormai definitivamente saltata e le cui chiavi risolutive non sono certo in mani italiane. Neppure ora che il “lavorare di rimessa” pare l’unica soluzione viabile. Alla crisi della Gran Bretagna (che non si sa dove finirà…) si aggiunge quella dell’accomandatario del seggio inglese a Bruxelles, gli Stati Uniti: qui le uova del serpente Trump si sono schiuse nell’esplosione di una guerra civile che potrebbe non limitarsi all’orizzonte razziale.

L’equilibrio in Europa – per insoddisfacente che sia – è dunque saltato. E così le prospettive regionali. Tanto più in una fase elettorale tedesca che certamente non scongelerà l’immobilismo di Berlino. Il punto di fondo rimane però altro (già messo indirettamente in luce dal voto inglese) ovvero l’inconsistenza della cornice “nazionale”. In breve il brutale e stolido riproporsi di vincolo geopolitico di pura facciata: quello degli Stati Nazionali . Tutti morti, anche se – grazie al sostegno della loro armatura continuano a galoppare. Verso il nulla…. Come trionfalmente fa ipercinetico Matteo Renzi.

 

Insommma “fata pendent” e, forse, meglio che niente è un aperitivo a Milano invece che nella City. Ormai per sempre “off lmits”.

 

 

TAG may brexit ue europa unione europea

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Di Il Cosmopolita il 14/07/2016 alle 10:28 | Non ci sono commenti

26/10/2014

Italia pugnace.

Mostra i muscoli, l’Italia, nelle ultime battute della Commissione Barroso e nell’intento di prendere da subito le misure della Commissione Juncker. La lettera del Commissario Katainen al Ministro Padoan recava l’intestazione “strictly confidential”, la buona prassi imporrebbe che il vincolo di confidenzialità possa cadere con l’accordo delle parti. Quest’accordo – a sentire Barroso – non c’era né ci sarebbe stato perché la trattativa sul bilancio è delicata e va affrontata in ambito ristretto. E invece no – replica il Governo italiano – d’ora in avanti nessuna lettera segreta sull’asse Bruxelles – Roma, tutto all’insegna della trasparenza. Meglio: sull’amato Twitter.

C’è nell’apparente polemica molta apparenza. Ciascuna parte afferma una questione di metodo in realtà per sostenere una posizione di merito. Barroso difende la scelta del rigore che ha caratterizzato la sua fin troppo lunga permanenza al Berlaymont: dieci anni, più a lungo del leggendario Delors, quello si un padre d’Europa. La scelta del rigore, a volte acriticamente appiattita sulle indicazioni di Berlino, ha portato a gravi distorsioni. Il quasi fallimento di Grecia e Cipro sul piano finanziario. La distorsione del potere in seno all’Unione europea. La Commissione trasformata da motore dell’integrazione a segretariato del volere dei Governi e di uno in particolare. L’esatto contrario della visione e della prassi di Delors e di altri presidenti della Commissione. Barroso pare che si voglia candidare alla presidenza del Portogallo, dopo aver invano cercato di riciclarsi come presidente del Consiglio europeo: auguri ai Portoghesi.

La parte italiana si mostra pugnace, in linea con un remoto passato di “faccia feroce”. Nei corridoi dell’allora sede del Consiglio, il Palazzo Charlemagne, qualcuno ancora ricorda il Ministro Marcora che difendeva strenuamente le ragioni dell’agricoltura italiana. Altri tempi e altre tempre. Oggi rispolveriamo quei toni per affermare un sacrosanto principio: con la decrescita ci si spegne. Peggio: si altera in maniera cosi grave il modello sociale europeo che ne risente la nostra civiltà del consenso e dell’inclusione. La BCE inietta denaro nella rete finanziaria ma il denaro rimane inerte nelle banche finché la parte produttiva non lo chiede per investire. La fiducia è essenziale alla ripresa.

La disputa con Barroso si chiude con la fine del suo mandato. Questione di giorni. Va proseguita con altri toni con la Commissione che verrà. Occorre liberare la discussione dall’equivoco retorico del “noi e loro”. Noi, i buoni governanti degli stati membri in difficoltà. Loro, i gelidi tecnocrati di Bruxelles (e Helsinki e Berlino). Bisogna tornare all’ortodossia comunitaria, sebbene l’aggettivo “comunitario” sia scomparso nella stesura del Trattato di Lisbona. Ortodossia comunitaria significa ritrovare tutti assieme la via dell’integrazione. L’Unione è unione di nazioni e istituzioni. O si cresce insieme o si declina insieme. La stessa Germania, cosi prodiga d’indicazioni agli altri, comprenderà che un mercato europeo in crescita le giova. E che le giova la ripresa del mercato domestico. Più salario ai lavoratori, più domanda, più benessere.

Il nodo di fondo supera la querelle sui conti nazionali. Investe il ruolo dell’Unione non tanto riguardo agli stati membri quanto riguardo ai paesi terzi. E’ quasi ozioso rammentarlo: nelle relazioni internazionali non esistono buchi. Se l’Unione lascia il buco della sua assenza, questo è riempito da altri, e non è detto da amici.

TAG bce juncker unione europea barroso

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Di Il Cosmopolita il 26/10/2014 alle 15:10 | Non ci sono commenti

23/07/2014

La tattica europea.

La metafora calcistica torna buona per farsi comprendere dal grande pubblico, ma tende a semplificare tutto in una ridda di risultati. La vittoria, il pareggio, orrore: la sconfitta. Il modesto esito del calcio italiano, della nazionale e delle squadre di club, dovrebbe indurre alla prudenza. Andiamo a Bruxelles certi della vittoria, basandoci sull’assioma che, avendo vinto le elezioni in casa, la coppa continentale è nostra. Come il Brasile entrato sesto campione e uscito sotto i colpi della Germania, anche noi abbiamo dovuto fare i conti con la squadra tedesca. Che stavolta non è allenata dallo chicchissimo Joachim Loew (e un tedesco elegante è un ossimoro per chi è abituato a vedere i colleghi di Berlino coi calzini corti e bianchi)  ma dalla Cancelliera che non è tanto elegante quanto è decisa in quello che vuole. E quello che vuole finisce per divenire decisione comune. Il posto di Alto Rappresentante ci spetta, abbiamo il candidato giusto. Si sa com’è finita la prima partita, il campionato è lungo, il pareggio di luglio potrebbe mutarsi in vittoria di agosto. Un dato comunque emerge: meglio non dichiarare in anticipo le proprie intenzioni.

Juncker è stato indicato dal Consiglio europeo e confermato dal Parlamento come Presidente della Commissione. Il Trattato è stato sorprendentemente rispettato nella sostanza oltre che nella lettera. Sorprendentemente perché ad un certo punto pareva che si volesse seguire il piffero britannico e lanciarsi nella ricerca di un nome che fosse meno europeista. Mentre da altra sponda, compresa quella del nostro Movimento Europeo, si muoveva a Juncker la critica di non essere abbastanza europeista e di essere complice nelle misure di austerità del recente passato. Quelle stesse misure che ora nessuno riconosce come proprie, malgrado fossero state approvate da tutti. Alla nomina di Juncker dovrebbe seguire quella dell’Alto Rappresentante, anch’essa – a parere di alcuni – raggiungibile a maggioranza. Ragionamento impeccabile sotto il profilo formale. L’AR e Vice Presidente della Commissione può essere nominato con decisione a maggioranza. A maggioranza di chi? Del Consiglio europeo o del Parlamento europeo? La risposta alla domanda importa. L’AR è figura di mezzo. Fa parte della Commissione ma è anche e soprattutto espressione degli stati membri che attraverso lui cercano una voce unica sulla scena internazionale. Poiché buona parte delle decisioni in materia di PESC e PSDC (politiche estera, di sicurezza, di difesa) è presa all’unanimità degli stati membri, un AR che già alla nomina non la raccoglie, parte dimezzato. La sua costante dialettica con le diplomazie nazionali (quanto spazio mi consentite affinché io possa adempiere al mio compito unitario?) parte con il freno a mano tirato. Verrebbe compromessa dall’inizio quella funzione propulsiva verso una politica estera comune che è la sua ragione d’essere. Al contrario, raccogliere subito l’unanimità pregiudica positivamente la ricerca dell’unanimità nel concreto operare.  

Il posto di AR è di rilievo e non solo perché è il numero 2 della Commissione. E’ stravagante la vulgata italiana per cui l’incarico conta poco o nulla. Da cinque anni lamentiamo che Lady Ashton appare poco, che il SEAE è una scatola vuota, che le diplomazie nazionali scorazzano come e più di prima,. Da cinque anni, ad ogni crisi, non ultima quella di Gaza, invochiamo “la voce d’Europa”. Appena l’Italia crede a queste diffuse esternazioni e chiede il posto per un proprio candidato, tutti a eccepire che quel posto non serve, che ben altre dovrebbero essere le nostre aspirazioni. La concorrenza, l’energia … Persino l’agricoltura che un’altra vulgata vuole in progressivo ridimensionamento.  Nella polemica anti PESC anche la PAC viene bene. Nel coro dei detrattori  si pone l’editorialista principe di Repubblica. Aduso a dialogare con il Papa, con Benigni, con Draghi – Laura Pausini e Leo Messi seguiranno – egli segue una sua linea che finisce per influenzare, da opinion leader, il pensiero comune. Altro esempio di questo modo di ragionare è che, insistendo per l’AR, rinunciamo alla presidenza del Consiglio europeo. I due incarichi non sono alternativi sul piano formale. Anche se l’Italia ottiene la presidenza del Consiglio europeo, conserva il diritto di avere un membro della Commissione. Con portafoglio minore rispetto a quello PESC? Probabile. C’è però Draghi. Anche in questo caso il ragionamento è stravagante. Il Presidente BCE finisce per essere presentato come un ostacolo nell’attuale spartizione dei posti. Se non ci fosse Draghi a Francoforte, a Bruxelles faremmo sfracelli. Ma Draghi fin quando resterà a Francoforte? Buona domanda.

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Di Il Cosmopolita il 23/07/2014 alle 16:09 | Non ci sono commenti

20/01/2010

Il Trattato di Lisbona: avremo la diplomazia europea?

Il Trattato di Lisbona porta con sé un bagaglio di aspettative che lo fanno ritenere l’ultimo ritocco all'’edificio istituzionale immaginato dai padri fondatori oltre mezzo secolo fa. Non c’è da essere perentori circa l’'aggettivo “ultimo” perché continuando a dismisura l’'allargamento dell'’Unione, è probabile che con l’'ingresso dei nuovi membri, e soprattutto della Turchia che promette di essere fra qualche anno il più popoloso paese europeo, un nuovo intervento si renda necessario. Ma stiamo per ora ai fatti ed esaminiamo di Lisbona l'’aspetto più significativo per la diplomazia. Quello che nel sistema del Trattato di Amsterdam era l’'Alto Rappresentante PESC e Segretario generale del Consiglio, ora nel sistema di Lisbona si chiama Alto rappresentante per gli affari esteri e di sicurezza e, lasciato l’'incarico di Segretario generale del Consiglio, assume quello di Vice Presidente della Commissione per le relazioni esterne. In pratica l’'Alto Rappresentante si colloca a metà fra il Consiglio, e cioè i governi dei Ventisette, e la Commissione, e cioè l'’istituzione più genuinamente sopranazionale del sistema europeo. Questa collocazione intermedia, che risulterà all’'atto pratico scomoda da mantenere, si spiega con l'’esigenza di dare coerenza all’'azione esterna dell’'Unione: sia quella svolta dal Consiglio (e dagli stati membri) sia quella svolta dalla Commissione. Quest’ultima è assai rilevante perché la Commissione, con la vasta gamma dei programmi che gestisce, è di gran lunga il principale finanziatore di numerose attività di cooperazione. L’'ulteriore novità di Lisbona è che l’Alto Rappresentante comanda ora sue truppe: un servizio esterno europeo, che alcuni chiamano (ma non si può dire) “diplomazia europea” o almeno embrione di diplomazia europea. Il servizio è composto di funzionari della Commissione (i più numerosi perché già stanno a Bruxelles e nelle sedi estere), del Consiglio, degli stati membri. I funzionari degli stati membri sono diplomatici distaccati dai rispettivi Ministeri degli Esteri. All'’Italia come agli altri “Grandi” dovrebbe spettare un adeguato numero di distaccati per adeguati posti di responsabilità. Questo il lungo quadro concettuale. La pratica si presta a qualche osservazione di natura domestica. Mentre Bruxelles si muove verso la globalizzazione della diplomazia europea, Roma medita di riformare la Farnesina in chiave restrittiva. Diciamo pure che la riforma sa tanto di ristrutturazione, come con le aziende in difficoltà dove il supermanager di turno spezzetta, chiude, sposta. L’'imperativo della riforma non è – come si potrebbe pensare – di adeguarsi alle novità europee: diveniamo più forti perché così contiamo di più nei rapporti con Bruxelles. L'’imperativo è di rispondere alle ristrettezze di bilancio, che in certi casi anticipiamo con una prova di incomprensibile zelo. La nostra forse è una percezione sbagliata e conservatrice. Saremmo perciò lieti di essere smentiti. Ma se così non fosse, gradiremmo se non altro che il progetto di riforma fosse valutato almeno per le sue compatibilità col modello europeo.

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Di Il Cosmopolita il 20/01/2010 alle 00:00 | Non ci sono commenti

11/12/2009

Nuova architettura istituzionale dell’Europa Unita: serve ancora questo vecchio Ministero degli Esteri italiano?

Il tentativo di sdoganare la ristrutturazione del Ministero degli Affari Esteri in un'’ottica aziendalistica si scontra in maniera fragorosa con la necessità di ridisegnare radicalmente la nostra politica estera all'’indomani del'l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona. Per cercare di comprendere questo passaggio storico che definisce un quadro unitario di iniziativa politica, economica e culturale europea basta la considerazione che è durato ben 8 anni il percorso intrapreso per disegnare e condurre in porto il progetto di riforma delle istituzioni europee necessarie ad assicurare il funzionamento dell'’Unione a 27. Con la firma della Repubblica Ceca si è anche bloccato il tentativo dei conservatori inglesi che avevano minacciato, qualora il trattato non fosse stato ancora applicato nel momento delle elezioni inglesi che ritengono di vincere, di sottoporlo a referendum abrogativo nel 2010. La figura dell’'alto rappresentante per la politica estera europea (PESC) avrà un ruolo estremamente importante perché ricoprirà anche il ruolo di Vice Presidente della Commissione Europea e sarà a capo del servizio diplomatico comune che rappresenta la vera novità del trattato. Esisterà un corpo diplomatico europeo che orienterà la politica estera europea e verosimilmente giocherà un ruolo significativo già negli equilibri planetari nell'’immediato futuro. A fronte di questa “rivoluzione copernicana”, che segue quella altrettanto importante della istituzione della moneta unica nel 2000 ed a cui vorremmo si collegasse lo smantellamento degli eserciti nazionali (pensate l'’ammontare dei risparmi da utilizzare a vantaggio dei settori sanitari, dell'’educazione, ambientali e sociali), gli attuali gruppi dirigenti politici ed amministrativi della Farnesina cercano di “blindare” l’organizzazione del nostro dicastero tornando indietro di 50 anni, disegnando una struttura interamente tematica, dimenticando tutte le esigenze di coordinamento e di raccordo con i nuovi organismi europei e le nuove emergenze e priorità del contesto internazionale. Ed anche la realtà sindacale deve avviare una profonda metamorfosi a monte di una situazione del lavoro a livello sovranazionale aggredita dalla recente vicenda General Motors-Magna/Opel e dalla proclamazione di uno sciopero generale dei metalmeccanici tedeschi e necessita sempre di più di piattaforme continentali per disciplinare i settori produttivi, le pubbliche amministrazioni ed i servizi sociali nell’'Unione Europea. La generale situazione di insicurezza ed instabilità nel mondo del lavoro ha bisogno di rivendicazioni e piattaforme sindacali continentali istituendo un secondo livello di contrattazione decentrata non a livello nazionale bensì regionale per affrontare le problematicità produttive locali. E se provassimo a considerare la possibilità che per tutti i paesi dell'’Unione non siano più necessarie strutture di politica estera come quelle attualmente esistenti, che occorra invece realizzare dipartimenti nazionali di interfaccia con Bruxelles, uffici diplomatici comuni, istituti culturali europei, nuovi dipartimenti per le politiche migratorie ed immigratorie, moderne unità consolari europee sui territori, procedendo ad una radicale distinzione delle figure professionali specialistiche tra i due settori (esperti diplomatici per la politica estera e esperti amministrativi per le tematiche di emigrazione ed immigrazione)? L'’ipotesi di riorganizzazione della Farnesina, proposta dal Segretario Generale, è in netta controtendenza rispetto al percorso internazionale in atto e disegna una struttura pre-DPR 18/67!!, impedisce di fatto ogni possibilità di coordinamento politico ed operativo con la nascente struttura europea e svilisce le strutture e le professionalità esistenti ad una funzione di supermarket commerciale.

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ARCHIVIATO IN Farnesina

Di Il Cosmopolita il 11/12/2009 alle 00:00 | Non ci sono commenti

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